Iran, Occidente e Medio Oriente: una guerra diversa da quelle europee
Il possibile conflitto con l’Iran non può essere analizzato con le stesse categorie con cui, in Occidente, leggiamo la guerra tra Russia e Ucraina. Applicare gli stessi schemi interpretativi ai conflitti del Medio Oriente significa non comprendere la natura profonda di quella regione: la cultura e la religione.
In Europa, come in molte guerre moderne, il conflitto è prevalentemente territoriale e strategico: confini, sicurezza, influenza militare. In Medio Oriente, invece, la dimensione territoriale è solo una parte del problema. La vera posta in gioco riguarda l’equilibrio di potere tra visioni religiose e politiche del mondo.
Il primo livello di conflitto è interno all’Islam stesso: la rivalità tra sciiti e sunniti, che si contendono leadership religiosa e influenza geopolitica nella regione. Ma su questo scontro orizzontale se ne innesta un altro, più profondo: quello tra l’universo politico islamico e l’Occidente di matrice giudaico-cristiana e laica.
Questo scenario ricorda, per certi aspetti, le grandi guerre religiose europee del passato. In particolare la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), che devastò il continente dopo la frattura tra cattolici e protestanti prodotta dalla Riforma.
Quel conflitto si concluse con la Pace di Westfalia del 1648, che sancì un principio destinato a cambiare l’Europa: la religione del sovrano avrebbe determinato quella dei sudditi. Fu un passaggio decisivo verso la nascita degli Stati moderni e di una diplomazia capace di gestire differenze religiose senza trasformarle necessariamente in guerre permanenti.
Il dialogo interreligioso contemporaneo non rappresenta una vera convergenza teologica tra religioni diverse. Piuttosto è il riconoscimento politico che esistono visioni del mondo differenti e che la convivenza richiede strumenti diplomatici.
Si aggiunga che alla base del conflitto tra cristiani cattolici e protestanti c’era il messaggio di “Gesù Cristo” universalmente orientato alla pace ed all’amore tra fratelli e per l’umanità, cosa che ha costretto le rispettive leadership religiose a prendere atto che la guerra non era per Cristo, ma per i principi ed i Re: La religione del sovrano avrebbe determinato quella dei sudditi.
L’Iran e la dimensione ideologica del conflitto
Nel Medio Oriente contemporaneo l’Repubblica Islamica dell’Iran si propone come principale potenza del mondo sciita e come attore centrale nello scontro geopolitico regionale.
La leadership iraniana non agisce soltanto in termini di equilibrio strategico ma anche sulla base di una visione ideologica e religiosa che mira a espandere la propria influenza politica nella regione. Gli sciiti ritengono di essere i discendenti della famiglia di Maometto e quindi di avere una speciale autorità spirituale e politica sulla comunità musulmana e considerano i musulmani sunniti eretici privi della medesima autorità. Inoltre danno grande importanza al culto dei martiri.
In questo contesto non possiamo ignorare che l’Islam significa sottomissione ad Allah e coerentemente con il suo inizio e sviluppo la sua missione è sottomettere il mondo ad Allah e sopprimere gli infedeli; la Jihād (guerra santa) è parte della dottrina islamica come insegna il Corano e la storia passata e presente dell’islamizzazione sia con le armi che con la leva demografica.
In questo quadro, il programma nucleare iraniano deve essere interpretato non come una semplice questione di indipendenza energetica, ma come uno strumento per esercitare la pressione sugli ebrei ed i cristiani e le società dominate dai valori giudeo-cristiani oltre che laici. Quindi Per molti governi/monarchie della penisola arabica (sunnite e wahabita) come per Israele la ricerca del nucleare da parte dell’Iran rappresenta uno strumento potenziale di deterrenza e di pressione geopolitica capace di alterare gli equilibri regionali.
I limiti della diplomazia occidentale
Negli ultimi decenni le diplomazie occidentali, sia conservative sia liberal, hanno cercato di gestire il confronto con Teheran utilizzando strumenti diplomatici tipici delle società occidentali.
Questo approccio ha spesso ignorato la dimensione ideologica e teocratica del sistema politico iraniano e gli obiettivi dichiarati di leadership sul mondo musulmano considerando eretici i sunniti, e infedeli le società cristiane e Israele da convertire o sottomettere.
Infatti per questa ideologia dell’islam politico in Medio Oriente la diplomazia non produce soluzioni definitive. Più spesso genera tregue, temporanee, pause secondo l’insegnamento e l’esempio di Maometto, che permettono agli attori regionali di riorganizzarsi e ridefinire i propri equilibri di forza.
Non possiamo ignorare che coerentemente con gli obiettivi religiosi e politici dichiarati dagli ayatollah iraniani la Repubblica Islamica destabilizza il medio oriente finanziando ed armando gruppi terroristici quali HAMAS a Gaza e nei territori affidati all’Autorità Palestinese, Hezbollah in Sira e Libano e Huthi nello Yemen ed associazione Palestinesi in Europa e i Leader della sinistra europea con la scusa del sostegno al presunto popolo palestinese in chiave antisraeliana.
La logica della guerra preventiva
Alla luce di queste dinamiche, ritengo che l’azione militare preventiva contro l’Iran da parte di Israele e degli Stati Uniti sia da considerare strategicamente necessaria ed opportuna.
Secondo questa mia analisi, la combinazione tra diplomazia inefficace e capacità negoziale della leadership iraniana avrebbe potuto portare, nel lungo periodo, al raggiungimento di una piena capacità nucleare da parte di Teheran utilizzabile per destabilizzare in modo definitivo il medio oriente e l’occidente.
In questo scenario, la distruzione delle capacità militari iraniane – in particolare missili e infrastrutture strategiche, reattori ecc, e l’uccisione delle leadership politiche -religiose iraniane – è da interpretare come un tentativo di evitare un punto di non ritorno capace di destabilizzare l’intero sistema regionale ed europeo. Tagliare la testa del serpente.