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sabato 10 gennaio 2026

Il Fisco e l'evasione fiscale


Evasione fiscale: il grande alibi della politica italiana

In Italia si parla di lotta all’evasione fiscale da decenni. Le cifre sono sempre le stesse: quasi il 5% del PIL nazionale. Il ritornello pure: se riuscissimo a ridurla, potremmo abbassare le tasse e migliorare i servizi pubblici.
Ma la domanda che nessuno pone davvero è un’altra: siamo sicuri che l’evasione fiscale sia un problema che si vuole risolvere?

Perché, guardando ai fatti, viene da dubitarne.

Da anni le politiche adottate si muovono su micro-aggiustamenti: 0,1%, 0,3%, 1% di rimodulazione delle aliquote. Aumenti selettivi delle tasse “ai più ricchi”. Nuove norme, nuovi adempimenti, nuovi uffici.
Risultato? L’evasione resta lì. Strutturalmente stabile. Quasi intoccabile.

A questo punto il sospetto è legittimo: forse il problema non è l’evasione, ma l’uso politico che se ne fa.

Proviamo a fare un esperimento mentale.
Immaginiamo che un leader politico decida davvero di affrontare il nodo alla radice. Dal prossimo anno introduce una riforma radicale: tasse drasticamente ridotte, con aliquote chiare e basse, dallo 0% a un massimo del 20% per tutte le fasce di reddito. In parallelo, però, introduce una norma semplice e durissima: chi evade, se accertato, va in carcere. Pene proporzionate all’importo evaso, procedure rapide, niente ricorsi infiniti, niente benefici.

La domanda è semplice: quanti continuerebbero a evadere sapendo che la pena è certa?
Probabilmente pochi. Molto pochi. Il gettito aumenterebbe, il bilancio andrebbe in attivo.

Ed è qui che emergono i problemi. Non per lo Stato. Per la politica.

Primo nodo: la burocrazia.
Oggi decine di migliaia di funzionari, impiegati e dirigenti vivono di controlli, contenziosi, accertamenti, ricorsi, interpretazioni. Se il pagamento delle tasse diventasse regolare e semplice, quale carico di lavoro giustificherebbe quei costi?
Come spiegare stipendi, uffici, strutture, se il sistema funzionasse davvero?

Secondo nodo: il deficit pubblico.
L’evasione è una voce invisibile ma utilissima. Consente di iscrivere a bilancio, anche a livello europeo, un gettito potenziale non incassato. Un domani forse arriverà. Intanto giustifica scostamenti, deficit, flessibilità.
Senza evasione, questa leva sparirebbe. E con essa una comoda area grigia di manovra politica.

Terzo nodo, il più delicato: i costi della politica e dell’alta burocrazia.
Finché esiste il “cattivo evasore”, l’attenzione pubblica è deviata. La colpa è sempre altrove.
Ma se l’evasione scomparisse, il paradosso diventerebbe evidente: bisognerebbe tagliare davvero, in modo drastico, stipendi, indennità, apparati. Non ci sarebbe più l’alibi.

Ed è qui che la narrazione si rovescia.
Scomparso l’evasore “furbo”, emergerebbero figure ben più imbarazzanti: dirigenti e politici furbi, che prosperano su inefficienze strutturali, burocrazia ipertrofica e problemi mai risolti perché troppo utili per essere eliminati.

Forse, allora, il punto non è che l’evasione fiscale non si possa combattere.
Forse il punto è che non conviene farlo davvero.

E questa, più che un’ipotesi ideologica, è una pista investigativa che meriterebbe finalmente di essere seguita.

Parashà di Shemot: la questione demografica

 



La questione demografica: il fattore che fa paura e che viene censurato
La parashà di Shemot non lascia spazio a interpretazioni ingenue: Israele cresce. Cresce in numero, in forza, in presenza.
«Il paese fu ripieno di essi».
Il Faraone non discute di diritti, né di integrazione, né di buone intenzioni: legge la realtà. E comprende ciò che oggi si finge di non capire: la demografia è potere politico.
Non lo spaventa una rivolta armata, ma un popolo che si moltiplica.
Non teme un’ideologia, ma un dato numerico.
E capisce che reprimere non basta: più Israele viene oppresso, più cresce. È una legge storica.
Per questo interviene sulla nascita, colpendo i maschi. Una scelta feroce, ma razionale: una donna può generare pochi figli, ma un uomo può generarne molti, soprattutto se ha accesso a più donne. Il Faraone ha già compreso ciò che oggi è tabù dire.
Ed eccoci al presente.
Nel 2017 Recep Tayyip Erdoğan lo disse senza giri di parole ai musulmani in Europa: fate più figli, perché il futuro del continente passa da lì. Nessuna invasione militare, nessuna guerra convenzionale: una conquista demografica.
Parole archiviate come “provocazione”, ma che descrivono una strategia di lungo periodo.
Nel 2020, il vescovo Camillo Ballin — profondo conoscitore del mondo islamico — lo spiegò con lucidità disarmante: se l’Europa diventerà musulmana, non sarà per un piano di conquista, ma perché l’Europa non fa più figli e ha rinunciato alla propria identità. Una civiltà che smette di credere in sé stessa lascia campo libero a chi invece crede, cresce e si riproduce.
Qui il punto diventa esplosivo:
da decenni è in atto un processo di islamizzazione demografica dell’Occidente attraverso l’immigrazione musulmana, innestata su società a natalità zero.
Famiglie occidentali — cristiane, ebraiche, atee — fanno uno o due figli.
Famiglie musulmane, anche in Europa, ne fanno molti di più.
E dove esiste la possibilità della poligamia, il moltiplicatore demografico diventa strutturale.
Non è una teoria. È aritmetica sociale.
E qui entra in scena il vero paradosso storico: la sinistra occidentale.
Convinta che la religione sia destinata a dissolversi nel progresso, si presta — consapevolmente o meno — a diventare il Cavallo di Troia dell’islam in Europa. In nome dell’antirazzismo, dell’inclusione e dei “diritti”, legittima e protegge un processo che mina alla base proprio quei valori che dice di difendere.
Il problema non è solo l’errore di analisi.
Il problema è che il pensiero unico, alimentato dal politicamente corretto, si è trasformato in una censura sistemica.
Chiunque sollevi il tema demografico, religioso o culturale viene immediatamente delegittimato, silenziato, etichettato. Non si discute: si scomunica. Non si analizzano i dati: si moralizza.
Questa censura non è neutra.
Sta erodendo le basi stesse della civiltà occidentale: la libertà di pensiero, il dibattito razionale, la possibilità di nominare la realtà. Una civiltà che non può più dire ciò che vede è già in fase di declino.
Il risultato finale è grottesco e tragico insieme: movimenti femministi, LGBT e progressisti marciano fianco a fianco con visioni religiose che negano strutturalmente quei diritti, convinti che basti l’ideologia per piegare la realtà. Ma la realtà non obbedisce ai slogan.
E l’ultima responsabilità è interna, dolorosa ma inevitabile:
le famiglie cristiane ed ebraiche che hanno adottato la logica utilitaristica del “i figli costano” hanno interiorizzato una visione estranea alla Bibbia. Vero, i figli costano. Ma una civiltà che considera il futuro un peso economico ha già rinunciato a esistere.
La storia non punisce con la violenza immediata.
Punisce con la sostituzione lenta.
Il Faraone lo aveva capito.
Noi, oggi, sembriamo averlo dimenticato.

The Demographic Question: the Factor That Frightens and Is Being Silenced

The parashah of Shemot leaves no room for naïve interpretations: Israel grows. It grows in numbers, in strength, in presence.
“The land was filled with them.”
Pharaoh does not debate rights, integration, or good intentions: he reads reality. And he understands what many today pretend not to see: demography is political power.

What terrifies him is not an armed revolt, but a multiplying people.
He does not fear an ideology, but a numerical fact.
And he realizes that repression is not enough: the more Israel is oppressed, the more it grows. This is a law of history.

That is why he intervenes at the most sensitive point: birth itself, targeting male children. A cruel but rational choice: a woman can bear only a limited number of children, but a man can father many, especially if he has access to multiple women. Pharaoh had already grasped what today has become taboo to say.

And here we are, in the present.

In 2017, Recep Tayyip Erdoğan said it openly to Muslims living in Europe: have more children, because the future of the continent passes through that. No military invasion, no conventional war: a demographic conquest.
Words quickly dismissed as provocation, yet clearly outlining a long-term strategy.

In 2020, Bishop Camillo Ballin — a deep connoisseur of the Islamic world — explained it with disarming clarity: if Europe becomes Muslim in fifty years, it will not be because of a conquest plan, but because Europe no longer has children and has abandoned its own identity. A civilization that no longer believes in itself leaves the field open to those who still believe, grow, and reproduce.

At this point the issue becomes explosive:
for decades now, a process of demographic Islamization of the West has been underway through Muslim immigration, grafted onto societies with near-zero birth rates.
Western families — Christian, Jewish, secular — have one or two children.
Muslim families, even in Europe, have significantly more.
And where polygamy exists or is culturally accepted, the demographic multiplier becomes structural.

This is not a theory.
It is social arithmetic.

And here emerges the true historical paradox: the Western Left.
Convinced that religion is destined to dissolve under progress, it lends itself — consciously or not — to becoming Islam’s Trojan Horse in Europe. In the name of anti-racism, inclusion, and “rights,” it legitimizes and shields a process that undermines the very values it claims to defend.

The problem is not merely analytical error.
The problem is that single-thought ideology, fueled by political correctness, has turned into systemic censorship.
Anyone who raises demographic, religious, or cultural issues is immediately delegitimized, silenced, labeled. There is no debate — only excommunication. No data analysis — only moral posturing.

This censorship is not neutral.
It is eroding the very foundations of Western civilization: freedom of thought, rational debate, the ability to name reality. A civilization that can no longer say what it sees is already in decline.

The final result is grotesque and tragic at the same time: feminist, LGBT, and progressive movements marching side by side with worldviews that structurally deny those very rights, convinced that ideology alone can bend reality. But reality does not obey slogans.

And the final responsibility is internal, painful but unavoidable:
the critique of Christian and Jewish families that have absorbed the dominant utilitarian logic of “children cost too much.” True, they do. But a civilization that treats the future as an economic burden has already renounced its own existence.

History does not punish with sudden violence.
It punishes through slow replacement.

Pharaoh understood this.
Today, we seem to have forgotten it.

lunedì 8 dicembre 2025

Lo smarrimento dell'occidente


Guardiamoci attorno con onestà: oggi assistiamo a un ribaltamento sorprendente di posizioni, alleanze e visioni del mondo. Da una parte religioni e ideologie nate con una vocazione universale—come cristianesimo e islam—continuano a muoversi nello scenario globale. Ma mentre il cristianesimo sembra avere perso la sua spinta espansiva, ripiegandosi tra nostalgie di ortodossia e tentativi di modernizzazione, l’islam riesce a crescere e a radicarsi anche nelle società occidentali. E lo fa spesso proprio sfruttando quei valori che l’Occidente ha costruito: accoglienza, integrazione, solidarietà, uguaglianza.

Ed è qui che nasce la domanda che dovrebbe farci riflettere: com’è possibile che movimenti, gruppi e persone che difendono diritti individuali, libertà personali, uguaglianza di genere e riconoscimento delle diversità finiscano talvolta per sostenere istanze provenienti da contesti religiosi che non condividono affatto questi principi? Com’è possibile che proprio chi difende la libertà, la pace e i diritti delle minoranze si trovi, senza quasi accorgersene, ad affiancare posizioni che, nella loro forma più rigida, mirano a limitare quelle stesse libertà?

La risposta, forse, non riguarda né l’islam né il cristianesimo, ma noi.
L’Occidente, concentrato sul benessere, sull’intrattenimento, sulla gratificazione immediata, ha smarrito il suo primo nucleo educativo: la famiglia. Per generazioni, la famiglia è stata il luogo in cui si costruivano identità, senso di appartenenza, trasmissione dei valori. Oggi quel ruolo si è assottigliato, rimpiazzato da tempo libero, consumi, fine settimana, vacanze, svaghi. La nostra cultura si è trasformata in un modello edonistico, che rincorre piacere e comodità più che responsabilità e continuità.

E nell’edonismo, la prospettiva del futuro scompare. I figli—che richiedono tempo, energia, sacrificio—sembrano un ostacolo. Molti li evitano per ragioni economiche, o semplicemente perché non vogliono rinunciare a qualcosa. Ma così rischiamo di impoverire le nostre società proprio dove nessuna economia potrà mai compensare: nel ricambio generazionale, nella cura, nella continuità. I nonni lo dicevano chiaramente: ogni scarpa diventa scarpone. Chi vive solo per il presente, prima o poi si troverà davanti un futuro vuoto.

Pensiamo a cosa significhi diventare anziani in un mondo senza figli e senza nipoti. Possiamo davvero credere che sarà lo Stato a occuparsi di tutti noi? Che basterà il risparmio? È una speranza fragile. Una società senza futuro demografico è destinata a vivere la vecchiaia come un incubo, non come una stagione della vita.

E allora, quel versetto antico che appare all’inizio della Genesi—
“Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra…” e che ritorna dopo il diluvio rivolto a Noè e ai suoi figli, non è soltanto un richiamo religioso.

È un avvertimento universale, un monito che attraversa epoche e civiltà: se una società smette di generare vita, smette anche di generare futuro.

Ignorarlo significa avviarsi lentamente verso il declino.

sabato 6 dicembre 2025

Quando la violenza è lecita? Avanza il “diritto alla Violenza”?



A quanto pare la domanda del momento è questa: quando la violenza diventa lecita? Semplice: quando fa comodo a qualcuno. Benvenuti nell’era del “diritto alla violenza”, il nuovo sport nazionale mascherato da lotta per i diritti.

Negli ultimi mesi si è imposto un dogma grottesco: se ti proclami difensore di un diritto, allora tutto ti è permesso. E così assistiamo allo spettacolo surreale di gruppi che, in nome delle cause più disparate, rivendicano una specie di licenza per devastare, intimidire, zittire. Basta dire “lo faccio per una minoranza” e puff, ogni limite scompare: occupazioni abusive, conferenze impedite, libri censurati, e naturalmente il consueto corredo di bombe carta, incendi, blocchi stradali e vandalismi vari. Tutto rigorosamente “etico”, ci mancherebbe.

Ma la parte più comica — si fa per dire — arriva dalla politica. Gruppi estremisti che giustificano la violenza? Nessuna sorpresa. Ma vedere PD, M5S, AVS e CGIL arrampicarsi sugli specchi con condanne infarcite di “ma… però… se…” è uno spettacolo indecoroso. Altro che difesa della legalità: qui si sta distribuendo un lasciapassare morale a chiunque urli più forte, trasformando i violenti in vittime e le vittime in colpevoli. Complimenti: una lezione magistrale di coerenza.

E allora, seguendo la loro brillante logica, tutto diventa possibile. Non ti piace il pensiero gender nelle scuole? Via libera all’indignazione militante. Non approvi i sostenitori dei palestinesi? Trattali come vogliono trattare gli altri. C’è un blocco stradale di professionisti della protesta? Beh, la teoria del “diritto alla violenza” apre scenari che nemmeno loro sembrano aver considerato. E se i giovani di destra adottassero le stesse maniere forti dei loro coetanei di sinistra, dovremmo forse applaudire al “diritto al dissenso fisico”?

È questo il capolavoro che i leader della sinistra radical-chic stanno confezionando: una società dove il diritto non è più uguale per tutti, ma modulabile in base a chi ti sta simpatico. Una società in cui la forza non è più un problema, ma un argomento.

Benvenuti nel mondo nuovo: quello dei “diritti miei”, difesi non con le idee, ma con il tacco, il gomito e — perché no — con la solita spruzzata di arroganza moralista.

Un futuro radioso, davvero. Per chi ama il caos ben confezionato.

domenica 23 novembre 2025

Immigrazione, natalità ed economia

 


Il movimento europeo della “remigrazione e riconquista”, oggi sostenuto da parti della destra e da una parte dell’opinione pubblica, nasce da problemi reali, ma li interpreta in modo parziale e propone soluzioni poco realistiche. Per capire perché queste proposte non funzionano, bisogna analizzare con precisione le cause strutturali che hanno portato l’Europa — e l’Italia in particolare — alla situazione attuale.

Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Italia ha vissuto un periodo di crescita economica e demografica: tra il 1946 e il 1960 si ha il boom delle nascite e la ricostruzione industriale. Manifattura e agricoltura richiedevano moltissima manodopera e la disponibilità di lavoro sosteneva naturalmente la natalità.

A partire dagli anni ’70-’80 iniziò invece una transizione profonda: il tasso di fecondità calò rapidamente fino a scendere sotto il livello di sostituzione generazionale (2,1 figli per donna). Mentre nascevano sempre meno bambini, aumentava l’aspettativa di vita. Il risultato è stato un Paese sempre più anziano, con un numero crescente di pensionati sostenuti da una popolazione attiva sempre più ridotta.

Oggi siamo nel pieno di questa crisi: l’Italia ha uno dei tassi di natalità più bassi al mondo (circa 1,2–1,3 figli per donna) e un rapido calo della popolazione in età lavorativa. Nonostante ciò, agricoltura, logistica, edilizia e alcuni settori industriali continuano ad avere bisogno di manodopera. È qui che entra in gioco la scelta europea, fatta dagli anni ’90 in poi: compensare il calo dei nati con l’immigrazione.

Ed è proprio qui che emerge la differenza decisiva.
L’immigrazione del passato — come quella degli italiani in America, in Belgio o in Svizzera — avveniva tra popolazioni che, pur diverse, condividevano un quadro culturale e religioso simile (cristianesimo o ebraismo). L’integrazione non era immediata, ma era possibile: nel giro di due o tre generazioni si creavano comunità pienamente integrate.

L’immigrazione contemporanea è profondamente diversa. Ma quando gli immigrati provengono da una cultura tribale è impensabile che essi si integrano, ma si aggregano e vivono in quartieri chiusi. Quindi la prima domanda che ci dobbiamo porre è: chi favoriamo nell’immigrazione, che popoli? La questione si aggrava quando l’immigrazione è caratterizzata da musulmani. Infatti l’immigrazione è una forma di jhad perché serve al processo di islamizzazione e di espansione dell’islam. Considerate che i musulmani praticano la poligamia, a fronte di una moglie ufficiali ne anno altre “sposate” solo religiosamente e con ogni donna fanno una media di 5 figli.  Figli che sosteniamo noi con la spesa sociale. Una parte significativa dei flussi proviene da paesi a maggioranza islamica, dove la struttura familiare, il modello sociale e la visione del rapporto tra religione e vita pubblica sono molto diversi e sono in contrasto con quelli europei. Dobbiamo constatare che:

  • molte comunità immigrate tendono a vivere in quartieri propri, non a mescolarsi;
  • i tassi di natalità sono molto più alti rispetto alle società europee;
  • la religione continua a essere un fattore identitario centrale;
  • l’integrazione culturale procede lentamente e spesso si ferma alla prima o seconda generazione.

È evidente che l’immigrazione di popolazioni numerose, culturalmente molto distanti e con tassi di natalità più elevati genera uno squilibrio strutturale tra una società europea che non fa più figli e comunità che mantengono ritmi demografici molto più alti.

In altre parole, la crisi non deriva semplicemente dall’immigrazione, ma da una denatalità autoindotta che ha reso l’Europa demograficamente fragile. Abbiamo anteposto il tempo libero, il consumo e l’individualismo alla costruzione di famiglie numerose. Abbiamo preferito proteggere il presente invece di costruire il futuro. Le generazioni precedenti, pur con più difficoltà economiche, accettavano sacrifici che oggi riteniamo eccessivi.

Il risultato è davanti ai nostri occhi: una società che invecchia rapidamente, che ha bisogno di lavoratori e che per colmare il vuoto si affida a flussi migratori in larga parte provenienti da contesti islamici. Flussi che, per motivi culturali e religiosi, non sempre si integrano facilmente.

La conseguenza è un duplice squilibrio:

  • demografico, perché gli europei fanno pochi figli mentre le comunità immigrate crescono;
  • culturale, perché l’identità europea si indebolisce mentre crescono identità parallele.

Per chi crede — cristiani o ebrei — la questione non è solo sociale ma anche spirituale: la natalità è una benedizione, una mitzvà, una vocazione. Rinunciare ai figli per timore economico o per non sacrificare il “tempo libero” significa privare la nostra civiltà della sua continuità.
La responsabilità ricade sia sulle coppie che potrebbero costruire famiglie numerose, sia sui genitori che non incoraggiano i propri figli a farlo. Non possiamo ragionare solo sul presente: il futuro si fonda sulle nuove generazioni. E senza bambini, nessuna società sopravvive, indipendentemente da quanta immigrazione riceva.

 


domenica 6 aprile 2025

LA CASA NEGATA: GIOVANI, FAMIGLIE E IL NUOVO GHETTO DELL’ABITARE

 


Un sogno sempre più irraggiungibile.
È questa la realtà che si presenta a migliaia di giovani coppie, studenti e famiglie monoreddito che cercano di costruirsi una vita autonoma. Trovare una casa oggi in Italia, specie nelle grandi città come Roma e Milano, è diventato un lusso riservato a pochi. Se non sei figlio di un professionista, di un imprenditore, di un politico o di un dirigente con un solido patrimonio immobiliare alle spalle, il mercato ti esclude o ti espelle.

Dati alla mano, la situazione è drammatica.
Secondo il rapporto ISTAT 2023, oltre il 40% dei giovani under 35 vive ancora nella casa dei genitori, non per scelta, ma per necessità economica. A Roma, l’affitto medio di un monolocale ha superato i 900 euro mensili, mentre a Milano si sfiorano i 1.100 euro. Per studenti universitari o neolaureati con contratti precari, accedere a un affitto regolare è un’impresa titanica.

E non basta poter pagare: ai futuri inquilini vengono richieste garanzie spropositate, come fideiussioni bancarie o genitori garanti con redditi alti, condizioni che di fatto escludono la maggior parte delle persone normali. Come se si stesse richiedendo un mutuo e non la semplice locazione di un piccolo appartamento.

Le famiglie monoreddito e le madri single sono ancora più penalizzate.
Secondo il CENSIS, 1 famiglia su 5 in Italia vive in condizioni di vulnerabilità abitativa. Il risultato? Una crescente marginalizzazione sociale. Nel frattempo, in ogni angolo delle nostre città spuntano Bed&Breakfast e affitti turistici: il numero di B&B a Roma è aumentato del 29% negli ultimi cinque anni (fonte: Confcommercio 2024), riducendo ulteriormente l’offerta di immobili destinati all’affitto residenziale.

Ma quali sono le cause di questa emergenza abitativa?
Una parte della sinistra politica tende a indicare nella “proprietà privata” la radice del problema, legittimando, di fatto, pratiche come l’occupazione abusiva delle case. Non a caso, l’Onorevole Ilaria Salis, eletta al Parlamento Europeo nonostante una pendenza penale, ha più volte sostenuto l’occupazione come strumento di rivendicazione sociale. Questo messaggio, già di per sé pericoloso, si somma all'azione di gruppi criminali organizzati, spesso composti da immigrati irregolari o comunità rom, che occupano illegalmente appartamenti pubblici e privati.

A questo si aggiunge un altro fenomeno sommerso:
Sempre più spesso, persone che hanno perso il lavoro smettono di pagare l'affitto e, protette da una normativa estremamente garantista, restano negli immobili per mesi o anni, rendendo complesso e costoso il procedimento di sfratto. Secondo i dati del Ministero dell’Interno, nel 2023 ci sono stati oltre 53.000 sfratti esecutivi pendenti, ma solo il 18% è stato effettivamente eseguito.

Il quadro si complica ulteriormente quando si affrontano le occupazioni abusive. In Italia, il recupero di un immobile occupato è spesso lento e ostacolato da interpretazioni giurisprudenziali che, in nome dell’inclusione sociale, sacrificano i diritti dei proprietari.

E allora, viene naturale chiedersi: perché i proprietari oggi chiedono così tante garanzie? Perché preferiscono gli affitti brevi turistici invece di rischiare lunghi contenziosi legali? La risposta non è nella "cattiveria" del privato, ma in un sistema legislativo che penalizza chi affitta in modo regolare e tutela chi viola le regole.

La vera radice del problema è un impianto normativo sbagliato, che protegge l’illegalità e disincentiva il mercato residenziale. Leggi confuse, procedure di sfratto farraginose e una magistratura spesso imbrigliata da pregiudizi ideologici creano un ambiente tossico, in cui il diritto alla casa si trasforma in privilegio per pochi.

In questo contesto, senza sponsor politici o appoggi influenti, trovare casa diventa quasi impossibile.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: giovani costretti a restare a casa dei genitori, famiglie spezzate, studenti fuori sede in difficoltà cronica. E intanto il tessuto sociale delle nostre città si sfilaccia, mentre nessuno sembra voler cambiare davvero le regole del gioco.


giovedì 13 marzo 2025

IN UN PAESE DIVISO, ANCHE LA DEMOCRAZIA SI SGRETOLA: IL CASO ITALIA TRA CONFLITTO POLITICO E CRISI SOCIALE

 

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"Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi." Questo monito antico, pronunciato da Gesù nel Vangelo di Marco (3,24-25), riecheggia oggi con inquietante attualità nella situazione politica italiana. E non è un ammonimento isolato: anche nella Torah, nei testi di Isaia (19,2) e 2 Samuele (3,1), si avverte che la divisione interna di una casa o di un regno ne prelude alla rovina.

Storia antica? Affatto. La cronaca politica italiana sembra, infatti, riprodurre fedelmente questi scenari, incapace di imparare dagli errori del passato. La divisione interna, lungi dall'essere soltanto una questione ideologica, si traduce in lacerazioni sociali, impoverimento economico e degrado culturale.

Secondo un recente rapporto dell'Istat (2024), oltre il 65% degli italiani ritiene che il linguaggio politico sia divenuto "aggressivo" e "delegittimante", mentre il 62% afferma che il dibattito pubblico sia più orientato allo scontro personale che alla proposta di soluzioni concrete.

Nei talk show televisivi, il confronto sui contenuti è ormai un miraggio: slogan, accuse reciproche, etichette infamanti come "comunisti", "fascisti", "complottisti", "clericali" sostituiscono ogni tentativo di dialogo costruttivo. Il vero obiettivo non è risolvere problemi, ma consolidare posizioni di potere all'interno dei partiti.

E mentre il cittadino rimane prigioniero di problemi irrisolti, la politica riesce a trovare una sorprendente unità su un solo tema: il denaro.
L’ultimo scandalo? L’aumento del finanziamento pubblico ai partiti, passato da 25 a 42 milioni di euro annui con voto bipartisan. Solo l'intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha evitato un incremento ancora maggiore.
Nonostante il tentativo di mascherare l’operazione abbassando l'aliquota, i fondi non destinati esplicitamente dai cittadini vengono comunque redistribuiti ai partiti. Uno stratagemma che appare ancora più scandaloso se si considera che l’astensione elettorale ha raggiunto il 41% alle ultime elezioni europee, il massimo storico.

Sanità, sicurezza, casa e lavoro? Questi temi cruciali restano senza una sintesi politica. I politici, al riparo di assicurazioni private e privilegi, sembrano incapaci di fornire risposte efficaci, mentre aumentano i costi energetici e cresce il debito pubblico, ora al 137% del PIL secondo Eurostat.

La minaccia interna: l'Islam radicale e il fallimento dell'integrazione

In un'Italia politicamente frantumata, si fa strada un'altra crisi: quella identitaria.
La Commissione Europea ha segnalato nel 2023 che l'Italia è tra i paesi UE con il tasso più basso di integrazione degli immigrati di origine musulmana, evidenziando una crescente marginalizzazione sociale e culturale.

Secondo il Ministero dell'Interno, oltre il 60% dei reati nelle aree metropolitane è commesso da stranieri, molti dei quali di fede islamica. Al contempo, cresce l'occupazione abusiva di case popolari, l'uso improprio degli spazi pubblici e le denunce di molestie ai danni di donne italiane.

La sinistra democratica, in nome di diritti e tolleranza, appare spesso inconsapevole di prestarsi come cavallo di Troia per frange dell'Islam più radicale. Un paradosso tragico: i valori liberali che la sinistra ha difeso per decenni – laicità, uguaglianza di genere, libertà di espressione – vengono oggi minati da una cultura che li rigetta apertamente.

Dall'altra parte, la destra democratica si arena nella distinzione tra "immigrazione regolare" e "irregolare", senza interrogarsi a fondo su chi entra e quali valori porta con sé.
Il rischio? Favorire l’ingresso di gruppi culturali non integrabili, che non intendono assimilarsi ma piuttosto sostituire il modello sociale europeo.

Come osservava lo storico Bernard Lewis già negli anni '90, "L'Europa rischia di essere conquistata non con la spada, ma con la demografia e la cultura."
Una profezia che, nella frammentazione e nella debolezza attuali, rischia di avverarsi.

Conclusione: Dividersi è Morire

La storia insegna, la politica dimentica.
Se la casa è divisa contro se stessa, come ammonivano i testi sacri, non potrà reggersi. In Italia oggi si assiste ad una drammatica replica di questo schema, mentre il tempo a disposizione per correggere la rotta si assottiglia.
Un popolo diviso è un popolo destinato a soccombere.

ONU E L'IMPOSSIBILITA' DI GARANTIRE LA PACE Parte I

    All’indomani della Seconda guerra mondiale, la penisola coreana viene liberata dal dominio giapponese, ma la pace non porta all’unità. I...