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martedì 11 agosto 2026

Quando l'Islamizzazione oltre ad impugnare la spada utilizza l'economia e la politica

 


La guerra come strumento di espansione religiosa e le nuove forme di conquista

La storia insegna che una religione tradisce la propria dimensione spirituale quando pretende di avanzare al seguito degli eserciti. Quando la fede viene trasformata in un progetto di dominio, la guerra non serve più soltanto a conquistare territori: diventa il mezzo per imporre un nuovo ordine politico, giuridico e religioso.

L’espansione arabo-islamica iniziata nel VII secolo rappresenta uno degli esempi storici più imponenti di questa trasformazione. Dopo la morte di Maometto, le tribù arabe, riunite sotto l’autorità dei primi califfi, uscirono dalla Penisola arabica e, in pochi decenni, occuparono territori vastissimi. Non si trattò semplicemente della diffusione pacifica di una nuova fede attraverso la predicazione. A precedere missionari, mercanti e amministratori furono gli eserciti.

Tra il 634 e il 638 le forze arabo-musulmane invasero la Siria e la Palestina, province cristiane dell’Impero bizantino. Damasco cadde, l’esercito bizantino venne sconfitto sullo Yarmuk e Gerusalemme, città santa per i cristiani ed ebrei, passò sotto il controllo del califfato. Poco dopo furono conquistate Antiochia, Cesarea e le altre principali città della regione.

La caduta di questi territori non determinò l’immediata scomparsa delle comunità cristiane ed ebraiche, ma ne modificò radicalmente la condizione. I cristiani come gli ebrei passarono dall’essere cittadini dell’Impero a costituire comunità subordinate all’interno dello Stato islamico. Potevano generalmente conservare la propria religione, ma erano sottoposti a uno specifico regime giuridico e fiscale. La tolleranza concessa non equivaleva all’uguaglianza: era una protezione condizionata al riconoscimento della supremazia politica islamica.

Tra il 639 e il 646 fu invaso l’Egitto, una delle regioni più importanti del cristianesimo antico. Alessandria, centro della cultura e della teologia cristiana, cadde nelle mani degli eserciti guidati da ʿAmr ibn al-ʿĀṣ. Anche in questo caso la conquista militare precedette una lunga trasformazione religiosa e culturale. L’Egitto non divenne musulmano in un giorno, ma il nuovo sistema politico creò le condizioni perché, nel corso dei secoli, la popolazione cristiana copta diventasse una minoranza nella propria terra.

Gli eserciti musulmani tentarono poi di penetrare nella Nubia cristiana. La resistenza del regno di Makuria riuscì a fermarli presso Dongola. Fu una delle rare occasioni nelle quali l’espansione proveniente dall’Egitto venne arrestata e sostituita da un accordo. Questo episodio dimostra che l’avanzata non era inevitabile: dove incontrava una resistenza efficace, poteva essere contenuta.

La guerra proseguì verso occidente. Le province cristiane dell’Africa settentrionale furono progressivamente sottratte all’Impero bizantino. Cartagine cadde alla fine del VII secolo e le armate musulmane raggiunsero l’Atlantico. Anche qui l’islamizzazione non fu immediata; tuttavia, nel corso del tempo, antiche comunità cristiane che avevano dato alla Chiesa figure come Tertulliano, Cipriano e Agostino d’Ippona si ridussero fino quasi a scomparire.

L’espansione si rivolse contemporaneamente contro Costantinopoli. Gli eserciti dei califfi tentarono ripetutamente di abbattere l’Impero bizantino, sottoponendo la capitale a due grandi assedi. Il fallimento dell’offensiva del 717–718 impedì che l’intero Mediterraneo orientale e i Balcani cadessero sotto il dominio omayyade. Se Costantinopoli avesse ceduto in quel momento, la storia religiosa e politica dell’Europa avrebbe probabilmente seguito un corso completamente diverso.

Nel 711 un esercito composto prevalentemente da Berberi islamizzati, ma operante sotto l’autorità del potere arabo omayyade, attraversò lo stretto di Gibilterra. Il regno cristiano dei Visigoti crollò rapidamente e quasi tutta la Penisola iberica venne incorporata in al-Andalus. L’avanzata superò i Pirenei, raggiungendo la Francia meridionale. Narbona fu conquistata, Tolosa assediata e numerose spedizioni penetrarono in Aquitania e nella valle del Rodano.

La battaglia di Poitiers del 732 non fu l’unico momento di arresto, né può essere ridotta a una leggenda isolata. Fu parte di un conflitto più ampio, conclusosi soltanto nel 759 con la riconquista cristiana di Narbona. Nella Penisola iberica, invece, guerre, tregue, alleanze e controffensive continuarono per secoli, fino alla caduta di Granada nel 1492.

Anche il Mediterraneo centrale divenne teatro della medesima espansione. Nell’827 gli Aghlabidi sbarcarono in Sicilia, allora provincia cristiana bizantina. La conquista richiese più di un secolo: Palermo cadde nell’831, Siracusa nell’878, Taormina nel 902 e l’ultima roccaforte bizantina di Rometta nel 965.

Dalla Sicilia e dall’Africa settentrionale partirono incursioni contro l’Italia meridionale e centrale. Bari divenne sede di un emirato musulmano; Taranto fu occupata; le coste italiane vennero ripetutamente attaccate. Nell’846 una spedizione musulmana raggiunse Roma e saccheggiò le basiliche di San Pietro e San Paolo fuori le mura. Il valore dell’episodio fu anche simbolico: perfino il centro della cristianità occidentale poteva essere colpito.

Non tutte queste operazioni furono dirette da un unico potere centrale. Alcune furono campagne organizzate da Stati musulmani, altre incursioni condotte da emirati locali, comandanti autonomi o gruppi dediti anche alla razzia e alla cattura di prigionieri. Tuttavia, il risultato complessivo fu l’estensione della presenza politica islamica e l’indebolimento delle società cristiane del Mediterraneo.

Nei secoli successivi la situazione divenne ancora più complessa. Le Crociate furono promosse dall’Occidente cristiano per riconquistare Gerusalemme e sostenere i cristiani orientali, ma produssero anch’esse massacri, violenze e forme di dominio. Le controffensive di Zengi, Saladino e dei Mamelucchi eliminarono progressivamente gli Stati crociati. Saladino, che era curdo e non arabo, sconfisse l’esercito cristiano a Hattin e riconquistò Gerusalemme nel 1187. I Mamelucchi presero Antiochia, Tripoli e infine San Giovanni d’Acri nel 1291. Queste guerre appartengono alla storia del confronto tra potenze musulmane e cristiane, ma non possono essere definite tutte propriamente “arabe”.

La stessa precisazione vale per l’espansione ottomana. La conquista di Costantinopoli, le guerre nei Balcani, gli assedi di Vienna e la battaglia di Lepanto furono condotti da un impero islamico turco, non arabo. Confondere Arabi, Berberi, Curdi, Persiani e Turchi significa deformare la storia invece di comprenderla.

Il punto centrale, tuttavia, rimane evidente: l’islam non si diffuse storicamente soltanto per attrazione spirituale, predicazione o commercio. In numerose regioni arrivò attraverso una conquista militare che instaurò il predominio politico della comunità musulmana. La conversione delle popolazioni fu spesso graduale e ottenuta mediante una costrizione diretta; ma avvenne all’interno di un sistema nel quale il potere, il prestigio sociale, la fiscalità e le opportunità pubbliche favorivano l’appartenenza alla religione dominante.

Fallite le conquiste del sud dell’Europa, Spagna, Francia e Italia l’islam ha cambiato approccio ed ha fatto leva prima su alleanze strumentali con l’occidente.

Dall’alleanza con l’Inghilterra alla collaborazione con la Germania nazista

Con l’inizio del XX secolo il rapporto tra identità araba, appartenenza islamica e guerra assunse una forma nuova. Non si trattava più dell’espansione dei primi califfati, ma dell’impiego della religione e del nazionalismo come strumenti per mobilitare le popolazioni e modificare gli equilibri politici del Medio Oriente.

L’alleanza araba con l’Inghilterra contro l’Impero ottomano

Durante la Prima guerra mondiale, l’Impero ottomano si schierò con Germania e Austria-Ungheria. I territori arabi del Medio Oriente erano ancora sottoposti al governo di Costantinopoli, retto da una dinastia turca musulmana che rivendicava anche l’autorità del califfato.

La contrapposizione che ne seguì dimostra che la comune appartenenza all’islam non impedì agli arabi di combattere un’altra potenza musulmana. La solidarietà religiosa venne subordinata alle aspirazioni nazionali, agli interessi dinastici e alla prospettiva di ottenere l’indipendenza.

Tra il luglio 1915 e il marzo 1916 lo sceriffo della Mecca, Hussein ibn Ali, e l’alto commissario britannico in Egitto, Henry McMahon, si scambiarono una serie di lettere. Hussein si dichiarò disponibile a promuovere una rivolta araba contro l’Impero ottomano, mentre il governo britannico prospettò il proprio sostegno alla nascita di uno Stato arabo indipendente. I confini e la portata delle promesse britanniche rimasero, tuttavia, volutamente ambigui (infatti non si parlo di coesistenza con gli ebrei). La corrispondenza pose le basi dell’alleanza anglo-araba e della successiva Rivolta araba. La corrispondenza Hussein-McMahon è ricostruita dall’enciclopedia internazionale sulla Prima guerra mondiale.

Il 10 giugno 1916 Hussein proclamò ufficialmente la rivolta alla Mecca. I suoi figli, in particolare Faisal e Abdullah, guidarono le forze arabe contro l’esercito ottomano. La Gran Bretagna fornì denaro, armi, consiglieri, artiglieria, assistenza navale e supporto logistico. La figura più celebre di questa cooperazione fu l’ufficiale britannico Thomas Edward Lawrence, divenuto noto come Lawrence d’Arabia.

Le forze arabe conquistarono la Mecca e diversi porti del Mar Rosso, attaccarono la ferrovia dell’Hegiaz e ostacolarono i rifornimenti ottomani. Nel 1917 parteciparono alla conquista di Aqaba e, nel 1918, avanzarono verso Damasco insieme alle truppe britanniche. La rivolta contribuì alla sconfitta dell’Impero ottomano e alla fine del suo controllo su gran parte del Medio Oriente.

Questa guerra non fu propriamente una guerra tra musulmani e cristiani. Fu un’alleanza tra una potenza cristiana europea e una parte del mondo arabo-musulmano contro un impero musulmano turco. Dimostra, quindi, che dietro il linguaggio religioso agirono soprattutto interessi politici e rivalità tra sciiti e sunniti: gli Arabi cercavano l’indipendenza e una propria unità nazionale; gli Inglesi volevano indebolire l’Impero ottomano e controllare una regione strategica.

Mentre incoraggiava le aspirazioni arabe, Londra assumeva però impegni differenti e difficilmente conciliabili. Con l’accordo segreto Sykes-Picot del 1916, Gran Bretagna e Francia progettarono la divisione di gran parte del Medio Oriente in rispettive zone d’influenza. Con la Dichiarazione Balfour del 1917, il governo britannico dichiarò di guardare favorevolmente alla costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico. L’Imperial War Museums ricostruisce la sovrapposizione delle promesse britanniche.

Alla fine della guerra non nacque il grande Stato arabo unitario immaginato da Hussein. Siria e Libano passarono sotto mandato francese; Iraq, Transgiordania e Palestina finirono sotto influenza o mandato britannico. La delusione prodotta dalle promesse mancate alimentò il nazionalismo arabo, l’ostilità verso le potenze coloniali e la convinzione corretta di essere stati utilizzati dall’Occidente.

La Gran Bretagna aveva impiegato la rivolta araba per abbattere l’Impero ottomano; una parte dei dirigenti arabi aveva utilizzato l’alleanza britannica per liberarsi dal dominio turco. Ancora una volta, la guerra veniva presentata come liberazione, mentre le popolazioni e i territori diventavano strumenti all’interno di strategie geopolitiche molto più vaste.

Dall’opposizione agli Inglesi alla ricerca dell’appoggio di Hitler

Durante la Seconda guerra mondiale alcuni esponenti del nazionalismo arabo cercarono nella Germania nazista un alleato contro la Gran Bretagna, la Francia e il progetto sionista in Palestina. Non si può, tuttavia, parlare di un’alleanza generale tra “gli Arabi” e Hitler. Il mondo arabo era profondamente diviso e numerosi soldati e reparti arabi combatterono nelle forze alleate.

La collaborazione più nota fu quella di Hajj Amin al-Husseini, già Gran Muftì di Gerusalemme e presidente del Supremo Consiglio Musulmano. Al-Husseini unì la causa nazionale palestinese a una propaganda religiosa sempre più radicale, presentando la presenza ebraica in Palestina come una minaccia non soltanto politica, ma anche islamica(vale il principio che un territorio islamico non può essere governato da infedeli).

Dopo avere contrastato il mandato britannico, al-Husseini si rifugiò in Iraq, dove si avvicinò al politico nazionalista Rashid Ali al-Kaylani e agli ufficiali filo-tedeschi conosciuti come il “Quadrato d’oro”. Nell’aprile 1941 questi ambienti rovesciarono il governo iracheno favorevole alla Gran Bretagna e instaurarono un regime che cercò l’appoggio dell’Asse.

Rashid Ali sperava che una vittoria tedesca permettesse all’Iraq di liberarsi dall’influenza britannica. La Germania e l’Italia fornirono un sostegno limitato, ma l’intervento militare britannico sconfisse rapidamente il governo filo-tedesco. Rashid Ali e al-Husseini fuggirono dal Paese.

Nei giorni immediatamente precedenti l’ingresso britannico a Baghdad, il 1º e 2 giugno 1941, la comunità ebraica irachena fu colpita dal Farhud, un violento pogrom accompagnato da omicidi, saccheggi e devastazioni. Il contesto nel quale maturò la violenza era stato alimentato dall’instabilità politica, dall’antisemitismo e dalla propaganda nazista diffusa in lingua araba. Lo United States Holocaust Memorial Museum ricostruisce il colpo di Stato e il Farhud.

Dopo la sconfitta in Iraq, al-Husseini raggiunse l’Italia fascista e successivamente la Germania. Il 28 novembre 1941 incontrò Adolf Hitler a Berlino. Chiese al regime nazista di riconoscere l’indipendenza araba, di sostenere l’opposizione alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina e di formalizzare una più ampia collaborazione politica.

Hitler manifestò la propria ostilità al progetto di una patria ebraica, ma non concesse il trattato formale e la dichiarazione pubblica richiesti dal Muftì. Ciò non impedì ad al-Husseini di collaborare con la Germania nazista e l’Italia fascista fino al 1945. Da Berlino diffuse trasmissioni radiofoniche in arabo contro gli Alleati e contro gli ebrei, cercando di mobilitare il mondo islamico a favore dell’Asse. Partecipò inoltre alla propaganda rivolta ai musulmani europei e sostenne il reclutamento di uomini nelle unità militari e ausiliarie controllate dalla Germania. La collaborazione e l’incontro con Hitler sono documentati dallo United States Holocaust Memorial Museum.

Il caso di al-Husseini è particolarmente significativo perché mostra il pericolo prodotto dalla fusione tra autorità religiosa, nazionalismo radicale e odio etnico. Un dirigente musulmano, presentandosi come difensore dell’islam e della nazione araba, cercò l’appoggio di un regime responsabile della persecuzione e dello sterminio degli ebrei europei.

Questo fatto deve essere chiaro, i leader islamici per perseguire i loro obiettivi usano le debolezze culturali ed ideologiche dell’occidente come Cavallo di Troia. Al-Husseini non rappresentava tutti gli Arabi e neppure tutti i musulmani. Durante la guerra molti abitanti dei Paesi arabi combatterono con gli Alleati, prestarono servizio nelle unità britanniche e francesi o si opposero alle potenze dell’Asse. Anche all’interno della società palestinese e del mondo arabo esistevano rivalità, opposizioni e posizioni differenti.

La formulazione storicamente corretta, è che alcuni importanti dirigenti nazionalisti e religiosi arabi, tra i quali Amin al-Husseini e Rashid Ali al-Kaylani, cercarono e ottennero forme di collaborazione con la Germania nazista e l’Italia fascista, nella speranza di sconfiggere il dominio britannico e impedire la costituzione di una patria ebraica in Palestina.

La guerra cambia alleati, ma conserva la propria logica

Nel giro di una generazione alcuni movimenti arabi passarono dall’alleanza con la Gran Bretagna contro i Turchi alla ricerca dell’appoggio della Germania nazista contro gli Inglesi e gli ebrei. Questo cambiamento dimostra che non esisteva una contrapposizione immutabile tra islam e cristianesimo. Gli alleati venivano scelti in relazione all’avversario del momento ed agli obiettivi da perseguire.

L’Inghilterra cristiana poteva essere alleata contro l’Impero ottomano musulmano; successivamente la Germania nazista poteva apparire come possibile alleata contro l’Inghilterra e contro il progetto sionista. La religione non scompariva, ma veniva utilizzata per giustificare alleanze, mobilitare le masse e trasformare conflitti territoriali in battaglie assolute tra il bene e il male. Ancora oggi si ripetono gli stessi schemi quando alcuni paesi Arabi del Golfo si alleano con gli USA contro l’Iran.

È proprio questa strumentalizzazione che deve essere denunciata. Quando un’autorità religiosa presenta una guerra politica come un dovere sacro, limita la possibilità di mediazione e trasforma l’avversario in un nemico della fede. Quando il nazionalismo si appropria del linguaggio religioso, ogni compromesso rischia di essere denunciato come tradimento e ogni territorio conteso diventa una proprietà divina non negoziabile (questione palestinese).

La storia dell’alleanza con la Gran Bretagna e della successiva collaborazione di alcuni dirigenti con Hitler dimostra come l’Islam politico agisce. Dimostra qualcosa di più generale e ancora attuale: quando religione, nazionalismo e potere militare si fondono, la fede può essere ridotta a strumento di guerra, mentre la guerra viene presentata come missione religiosa, liberazione nazionale o compimento della volontà divina. In questo consiste l’Islamizzazione.

La conquista dall'interno delle società occidentali: economia, migrazioni e demografia

La memoria storica deve offrirci strumenti critici per interpretare gli eventi contemporanei, nei quali la pressione militare si combina spesso con la diplomazia, le tregue tattiche e le trattative utilizzate anche per guadagnare tempo e riorganizzare le proprie capacità. In questa prospettiva merita attenzione, ad esempio, la condotta dell’Iran nei negoziati con gli Stati Uniti, da valutare sulla base di comportamenti verificabili e non soltanto delle dichiarazioni ufficiali.

Alla dimensione militare si affiancano strumenti economici e finanziari: l’impiego delle risorse energetiche come leva geopolitica; l’acquisizione di partecipazioni in banche, imprese e infrastrutture occidentali; gli investimenti immobiliari strategici; nonché i finanziamenti destinati da alcuni Stati, come il Qatar, a università, fondazioni e centri di ricerca occidentali. Operazioni formalmente legittime, ma la cui portata, provenienza e possibile influenza richiedono trasparenza e controlli adeguati.

Anche i fenomeni migratori possono essere inseriti nelle strategie di influenza quando vengono accompagnati dal finanziamento estero di moschee, centri culturali e associazioni religiose, soprattutto se tali risorse producono dipendenza politica o favoriscono la diffusione di modelli incompatibili con i principi costituzionali dei Paesi ospitanti. Analogamente, devono essere analizzati con attenzione i rapporti tra associazioni islamiche e movimenti politici occidentali, comprese alcune formazioni della sinistra, nonché la partecipazione diretta di esponenti religiosi o comunitari alla vita politica.

Questi fenomeni dimostrano automaticamente l’esistenza di un unico piano coordinato, né possono essere attribuiti indistintamente a tutti i leader islamici. Impongono una verifica rigorosa dei finanziamenti, delle relazioni istituzionali, degli obiettivi dichiarati e delle attività concretamente svolte. La libertà religiosa, la partecipazione politica e gli investimenti internazionali devono essere pienamente tutelati, ma non possono trasformarsi in zone sottratte alla trasparenza, alla reciprocità e al rispetto dell’ordinamento democratico.

La libertà religiosa esiste soltanto quando una fede rinuncia definitivamente alla pretesa di dominare lo Stato, la legge e la coscienza degli altri. Ciò non è possibile in una società in cui la presenza dell’Islam, grazie alle migrazioni ed alla leva demografica, diventa determinante per alcune forze politiche.

 

domenica 9 agosto 2026

Islamizzazione, come?


Osserviamo un dato che merita di essere affrontato senza reticenze: numerose istituzioni islamiche internazionali, pur utilizzando il linguaggio della cooperazione, del dialogo e della tutela dei diritti, operano contemporaneamente per rafforzare la presenza, la visibilità e la capacità di influenza dell’Islam nelle società non islamiche.

La Lega Araba, ad esempio, dichiara di perseguire obiettivi di pace, sicurezza e cooperazione internazionale, mantenendo rapporti con le Nazioni Unite e con numerose organizzazioni sovranazionali. Ma questa proiezione internazionale non è politicamente neutra: contribuisce anche a consolidare interessi, priorità e posizioni comuni del mondo arabo. Un elemento merita attenzione: pur esistendo storicamente comunità cristiane ed ebraiche in diversi Paesi arabi, nello statuto e nelle priorità istituzionali richiamate non emerge un analogo impegno internazionale strutturato per la loro tutela e promozione. È una differenza che pone inevitabilmente una questione di reciprocità.

Ancora più esplicita è l’azione dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC). L’OIC dichiara apertamente di seguire la condizione delle comunità musulmane residenti nei Paesi non appartenenti all’organizzazione e di contrastare l’islamofobia, estendendo la propria attenzione non soltanto alle persone, ma anche a moschee, centri islamici, Corano, hijab e altri simboli dell’identità religiosa. Non siamo quindi di fronte alla semplice tutela individuale della libertà religiosa: esiste una politica internazionale organizzata di protezione e rafforzamento dell’identità islamica ovunque essa sia presente.

Parallelamente, l’OIC costruisce rapporti con le Nazioni Unite, l’Unione Europea, agenzie governative, organismi umanitari e grandi soggetti finanziatori. Ne deriva una rete internazionale capace di produrre rappresentanza, interlocuzione istituzionale e pressione politica. Il punto da comprendere è che la crescita di una presenza religiosa organizzata può diventare, quando dispone di strutture, finanziamenti e rappresentanza, anche crescita di influenza culturale e politica.

In questo quadro assume particolare rilevanza il finanziamento proveniente da Stati e fondazioni straniere. Il Qatar, ad esempio, è stato ripetutamente indicato nel dibattito pubblico come finanziatore di moschee, associazioni e centri islamici in Europa. La questione non consiste nel sostenere che ogni finanziamento religioso nasconda necessariamente un progetto politico. La questione è un’altra: chi finanzia? Quali organizzazioni riceve il denaro? Quali orientamenti teologici e politici vengono promossi? Quale modello di Islam viene radicato nei territori europei?

Il problema diventa ancora più evidente quando entrano in gioco organizzazioni riconducibili all’islamismo politico, come i Fratelli Musulmani. Nei loro stessi documenti viene prospettato un ordine sociale nel quale la Sharia rappresenta un riferimento fondamentale per l’organizzazione della società. Ed è qui che emerge il vero terreno di confronto con le democrazie europee: può un sistema politico fondato sulla sovranità della legge civile convivere senza tensioni con una concezione nella quale la norma religiosa aspira a orientare anche la vita pubblica, il diritto e l’organizzazione sociale?

Questa è la domanda che troppo spesso viene elusa.

Per questo il dibattito sull’immigrazione non può essere ridotto al numero degli sbarchi, ai confini o alla sola distinzione tra immigrazione regolare e irregolare. Il problema decisivo è anche culturale e politico.

Non basta domandarsi:

“Quanti immigrati possiamo accogliere?”

Bisogna avere il coraggio di aggiungere:

“Chi accogliamo?”

Quali idee sulla libertà religiosa?
Quale concezione dei rapporti tra uomo e donna?
Quale posizione rispetto all’omosessualità?
Quale rapporto tra religione e Stato?
Quale concezione della libertà di critica e di espressione?
Quale rapporto con la legge civile?
Quali organizzazioni transnazionali sostengono economicamente e culturalmente determinate comunità?

Perché integrare non significa semplicemente far entrare delle persone in un territorio. Significa verificare se esiste una reale disponibilità a riconoscere il quadro costituzionale, giuridico e culturale della società che le accoglie.

Anche l’occupazione simbolica dello spazio pubblico merita quindi di essere letta con attenzione. Una preghiera collettiva, naturalmente, è innanzitutto un atto religioso e non può essere automaticamente trasformata in un fatto politico. Ma quando manifestazioni identitarie vengono organizzate sistematicamente nello spazio pubblico e inserite in una più ampia strategia comunicativa, possono diventare anche dimostrazioni di presenza, coesione, capacità organizzativa e peso sociale.

La contraddizione diventa ancora più evidente quando, in nome di una malintesa idea di integrazione, alle tradizioni cristiane delle società europee viene talvolta richiesto di ridurre la propria visibilità per evitare di “offendere” altre sensibilità. L’integrazione non può significare che la cultura ospitante debba diventare invisibile mentre ogni rivendicazione identitaria delle minoranze viene considerata intoccabile.

Lo stesso vale per il concetto di islamofobia. Contrastare discriminazioni, violenze e odio contro i musulmani è un dovere di qualsiasi Stato democratico. Ma altra cosa sarebbe trasformare la lotta alla discriminazione in uno strumento capace di rendere socialmente sospetta o politicamente inaccettabile qualsiasi critica all’Islam, alla Sharia o all’islamismo politico.

Una democrazia deve poter difendere contemporaneamente due principi:
la libertà religiosa dei musulmani e la libertà di criticare idee, dottrine e progetti politici di matrice religiosa.

Soprattutto quando tali idee riguardano temi essenziali come l’uguaglianza tra uomini e donne, la libertà di cambiare religione, i diritti delle minoranze, l’omosessualità, la libertà di espressione e il primato della legge civile.

Il vero problema, dunque, non è l’esistenza dell’Islam in Europa e neppure il singolo musulmano che vive pacificamente nella società europea.

Il problema politico è un altro: capire quando la libertà religiosa viene utilizzata da organizzazioni strutturate come infrastruttura per costruire influenza culturale, rappresentanza politica e progressiva capacità di condizionamento delle società occidentali.

Ed è precisamente qui che dovrebbe concentrarsi il dibattito.

Non soltanto sull’immigrazione.

Non soltanto sui confini.

Non soltanto sull’accoglienza.

Ma sulla domanda che precede tutte le altre:

CHI ACCOGLIAMO, QUALI IDEE ACCOGLIAMO E FINO A CHE PUNTO SIAMO DISPOSTI A MODIFICARE I NOSTRI PRINCIPI PER ACCOGLIERLE?



sabato 14 marzo 2026

Articolo seconda pagina del tempo del 14/03/2026 sulla questione delle moschee in italia


"Gli articoli descrivono due fenomeni collegati alle tensioni geopolitiche e ideologiche legate al mondo sciita e all’influenza iraniana, con possibili riflessi anche nelle società occidentali. Il primo servizio racconta le celebrazioni organizzate nella moschea sciita di Roma e in altre comunità islamiche in Italia in memoria dell’ayatollah Ali Khamenei. Durante le commemorazioni, caratterizzate da preghiere e immagini della Guida Suprema iraniana, alcuni leader religiosi hanno esaltato il “martirio” della figura e auspicato che il figlio Mojtaba ne continui il percorso religioso e politico. L’articolo evidenzia la presenza in Italia di una rete di centri culturali e religiosi sciiti con legami culturali e spirituali con l’Iran, presenti in diverse città. Pur rappresentando una minoranza nell’islam italiano, queste comunità mantengono connessioni ideologiche con il contesto politico-religioso iraniano. Il secondo articolo affronta il tema della sicurezza internazionale. Negli Stati Uniti emergono segnali di possibili “lupi solitari” e cellule dormienti ispirate da gruppi radicali filo-iraniani. Un nuovo gruppo ha rivendicato attacchi contro sinagoghe europee, mentre propaganda online e messaggi criptati alimentano narrazioni di vendetta e mobilitazione".

In questo contesto  osservo che queste dinamiche costituiscono un’ambiguità politica più ampia. Movimenti della sinistra radicale possono diventare, talvolta inconsapevolmente, una sorta di “Cavallo di Troia” attraverso cui attori ideologici o geopolitici esterni riescono a inserirsi nelle mobilitazioni sociali occidentali. L’ambiguità nasce dal fatto che i movimenti islamisti esprimono valori spesso opposti a quelli tradizionalmente difesi dalla sinistra – come la tutela dei diritti delle donne o delle comunità omosessuali – ma possono comunque trovare spazio nelle stesse mobilitazioni politiche e nelle proteste di piazza. In questa prospettiva, tali alleanze tattiche o convergenze momentanee verrebbero sfruttate per ampliare la capacità di mobilitazione  per esercitare pressione o destabilizzare governi occidentali percepiti come conservatori. Secondo questo scenario, nel lungo periodo tale dinamica potrebbe trasformarsi in un “autogol” per le stesse forze progressiste. In società occidentali con una presenza musulmana sempre più consistente, la difesa della laicità – storicamente una delle principali bandiere ideologiche della sinistra – potrebbe entrare in tensione con la volontà di favorire integrazione e riconoscimento delle identità religiose. Questo rischio, secondo i critici, deriverebbe proprio dal tentativo di conciliare principi laici universali con alleanze politiche o sociali costruite nel breve periodo.

giovedì 25 dicembre 2025

Islamizzazione in assenza di identità

 

L’Occidente continua a fingere di non capire.

Si ostina a parlare di integrazione mentre sotto i suoi occhi avanza un processo che integrazione non è, né vuole esserlo. La verità, scomoda e sistematicamente rimossa, è che l’integrazione con l’Islam politico e identitario è strutturalmente impossibile, perché presuppone ciò che l’Occidente ha smesso di possedere: un’identità forte da difendere.

Il problema non è l’Islam in sé, ma l’Occidente svuotato, disarmato culturalmente, spiritualmente e simbolicamente. Un Occidente incapace di riconoscere che una cultura dotata di una visione totalizzante del mondo non si integra in una civiltà che ha rinunciato a definire se stessa.

Il vero handicap dell’Europa non è la mancanza di strumenti, ma il paradigma ideologico che la paralizza:
da un lato un cristianesimo addomesticato, ridotto a sentimentalismo morale;
dall’altro un pensiero socialista che sacralizza le minoranze fino a negare ogni diritto alla maggioranza storica.

Questo non è il pensiero di Gesù Yeshùa, ma la sua caricatura.
Gesù non predicava il buonismo, ma la pace nella verità. Non insegnava a essere uomini “inermi”, ma uomini capaci di difendere se stessi, la propria casa, il proprio popolo.
Soprattutto, Gesù non ha mai predicato la dissoluzione dell’identità.

«Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti» (Mt 5,17)

Gesù difende l’identità ebraica: osserva le feste, frequenta la sinagoga, discute la Halakhah come un rabbino. Non universalizza cancellando, ma universalizza partendo da un’identità salda. Il messaggio è chiarissimo: tutti gli uomini sono fratelli, ma un popolo senza identità perde anche la sua relazione con Dio.

Se i cristiani volessero davvero seguire Gesù ebreo, dovrebbero fare ciò che non fanno più: definire la propria identità e difenderla, in modo pacifico, ma senza arretrare davanti a chi intende cancellarla.

L’Islam, al contrario, questo lo ha capito benissimo. Sa che per sottomettere una società occorre prima dissolverne l’identità. Ed è qui che entra in gioco un concetto centrale e ignorato: la Hijra.

Hijra (هجرة) significa migrazione. Non è un accidente storico, ma un atto fondativo dell’Islam: Maometto emigra da Mecca a Medina nel 622, evento che inaugura il calendario islamico.
L’emigrazione, dunque, non è marginale ma strutturale nella visione islamica.

Il Corano è esplicito:

«Non era forse la terra di Allah vasta, così da potervi emigrare?» (Cor. 4,97)

A questo si aggiunge la divisione giuridica del mondo in:

  • Dar al-Islam (territorio governato dalla legge islamica)

  • Dar al-Harb (territorio non islamico)

Ne consegue una verità che l’Occidente si rifiuta di vedere: nell’Islam non si emigra per integrarsi, ma per preservare e rafforzare l’identità religiosa, in vista di una trasformazione del contesto. Il processo è noto:

  1. insediamento senza integrazione reale;

  2. crescita numerica tramite dinamiche demografiche;

  3. trasformazione in blocco elettorale;

  4. pressione politica;

  5. concessioni culturali e simboliche in cambio di consenso.

Ed è qui che il buonismo cristiano, figlio di un cristianesimo svuotato di identità, cede. In nome di un multiculturalismo falsato, non inteso come affiancamento delle tradizioni, ma come ritirata delle nostreCosì si arriva all’assurdo:

  • presepi senza volto o travestiti,

  • simboli cristiani rimossi dalle scuole,

  • festività svuotate per “non offendere”.

Non importa se Gesù sia nato il 25 dicembre: ciò che arretra è il simbolo, e quando arretra il simbolo arretra l’identità.

Integrazione significherebbe aggiungere, non cancellare. Mettere un simbolo accanto a un altro, non eliminare il proprio per compiacere l’ospite. Questo non è rispetto.

È debolezza.
È sottomissione.

Ed è esattamente ciò che la parola Islam significa sul piano politico-culturale: sottomissione.

La preghiera islamica nelle piazze europee ne è il segnale più evidente: non un semplice atto religioso, ma un gesto pubblico, organizzato, visibile, che comunica presenza identitaria nello spazio comune. È religione, sì, ma è anche politica implicita. Incitamento all'odio contro chi non è islamico, ebrei e cristiani.

In conclusione, il combinato disposto tra:

  • buonismo cristiano senza identità,

  • ideologia socialista della tutela indiscriminata,

  • rifiuto di affermare la propria tradizione,

produce una società permeabile, incapace di resistere a culture fortemente identitarie.

Una società senza identità non integra: viene trasformata.

sabato 20 dicembre 2025

La fine delle democrazie occidentali

 

 
La Rivoluzione francese del  1789 in cui l’Assemblea co­stituente approvò la Dichiarazione dei dirit­ti dell’uomo e del cittadino in cui si affermava che la libertà personale, la libertà di parola, la libertà delle proprie con­vinzioni, il diritto di opporsi all’oppressione sono diritti naturali, sacri, inalienabili dell’uo­mo e del cittadino, la Rivoluzione americana degli anni 1765 e 1783 che portarono alla Costituzione americana la quale garantiva la libertà di parola, di stampa, di associazione e personale... introduceva tribunali basati su giurie, e la separazione di Chiesa e Stato. Queste rivoluzioni borghesi ponevano al centro i diritti dell'uomo e costituirono le premesse del nostro novecento. Si aggiunga che nel XX secolo si è sviluppato anche il movimento per la rivendicazione per le donne dei diritti civili, della condizione economica femminile e dei diritti politici (suffragio femminile). In questo contesto storico dobbiamo anche segnalare lo sviluppo del socialismo che da movimento rivoluzionario dalla III internazionale i partiti socialisti, ormai orientati in senso riformista e inseriti nei sistemi democratico-borghesi dei diversi paesi, recuperarono le istanze liberali dell'utopia socialista pre-marxista, dando vita al socialismo democratico, alla socialdemocrazia e al socialismo liberale. Il socialismo inserito nel contesto democratico-borghese, in particolare nei paesi europei o comunque occidentali, si allontanarono dalle istanze rivoluzionarie, in favore di un approccio riformista, inquadrato all'interno delladella democrazia parlamentare. Il socialismo ebbe ed ha come obiettivo  la riorganizzazione della società su basi collettivistiche e secondo principi di uguaglianza , contrapponendosi alla moderna concezione individualistica della vita umana. L’obiettivo è dunque quello di creare un nuovo ordine politico in grado di eliminare o almeno ridurre le disuguaglianze sociali. 
 
Principi di uguaglianza tra gli uomini, tra uomini e donne, i diritti delle donne, il principio dello stato laico ed ora della non discriminazione tra i diversi orientamenti sessuali, sono il prodotto di tutte le lotte liberali e socialiste della fine dell'800 e del 900.

Oggi, nel XXI secolo, tutto questo patrimonio culturale conquisitato nei secoli precedenti è al termine, con un graduale arretramento etico e sociale per una non corretta comprensione dell'ideologia islamica. Il pragmatismo cieco delle leadership occidentali, che si ostinano a valutare con i loro parametri la dimensione dell'islam, sta decretando la fine dei valori fondanti della nostra società. 

Questo oggi è possibile perchè "l'ideologia della pace e dei diritti" si è legata a principi corretti quali quella della libera determinazione dei popoli e della non discriminazione degli immigranti strumentalizzata da movimenti islamici come HAMAS. Si è arrivati al paradosso che masse di giovani, privi di una reale conoscenza di quanto stia accadendo, scendono nelle piazze con violenza gridando dalla RIVA AL MARE senza sapere cosa significhi questo slogan per la loro vita; peggio rettori delle università che per postura ideologica anziche promuovere il dialogo boicottano la collaborazione con Israele. Giornalisti che esaltano queste proteste come momenti di confronto democratico amplificando una menzogna come STOP AL GENOCIDIO. L'ONU che non è stato capace di prendere posizione nei confronti del terrorismo condannando l'aggredito ed assegnando la presidenza del forum sui diritti umani all'IRAN lo stato che viola costantemente i diritti umani degli omosessuali, delle donne e di altre minoranze, e che alimenta il terrorismo. 

Cosa dire della Corte Penale Internazionale dell'AJA che emana una richiesta di mandato di cattura contro la leadership Israeliana,  moralmente inaccettabile e scandalosa. Questa condanna in realta, confondendo l'aggredito con l'aggressore, ponendoli sullo stesso piano, legittima il terrorismo. 

Oggi più che mai si consolida nella strategia Jihādismo islamico l'idea che l'azione terroristica (morti, devastazioni e stupri) è pagante allo scopo di conseguire risultati politici, che coincidono con il processo di islamizzazione dell'occidente. Quando Norveglia, Spagna e Irlanda dichiarano di voler riconsocere uno stato che non esiste, dichiarano ad HAMAS: avete vinto, incoraggiando le future azioni terroristiche. 

L'occidente stà uccidendo se stesso, la sua cultura, le sue conquiste, i suoi diritti, cedendo alla pressione dell'Islam Jihadista, e nessun sarà più al sicuro nei propri paesei e nelle proprie città.

 

 

mercoledì 28 agosto 2024

L'utopia del Multiculturalismo

Massimo Dazeglio ebbe a dire: Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani. Possiamo affermare che esistano gli italiani? Si, ma in quanto veneti, siciliani, napoletani, romani, fiorentini, milanesi ecc,; siamo un popolo grazie alla storia che condividiamo che vede nell'arte, nel costume, nella cucina, nella religione giudeo-cristiana la nostra matrice, che ci distingue dai tedeschi, dai francesi, dagli slavi ecc Tuttavia non possiamo negare che ancora oggi facciamo riferimento a queste distinzioni per rimarcare differenze negative. Anzi abbiamo traferito nella competizione sportiva quelle ancestrali differenze che ci caratterizzano.

Oggi? La sinistra nel mondo occidentale promuove l'utopia della società multiculturale, tuttavia questa idea non è dimostrata dalla storia passata e recente. In tutte le società, nel passato come nel presente, le città si sono caratterizzate per la presenza di quartieri con forte caratterizzazione etnica, latini, indiani, cinesi, africani, arabi ecc con specifiche caratteristiche culturali, tipiche della loro provenienza etnica, nel concepire la vita di quartiere, nella ristorazione ed altre attività artigianali. Anche le scuole risentono di questa specificità. La società multiculturali sono state e sono solo sacche di emarginazioni sociali in quella fascia della popolazione povera o piccola borghese. 

La presenza di queste aree di emarginazione diventano strumentalmente bacino elettorale nelle competizioni elettorali e coacervo di problemi per la comunità per la presenza e crescita di individui non integrati nel tessuto sociale e violenti. Le città americane e quelle europee ne sono un esempio. Le destre condannano l'immigrazione non controllata e le sinistre esaltano la multiculturalità ed i benefici dell'inclusione, ma per trovare casi di "integrazione" dobbiamo salire la scala sociale e vediamo che la classe medio alta, caratterizzata da alti redditi, si è integrata perché hanno un alto livello culturale e abitano in quartieri ricchi e mandano i loro figli in scuole di qualità, frequentano i Lions Clubs e Rotary Club. I cittadini poveri che sono operai o commercianti si emarginano da se e semmai condividono la loro emarginazione anche con i nativi che vivono la stessa situazione sociale (quartieri, culto e reddito). Questi cittadini che identifichiamo di seconda e terza generazione rimangono nei costumi, nella lingua e nel vivere sociale cinesi, latini, indiani, africani ecc. Possiamo affermare che la vera inclusione è generata dal reddito.

Anche immaginando la religione come elemento comune per alcune fasce di popolazione, di origine europea, vediamo come l'appartenenza ad un culto cristiano non cattolico spesso si manifesta con chiese - comunità rumene, chiese - comunità cinesi, ecc.  in cui l'appartenenza culturale e la nazionalità ne sono la matrice comune. Il multiculturalismo come sintesi di più culture non esiste ed è impossibile perché la matrice culturale-nazionale di provenienza è l'unico elemento di unione e fratellanza vera. Ognuno sente la propria nazionalità come elemento che accomuna. L'altro è sempre l'altro.

Tuttavia, a decretare la morte dell'ideologia del multiculturalismo è l'immigrazione araba-musulmana dove il fattore totalizzante della religione ne condiziona il vivere sociale e soprattutto la relazione, ovvero, la non relazione con le altre comunità non musulmane. Non si creano problemi con i cristiani, gli ebrei, gli induisti, i buddisti ecc, perché tutte religioni inclusive, ma i problemi si creano con gli immigrati islamici che non vogliono essere contaminati dalla società ospitante e portano con loro un messaggio apocalittico per le nostre società. Inoltre l'immigrazione dai paesi arabi - islamici non è fine a se stessa, ma persegue un disegno globale, quello di "islamizzare" le società ospitanti. I musulmani non sono culturalmente integrabili.

martedì 30 luglio 2024

Il declino della Chiesa Cattolica





Il nuovo corso della Chiesa Cattolica sotto questo pontificato è il suo declino. 
La Chiesa Cattolica sta rinnegando le sue origini ignorando che Gesù era ed è un "ebreo" della tribu di Giuda e che la "Samaria" e la "Giudea" storicamente è terra degli ebrei, ed anche degli arabi, non centra nulla con l'islam, religione fondata con la spada sei secoli dopo la predicazione di Gesu.  La Chiesa Cattolica ha dimenticato che D-O, secondo la sua teologia, ha scelto di incarnarsi in un "ebreo" della tribu di Giuda e non in un uomo di altra provenienza (araba, romana ecc), questo coerentemente come annunciato dalle profezie della Torah (Bibbia per i cristiani). 
L'attuale dirigenza cattolica, come i fedeli cattolici, hanno dimenticato che le "crociate" promosse dai principi e re cattolici con la benedizione dei Pontefici (Papa Urbano II, Papa Eugenio III , Papa Gregorio VIII, Papa Bonifacio II) furono organizzate per liberare la "Terra Santa" dai musulmani e le loro violenze. Dopo la conquista ed islamizzazione del nord africa, con residue presenze cristiane ed ebraiche, dal 711 d.C. a seguito delle conversioni forzate o costretti ad emigrare, l'espansione araba-islamica comincio con la Spagna fino ad arrivare al sud della Francia mentre nell'800 d.C. arrivavano in Sicilia, Calabria, Puglia, Sardegna e Campania. 
La Chiesa dimentica come dall'846 d.C. navi saracene giunsero alla foce del Tevere e avanzarono verso Roma da terra dopo aver occupato Ostia arrivarono a Roma e  devastarono e depredarono tutto ciò che vi si trovava fuori comprese le basiliche. Si può continuare a narrare la devastazione dei musulmani, ma ci fermiamo qui. 
E' possibile che ai cattolici sfugga che è nel pensiero islamico la conquista di Roma , che viene dopo quella di  Gerusalemme? E' possibile che ai cattolici, leader religiosi e politici, siano passate inosservate le dichiarazioni di Iman, leader come Erdogan ecc che apertamente dichiarano che conquisteranno l'occidente, ovvero lo sottometteranno all'Islam, mediante i ventri delle loro donne ovvero l'incremento demografico? E' possibile che i cattolici, invasati di dialogo interreligioso, non si rendano conto che i musulmani mentono perché considerano i non islamici "infedeli"? 
I cattolici hanno perso la loro identità basata su un Ebreo, Gesù, e confondono la "pace" basata sul reciproco rispetto, con la pace basata sulla sottomissione base del pensiero islamico. Dimenticano, loro che si fregiano di essere custodi del pensiero di Gesù di quanto egli affermava in Matteo 10,16 Gesù dice: “Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”. Concetto che gli ebrei sanno bene. I cattolici hanno perso la loro identità e per questo sono condannati a spegnersi. Approcciano con fiducia ed ingenuità i rapporti con l'islam/serpente e si affidano a ragionamenti non contestualizzati al pensiero islamico ed alla sua storia con una semplicità disarmante. I Sacerdoti che aprono le loro chiese alle preghiere islamiche, che parlano di dialogo con l'islam, i movimenti cattolici che protestano contro il "Genocidio" di Gaza (bugia confezionata a dovere da Hamas) non sanno che stanno decretando la loro fine
Infatti se la nascita dell'antisemitismo è attribuibile alla Chiesa Cattolica quando nelle loro catechesi, nei secoli, insegnavano che gli ebrei avevano ucciso "Dio" (cosa non vera perché l'Ebreo Gesù fu ucciso dai romani), oggi per parlare il "politicamente corretto" religiosamente parlando, non esitano a dimostrare che nel loro profondo persiste un sentimento antisemita, soprattutto quando decidono di fare cassa di risonanza a movimenti criminali come Hamas usando termini quali "territori occupati" e "genocidio" frutto di narrazioni antisioniste/semite. Nel dimenticare che Gesù era ebreo, che non esiste la palestina ma la Giudea e la Samaria e nel credere nelle fake news palestinesi, i cattolici si stanno condannando alla loro fine per aver perso la loro identità. Solo chi ha un'"identita" sopravvive alla storia e i musulmani hanno una identità precisa (1700 anni e più), non suscettibile ad adeguamenti sociali, perché basati sul corano, loro libro sacro, immodificabile; così come gli ebrei hanno una "identità" precisa basata (4000 anni) sulla Torah, interpretabile in base al contesto, ma unica nei valori condivisi anche nel mondo cristiani. 
I Cristiani Cattolici pur basandosi sulla Bibbia, hanno la Chiesa che aggiorna l'applicazione al contesto sociale-culturale-politico del secolo in cui si vive nella speranza di contenere la disaffezione dei loro fedeli, se consideriamo che le chiese sono disertate, i matrimoni religiosi in calo e le rimesse economiche in calo a causa del calo dell?8/%0 .                                                                                         Il problema è che l'Islam promuove principi incompatibili con la società con i diritti delle donne, con la liberta religiosa ecc, e mentono (come gli e permesso dal corano) allo scopo di dominare le società che li ospita e non di integrarsi. Di contro solo i cristiani evangelici sono più attenti e consapevoli del rischio e sostengono Israele senza credere alle bugie di Hamas.
A causa di questo orientamento culturale orientato al dialogo, anche con chi non vuole dialogare, il mondo cattolico diventa, insieme ai movimenti di sinistra,  cassa di risonanza del sentimento antisemita/sionista  tale che vediamo cementarsi in una unica e solidare realtà, come una Babele di confusione di valori, cattolici, associazioni LGBT, comunisti, associazioni femminili pronti a sostenere le associazioni palestinesi - musulmane in chiave anti Israeliana amplificando il messaggio distorto del genocidio. In questo anche la stampa cattolica ne diventa protagonista come l'Avvenire.
Protestano in nome di una menzogna contro l'unico stato democratico del medio oriente credendo agli assassini e non a quelli che ipocritamente chiamano fratelli maggiori. Questa posizione della Chiesa cattolica e un rinnovato antisemitismo che ne decreterà il declino.

Islam politico e debolezza dell’Occidente: il prezzo dell’ingenuità. Preghiera islamica a San Pietro

  L’incapacità delle classi dirigenti occidentali di comprendere la natura, gli obiettivi e le strategie dell’islam politico è destinata a p...