Marco 14: Gesù davanti alla
sofferenza, alla fedeltà e al giudizio
Una lettura ebraica alla luce della Torah, dei Profeti
e della tradizione rabbinica
Premessa metodologica
Marco 14 non
racconta lo scontro tra Gesù e “l’ebraismo”, ma una vicenda interamente interna
al mondo ebraico del I secolo. Gesù, i discepoli, la donna di Betania, Giuda,
Pietro, i sacerdoti, gli scribi e gli anziani sono tutti ebrei. Le discussioni
riguardano l’interpretazione delle Scritture, l’autorità religiosa, il Tempio,
il messianismo, la fedeltà a Dio e il destino d’Israele.
È inoltre
necessario distinguere tra fonti contemporanee a Gesù e fonti rabbiniche
successive. La Mishnah fu redatta nella sua forma definitiva intorno al 190-230
e.v., mentre il Talmud babilonese raggiunse la sua composizione tra il V e il
VI secolo. Tuttavia, questi testi conservano anche tradizioni attribuite a
maestri più antichi. I paralleli rabbinici mostrano che molti suoi insegnamenti
appartengono al patrimonio spirituale, esegetico e morale dell’ebraismo.
1. La congiura contro Gesù: un conflitto interno a
Israele
La decisione
di alcuni capi sacerdotali e scribi di arrestare Gesù non deve essere
interpretata come la condanna dell’intero popolo ebraico. Marco stesso precisa
che essi temevano una reazione popolare: «Non durante la festa, perché non vi
sia qualche tumulto di popolo». Questo significa che Gesù godeva ancora di
consenso o simpatia tra una parte della popolazione.
La tensione
tra un maestro profetico e alcune autorità non è estranea alla storia d’Israele.
Geremia fu perseguitato da sacerdoti e funzionari; Amos entrò in conflitto con
il sacerdote Amasia; Elia fu ricercato dal potere monarchico; Michea denunciò
capi, sacerdoti e profeti che amministravano la giustizia in cambio di denaro.
Gesù si inserisce
in questa tradizione profetica: non rifiuta Israele, la Torah o il Tempio, ma
contesta l’uso dell’autorità religiosa quando essa si allontana dalla
giustizia. Il conflitto è dunque quello, tipicamente biblico, tra la voce
profetica e le istituzioni che si sentono minacciate dalla sua predicazione.
2. La donna di Betania: amore, sepoltura e gemilut
chasadim
Nel racconto
di Marco la donna rimane anonima. L’identificazione con Maria di Betania deriva
dal confronto con Giovanni 12, ma Marco sembra voler porre l’attenzione non
sulla sua identità, bensì sul suo gesto.
L’unzione
del capo richiama diversi significati biblici. Nella Torah e nei Profeti
vengono unti sacerdoti, re e persone consacrate a una missione. Il gesto può
quindi evocare dignità, elezione e regalità. Gesù, però, interpreta l’azione
soprattutto in relazione alla sua prossima sepoltura.
«I poveri li avete sempre con voi»
Questa frase
è stata talvolta letta come una svalutazione dell’assistenza ai poveri. In
realtà Gesù cita quasi letteralmente Deuteronomio 15:11:
«Non
mancheranno mai i poveri nel paese; perciò ti comando: apri generosamente la
mano al tuo fratello povero e bisognoso».
Nel contesto
della Torah, l’esistenza dei poveri non giustifica l’indifferenza: fonda un
obbligo permanente di tzedakah. Anche Gesù aggiunge: «Quando volete,
potete far loro del bene». Non sospende quindi il comandamento, ma ricorda che
l’assistenza ai bisognosi può e deve essere praticata continuamente.
Il gesto
della donna appartiene inoltre alla categoria della gemilut chasadim, le
opere concrete di amore e misericordia. La Mishnah Peah 1:1 colloca le opere di
bene tra le realtà il cui valore non ha una misura determinata. La tradizione
rabbinica comprende in esse l’assistenza ai poveri, la visita ai malati, il
conforto dei sofferenti e la sepoltura dei morti.
Rabbi Simlai
insegnerà che la Torah «comincia con un’opera di misericordia e termina con
un’opera di misericordia»: Dio veste Adamo ed Eva e, alla fine della Torah,
seppellisce Mosè. Preparare qualcuno alla sepoltura è dunque considerato un
atto di autentica pietà e imitazione degli attributi divini.
«In memoria di lei»
Anche l’idea
che l’azione della donna venga ricordata appartiene al linguaggio ebraico dello
zekher, la memoria morale del giusto. Proverbi 10:7 afferma: «La memoria
del giusto è una benedizione», versetto ripreso anche nel Talmud.
Gesù difende
quindi una donna che ha compreso la gravità del momento e ha compiuto verso di
lui un chesed, un atto gratuito di amore. La sua valutazione è
pienamente coerente con la sensibilità ebraica secondo la quale esistono
circostanze in cui l’onore reso al morente e al defunto costituisce una mitzvah
irripetibile.
3. Giuda e il tradimento di colui che mangia alla
stessa tavola
La gravità
del tradimento è sottolineata dal fatto che Giuda appartiene ai Dodici e
condivide il pasto con Gesù.
Il tema del
tradimento da parte di una persona vicina richiama il Salmo 41:
«Perfino
l’amico in cui confidavo, colui che mangiava il mio pane, si è levato contro di
me».
Il
riferimento al pane e alla tavola rende il tradimento particolarmente doloroso,
perché nella cultura biblica mangiare insieme significa accoglienza, comunione,
protezione e fiducia.
Gesù non
pronuncia il nome del traditore davanti a tutti e non incita i discepoli a
punirlo. La sua parola è un ammonimento morale: la realizzazione di un disegno
divino non elimina la responsabilità personale. Questa tensione tra prescienza
divina e libertà umana è tipica del pensiero ebraico: Dio può trarre il bene
anche dalle azioni malvagie, ma l’uomo rimane responsabile delle proprie
scelte.
4. L’ultima cena come celebrazione ebraica di Pesach
Marco
presenta chiaramente la cena nel contesto di Pesach: i discepoli chiedono dove
preparare la Pasqua e Gesù manda due di loro ad allestire la sala.
La scena
appartiene al mondo delle feste d’Israele:
- si prepara la cena pasquale;
- si mangia in gruppo;
- vengono pronunciati
ringraziamenti;
- si benedicono pane e vino;
- al termine viene cantato
l’inno;
- l’intero pasto viene
interpretato come attesa della liberazione.
La Mishnah
Pesachim, redatta più tardi ma contenente tradizioni anteriori, descrive una
celebrazione pasquale con coppe di vino, benedizioni, racconto dell’uscita
dall’Egitto e recitazione dell’Hallel. Anche il povero doveva poter partecipare
e ricevere le coppe necessarie alla celebrazione.
Non è
prudente affermare che la cena di Gesù corrispondesse in ogni particolare al
Seder rabbinico codificato due secoli dopo. Tuttavia, pane, vino, benedizioni,
Hallel, memoria dell’Esodo e speranza nella redenzione sono elementi
chiaramente ebraici.
Le benedizioni sul pane e sul vino
Marco dice
che Gesù «pronunciò la benedizione» sul pane e «rese grazie» sul calice. Non si
tratta di gesti estranei all’ebraismo, ma delle normali berakhot che
riconoscono Dio come fonte del nutrimento.
La Mishnah
Berakhot stabilisce che sul pane si benedice Dio «che fa uscire il pane dalla
terra» e sul vino «che crea il frutto della vite».
Anche
l’espressione di Marco «dopo che ebbero cantato l’inno» è coerente con la
recitazione dell’Hallel pasquale. Mishnah Pesachim 10 descrive la recitazione
dei Salmi 113-118 prima e dopo il pasto.
Gesù non
celebra dunque una cena svincolata da Israele: interpreta la propria missione
all’interno della memoria dell’Esodo.
5. Il pane, il calice e il «sangue del patto»
Le parole
sul pane e sul vino costituiscono uno dei punti più discussi del capitolo. Per
comprenderle occorre partire dal linguaggio della Torah.
Il «sangue del patto»
L’espressione
deriva direttamente da Esodo 24:8. Dopo aver letto il libro dell’alleanza al
popolo, Mosè prende il sangue dei sacrifici e dichiara:
«Ecco il
sangue del patto che il Signore ha concluso con voi».
Le parole di
Gesù sono quindi costruite sul modello dell’alleanza sinaitica.
Il
linguaggio può richiamare anche Geremia 31, dove Dio promette una rinnovata
alleanza con la casa d’Israele e la casa di Giuda. Non si tratta
necessariamente dell’abolizione della Torah, ma della sua interiorizzazione:
«Porrò la mia Torah dentro di loro e la scriverò sul loro cuore».
Non un invito a bere sangue
La Torah
vieta categoricamente il consumo del sangue, perché «la vita della carne è nel
sangue» (Levitico 17). Un maestro ebreo non avrebbe potuto invitare i discepoli
a bere letteralmente sangue.
Lo stesso
Marco precisa che il contenuto del calice è «il frutto della vite». Le parole
devono pertanto essere comprese in senso simbolico e profetico: il vino
rappresenta la vita che Gesù ritiene di dover offrire nella fedeltà alla
propria missione.
Il gesto è
affine alle azioni simboliche dei profeti. Geremia rompe una brocca, Ezechiele
compie gesti drammatici, Isaia cammina scalzo, Osea trasforma la propria vita
familiare in un segno profetico. Anche Gesù interpreta pane e calice come segni
viventi del proprio destino.
«Per molti»
L’espressione
può evocare Isaia 53, dove il servo sofferente porta il peso di molti e «versa
la propria vita fino alla morte». Nell’interpretazione ebraica il servo è stato
identificato in modi diversi: Israele, il resto fedele, un profeta o una figura
giusta. Non è quindi corretto sostenere che Isaia 53 avesse un’unica lettura
cristologica già stabilita. Tuttavia, il linguaggio del giusto che soffre per
molti appartiene certamente alle Scritture d’Israele.
Gesù
interpreta la propria morte mediante categorie ebraiche: alleanza, sacrificio,
fedeltà, servo sofferente e liberazione pasquale.
6. «Percuoterò il pastore»: Gesù legge il proprio
destino nei Profeti
Gesù cita
Zaccaria 13:7:
«Percuoti il
pastore e siano disperse le pecore».
La
dispersione dei discepoli viene compresa attraverso il linguaggio profetico del
pastore e del gregge. La stessa immagine ricorre in Ezechiele 34, Geremia 23 e
Zaccaria 11-13, dove i capi d’Israele vengono descritti come pastori e il
popolo come gregge.
La citazione
non dimostra un allontanamento dall’ebraismo. Al contrario, mostra il tipico
procedimento ebraico di interpretare gli avvenimenti mediante le Scritture.
Gesù legge il proprio presente alla luce dei Profeti, come faranno
successivamente i maestri rabbinici attraverso il midrash.
La promessa
«vi precederò in Galilea» mostra inoltre che la caduta dei discepoli non sarà
definitiva. La dispersione non cancella la possibilità del ritorno.
7. Getsemani: una preghiera profondamente ebraica
Il Getsemani
è forse il luogo nel quale emerge con maggiore chiarezza la spiritualità
ebraica di Gesù.
«Abbà, Padre»
La parola
aramaica Abba appartiene al linguaggio familiare e religioso ebraico.
Gesù non si rivolge a una divinità diversa dal Dio d’Israele, ma al Dio dei
padri, riconosciuto come creatore, sovrano e padre misericordioso.
La Bibbia
stessa chiama Dio padre d’Israele:
- «Israele è mio figlio, il mio
primogenito» (Esodo 4:22);
- «Tu, Signore, sei nostro Padre»
(Isaia 63:16);
- «Non abbiamo forse tutti un
solo Padre?» (Malachia 2:10).
Il rapporto
filiale espresso da Gesù non è pertanto estraneo al monoteismo ebraico.
«Non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu»
Questa frase
ha un parallelo straordinario in Pirkei Avot 2:4:
«Fa’ la Sua
volontà come se fosse la tua volontà… annulla la tua volontà davanti alla Sua
volontà».
Il pensiero
è praticamente il medesimo: l’uomo può esprimere il proprio desiderio e la
propria angoscia, ma alla fine sottomette la propria volontà a quella divina.
Gesù non
cerca il dolore. Chiede che il calice venga allontanato. La sua grandezza non
consiste nel desiderare la morte, ma nell’accettare di rimanere fedele quando
non vede una via di salvezza.
Rabbi Akiva davanti al martirio
Un parallelo
significativo si trova nella tradizione sulla morte di Rabbi Akiva. Condannato
dai Romani, Akiva recita lo Shema mentre viene torturato. Ai discepoli che gli
chiedono come possa continuare a pregare, risponde di aver atteso tutta la vita
di comprendere e compiere il comandamento «amerai il Signore tuo Dio con tutta
la tua anima», cioè anche quando la vita viene richiesta.
Akiva non
cercò la morte, ma non rinnegò la Torah per evitarla. Analogamente, Gesù non
cerca la sofferenza, ma non abbandona la propria missione per salvarsi. In
entrambi i racconti il martirio è presentato come estrema fedeltà a Dio, non
come disprezzo della vita.
La triplice preghiera
Gesù ripete
la preghiera tre volte. Anche questo gesto ha radici bibliche. Daniele pregava
tre volte al giorno e il Salmo 55 parla della preghiera «sera, mattina e
mezzogiorno». La tradizione rabbinica collega le tre preghiere quotidiane ai
patriarchi oppure ai sacrifici giornalieri del Tempio.
Non si deve
cercare un’identità rituale perfetta, ma la ripetizione perseverante della
preghiera appartiene chiaramente alla spiritualità ebraica.
«Lo spirito è pronto, ma la carne è debole»
Il contrasto
non esprime necessariamente un dualismo greco nel quale il corpo sarebbe
malvagio. Nel pensiero ebraico l’essere umano desidera fare il bene, ma
incontra la debolezza, la paura e lo yetzer hara.
Rabbi
Alexandri pregava:
«È noto
davanti a Te che la nostra volontà è compiere la Tua volontà; che cosa ce lo
impedisce? Il lievito che è nella pasta e la sottomissione ai regni».
Il «lievito
nella pasta» rappresenta l’inclinazione che disturba la volontà umana. È una
formulazione molto vicina a «lo spirito è pronto, ma la carne è debole».
8. L’arresto e il rifiuto della via armata
Uno dei
presenti usa la spada e ferisce il servo del sommo sacerdote. Gesù, tuttavia,
non organizza una resistenza armata. Ricorda che insegnava pubblicamente nel
Tempio e denuncia l’incoerenza di un arresto notturno compiuto «con spade e
bastoni».
Il suo
comportamento non è quello di un capo insurrezionale. Se avesse voluto condurre
una rivolta armata, il momento dell’arresto sarebbe stato quello nel quale
ordinare ai discepoli di combattere. Invece non lo fa.
Questo
atteggiamento può essere accostato alla tradizione rabbinica che invita a
desiderare la conversione del peccatore piuttosto che la sua distruzione. Nel
Talmud Berakhot 10a, Beruriah corregge Rabbi Meir, che pregava contro alcuni
violenti: non bisogna chiedere la fine dei peccatori, ma la fine dei peccati,
affinché essi si convertano.
Il parallelo
non è un’identità narrativa, ma rivela una medesima convinzione: il male non si
supera necessariamente eliminando fisicamente il malvagio.
9. Gesù davanti al consiglio: la Torah e la tutela
dell’accusato
Marco
insiste ripetutamente sull’inconsistenza delle testimonianze:
- cercavano una testimonianza per
farlo morire;
- molti testimoniavano
falsamente;
- le deposizioni non
concordavano;
- neppure sul Tempio le
testimonianze coincidevano.
Questo
linguaggio richiama direttamente la Torah. Deuteronomio 19:15 stabilisce che
una causa può essere fondata soltanto sulla deposizione concorde di due o tre
testimoni. I versetti successivi prevedono un’indagine rigorosa contro il
testimone falso.
Marco non
sta affermando che la Torah fosse ingiusta. Al contrario, mostra che le
garanzie della Torah non vengono rispettate. La denuncia narrativa presuppone
il valore della legge ebraica.
Le cautele della tradizione rabbinica
La Mishnah
Sanhedrin stabilisce norme particolarmente severe per i processi capitali:
- i testimoni devono essere
interrogati accuratamente;
- la sentenza capitale deve
essere pronunciata di giorno;
- una condanna non può essere
conclusa nello stesso giorno;
- un processo capitale non deve
iniziare alla vigilia di Shabbat o di una festa;
- i giudici devono cercare
anzitutto gli argomenti favorevoli all’accusato.
Mishnah
Sanhedrin 4:5 ammonisce i testimoni ricordando loro che una falsa deposizione
in un processo capitale può distruggere non soltanto una persona, ma l’intero
mondo che avrebbe potuto derivare da quella vita.
Poiché
queste norme furono codificate successivamente, non possono essere applicate
meccanicamente come se fossero il verbale processuale dell’anno 30. La riunione
descritta da Marco potrebbe inoltre rappresentare un interrogatorio preliminare
e non una seduta giudiziaria formale. Tuttavia, il confronto evidenzia quanto
la tradizione ebraica fosse consapevole del pericolo delle condanne capitali e
delle testimonianze false.
Il sommo sacerdote si straccia le vesti
Il gesto del
sommo sacerdote ha un parallelo nella procedura rabbinica riguardante la
bestemmia: chi ascolta una vera profanazione del Nome deve alzarsi e lacerarsi
le vesti. Sanhedrin 60a conserva questa pratica.
Il gesto,
quindi, non è in sé estraneo all’ebraismo. Esprime l’interpretazione del sommo
sacerdote, secondo il quale le parole di Gesù costituiscono bestemmia. Il
problema narrativo è che la condanna sembra emergere dalla risposta
dell’accusato dopo che le testimonianze precedenti erano fallite.
È inoltre
significativo il richiamo profetico di Gioele: «Lacerate i vostri cuori e non
le vostre vesti». La vera conversione non consiste soltanto nel gesto
esteriore, ma nel mutamento del cuore e della condotta.
10. «Il Figlio dell’uomo sulle nubi»: una
dichiarazione dentro il messianismo ebraico
Alla
domanda: «Sei tu il Messia, il Figlio del Benedetto?», Gesù risponde
richiamando due testi biblici:
- Daniele 7:13-14: uno simile a
un figlio d’uomo viene con le nubi e riceve autorità;
- Salmo 110:1: «Siedi alla mia
destra».
La formula
«il Benedetto» è essa stessa un modo ebraico di evitare la pronuncia diretta del
Nome divino.
«Io sono»
L’espressione
può essere letta semplicemente come risposta affermativa: «Sì, lo sono». Non è
obbligatorio interpretarla automaticamente come una pronuncia del Nome divino
di Esodo 3. La reazione del sommo sacerdote deriva più probabilmente
dall’insieme della dichiarazione: Gesù applica a sé la figura gloriosa di
Daniele e l’immagine dell’intronizzazione del Salmo.
Daniele 7
presenta «uno simile a un essere umano» al quale vengono conferiti dominio e
regno eterno. Nel contesto del capitolo, questa figura è collegata anche ai
«santi dell’Altissimo», cioè al popolo oppresso che riceverà il regno dopo la
caduta degli imperi rappresentati dalle bestie.
La
successiva discussione rabbinica mostra che Daniele 7 poteva essere
interpretato messianicamente. In Sanhedrin 98a Rabbi Yehoshua ben Levi
confronta il Messia che viene «con le nubi del cielo» con il re «umile e
cavalcante un asino» di Zaccaria 9:9: se Israele sarà degno, verrà con le nubi;
altrimenti verrà umilmente sull’asino.
Questo non
significa che i rabbini avrebbero accettato l’identificazione proposta da Gesù.
Dimostra però che il linguaggio di Gesù appartiene al dibattito messianico
ebraico e non a una religione già separata dall’ebraismo.
11. Pietro: caduta, pianto e possibilità della teshuvah
Pietro
promette una fedeltà assoluta, ma poche ore dopo rinnega Gesù tre volte. Marco
mostra la fragilità dell’uomo che sopravvaluta il proprio coraggio.
Il pianto
finale è però fondamentale. Pietro non viene rappresentato come Giuda: la sua
paura lo conduce alla caduta, ma il ricordo della parola del maestro spezza il
suo cuore.
Il Salmo 51
insegna che Dio non disprezza «un cuore spezzato e contrito». La teshuvah
inizia quando l’uomo smette di giustificarsi e riconosce il proprio fallimento.
Reish Lakish
insegnerà che la potenza della teshuvah è tale che, quando nasce
dall’amore, perfino le colpe intenzionali possono essere trasformate in meriti.
Il pianto di
Pietro non elimina ciò che è accaduto, ma apre la possibilità del ritorno.
Questo è un pensiero profondamente ebraico: il giusto non è colui che non cade
mai, ma colui che riconosce la propria caduta e torna a Dio.
Maestri rabbinici che
esprimono insegnamenti analoghi
Rabban Gamliel: sottomettere la propria volontà a Dio
Pirkei Avot
2:4 insegna: «Fa’ la volontà di Dio come se fosse la tua volontà e annulla la
tua volontà davanti alla Sua volontà». È il parallelo più diretto alla
preghiera di Gesù: «Non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi Tu».
Rabbi Alexandri: la volontà è pronta, ma
l’inclinazione è debole
In Berakhot
17a Rabbi Alexandri riconosce che l’uomo desidera compiere la volontà divina,
ma è ostacolato dall’inclinazione interiore e dalle pressioni del potere
politico. È molto vicino al detto: «Lo spirito è pronto, ma la carne è debole».
Rabbi Akiva: fedeltà a Dio davanti alla morte
Akiva
affronta il martirio romano recitando lo Shema e accettando il comandamento di
amare Dio «con tutta l’anima». Come Gesù al Getsemani, non trasforma la paura
in fuga o rinnegamento, ma in fedeltà.
Beruriah e Rabbi Meir: combattere il peccato, non
distruggere il peccatore
Beruriah
impedisce a Rabbi Meir di pregare per la morte dei violenti e lo invita a
pregare per la loro conversione. Il principio è coerente con il rifiuto di Gesù
di organizzare una risposta armata contro coloro che lo arrestano.
Rabbi Simlai: la Torah è misericordia dall’inizio alla
fine
Rabbi Simlai
insegna che la Torah comincia e termina con atti di misericordia. Il gesto
della donna che prepara Gesù alla sepoltura rientra perfettamente in questa
concezione della gemilut chasadim.
Reish Lakish: la forza della conversione
Il pianto di
Pietro trova un’importante corrispondenza nell’insegnamento di Reish Lakish
sulla teshuvah: il ritorno sincero può trasformare radicalmente il
significato morale del passato.
I maestri di Sanhedrin: proteggere la vita
dell’accusato
Le regole
rabbiniche sulle testimonianze, sull’interrogatorio dei testimoni e sulle
sentenze capitali mostrano la stessa preoccupazione che emerge dalla denuncia
di Marco contro le testimonianze discordanti. La vita umana non può essere
tolta sulla base di supposizioni, voci o deposizioni incoerenti.
Valutazione conclusiva
Marco 14
presenta Gesù come un ebreo che:
- celebra Pesach;
- benedice pane e vino secondo la
consuetudine ebraica;
- canta l’Hallel;
- cita la Torah, i Salmi,
Zaccaria e Daniele;
- considera permanente l’obbligo
verso i poveri;
- valorizza la gemilut
chasadim;
- prega rivolgendosi al Dio
d’Israele;
- sottomette la propria volontà a
quella divina;
- interpreta la debolezza umana
secondo categorie analoghe allo yetzer hara;
- rifiuta di trasformare la
propria missione in una rivolta armata;
- denuncia le testimonianze
false;
- conserva la speranza nella teshuvah
di chi è caduto.
La sua
originalità non consiste nell’aver fondato in quel momento una religione
contrapposta all’ebraismo. Consiste nel modo radicale con cui combina temi già
presenti nella tradizione d’Israele: Esodo, alleanza, Pesach, profezia, sofferenza
del giusto, Regno di Dio, misericordia, martirio e speranza messianica.
Naturalmente
ciò non significa che ogni affermazione attribuita a Gesù fosse accettabile per
tutte le correnti ebraiche. La dichiarazione sul Figlio dell’uomo,
l’interpretazione del pane e del calice e l’applicazione a sé delle Scritture
potevano suscitare un forte dissenso. Ma si trattava ancora di un dissenso
interno all’universo ebraico.
Gesù non
appare in Marco 14 come un oppositore della Torah. Al contrario, egli pensa,
prega, argomenta e affronta la morte attraverso le categorie della Torah e dei
Profeti. Anche i paralleli con Rabban Gamliel, Rabbi Akiva, Rabbi Alexandri,
Beruriah, Rabbi Simlai e Reish Lakish mostrano che i suoi insegnamenti morali
fondamentali — la sottomissione alla volontà divina, la misericordia, il
rifiuto della vendetta, la fedeltà nella sofferenza e la possibilità del
ritorno — trovano profonde corrispondenze nella successiva tradizione
rabbinica.
Marco 14
dovrebbe quindi essere letto non come il racconto della condanna di Gesù da
parte “degli ebrei”, ma come la tragedia di un maestro ebreo perseguitato da
una particolare coalizione di autorità, abbandonato dai propri discepoli e
rimasto fedele fino alla fine al Dio d’Israele.