Donald Trump non ha “destabilizzato” l’ordine internazionale: lo ha semplicemente smascherato. La sua politica estera, brutale e dichiaratamente egoista, ha fatto emergere quanto il sistema multilaterale fosse già fragile, ipocrita e sostenuto più dalla retorica che da reali rapporti di forza. “America First” non è uno slogan: è la traduzione esplicita di ciò che le grandi potenze fanno da sempre, ma che Trump ha avuto il merito — o il cinismo — di dire ad alta voce.
Le uscite sulla Groenlandia, le sceneggiate sul presunto “salvataggio” del popolo iraniano con portaerei e bombardieri, la messinscena della pace a Gaza affidata a comitati in cui siedono soggetti legati ai finanziatori del terrorismo, non sono gaffe: sono operazioni di pressione e propaganda. Così come lo è l’idea di una pace in Ucraina costruita sacrificando l’aggredito sull’altare della stabilità apparente. La pace, in questa visione, non è giustizia né diritto internazionale: è convenienza. Punto.
L’Europa, dal canto suo, si è rivelata per quello che è: un gigante normativo con i piedi d’argilla. Incapace di parlare con una voce sola su guerra, difesa, energia e immigrazione, l’Unione procede in ordine sparso, paralizzata da veti incrociati e da una classe dirigente più attenta al consenso interno che alla sopravvivenza geopolitica. Le politiche migratorie sono l’emblema del fallimento: confini difesi a macchia di leopardo, ipocrisia umanitaria a uso interno e totale assenza di una strategia comune. Un caos che alimenta tensioni sociali e rafforza i movimenti populisti, mentre Bruxelles finge di non vedere.
Sul piano energetico, l’Europa ha sostituito una dipendenza con un’altra, passando dal gas russo al GNL americano. Nel 2026 questa scelta si rivela per ciò che è: una vulnerabilità strategica enorme, che consegna a Washington una leva economica e politica formidabile. Altro che autonomia strategica. Nel frattempo, le politiche green europee continuano a colpire l’industria interna, mentre Cina e paesi asiatici investono, producono e conquistano quote di mercato senza farsi paralizzare dal moralismo climatico occidentale.
L’ONU è forse il caso più imbarazzante. Un’istituzione che pretende di rappresentare la comunità internazionale ma che, nei fatti, si dimostra impotente, permeabile a influenze esterne e ormai priva di credibilità. Gaza ha segnato un punto di non ritorno: il coinvolgimento di personale ONU in attività terroristiche non è una “zona grigia”, è un fallimento sistemico. In Ucraina l’ONU è irrilevante, in Venezuela è complice per omissione, rifugiandosi dietro il linguaggio dei diritti mentre il regime si consolida indisturbato. Neutralità senza efficacia non è neutralità: è irrilevanza.
In questo scenario, Putin osserva e incassa. Non serve che la Russia vinca: basta che l’Occidente si divida. Ogni frattura transatlantica, ogni esitazione europea, ogni istituzione multilaterale screditata è un guadagno strategico per Mosca e, più silenziosamente, per Pechino.
Il 2026 non promette stabilità, ma chiarezza. Un mondo più cinico, più competitivo e meno ipocrita. Gli Stati Uniti continueranno a imporre la loro linea con la forza economica e militare. L’Europa, se non cambia radicalmente approccio, rischia di restare un mercato aperto e una potenza regolatoria senza peso politico reale. Senza una leadership forte, senza una revisione profonda delle sue politiche migratorie, energetiche e di difesa, l’Unione è destinata a subire le decisioni altrui.
Non è follia. È realpolitik allo stato puro. E chi continua a leggerla con le lenti del politicamente corretto non solo non capisce il mondo che cambia, ma contribuisce attivamente alla propria irrilevanza.
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