lunedì 2 marzo 2026

Alta Corte Disciplinare vota SI

 


La riforma dell’articolo 105 rafforza l’autogoverno della magistratura rendendolo più chiaro, equilibrato e credibile. La gestione separata delle carriere elimina sovrapposizioni e ambiguità, aumentando trasparenza e responsabilità. L’uscita della funzione disciplinare dal CSM e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare con composizione mista riducono il rischio di corporativismo e autoreferenzialità. 

I criteri di nomina bilanciati e il doppio grado interno di giudizio rafforzano le garanzie di imparzialità. Nel complesso, la riforma migliora i pesi e contrappesi istituzionali e accresce la fiducia dei cittadini nel sistema disciplinare e nello Stato di diritto.

LA RIFORMA RIDUCE I RISCHI DI:

Commistione dei ruoli tra chi governa le carriere e chi esercita il potere disciplinare

Corporativismo e chiusura autoreferenziale del sistema di autogoverno

Conflitti di interesse interni, con magistrati che giudicano disciplinarmente colleghi appartenenti alle stesse correnti

Condizionamenti correntizi nelle decisioni su carriere e sanzioni

Percezione di impunità o di giustizia “interna” poco credibile

Perdita di fiducia dei cittadini nel sistema disciplinare della magistratura

la riforma riduce il rischio di autocontrollo non imparziale del potere giudiziario

Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026

VOTA SI 

Perché votare SI. La separazione delle carriere riduce il rischio di perdita di imparzialità del Giudice

 


Articolo 102 – Funzione giurisdizionale: una svolta costituzionale

Nel testo riformato, le norme sull’ordinamento giudiziario segnano un cambio di paradigma:
👉 magistrati giudicanti
👉 magistrati requirenti

Due carriere distinte, finalmente riconosciute a livello costituzionale.

🔎 Fino ad oggi la separazione delle carriere era solo ordinamentale e politica, quindi reversibile e affidata alla legislazione ordinaria.
📜 Con la riforma, invece, entra nel cuore della Costituzione.

💡 Cosa significa, in concreto?

                                                             maggiore chiarezza dei ruoli
                                         rafforzamento del principio di terzietà del giudice
                           un assetto più coerente con i modelli delle principali democrazie europee

Una riforma che non è solo tecnica, ma culturale e istituzionale.
Che piaccia o no, segna un punto di non ritorno nel dibattito sulla giustizia in Italia.

👉 Tema complesso. Impatto enorme. Discussione aperta.

#Articolo102 #FunzioneGiurisdizionale #RiformaCostituzionale #SeparazioneDelleCarriere #Giustizia #Costituzione #StatoDiDiritto

In presenza di una carriera unica, il giudice che opera nella funzione di pubblica accusa potrebbe, in modo illecito, omettere prove rilevanti, incidere sui tempi del procedimento attraverso ritardi o accelerazioni anomale, selezionare in modo discrezionale gli atti da acquisire o escludere e forzare la valutazione della loro rilevanza. Potrebbe inoltre costruire un impianto accusatorio debole ma mediaticamente esposto, oppure mantenere volutamente aree di ambiguità utili a esercitare pressione psicologica su singoli soggetti, anche di rilievo politico. Successivamente, assumendo il ruolo di giudice giudicante, potrebbe sfruttare tali informazioni manipolate a vantaggio o svantaggio di una delle parti politiche.

La separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante è uno strumento volto a rafforzare l’indipendenza e l’imparzialità del sistema giudiziario. Distinguendo in modo netto chi esercita l’azione penale da chi giudica, si evita la commistione dei ruoli e si riduce il rischio che il giudice sia influenzato da scelte investigative o accusatorie compiute in una fase precedente del procedimento. Il giudice, non avendo partecipato alla costruzione dell’accusa né prospettive di carriera legate alla funzione requirente, può valutare i fatti e le prove con maggiore neutralità.

La separazione delle carriere contribuisce inoltre a prevenire conflitti di interesse strutturali, eliminando la possibilità che un magistrato si trovi a giudicare procedimenti che ha in qualche modo orientato o seguito in passato. In questo assetto, il pubblico ministero assume pienamente il ruolo di parte processuale, mentre il giudice rimane un terzo effettivo, rafforzando l’equilibrio tra accusa e difesa e la qualità del contraddittorio.

Infine, la chiarezza dei ruoli accresce la fiducia dei cittadini nella giustizia, poiché rende più trasparente l’esercizio del potere giudiziario e più credibile l’indipendenza del giudice. In questo senso, la separazione delle carriere non indebolisce l’autonomia della magistratura, ma ne rafforza la legittimazione democratica e la percezione di imparzialità.


Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026

VOTATE SI

 

martedì 27 gennaio 2026

La Verità, quale?

 



Dalla Genesi al dibattito politico

Nel racconto della Genesi (3:12–13) accade qualcosa di apparentemente semplice e allo stesso tempo dirompente:
tutti dicono la verità.

Adamo dice il vero: la donna gli è stata posta accanto e da lei ha ricevuto il frutto. Eva dice il vero: è stata sedotta dal serpente. Il serpente, a sua volta, agisce secondo la propria natura. Eppure, nonostante la verità di ciascuno, il risultato è la frattura.

Qui emerge un punto cruciale: la verità non è falsa, è parziale. È vera dalla prospettiva di chi parla. Dio stesso, che conosce già l’esito degli eventi, chiede ad Adamo: «Dove sei?». Non è una richiesta di informazione, ma un invito alla presa di coscienza. La verità non viene negata, viene messa in relazione.

La prospettiva come fondamento della verità. Adamo non ha motivo di diffidare della donna: gli è stata posta accanto dal Creatore. Eva non ha motivo di diffidare del serpente: è una creatura dello stesso Creatore, inserita in un mondo che fino a quel momento era “buono”. Se il mondo è buono, perché dubitare?

Da qui nasce una lettura radicale: forse la prova non era l’obbedienza, ma il diritto di sbagliare per apprendere.
Non una colpa morale, ma un passaggio evolutivo della coscienza. Il peccato originale, in questa prospettiva, non è la disobbedienza, ma l’uscita dall’innocenza dell’unica verità. Dalla Genesi alla politica: tutti hanno ragione (e tutti sbagliano).

Nel dibattito politico accade esattamente lo stesso.

  • Ogni attore politico racconta la sua verità
  • Ogni elettore riconosce come vera la narrazione che coincide con la propria esperienza
  • Ogni parte accusa l’altra di mentire

Ma, come Adamo ed Eva, spesso dicono il vero.
Il problema non è la menzogna, è la parzialità elevata ad assoluto. La politica moderna non vive di falsità totali, ma di verità incomplete presentate come totali.

Ecco perché:

  • una riforma può essere “giusta” per alcuni e “ingiusta” per altri
  • una decisione economica può essere necessaria e allo stesso tempo distruttiva
  • una misura di sicurezza può proteggere e contemporaneamente opprimere

Tutte queste affermazioni possono essere vere nello stesso momento, se osservate da prospettive diverse.  Il problema politico non è la verità, ma l’ottica. Quando una parte politica dice: “Questa è LA verità” sta facendo lo stesso errore di Adamo quando si ferma alla donna, e di Eva quando si ferma al frutto.

La politica fallisce quando:

  • si isola il singolo evento
  • si ignora la catena delle cause
  • si rifiuta la complessità

In questo senso, la propaganda non è una menzogna: è una verità amputata del contesto. La Verità come sintesi, non come bandiera

La conclusione è il cuore del discorso: Non esiste più la mia verità o la sua verità, ma la VERITÀ come sintesi dell’insieme.  Applicata alla politica, questa affermazione è rivoluzionaria perché:

  • nega la logica amico/nemico
  • smonta il moralismo politico
  • obbliga a guardare le dinamiche, non solo gli attori

Adamo deve imparare a vedere con gli occhi di Eva. Eva deve imparare a vedere l’insieme, non solo il frutto.

Allo stesso modo:

  • il governo deve vedere con gli occhi di chi subisce le decisioni
  • l’opposizione deve vedere con gli occhi di chi governa
  • il cittadino deve uscire dalla comfort zone della propria narrazione

Conclusione: una politica della coscienza

La Verità, come nella Genesi, non è data, ma si costruisce.
È il risultato di:

  • ascolto
  • integrazione delle prospettive
  • rinuncia all’assoluto

Ogni circostanza ha più letture, quindi più verità.  Ma solo chi accetta di non possedere la verità, può avvicinarsi ad essa. La vera crisi politica del nostro tempo non è la mancanza di verità, ma la mancanza di coscienza capace di sintetizzarle. E forse, come allora, non stiamo pagando una colpa, ma stiamo attraversando — dolorosamente —
un nuovo passaggio evolutivo della coscienza collettiva.

 

giovedì 22 gennaio 2026

ONU E L'IMPOSSIBILITA' DI GARANTIRE LA PACE Parte I

 


 All’indomani della Seconda guerra mondiale, la penisola coreana viene liberata dal dominio giapponese, ma la pace non porta all’unità. Il territorio resta diviso lungo una linea destinata a segnare la storia del Novecento: il 38º parallelo. A nord si consolida un regime comunista sotto l’influenza sovietica, mentre a sud nasce un governo filo-occidentale sostenuto dagli Stati Uniti. Quella che doveva essere una separazione temporanea si trasforma rapidamente in una delle prime e più nette frontiere ideologiche della Guerra Fredda.

Il 25 giugno 1950 la tensione esplode: la Corea del Nord lancia un’offensiva militare contro il Sud con l’obiettivo di unificare il Paese sotto il comunismo. Washington, sotto l'amministrazione democratica di Harry S. Truman, reagisce immediatamente, evitando però una dichiarazione formale di guerra. Gli Stati Uniti ottengono una risoluzione delle Nazioni Unite e assumono la guida di una coalizione militare internazionale. La guerra di Corea nasce così come un conflitto regionale, ma si trasforma rapidamente in uno scontro globale tra blocchi contrapposti.

Da un lato si schierano la Corea del Sud, gli Stati Uniti – forza militare dominante – e contingenti ONU provenienti da diversi Paesi, tra cui Regno Unito, Turchia, Canada e Australia. Dall’altro, la Corea del Nord può contare sull’intervento massiccio della Cina comunista e sul sostegno logistico e politico dell’Unione Sovietica. Nel 1953 le ostilità si fermano con la firma di un armistizio, ma non di un trattato di pace: la guerra termina senza una vera conclusione politica, lasciando la penisola coreana ancora divisa.

Uno schema simile si ripete pochi anni dopo nel Sud-Est asiatico. Con la fine del colonialismo francese in Indocina, anche il Vietnam viene spezzato in due: a nord un governo comunista guidato da Ho Chi Minh, a sud un regime filo-occidentale sostenuto dagli Stati Uniti. Il confine, fissato provvisoriamente lungo il 17º parallelo, diventa presto un’altra linea di frattura della Guerra Fredda.

Gli Stati Uniti temono l’“effetto domino”: la caduta del Vietnam sotto il comunismo potrebbe trascinare con sé l’intera regione. In un primo momento Washington limita il proprio coinvolgimento all’invio di consiglieri militari, armi e programmi di addestramento. Ma dopo l’Incidente del Golfo del Tonchino, nel 1964, il Congresso a guida repubblicana, concede al Presidente,  Dwight D. Eisenhower poteri militari straordinari. Inizia così il coinvolgimento diretto degli USA, che durerà fino al 1973, ancora una volta senza una dichiarazione ufficiale di guerra.

Il conflitto oppone il Vietnam del Nord e la guerriglia comunista del Viet Cong, sostenuti da Unione Sovietica e Cina, al Vietnam del Sud, affiancato dagli Stati Uniti e da alcuni alleati minori come Australia e Corea del Sud. È una guerra atipica, combattuta soprattutto nella giungla, fatta di imboscate, tunnel sotterranei e trappole, con un uso massiccio di bombardamenti aerei e armi chimiche come il napalm e l’agente arancio. Il nemico è spesso invisibile e si confonde con la popolazione civile, rendendo il conflitto logorante e difficile da controllare. La guerra prosegue sotto altre amministrazioni,  John F. Kennedy democratico, Lyndon B. Johnson democratico, proseguendo con Richard Nixon e Gerald Ford, repubblicani.

Nel 1973 gli accordi di Parigi sanciscono il ritiro delle truppe statunitensi. Due anni dopo, nel 1975, la caduta di Saigon segna la vittoria definitiva del Vietnam del Nord e la riunificazione del Paese sotto un governo comunista. Gli Stati Uniti non vengono sconfitti sul campo in senso stretto, ma escono dal conflitto politicamente e strategicamente battuti, con profonde conseguenze sulla loro politica estera e sulla fiducia dell’opinione pubblica.

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L'ERA TRUMP

 


Donald Trump non ha “destabilizzato” l’ordine internazionale: lo ha semplicemente smascherato. La sua politica estera, brutale e dichiaratamente egoista, ha fatto emergere quanto il sistema multilaterale fosse già fragile, ipocrita e sostenuto più dalla retorica che da reali rapporti di forza. “America First” non è uno slogan: è la traduzione esplicita di ciò che le grandi potenze fanno da sempre, ma che Trump ha avuto il merito — o il cinismo — di dire ad alta voce.

Le uscite sulla Groenlandia, le sceneggiate sul presunto “salvataggio” del popolo iraniano con portaerei e bombardieri, la messinscena della pace a Gaza affidata a comitati in cui siedono soggetti legati ai finanziatori del terrorismo, non sono gaffe: sono operazioni di pressione e propaganda. Così come lo è l’idea di una pace in Ucraina costruita sacrificando l’aggredito sull’altare della stabilità apparente. La pace, in questa visione, non è giustizia né diritto internazionale: è convenienza. Punto.

L’Europa, dal canto suo, si è rivelata per quello che è: un gigante normativo con i piedi d’argilla. Incapace di parlare con una voce sola su guerra, difesa, energia e immigrazione, l’Unione procede in ordine sparso, paralizzata da veti incrociati e da una classe dirigente più attenta al consenso interno che alla sopravvivenza geopolitica. Le politiche migratorie sono l’emblema del fallimento: confini difesi a macchia di leopardo, ipocrisia umanitaria a uso interno e totale assenza di una strategia comune. Un caos che alimenta tensioni sociali e rafforza i movimenti populisti, mentre Bruxelles finge di non vedere.

Sul piano energetico, l’Europa ha sostituito una dipendenza con un’altra, passando dal gas russo al GNL americano. Nel 2026 questa scelta si rivela per ciò che è: una vulnerabilità strategica enorme, che consegna a Washington una leva economica e politica formidabile. Altro che autonomia strategica. Nel frattempo, le politiche green europee continuano a colpire l’industria interna, mentre Cina e paesi asiatici investono, producono e conquistano quote di mercato senza farsi paralizzare dal moralismo climatico occidentale.

L’ONU è forse il caso più imbarazzante. Un’istituzione che pretende di rappresentare la comunità internazionale ma che, nei fatti, si dimostra impotente, permeabile a influenze esterne e ormai priva di credibilità. Gaza ha segnato un punto di non ritorno: il coinvolgimento di personale ONU in attività terroristiche non è una “zona grigia”, è un fallimento sistemico. In Ucraina l’ONU è irrilevante, in Venezuela è complice per omissione, rifugiandosi dietro il linguaggio dei diritti mentre il regime si consolida indisturbato. Neutralità senza efficacia non è neutralità: è irrilevanza.

In questo scenario, Putin osserva e incassa. Non serve che la Russia vinca: basta che l’Occidente si divida. Ogni frattura transatlantica, ogni esitazione europea, ogni istituzione multilaterale screditata è un guadagno strategico per Mosca e, più silenziosamente, per Pechino.

Il 2026 non promette stabilità, ma chiarezza. Un mondo più cinico, più competitivo e meno ipocrita. Gli Stati Uniti continueranno a imporre la loro linea con la forza economica e militare. L’Europa, se non cambia radicalmente approccio, rischia di restare un mercato aperto e una potenza regolatoria senza peso politico reale. Senza una leadership forte, senza una revisione profonda delle sue politiche migratorie, energetiche e di difesa, l’Unione è destinata a subire le decisioni altrui.

Non è follia. È realpolitik allo stato puro. E chi continua a leggerla con le lenti del politicamente corretto non solo non capisce il mondo che cambia, ma contribuisce attivamente alla propria irrilevanza.

 

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martedì 20 gennaio 2026

Tuteliamo tutti i diritti, anche degli "Evasori" fiscali

 

 



Perché no?
Viviamo in un’epoca in cui sembra esistere sempre qualcuno pronto a scendere in piazza per tutelare qualsiasi causa. C’è chi difende i diritti di organizzazioni criminali come Hamas, bloccando università e città; chi, con un silenzio assordante, legittima di fatto una teocrazia come quella iraniana mentre massacra i propri giovani ribelli; chi manifesta solidarietà per miliziani cubani caduti durante operazioni militari; chi difende il diritto di sistemi culturali e religiosi che sottomettono le donne; chi rivendica il diritto a fumare droghe leggere, a occupare case altrui, a non lavorare, a vivere di assistenza.

Un catalogo infinito di “diritti”, spesso sganciati da qualsiasi responsabilità.

Allora la domanda è semplice e volutamente scomoda: perché non tutelare anche il diritto di chi evade il fisco?

Perché non riconoscere l’evasione fiscale come una forma di autodifesa e di ribellione legittima contro uno Stato invasivo e predatorio? Uno Stato che pretende di espropriarti gran parte del tuo guadagno ma, in cambio, non ti garantisce lavoro, non ti assicura il diritto alla casa, non ti offre una sanità pubblica realmente funzionante, costringendoti a sostenere spese private; uno Stato che non investe seriamente nella scuola, che scarica i costi dell’istruzione sulle famiglie, che rende l’energia sempre più onerosa.

Uno Stato che ti fa già pagare tutto due volte: con le tasse esplicite e con una miriade di balzelli occulti — bolli, diritti di segreteria, registrazioni, imposte minori — e che ti soffoca con una burocrazia costosissima, inefficiente, che non fornisce servizi ma disservizi, che non semplifica ma complica, che non aiuta ma ostacola.

Perché pagare le tasse, allora?
Se il patto sociale è rotto, se lo Stato non restituisce ciò che esige, se il cittadino è lasciato solo davanti a sanità, istruzione, lavoro, casa ed energia, con quale coerenza morale si può condannare chi sceglie di non pagare?

Forse è arrivato il momento di essere coerenti fino in fondo:
protestiamo anche per il diritto ad evadere, inteso non come furbizia o privilegio, ma come forma di autotutela e di risarcimento contro uno Stato che ha smesso da tempo di fare lo Stato.

Una provocazione? Certo.
Ma a volte le provocazioni servono a dire ad alta voce ciò che molti pensano, ma pochi hanno il coraggio di ammettere.


sabato 10 gennaio 2026

Il Fisco e l'evasione fiscale


Evasione fiscale: il grande alibi della politica italiana

In Italia si parla di lotta all’evasione fiscale da decenni. Le cifre sono sempre le stesse: quasi il 5% del PIL nazionale. Il ritornello pure: se riuscissimo a ridurla, potremmo abbassare le tasse e migliorare i servizi pubblici.
Ma la domanda che nessuno pone davvero è un’altra: siamo sicuri che l’evasione fiscale sia un problema che si vuole risolvere?

Perché, guardando ai fatti, viene da dubitarne.

Da anni le politiche adottate si muovono su micro-aggiustamenti: 0,1%, 0,3%, 1% di rimodulazione delle aliquote. Aumenti selettivi delle tasse “ai più ricchi”. Nuove norme, nuovi adempimenti, nuovi uffici.
Risultato? L’evasione resta lì. Strutturalmente stabile. Quasi intoccabile.

A questo punto il sospetto è legittimo: forse il problema non è l’evasione, ma l’uso politico che se ne fa.

Proviamo a fare un esperimento mentale.
Immaginiamo che un leader politico decida davvero di affrontare il nodo alla radice. Dal prossimo anno introduce una riforma radicale: tasse drasticamente ridotte, con aliquote chiare e basse, dallo 0% a un massimo del 20% per tutte le fasce di reddito. In parallelo, però, introduce una norma semplice e durissima: chi evade, se accertato, va in carcere. Pene proporzionate all’importo evaso, procedure rapide, niente ricorsi infiniti, niente benefici.

La domanda è semplice: quanti continuerebbero a evadere sapendo che la pena è certa?
Probabilmente pochi. Molto pochi. Il gettito aumenterebbe, il bilancio andrebbe in attivo.

Ed è qui che emergono i problemi. Non per lo Stato. Per la politica.

Primo nodo: la burocrazia.
Oggi decine di migliaia di funzionari, impiegati e dirigenti vivono di controlli, contenziosi, accertamenti, ricorsi, interpretazioni. Se il pagamento delle tasse diventasse regolare e semplice, quale carico di lavoro giustificherebbe quei costi?
Come spiegare stipendi, uffici, strutture, se il sistema funzionasse davvero?

Secondo nodo: il deficit pubblico.
L’evasione è una voce invisibile ma utilissima. Consente di iscrivere a bilancio, anche a livello europeo, un gettito potenziale non incassato. Un domani forse arriverà. Intanto giustifica scostamenti, deficit, flessibilità.
Senza evasione, questa leva sparirebbe. E con essa una comoda area grigia di manovra politica.

Terzo nodo, il più delicato: i costi della politica e dell’alta burocrazia.
Finché esiste il “cattivo evasore”, l’attenzione pubblica è deviata. La colpa è sempre altrove.
Ma se l’evasione scomparisse, il paradosso diventerebbe evidente: bisognerebbe tagliare davvero, in modo drastico, stipendi, indennità, apparati. Non ci sarebbe più l’alibi.

Ed è qui che la narrazione si rovescia.
Scomparso l’evasore “furbo”, emergerebbero figure ben più imbarazzanti: dirigenti e politici furbi, che prosperano su inefficienze strutturali, burocrazia ipertrofica e problemi mai risolti perché troppo utili per essere eliminati.

Forse, allora, il punto non è che l’evasione fiscale non si possa combattere.
Forse il punto è che non conviene farlo davvero.

E questa, più che un’ipotesi ideologica, è una pista investigativa che meriterebbe finalmente di essere seguita.

Alta Corte Disciplinare vota SI

  La riforma dell’articolo 105 rafforza l’autogoverno della magistratura rendendolo più chiaro, equilibrato e credibile. La gestione separat...