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sabato 27 dicembre 2025

Manifesto per la Difesa dell’Identità

 


Manifesto per la Difesa dell’Identità

Dalla celebrazione della Chanukkià traiamo una lezione sempre attuale:
difendere la propria identità è un atto di dignità e di libertà.

Non conta essere in molti. Conta essere determinati.
La storia del popolo ebraico lo dimostra da secoli. E la testimonianza di Gesù, ebreo che ha difeso fino all’estremo la propria verità, ne rappresenta un esempio universale.

Difendere la pace non significa rifugiarsi in un pacifismo passivo.
La pace non è resa: è equilibrio, ed è anche capacità di resistenza.
Si costruisce opponendosi a chi vuole negare la libertà di vivere secondo i propri valori.

Oggi l’Occidente giudeo-cristiano, fondato sulla dignità della persona, sulla responsabilità individuale e sulla libertà di pensiero, è messo in discussione da tre grandi minacce:

  1. La secolarizzazione radicale, che svuota di significato le radici spirituali comuni a cristiani ed ebrei;

  2. L’ideologia egualitaria di matrice social-comunista, che dietro il mito dell’uguaglianza per tutti annulla l’individuo, le differenze e perfino la realtà biologica;

  3. L’islam politico, che tenta di insinuarsi nelle fragilità identitarie delle nostre società, sfruttandone debolezze culturali e morali.

Di fronte a questa realtà non possiamo restare spettatori.

Se vogliamo evitare lo scontro sociale e consegnare ai nostri figli una società libera, civile e consapevole, dobbiamo agire ora, con lucidità e coraggio.

Servono iniziative concrete e coordinate:

  • Diffondere consapevolezza tra laici e cristiani, come avvenuto con il Forum per l’Antisemitismo di Firenze, autentico spazio di dialogo tra non credenti, ebrei e cristiani;

  • Promuovere incontri nelle chiese e nelle comunità, coinvolgendo sacerdoti e pastori in un percorso comune di riflessione e azione;

  • Sostenere il coraggio civile, attraverso gesti concreti di denuncia e, quando necessario, di boicottaggio.

Un esempio concreto:
se in una scuola pubblica l’insegnamento diventa strumento di indottrinamento ideologico — sul pensiero gender o sulla questione di Gaza — i genitori non devono restare soli.

Occorre agire insieme:
denunciare, pretendere il rispetto delle libertà educative e, se necessario, minacciare il ritiro dei propri figli.

Un gesto collettivo vale più di mille parole.

L’unione di famiglie cristiane — cattoliche ed evangeliche — ed ebree può fare la differenza.
Il silenzio, invece, conduce all’irrilevanza e all’oblio.

Difendere la propria identità non è un atto nostalgico, ma una vera missione civica.

Solo avviando un processo diffuso di consapevolezza e di azione possiamo rallentare — o invertire — l’opera di dissoluzione morale e politica che minaccia le nostre democrazie.

La classe politica deve sentire la voce dei cittadini, anche quando sono pochi.
Perché spesso è dai pochi che nasce l’esempio, e dall’esempio un effetto domino capace di risvegliare le coscienze.

Gli strumenti legali esistono:
scuole paritarie, istruzione parentale, associazioni civiche.

Le competenze non mancano:
professionisti, educatori, credenti consapevoli.

Ora servono solo volontà e coraggio.

Il Forum per l’Antisemitismo e le iniziative sorelle devono unire informazione e azione, costruendo percorsi di resistenza culturale e pacifica, dentro e fuori le istituzioni.

Non stiamo zitti.
Non restiamo fermi.

Difendere la nostra identità significa difendere la libertà di tutti.

sabato 20 dicembre 2025

“Il marchese del Grillo” e l'antisionismo

 

Una domanda me la sono posta, e non riesco a togliermela dalla testa: com’è possibile che, dopo Nostra Aetate (1965) del Concilio Vaticano II — documento sbandierato come svolta epocale nel rapporto con gli ebrei — oggi l’antisemitismo continui indisturbato, riciclandosi nell’antisionismo più tossico?
E com’è possibile che proprio coloro che durante il Covid hanno smontato una a una le bugie dei media occidentali, etichettati come “complottisti” per aver verificato i fatti, gli stessi… abbiano poi bevuto senza fiatare le menzogne sul presunto genocidio israeliano diffuse da Hamas tramite Al Jazeera? Nessuna verifica, nessuna analisi, niente. Come se non avessero mai imparato nulla.

Alla fine, la risposta l’ho trovata: sotto l’antisionismo di oggi — persino quello dei “ribelli” anti-mainstream — ci sono duemila anni di bugie teologiche cattoliche mai davvero smentite.

Nostra Aetate, per quanto presentato come rivoluzionario, non ha scalfito il vero problema. Sì, condanna l’idea del “deicidio collettivo”, e Giovanni Paolo II si è affrettato a chiamarlo “una distorsione”. Ma la radice avvelenata resta: l’idea che “alcuni ebrei” abbiano ucciso Dio. Una dottrina assurda, pericolosa, e soprattutto perfetta per generare aberrazioni morali: permette di accusare un intero popolo per l’azione di pochi. È lo stesso meccanismo mentale che porta a dire: “i siciliani sono mafiosi”.

Questa colpa collettiva, predicata dalla Chiesa per oltre 1500 anni, ha scolpito nelle menti europee la figura dell’ebreo come “deicida”. E la Chiesa, dopo il Concilio, cos’ha fatto per rimediare? Nulla. Nessuna catechesi di massa, nessun mea culpa davvero operativo, nessuna pulizia teologica delle proprie macerie. Perché?

Perché il problema è più profondo: nasce da un errore teologico dei Padri della Chiesa — l’invenzione del “deicidio”.
Un errore che ha prodotto persecuzioni, pogrom e stermini, ma che non può essere eliminato senza toccare la dottrina cristologica stessa: se Gesù è Dio, allora per molti cattolici continuerà a serpeggiare il pensiero che “un ebreo” abbia consegnato Dio ai Romani.

E poi arriva il secondo pilastro, quello che regge tutto il castello: la teologia della sostituzione.
Secondo questa dottrina, la Chiesa avrebbe “rimpiazzato” Israele come Popolo eletto. Le promesse bibliche? Non più per Israele, ma riscattate dalla Chiesa. Israele non riconosce Gesù? Allora perde l’elezione. Via la radice, avanti il ramo nuovo.

Questa teologia è il carburante dell’antisionismo moderno. Perché se la Chiesa è il “vero Israele”, allora gli ebrei non hanno alcun diritto a tornare in Eretz Israel. E non sorprende che Avvenire, il quotidiano ufficiale della CEI, diffonda posizioni filo-palestinesi, rilanci accuse infondate di genocidio e si guardi bene dal riconoscere legittimità allo Stato ebraico.
Guai a dire che Israele esiste perché Dio lo ha voluto: significherebbe ammettere che la Chiesa non ha sostituito nessuno.

E qui viene il punto: due millenni di catechesi antiebraica e poi antisionista hanno plasmato la cultura occidentale, e persino oggi, mentre molti gridano “non crediamo ai media!”, sono prontissimi a bersi qualunque propaganda palestinese. Non è pensiero critico: è condizionamento religioso travestito da opinione politica.

E poi c’è un dettaglio imbarazzante: la Chiesa sostiene che il Papa è il rappresentante di Dio sulla terra. Ma se Dio non revoca le sue promesse — e Paolo lo dice chiaramente — come può Dio aver rinnegato Israele?
Paolo, nella Lettera ai Romani, non lascia spazio ai dubbi. Nel capitolo 11 si domanda se, non avendo molti ebrei riconosciuto Gesù, Dio abbia abbandonato il suo popolo.
La risposta? Lapidaria:

«Dio non ha affatto respinto il suo popolo.»
E ancora:
«I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili.» (Rm 11,29)

Fine della discussione. Dio non revoca un’alleanza che ha fatto Lui.

Non a caso molte chiese evangeliche contestano apertamente la teologia della sostituzione: semplicemente non sta in piedi biblicamente.

A questo punto, tutta la vicenda ricorda la celebre scena del film di Alberto Sordi Il marchese del Grillo.
La Chiesa, per secoli, ha di fatto detto agli ebrei ciò che dice Sordi al povero carbonaio:

«Io so’ io… e voi nun siete niente.»

Ecco il problema: la teologia cattolica è rimasta intrappolata in questa mentalità. La Chiesa è Israele; gli ebrei, per definizione, no.
E quando gli ebrei osano tornare nella loro terra, costruire uno stato, difendersi, prosperare… la narrazione salta. La struttura teologica scricchiola.
E l’Occidente — impregnato di secoli di catechesi antiebraica — reagisce con nuovo antisemitismo travestito da “solidarietà” verso i palestinesi.

Il risultato?
Persone che non credono più alle bugie dei media… che però credono ancora, senza saperlo, alle bugie della teologia cattolica di ieri.

lunedì 24 novembre 2025

Lettera aperta agli antisionisti di destra– Parte V

 


Il Risorgimento e il Sionismo: due strade diverse verso la nascita di una nazione

Per capire davvero il senso del sionismo come movimento identitario, può essere utile ripartire dalla nostra storia nazionale, quella del Risorgimento. Le due vicende hanno molti punti di contatto, ma si sviluppano seguendo logiche quasi opposte. Ed è proprio questo contrasto che le rende interessanti.

L’Italia prima dell’Italia

Nel Settecento la storia era un affare riservato ai filosofi, alle élite e ai sovrani. Il popolo, inteso come comunità con tradizioni, lingua e usanze comuni, non aveva ancora un ruolo nella narrazione storica. Era più spettatore che protagonista.

Poi arriva l’Ottocento, e con lui un vento nuovo. Nasce un’idea diversa di popolo: non una massa indistinta, ma una comunità viva, con una voce, un carattere, una missione. È il Romanticismo a dare questa svolta. Non a caso, proprio in quegli anni filosofi come Herder parlano del Volksgeist, lo “spirito del popolo”, un concetto che diventerà carburante per molti movimenti di liberazione nazionali.

E l’Italia? A quel tempo era solo una penisola fatta di regni, ducati, imperi stranieri. Ognuno parlava il suo dialetto, seguiva le sue leggi, viveva la sua storia. La gente non si sentiva “italiana”: si sentiva piemontese, veneta, toscana, napoletana.

Eppure, proprio in quell’epoca nasce nelle menti degli intellettuali l’idea di un’Italia possibile. Prima nasce un sogno, poi un progetto, molto prima di vedere la realtà.

Lenti che cambiano: dalla cultura alla politica

L’identità italiana si costruisce a poco a poco.
Gli scrittori e i poeti le danno una lingua comune: Manzoni, Foscolo, Leopardi.
I pensatori politici, Mazzini su tutti, le danno una missione morale.
E infine i protagonisti della politica e della guerra, Cavour e Garibaldi, la trasformano in un obiettivo concreto.

Potremmo riassumere così: prima si immagina il popolo italiano, poi si costruisce l’Italia.

E un momento simbolico di questa nascita c’è: il 1831, quando Mazzini fonda a Marsiglia la Giovine Italia. Per la prima volta viene formulato un programma chiaro: un’Italia unita, libera dagli stranieri, repubblicana e basata sulla volontà del popolo. È il primo vero progetto politico moderno dell’unità.

Dal sogno alle armi: le guerre del Risorgimento

Tra il 1848 e il 1870 l’Italia vive una stagione in cui idealismo e guerra camminano fianco a fianco.

La Prima Guerra d’Indipendenza nasce sull’onda dei moti del ’48. Carlo Alberto guida il Regno di Sardegna contro l’Austria, sostenuto dalle rivolte popolari di Milano e Venezia. L’entusiasmo è grande, ma le sconfitte di Custoza e Novara chiudono il primo tentativo.

Si riparte nel 1859 con la Seconda Guerra d’Indipendenza. Questa volta Cavour punta sulla diplomazia: si allea con la Francia di Napoleone III. L’Austria viene sconfitta, la Lombardia entra nel Regno di Sardegna e, tramite plebisciti, anche Toscana, Emilia e Romagna scelgono l’unione. È il momento in cui la mappa comincia davvero a prendere forma.

Poi arrivano gli anni di Garibaldi. Nel 1860 parte con mille volontari dalla Liguria e, in pochi mesi, conquista Sicilia e Sud Italia, sospinto dalla speranza di popolazioni stanche del regime borbonico. Quell’impresa straordinaria apre la strada all’unificazione del Mezzogiorno sotto Vittorio Emanuele II.

Nel 1866 l’Italia entra nella guerra austro-prussiana. Anche qui i risultati militari non sono brillanti, ma la vittoria della Prussia permette all’Italia di ottenere il Veneto.

Infine, nel 1870, arriva Roma. Le truppe italiane entrano nello Stato Pontificio attraverso la breccia di Porta Pia. La città viene annessa al Regno d’Italia e l’unità territoriale può dirsi compiuta.

Ed ecco il parallelo con il Sionismo

Ora, se guardiamo al sionismo, la differenza è immediata: l’Italia ha costruito un popolo per arrivare allo Stato; il sionismo parte da un popolo già formato e cerca di ricondurlo alla sua terra.

Gli ebrei, infatti, avevano da millenni:

  • una tradizione religiosa coesa,
  • una lingua comune,
  • una memoria storica condivisa,
  • un’identità fortissima, sopravvissuta anche alla diaspora.

Quando Herzl e gli altri fondano il sionismo moderno, non devono “inventare” un popolo: devono dargli una patria. È un percorso inverso a quello italiano.

Due storie, un desiderio comune

Alla fine, Risorgimento e Sionismo raccontano la stessa aspirazione: il bisogno di un popolo di vivere secondo la propria identità.

Ma lo fanno percorrendo due sentieri diversi:

  • l’Italia immagina un’identità nazionale e poi la trasforma in realtà politica;
  • gli ebrei custodiscono un’identità millenaria e la trasformano in uno Stato moderno.

Due strade diverse, entrambe mosse da una forza che l’Ottocento riscopre con passione:
l’idea che un popolo, per essere davvero se stesso, debba avere una casa dove vivere la propria storia.

Una nota di colore: La tradizione storica più accreditata racconta che il primo colpo di cannone contro Porta Pia fu sparato da un soldato ebreo.

Il nome che ricorre nelle fonti è quello dell’artigliere Giacomo (o Giacomo “Jacob”) Segre, appartenente alla 5ª batteria del 9º Reggimento Artiglieria da Campagna del Regno d’Italia.
Segre, proveniente da una famiglia ebraica piemontese, è ricordato come il cannoniere che diede l’avvio al fuoco che aprì la celebre breccia di Porta Pia il 20 settembre 1870, permettendo alle truppe italiane di entrare a Roma. L’episodio è rimasto simbolico perché un soldato ebreo contribuì in modo diretto alla presa della città che, fino a quel momento, era il centro del potere temporale della Chiesa.


domenica 23 novembre 2025

Lettera aperta agli antisionisti di destra– Parte IV

 


Dal IV–V secolo d.C., con la fine dell’Impero Romano d’Occidente (476), la penisola italiana entra in una lunga fase di frammentazione. Le strutture romane crollano e il territorio viene occupato da popolazioni diverse: latini romanizzati, Visigoti, Ostrogoti. Non esiste alcun “popolo italiano”; esistono gruppi distinti che convivono sotto ciò che resta dell’autorità romana prima e sotto regni romano-barbarici poi.

Nello stesso periodo, in Medio Oriente, in Terra d’Israele vive una componente stabile del popolo ebraico, sotto dominio romano e poi bizantino. Gli ebrei mantengono una forte identità religiosa, normativa e linguistica e restano un soggetto storico unitario sia nella terra d’origine sia nella diaspora, soprattutto babilonese.

VI–VIII secolo: Italia frammentata, continuità ebraica sotto nuovi imperi

Tra VI e VIII secolo l’Italia è ulteriormente divisa: dominio ostrogoto, parziale riconquista bizantina (Esarcato di Ravenna), invasione longobarda. Le identità diventano locali: romani d’Italia, longobardi, popolazioni miste. Nascono regni regionali e il papato assume un ruolo politico. Ancora nessuna idea di un’unica nazione italiana.

Nel Medio Oriente, nel frattempo, dopo la fase bizantina arriva la conquista arabo-islamica (VII secolo). Gli ebrei restano minoranza in Terra d’Israele — soprattutto in Galilea e Gerusalemme — mentre fioriscono grandi centri rabbinici in Babilonia, Persia ed Egitto. In questo periodo si sviluppano la Halakhah, le accademie rabbiniche e si fissa il Talmud babilonese, che consolida l’identità del popolo ebraico nel mondo.

IX–X secolo: l’Italia come mosaico di popoli; l’ebraismo come popolo unitario disperso

Tra IX e X secolo l’Italia è un mosaico di ducati longobardi, territori carolingi, principati locali e aree bizantine. In Sicilia si afferma anche una presenza araba. Le identità sono cittadine e regionali: romani, longobardi, “lombardi”, napoletani, siciliani, ecc. Il nome “Italia” ha solo un significato geografico, non politico né nazionale.

Il popolo ebraico, invece, vive in tre grandi aree:

  1. Terra d’Israele, con comunità piccole ma stabili;
  2. Il mondo islamico (Spagna, Nord Africa, Medio Oriente), dove spesso prospera;
  3. Le prime comunità in Europa cristiana (Francia, Germania).

Pur disperso, l’ebraismo mantiene una continuità culturale e religiosa: stessa Torah, stesso calendario, stessa liturgia. È un popolo senza Stato, ma non un popolo senza identità.

XI–XIII secolo: l’Italia dei Comuni; il popolo ebraico tra crociati e potenze islamiche

Tra XI e XIII secolo, in Italia esplodono i Comuni e le città-stato: Milano, Firenze, Pisa, Genova, Venezia. Coesistono Sacro Romano Impero, Stati della Chiesa, Regno di Sicilia. Non c’è alcuna unità politica e nessuna identità italiana condivisa; le identità sono cittadine: “fiorentini”, “veneziani”, “lombardi”.

In Terra d’Israele si alternano i crociati e poi le dinastie musulmane (Ayyubidi, Mamelucchi). Le comunità ebraiche vivono spesso tra tolleranza e persecuzioni, ma persistono a Gerusalemme, Hebron, Tiberiade, Safed. Parallelamente fioriscono grandi centri della cultura ebraica in Europa e nel mondo islamico (Rashi, Maimonide). Il popolo ebraico resta un’unica realtà culturale e religiosa, nonostante la dispersione.

XIV–XV secolo: Rinascimento italiano e rinascite ebraiche nel mondo ottomano

Durante XIV e XV secolo l’Italia è segnata da crisi (peste nera), guerre e successivamente dal Rinascimento. Nascono grandi Stati regionali come il Ducato di Milano, la Repubblica di Venezia, Firenze dei Medici, lo Stato Pontificio, il Regno di Napoli. Le identità sono regionali: toscani, lombardi, veneziani, napoletani. Non esiste una nazione italiana.

Nel Medio Oriente domina il Sultanato mamelucco; nel 1492 gli ebrei espulsi dalla Spagna si stabiliscono in gran numero nell’Impero Ottomano, inclusa Terra d’Israele. Nascono fiorenti comunità sefardite a Safed, Gerusalemme, Hebron. La continuità del popolo ebraico si rinnova e si rafforza.

XVI–XVII secolo: Italia politicamente divisa; ebraismo spiritualmente unito

Tra XVI e XVII secolo l’Italia è suddivisa tra domini spagnoli, asburgici, repubbliche indipendenti, ducati e lo Stato Pontificio. Non esiste uno Stato italiano né una lingua comune: si parlano volgari regionali. L’italianità è un concetto letterario, non nazionale.

Nel Medio Oriente l’Impero Ottomano controlla Terra d’Israele. Le comunità ebraiche — soprattutto Safed, Gerusalemme e Tiberiade — vivono una fase di rinascita mistica e culturale (la cabala di Safed). Nel resto del mondo, Polonia, Lituania, Impero Ottomano e anche alcune città italiane ospitano importanti comunità ebraiche. Torah, Shabbat, lingua ebraica e legame con Sion mantengono vivo un popolo unitario, pur senza Stato.

XVIII secolo – 1800: Italia divisa; popolo ebraico riconoscibile nel mondo

Alla vigilia dell’Ottocento l’Italia è ancora frammentata in una miriade di Stati: Savoia, Toscana, Stato Pontificio, Napoli, Venezia, Parma, Modena, ecc. Le conquiste napoleoniche ridisegnano i confini, ma ancora non esiste uno Stato italiano, né un popolo italiano nel senso moderno. L’identità nazionale nascerà solo nel XIX secolo con il Risorgimento.

In Terra d’Israele continua la presenza ebraica sotto dominio ottomano, con quartieri ebraici stabili a Gerusalemme, Safed, Hebron, Tiberiade. Parallelamente, l’Illuminismo e l’Emancipazione trasformano lo status degli ebrei in Europa. Nonostante la dispersione, il popolo ebraico rimane riconoscibile come nazione religiosa, culturale e storica, unita dalla Torah, dalla memoria condivisa e dal legame con la terra d’origine.

Conclusione e domanda chiave

Dunque, dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente fino al 1800, la penisola italiana non conobbe mai un popolo unico né uno Stato unitario. Esistevano molti popoli, molte lingue, molte culture e molti Stati diversi. L’Italia moderna è una costruzione politica recente. Al contrario, nello stesso arco di tempo, il popolo ebraico ha mantenuto una continuità sorprendente:

  • stessa fede,
  • stesso codice normativo,
  • stessa identità culturale,
  • stessa memoria storica,
  • stessa terra d’origine, pur essendo spesso dominato e disperso.

Da qui nasce la domanda inevitabile: Per quale motivo un’Italia — che per oltre un millennio non è mai esistita come popolo unico né come Stato — ha potuto rivendicare legittimamente un’unificazione nazionale, mentre agli ebrei, che sono sempre esistiti come popolo e come identità culturale legata alla stessa terra, si vorrebbe negare il diritto ad avere uno Stato proprio?

 

 

sabato 22 novembre 2025

Lettera aperta agli antisionisti di destra– Parte III

 

 

Gli ebrei hanno ucciso Gesù (accusa di Deicidio)

Sulla mia pagina FB, oggi nel 2025, molti conoscenti ed amici affermano che se gli ebrei hanno ucciso D-O (Gesù) è normale che possano fare un genocidio, cadendo così nell’inganno delle bugie antisemite. Ciò dimostra che il seme avvelenato seminato nei secoli, nonostante i chiarimenti storici e della Chiesa Cattolica continua a produrre il suo effetto.

Facciamo chiarezza.

Quando si affronta la questione secondo cui “i giudei avrebbero ucciso Gesù (D-o per i cristiani)”, è necessario dire subito una cosa: si tratta di una costruzione storicamente falsa.
La morte di Gesù avvenne tramite crocifissione, una pena tipicamente romana, riservata ai sovversivi politici e applicata esclusivamente dall’autorità imperiale.

Il responsabile giuridico dell’esecuzione fu Ponzio Pilato, prefetto romano della Giudea.
La condanna fu romana.
L’esecuzione fu romana.
E questo è un fatto storico solido, riconosciuto da tutti gli studiosi.

Nei Vangeli compare il ruolo di alcuni componenti dell’élite sacerdotale giudaica, che vedevano in Gesù una minaccia di natura religiosa o sociale. Ma non si parla mai di “tutti gli ebrei”.
Si fa riferimento a pochi membri del Sinedrio, una ristretta classe dirigente di Gerusalemme.
Il popolo ebraico nel suo complesso non fu coinvolto, né tantomeno consultato. Anzi, gli stessi testi evangelici descrivono folle ebraiche che ascoltavano Gesù e lo seguivano.

Va inoltre precisato che le autorità ebraiche non avevano alcun potere di infliggere la crocifissione, che era uno strumento romano. Potevano formulare accuse religiose interne, ma non emettere condanne capitali attraverso mezzi romani.
Dunque, il coinvolgimento ebraico, per come appare nei testi, è circoscritto a una élite locale, non all’intero popolo.

La posizione delle Chiese cristiane

Oggi le principali Chiese cristiane sono concordi nel respingere l’accusa di responsabilità collettiva.
Il Concilio Vaticano II, con il documento Nostra Aetate (1965), afferma in modo inequivocabile:

“Non si possono imputare agli Ebrei del tempo, né agli Ebrei di oggi, responsabilità per la morte di Gesù.”

Anche Giovanni Paolo II condannò con forza l’idea del “deicidio ebraico”, definendola una grave distorsione, priva di basi teologiche e fonte di antisemitismo.

Gli studi esegetici moderni confermano che l’espressione greca οἱ Ἰουδαῖοι, tradotta come “i Giudei”, nei Vangeli indica spesso le autorità religiose di Gerusalemme, non il popolo ebraico nel suo complesso.
Questa distinzione, chiara nella lingua antica, venne fraintesa e generalizzata nei secoli successivi.

Dal punto di vista ebraico, inoltre, non vi era alcun interesse nel far eliminare Gesù:

  • non era un avversario politico,
  • non minacciava la sicurezza nazionale,
  • e soprattutto il popolo ebraico non aveva il potere di infliggere la pena della crocifissione.

Nell’ebraismo Gesù è ricordato come un ebreo osservante, un maestro itinerante, non come un nemico del popolo.

Come nasce allora il mito del “deicidio”?

L’idea che “gli ebrei hanno ucciso Dio” non proviene dai testi evangelici ma dalle interpretazioni medievali, che alterarono il senso originario delle scritture.
Con il passare dei secoli, la lettura teologica medievale trasformò episodi narrati nei Vangeli in un’accusa contro l’intero popolo ebraico, creando uno dei pilastri dell’antisemitismo europeo.

A consolidare questa visione furono:

Padri della Chiesa

  • Giovanni Crisostomo (IV sec.), con le sue omelie Adversus Iudaeos, accusa gli ebrei di aver rifiutato e ucciso Cristo: un’opera destinata a segnare profondamente la mentalità medievale.
  • Sant’Ambrogio insiste sulla responsabilità ebraica, pur senza usare il termine “deicidio”.
  • Sant’Agostino descrive gli ebrei come “popolo testimone”, destinato all’umiliazione per non aver riconosciuto Gesù. Questa idea, pur non violenta nelle intenzioni, contribuì alla costruzione teologica del disprezzo.

Concili medievali

  • Concilio di Toledo (VI–VII sec.): introduce norme discriminatorie basandosi sulla presunta colpa ebraica.
  • Concilio Lateranense IV (1215): impone i segni distintivi agli ebrei, rafforzando l’idea che fossero “colpevoli” di un crimine religioso.

Teologi medievali

Autori come Pietro Crisologo, Pier Damiani, Bernardo di Chiaravalle e Tommaso d’Aquino, pur con sfumature diverse, contribuirono a mantenere viva e teologicamente rispettabile l’idea che gli ebrei fossero responsabili della morte di Cristo.

Predicatori popolari e teatro religioso

Le prediche pasquali, i drammi della Passione e le campagne dei crociati resero popolare la narrativa dei “deicidi”, trasformando la teoria in cultura di massa.
In queste rappresentazioni gli ebrei venivano messi in scena come carnefici brutali, alimentando pregiudizi radicati.

Papa Innocenzo III (XIII sec.)

Figura chiave nella definizione dottrinale.
Pur non sostenendo violenze dirette, affermò che gli ebrei erano “condannati da Dio alla schiavitù perpetua per il loro crimine contro Cristo”.
Fu la prima grande autorità papale a dare legittimazione formale a questa idea.

Il tardo Medioevo

Tra XIII e XV secolo, l’accusa diventa pensiero comune:

  • statuti cittadini vietano agli ebrei ruoli pubblici,
  • predicatori francescani e domenicani la diffondono,
  • l’arte medievale raffigura gli ebrei come assassini di Cristo.

A questo punto il “deicidio” non è più un’interpretazione, ma un dogma sociale.

Lettera aperta agli antisionisti di destra– Parte II

 

L’impero romano-introduzione

Roma e Gerusalemme

Quando mettiamo a confronto Roma e Gerusalemme, non stiamo semplicemente accostando due città antiche: stiamo osservando due idee opposte di comunità, potere e identità.

Roma nasce come un piccolo insediamento latino che, nel giro di pochi secoli, assorbe, conquista e unifica una miriade di popoli italici diversi: Etruschi, Sabini, Sanniti, Umbri, Veneti, Lucani, Celti. La sua missione storica diventa chiara fin dall’inizio: espandere, integrare, dominare. Roma forgia un progetto politico universale, in cui la cittadinanza non dipende dal sangue ma dall’appartenenza allo Stato. È una visione imperialista e inclusiva, che trasforma una città in un impero e un impero in un’identità.

Gerusalemme è esattamente il contrario.
Non nasce per unire popoli diversi, né per espandere confini. Diventa capitale con re Davide e custodisce il Tempio con re Salomone: il suo significato non è politico ma sacro. Gerusalemme è il centro religioso di un solo popolo — gli Ebrei — e il simbolo della loro alleanza con Dio. Non aspira a inglobare altre nazioni: aspira a preservare la propria. È una città che non definisce un impero, ma definisce un’identità spirituale.

Così, mentre Roma costruisce l’unità imponendola dall’alto,
Gerusalemme custodisce l’unità perché la riceve dall’Alto.

Il parallelismo tra le due città rivela quindi una verità fondamentale:
Roma rappresenta l’ambizione politica dell’universalità;
Gerusalemme rappresenta la radice religiosa della particolarità.

Due modelli opposti, due vocazioni diverse, due modi di concepire la storia degli uomini.

Nascita e sviluppo dell'impero

Roma comincia la sua storia tra il X e l’VIII secolo a.C. come un piccolo villaggio latino sulle rive del Tevere. In quel momento, mentre Roma muove i primi passi come insediamento locale, Israele è già un regno unificato sotto due figure storiche e fondative: Davide e Salomone (X secolo a.C.). Roma diventa una monarchia e solo in seguito, nel 509 a.C., si trasforma in Repubblica. Nello stesso arco di tempo, nel Vicino Oriente, il regno di Israele si era già diviso in due stati distinti:

  • Regno di Israele (Nord)
  • Regno di Giuda (Sud)

Il regno di Giuda sopravvive fino all’esilio babilonese del 586 a.C., un evento drammatico ma non definitivo.

Roma si espande, Israele resiste e ricostruisce

Tra il V e il IV secolo a.C., Roma entra in una fase di grande espansione nella penisola italiana: conquista Etruschi, Sanniti, Umbri, Celti e procede verso l’unificazione militare e politica dell’Italia. Nello stesso periodo, gli Ebrei ritornano dall’esilio e ricostruiscono il Secondo Tempio (516 a.C.). È l’epoca delle dominazioni persiana ed ellenistica, ma nonostante i poteri stranieri la comunità ebraica mantiene continuità culturale, religiosa e identitaria.

Due destini paralleli: un impero e un regno che risorge

Tra il III e il II secolo a.C., Roma conquista tutto il Mediterraneo: Cartagine, Grecia, Siria. Diventa una potenza imperiale. Contemporaneamente, nella storia ebraica si afferma la dinastia asmonea (descritta nei Libri dei Maccabei). A seguito della rivolta dei Maccabei, gli Ebrei riconquistano la sovranità e fondano lo Stato giudaico indipendente (140–63 a.C.). È un periodo di piena autonomia nazionale.

Roma diventa Impero, Israele mantiene identità

Tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. nasce l’Impero Romano. Nel 63 a.C., Roma conquista la Giudea (non “la Palestina”, denominazione successiva). Nonostante la dominazione romana, gli Ebrei mantengono la loro identità, la loro lingua, la loro legge e il loro Tempio. Nel 70 d.C., con l’Impero al suo apice sotto la dinastia flavia, Tito distrugge il Secondo Tempio. Ma questo non cancella il popolo ebraico: esso continua a vivere sia in Terra Santa sia nella diaspora.

Le rivolte e la continuità ebraica in Terra d’Israele

Tra il 132 e il 135 d.C., Roma reprime la rivolta di Bar Kokhba. La Giudea viene duramente colpita e molti Ebrei vengono dispersi. Tuttavia una parte significativa della popolazione ebraica rimane stabilmente in Galilea e in altre regioni della Terra d’Israele.

Tra il II e il IV secolo d.C., mentre l’Impero Romano raggiunge la sua massima estensione, la vita ebraica continua attivamente in Galilea, nel Golan, a Gerusalemme, a Lydda e a Tiberiade. Proprio in questo periodo viene redatta la Mishnah (II secolo d.C.), uno dei testi fondamentali dell’ebraismo rabbinico. Nel IV secolo d.C. Roma si cristianizza (Editto di Milano 313; Teodosio 380), mentre la presenza ebraica in Terra d’Israele continua ininterrotta anche sotto il dominio bizantino.

Gli italiani non esistevano. Gli Ebrei sì.

Durante tutto questo periodo la penisola italiana non ha ancora un popolo unitario.
È composta da: Latini, Etruschi, Umbri, Sabini, Sanniti, Lucani, Bruzi, Veneti, Liguri, Celti (Galli cisalpini), Iapigi (Dauni, Peucezi, Messapi), Greci della Magna Grecia, Sardi nuragici, Siculi, Sicani, Elimi. Non esiste un’identità italiana.Non esiste un popolo italiano.Non esiste una lingua italiana. Gli “Italiani” come identità etno-nazionale nasceranno solo molti secoli dopo, tra Medioevo ed età moderna.

Conclusione chiara e inequivocabile

Quando Roma stava ancora unificando i popoli italici e mentre gli “italiani” non esistevano come popolo, gli Ebrei erano già da tempo una nazione con una propria terra, una propria lingua, una propria cultura e una capitale: Gerusalemme. La storia non lascia margini di dubbio.

 

Lettera aperta agli antisionisti di destra– Parte I

 


Iniziamo dalla preistoria

Questa riflessione nasce da un punto cieco che molti, nella destra antisionista, continuano a ignorare: la concezione di patria che difendono con orgoglio è sorprendentemente simile alla visione sionista, eppure la contrastano come se rappresentasse un nemico ideologico.
Chiedi a un uomo di destra quali siano i cardini della sua identità e di solito risponde: Dio, Patria, Famiglia. Chiedi a un sionista e il contenuto è lo stesso: Dio (ebraismo), Patria (Israele), Famiglia. Le radici emotive, culturali, spirituali: identiche. E tuttavia, uno percepisce l’altro come antitetico. Non per ragioni storiche, ma per il peso di un mito costruito – il presunto “complotto ebraico” – alimentato per decenni da falsificazioni e letture distorte della tradizione ebraica.

A rendere il quadro ancora più paradossale contribuisce un altro fatto: l’antisionismo di destra e quello di sinistra finiscono per toccarsi, pur partendo da premesse opposte.
La matrice comunista ha sempre visto nelle identità nazionali un ostacolo e nella religione un impedimento ideologico. Da qui la fascinazione per un Islam politico percepito non come fede, ma come strumento di unificazione collettiva dentro un progetto “internazionalista”. Il risultato? Entrambi i fronti, per motivi diversi, hanno adottato la “causa palestinese” come vessillo: una causa che, storicamente, è stata modellata da diversi regimi arabi come leva geopolitica contro l’Occidente cristiano.

Ed ecco il nodo che nessuno vuole vedere: molti antisionisti di destra finiscono per sostenere proprio quei movimenti islamisti che vogliono distruggere i valori che loro ritengono sacri – Dio, Patria, FamigliaUna contraddizione gigantesca, resa possibile dalla scarsa conoscenza della storia del sionismo e della radice storica dell’identità ebraica.

Per capire meglio, torniamo indietro: alla preistoria.

Se mettiamo a confronto la formazione dei popoli italiani e quella dei popoli del Medio Oriente, la differenza temporale appare enorme.

Fine dell’Età del Bronzo (2200–1200 a.C.)

In Italia non esistevano gli “italiani”. La penisola era una scacchiera di gruppi differenti:

  • al Nord genti alpine e transalpine, spesso pre-indoeuropee;
  • al Centro popolazioni locali, non ancora strutturate in “popoli” storici;
  • al Sud Micenei, Ciprioti, Fenici e altri navigatori del Mediterraneo.

I popoli che conosciamo – Etruschi, Latini, Umbri, Sanniti, Veneti – non erano ancora nati. Compariranno solo nell’Età del Ferro (1000–900 a.C.). In quel periodo non esisteva alcun popolo italiano.

Nel frattempo, nel Medio Oriente…La situazione era completamente diversa.
Qui esistevano già stati veri e propri:

  • Hittiti,
  • regni siriaci,
  • Fenici,
  • Aramei (dai quali deriva Abramo),
  • prime formazioni politiche ebraiche (Israele e Giuda),
  • stati neo-ittiti anatolici.

Gli Arabi non erano ancora comparsi come entità storica, ma gli Ebrei sì: popolo, identità, lingua, culto.

Età del Ferro (900–300 a.C.)

In Italia finalmente compaiono identità più definite:

  • Etruschi,
  • Latini,
  • Sabini,
  • Umbri,
  • Piceni,
  • Golasecca e Leponti al Nord (culture celtiche),
  • DauniPeucezi e Messapi al Sud (origine balcanica),
  • SiculiSicaniElimi in Sicilia.

Un mosaico di lingue, culti, tradizioni diverse: nessun popolo unitario.

Nel Medio Oriente, invece, dominano imperi strutturati e centralizzati:

  • Neo-Assiro,
  • Neo-Babilonese,
  • Persiano achemenide.

E fra i popoli soggetti a questi imperi ci sono gli Ebrei, già pienamente riconoscibili come nazione storica.

Il caso specifico d’Israele

  • Età del Ferro I (1200–1000 a.C.): le tribù israelitiche sono già insediate in Samaria e Giudea.
  • Età del Ferro II (1000–586 a.C.): si forma il Regno Unito di Israele, che poi si divide in:
    • Regno di Israele (Nord, capitale Samaria),
    • Regno di Giuda (Sud, capitale Gerusalemme).

Parliamo di un popolo con una storia, una lingua, una fede e una struttura politica ben definite.

E l’Italia?

Fino al IV–III secolo a.C. non esisteva alcun popolo unitario: solo Etruschi, Latini, Sabini, Umbri, Piceni, Sanniti, Lucani, Bruzi, Veneti, Liguri, Celti, Iapigi, Siculi, Sicani, Elimi, Sardi nuragici. Ognuno con tradizioni e lingue proprie. L’identità unitaria nascerà soltanto con Roma.

La conclusione è inevitabile: quando gli Ebrei erano già un popolo con città, una cultura e una lingua, gli italiani non esistevano ancora.
Questa è storia, non ideologia. Ed è proprio da qui che occorre partire per comprendere la legittimità storica dell’idea di patria nel pensiero ebraico – la stessa idea che molti antisionisti di destra difendono quando parlano dell’Italia, ma rifiutano quando riguarda Israele.


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