Durante la Prima Guerra Mondiale, mentre l’Impero Ottomano si avviava al
collasso, le potenze europee iniziarono a pianificare la spartizione delle
province arabe. L’accordo Sykes-Picot del 1916, stipulato segretamente tra Gran
Bretagna e Francia, definì infatti la futura divisione delle aree mediorientali
sotto influenza coloniale europea. In quel contesto molti leader arabi
considerarono gli inglesi alleati tattici contro gli ottomani, nella speranza
di ottenere indipendenza politica e controllo territoriale.
Terminata la guerra, tuttavia, emerse rapidamente il conflitto tra le
aspettative arabe e la gestione britannica della Palestina mandataria. Già dai
moti del 1920, del 1921 e soprattutto con i violenti tumulti del 1929, una
parte crescente del mondo arabo palestinese iniziò a vedere sia il controllo
britannico sia l’immigrazione ebraica come una minaccia politica e demografica.
Questa tensione culminò nella grande rivolta araba del 1936-1939, la prima
insurrezione organizzata su scala nazionale contro l’amministrazione britannica
e contro la crescente presenza ebraica in Palestina. Lo sciopero generale del
1936 fu promosso dal Comitato Superiore Arabo guidato dal Gran Muftì di
Gerusalemme, Amin al-Husseini, figura destinata ad assumere un ruolo centrale
anche negli anni successivi.
Con la Seconda Guerra Mondiale, la logica geopolitica cambiò nuovamente.
Alcuni settori del nazionalismo arabo considerarono la Germania nazista un
potenziale alleato strategico contro Gran Bretagna, Francia e movimento
sionista. Il rapporto tra Amin al-Husseini e il regime nazista fu uno degli
esempi più evidenti di questa convergenza politica. L’obiettivo non era
l’adesione integrale all’ideologia europea nazista, ma l’utilizzo dell’alleanza
con Berlino per ostacolare la presenza britannica e impedire l’espansione
ebraica in Palestina.
La propaganda nazista sfruttò questa convergenza diffondendo trasmissioni
radiofoniche in lingua araba e alimentando un discorso anti-ebraico collegato
alla questione palestinese. La Germania fornì inoltre sostegno politico e
logistico ad alcuni movimenti nazionalisti arabi. Dopo la guerra, non pochi ex
funzionari e tecnici legati al regime nazista trovarono rifugio e impiego in
Paesi arabi, soprattutto nell’Egitto di Gamal Abdel Nasser, segno di una
continuità di rapporti sviluppati durante il conflitto mondiale.
In entrambi i momenti storici — prima con gli inglesi contro gli ottomani e
poi con i nazisti contro gli inglesi e il sionismo — parte della leadership
araba adottò alleanze opportunistiche basate su interessi convergenti. Il filo
conduttore rimase la volontà di impedire il consolidamento di una presenza
ebraica sovrana in Palestina e di mantenere il controllo politico e
territoriale della regione.
In questo contesto storico si inserisce anche la nascita della Lega Araba il
23 marzo 1945, quindi ancora prima della costituzione ufficiale dell’ONU del 24
ottobre 1945 e tre anni prima della proclamazione dello Stato di Israele del 14
maggio 1948. La fondazione della Lega rappresentò il passaggio da una pluralità
di movimenti e rivolte locali a una struttura politica coordinata del mondo
arabo sulla questione palestinese.
Non è irrilevante che la sede permanente della Lega Araba sia stata
stabilita al Cairo, capitale dell’Egitto, uno dei principali centri politici,
culturali e religiosi del mondo arabo. L’Egitto aveva infatti già assunto un
ruolo centrale nello sviluppo del pensiero politico islamico moderno attraverso
la nascita dei Fratelli Musulmani, fondati nel marzo 1928 a Ismailia da Hassan
al-Banna. Il movimento nacque come organizzazione islamista finalizzata a
contrastare l’influenza britannica e a promuovere il ritorno ai valori islamici
nella società. In pochi anni i Fratelli Musulmani si diffusero rapidamente nel
mondo arabo, contribuendo alla formazione di una coscienza politica islamica
transnazionale che avrebbe influenzato anche il dibattito sulla Palestina,
sull’identità araba e sul rapporto con l’Occidente.
Lo stesso assetto organizzativo della Lega Araba evidenzia questa
impostazione politica. Accanto ai principi ufficiali di cooperazione, pace e
dialogo, furono istituiti organismi specificamente dedicati alla questione
palestinese e all’opposizione a Israele, tra cui il “Dipartimento Generale
degli Affari della Palestina” e il “Bureau Principale per il Boicottaggio di
Israele” con sede a Damasco. Tali strutture mostrano come la leadership araba
stesse già elaborando una strategia comune sulla Palestina in chiave
antisionista ancor prima della nascita dello Stato israeliano.
Questa posizione emerse apertamente il 29 novembre 1947, quando la
leadership araba respinse formalmente il Piano di Spartizione dell’ONU
(Risoluzione 181), che prevedeva la creazione di due Stati, uno ebraico e uno
arabo. Il rifiuto della spartizione evidenziò la volontà politica di impedire
la nascita di uno Stato ebraico nella regione, preferendo la contrapposizione
diretta a una soluzione condivisa basata sulla coesistenza.
L’impostazione ideologica araba sulla questione palestinese riemerse anche
nella Carta Araba dei Diritti dell’Uomo del 15 settembre 1994. All’articolo 2
si afferma infatti che “tutte le forme di razzismo, sionismo, occupazione e
dominazione straniera costituiscono un ostacolo alla dignità umana” e devono
essere condannate. In questo modo il sionismo viene inserito, nel documento,
tra le ideologie considerate oppressive e da contrastare sul piano politico e
culturale.
Secondo questa interpretazione storica, la continuità di tali posizioni
rappresenterebbe una forma di strategia politico-identitaria che attraversa
epoche, alleanze e contesti differenti. Cambiano gli interlocutori
internazionali — prima gli inglesi, poi i nazisti, successivamente altri attori
geopolitici — ma rimane centrale l’opposizione alla sovranità ebraica in
Palestina.
Secondo questa chiave di lettura, è proprio qui che emerge il motivo per cui
la soluzione “due popoli, due Stati” viene considerata da alcuni un progetto
destinato a scontrarsi con limiti strutturali profondi. L’approccio occidentale
tende infatti a interpretare il conflitto esclusivamente come una disputa
territoriale e diplomatica, presupponendo che entrambe le parti perseguano
obiettivi negoziabili e compatibili con il modello politico occidentale dello
Stato-nazione. Questa impostazione, tuttavia, secondo tale interpretazione,
ignorerebbe la continuità storica di una parte del pensiero politico islamico
che considera la Palestina non soltanto una questione territoriale, ma anche
identitaria, religiosa e strategica.
Fallite nel tempo le precedenti convergenze
tattiche con inglesi, francesi e tedeschi, parte del mondo islamista avrebbe
progressivamente modificato le proprie modalità operative, spostando il
confronto dal piano militare diretto a quello culturale, politico e mediatico.
In questa prospettiva, la strategia contemporanea non sarebbe più fondata
soltanto sul conflitto armato, ma sulla penetrazione ideologica nelle
istituzioni internazionali, nei circuiti accademici occidentali, nei media,
nelle ONG e nei movimenti politici europei e americani.
Organismi internazionali come ONU e Corte
Penale Internazionale diventano progressivamente terreni di pressione politica
e diplomatica, mentre università occidentali, centri di ricerca e movimenti
attivisti vengono influenzati attraverso finanziamenti, partnership culturali e
campagne narrative orientate a costruire consenso attorno alla causa
palestinese e a delegittimare Israele sul piano morale e storico.
In questo quadro emerge anche il ruolo dei
Fratelli Musulmani, considerati da diversi osservatori il principale
laboratorio ideologico dell’islam politico moderno. Attraverso reti
associative, organizzazioni religiose, ONG, centri culturali e strutture
formalmente benefiche, il movimento avrebbe sviluppato una capacità di
influenza crescente nelle società occidentali, sfruttando i principi
democratici, il multiculturalismo e la tutela delle minoranze come strumenti di
legittimazione e radicamento sociale.
Il
conflitto non viene più combattuto soltanto sul piano militare, ma soprattutto
sul controllo della narrazione, dell’opinione pubblica e delle istituzioni
culturali occidentali. In tale prospettiva, il confronto sulla Palestina
diventa parte di una competizione geopolitica e ideologica molto più ampia,
nella quale informazione, immigrazione, attivismo politico e influenza
culturale assumono un ruolo strategico centrale.
