Osservando il dibattito pubblico, però, vedo giornalisti, leader politici e commentatori immersi in una grande confusione, talvolta persino in una sorta di delirio interpretativo.
Siamo tutti comprensibilmente preoccupati per ciò che sta accadendo in Medio Oriente e per il rischio che il conflitto possa estendersi. Cerchiamo chiavi di lettura per comprendere gli eventi: individuiamo cause, responsabilità, rischi geopolitici e possibili scenari futuri.
Eppure, sia nel mondo conservatore sia in quello liberal, fatichiamo a produrre un’analisi realmente lucida. Le nostre interpretazioni sono spesso influenzate dalla cultura occidentale, laica e cristiana, che utilizziamo come lente interpretativa universale.
Così finiamo per spiegare tutto attraverso schemi geopolitici classici: Russia, Stati Uniti e Cina come grandi attori; il controllo delle risorse strategiche come chiave interpretativa dominante. In questo quadro l’Europa appare spesso come la grande assente, incapace di proporre una visione strategica autonoma.
La verità è che la civiltà occidentale, ormai stanca e in parte decadente, fatica sempre più a decodificare fenomeni che non rientrano nelle sue categorie culturali. Ci si arrocca nelle proprie convinzioni politiche o religiose, trasformandole in certezze indiscutibili, e si rinuncia al vero esercizio critico: mettere in dubbio ciò che pensiamo e porci domande scomode.
Per questo provo a proporre una chiave di lettura diversa.
Dopo l’aggressione russa all’Ucraina, Stati Uniti ed Europa hanno sostenuto il diritto dell’Ucraina a difendersi, fornendo armi e supporto politico. Tuttavia non è mai stato affrontato seriamente il tema di come gestire i territori contesi attraverso strumenti di autonomia o soluzioni istituzionali già sperimentate in Europa.
Le leadership occidentali, in nome di un diritto internazionale spesso evocato ma poco efficace nella pratica, hanno continuato a sostenere lo sforzo bellico ucraino senza spingere realmente verso una trattativa sui territori. Il risultato è stato uno stallo.
Le sanzioni hanno colpito soprattutto le popolazioni più che le élite politiche russe. Nel frattempo qualcuno ha certamente tratto beneficio dal prolungamento del conflitto: l’industria degli armamenti.
L’Occidente, concentrato sul principio del diritto internazionale e sulla condanna dell’aggressione russa, ha finito per inseguire una pace ideale ma difficilmente realizzabile invece di favorire una pace imperfetta ma possibile. Solo più recentemente sono emersi approcci più pragmatici.
Nel frattempo la Russia ha continuato ad avanzare sul terreno, mentre le leadership occidentali sono rimaste ancorate a principi giuridici incapaci di incidere sugli equilibri reali.
Putin, naturalmente, non è rimasto passivo. L’ostilità dell’Occidente a trattare direttamente con lui ha contribuito a produrre una seconda anomalia geopolitica: l’apertura di un nuovo fronte in Medio Oriente.
L’Iran, già fornitore di droni alla Russia e interessato ad aumentare la pressione sull’Occidente, ha rafforzato il sostegno ai propri alleati regionali — Hezbollah e Hamas — spingendoli ad assumere un’iniziativa contro Israele.
In Occidente si è spesso dimenticato che l’“orologio della distruzione di Israele” installato a Teheran rappresentava non una semplice provocazione simbolica ma un vero programma politico della leadership iraniana guidata da Ali Khamenei.
Il 7 ottobre 2023 segna quindi l’apertura concreta di un nuovo fronte strategico.
Nel frattempo l’Iran ha continuato a perseguire il proprio obiettivo strategico: ottenere l’arma nucleare. Lo ha fatto attraverso una diplomazia abile che ha saputo dialogare con le amministrazioni occidentali guadagnando tempo, mentre con il supporto tecnologico e militare di Russia e Cina ha rafforzato il proprio arsenale missilistico.
Le diplomazie occidentali hanno spesso concentrato l’attenzione sull’accusa di genocidio rivolta al governo israeliano, discutendo soprattutto delle conseguenze della destabilizzazione del Medio Oriente piuttosto che delle sue cause profonde: la strategia regionale dell’Iran.
Invece di affrontare la causa, si è cercato di gestire l’effetto.
Ma anche il mondo conservatore non è riuscito a interpretare correttamente la situazione. Molti leader parlano genericamente di soluzioni diplomatiche senza aver compreso fino in fondo la natura del contesto mediorientale, applicando agli scenari Russia-Ucraina e Israele-Iran la stessa metodologia diplomatica.
Ed è proprio qui l’errore.
Nel conflitto russo-ucraino una diplomazia inefficace produce devastazione e stallo militare. Nel contesto mediorientale, invece, la stessa impostazione rischia di produrre l’effetto opposto: l’espansione del conflitto.
Per comprenderlo bisogna cambiare i criteri di lettura geopolitica.
Il conflitto russo-ucraino è in larga parte una contesa territoriale tra popolazioni che condividono una matrice culturale e religiosa comune. Per quanto drammatico, questo tipo di conflitto rientra nella storia delle dispute territoriali europee e spesso trova soluzione attraverso compromessi politici.
Il contesto mediorientale è radicalmente diverso.
Qui il nodo non è solo territoriale. Alla base del conflitto vi è la mancata accettazione, da parte di ampie componenti del mondo arabo, della nascita dello Stato di Israele dopo la spartizione della Palestina nel 1948.
Chi vuole comprendere ciò che accade deve quindi cambiare prospettiva e cercare di comprendere il sistema di pensiero dominante nel mondo arabo-musulmano.
La società musulmana è caratterizzata da una forte identità religiosa nella quale religione e politica sono profondamente intrecciate. I comportamenti sociali, le norme e le visioni politiche sono fortemente influenzati dagli insegnamenti del Corano e dalla tradizione giuridico-religiosa islamica.
Le analisi occidentali spesso non riescono a cogliere questa dimensione. Di conseguenza molte iniziative politiche e diplomatiche finiscono per impantanarsi in un terreno che non comprendiamo davvero.
Per comprendere ciò che sta accadendo — e ciò che potrebbe accadere — è quindi necessario studiare il pensiero politico islamico e, in particolare, comprendere le differenze tra il mondo sunnita e quello sciita.
Solo partendo da questa comprensione è possibile interpretare correttamente gli eventi e immaginare strategie politiche realmente efficaci.
