Perché sosterrò Vannacci pur non credendo nella sua proposta
Buon
pomeriggio a tutti.
Desidero
condividere una riflessione che mi sembra realistica, anche se scomoda, su Futuro
Nazionale e sul suo fondatore, il Generale Vannacci.
Vannacci
sta raccogliendo ampio consenso popolare su un tema che tocca la vita
quotidiana di molti: la reimmigrazione. Lo dico subito: condivido l’allarme
sociale sull’immigrazione – al punto che intendo sostenerlo politicamente.
Tuttavia,
devo anche riconoscere che, nella sua formulazione attuale, la proposta di reimmigrare
chi entra in Italia da irregolare non è fattibile. Non per mancanza di volontà,
ma per una serie di ostacoli strutturali, giuridici e internazionali.
Ecco
perché, punto per punto.
1)
Non è scontato che i paesi di origine riaccolgano i propri cittadini
Molti
paesi africani e asiatici – specialmente quelli con governi fragili o ostili –
rifiutano sistematicamente i rimpatri forzati. Senza la loro cooperazione,
qualsiasi politica di reimmigrazione si arena in partenza.
2)
I paesi terzi dove ospitarli costituirebbero un costo insostenibile e senza
prospettiva di soluzione
L’idea
di centri in Albania, Libia o altrove suona bene in campagna elettorale, ma
nella pratica significa spostare il problema altrove, sostenendo costi enormi
per strutture che diventerebbero depositi umani a tempo indeterminato. Nessuna
soluzione duratura.
3)
La magistratura – attualmente orientata a sinistra – si metterà di traverso
Anche
se un governo volesse applicare la reimmigrazione in modo serio, sappiamo bene
che molti giudici (spesso con sensibilità politiche opposte) bloccherebbero i
decreti di espulsione, invocando tutele internazionali o diritto d’asilo. In
pratica: vanificheranno ogni sforzo esecutivo, come già fanno oggi. Nonostante
la Costituzione ne sancisca l’indipendenza, nella pratica molti giudici e pm
hanno orientamenti politici ben precisi, prevalentemente di sinistra o
centrosinistra. Questo non è un segreto: lo dimostrano le correnti interne alla
magistratura (Magistratura Democratica, Area, etc.), i loro legami con partiti
e giornali, e le loro pronunce sistematicamente favorevoli ai migranti e
sfavorevoli allo Stato quando si tratta di espulsioni. Blocco dei decreti di
espulsione: ogni volta che un governo – di centrodestra o anche solo non
allineato – emette un decreto di espulsione per un immigrato irregolare o
pericoloso, c’è quasi sempre un giudice (spesso di un tribunale per i minorenni
o di sorveglianza) che lo sospende. Le motivazioni sono sempre le stesse:
rischio di trattamenti inumani nel paese di origine, diritto alla vita
familiare, mancata valutazione caso per caso. Interpretazione estensiva del
diritto d’asilo: la legge italiana e le convenzioni internazionali prevedono il
diritto d’asilo per chi fugge da persecuzioni. La magistratura di sinistra ha
allargato questa definizione fino a includere povertà, mancanza di prospettive,
violenza generica, persino discriminazioni non sistemiche. Risultato: chiunque
può chiedere asilo, e i giudici tendono a concederlo o a sospendere
l’espulsione in attesa di un ricorso che dura anni. Ostruzione ai centri di
trattenimento: i centri di permanenza per i rimpatri (CPR) sono già pochi e
inadeguati. La magistratura li ha resi quasi inutilizzabili: limiti di tempo
strettissimi (massimo 90 giorni, spesso ridotti a meno per decisioni
giudiziarie), requisiti impossibili per trattenere qualcuno (bisogna dimostrare
non solo l’irregolarità, ma anche il “pericolosità” o il “rischio di fuga”), e
controlli continui dei tribunali che ordinano rilasci immediati. Sanzioni ai
funzionari di polizia: quando le forze dell’ordine cercano di applicare la
legge in modo duro – respingendo qualcuno alla frontiera, trattenendo un
clandestino, identificando con forza – la magistratura apre inchieste per
abuso, violenza, sequestro di persona. Il messaggio è chiaro: se fai il tuo
dovere, rischi il processo. Questo paralizza l’azione dello Stato.
Perché
la sinistra lo permette? Perché la magistratura di sinistra è un potere
autonomo che nessun governo riesce davvero a controllare. I partiti di sinistra
non hanno alcun interesse a riformarla, perché ne traggono vantaggio: ogni
blocco di un’espulsione è un titolo per i giornali amici, ogni critica alla
magistratura viene dipinta come “attacco alla democrazia”. In questo modo, un
potere non elettivo può vanificare le scelte del Parlamento e del governo. Anche
se Vannacci o chiunque altro proponesse leggi severissime sulla reimmigrazione,
la magistratura le svuoterebbe dall’interno. Non serve una nuova norma:
servirebbe una riforma costituzionale che separi le carriere dei giudici e dia
al governo strumenti per superare l’ostruzionismo. Ma nessun partito di sistema
lo farà mai, perché la magistratura è intoccabile. Ecco perché la
reimmigrazione di Vannacci, sulla carta, è impossibile. Ma almeno lui nomina il
nemico interno.
4)
L’immigrazione non è un problema in sé: il problema sono le migrazioni di
culture non integrabili
Troppo
spesso si confonde immigrazione con integrazione. Io non ho paura di un
immigrato che condivide i nostri valori costituzionali, la laicità, la parità
di genere. Il vero problema sono le migrazioni massicce da culture – come
quella islamica in alcune sue espressioni maggioritarie – che oggettivamente
faticano o rifiutano di integrarsi nel tessuto sociale e giuridico europeo.
Posta così, la questione cambia radicalmente. Migrazioni di culture non
integrabili (i musulmani): non sto dicendo che ogni singolo musulmano sia
inintegrabile. Sto dicendo che alcune culture – e in particolare quella
islamica maggioritaria in Medio Oriente e Nordafrica – presentano tratti
strutturalmente incompatibili con i valori occidentali.
·
Visione
della legge: in molti paesi islamici, la sharia prevale o concorre con il
diritto civile. Ciò significa che per una parte significativa dei musulmani
osservanti, la legge di Dio è superiore a quella dello Stato. In Europa,
invece, la sovranità della legge è assoluta e non ammette eccezioni religiose.
Lo scontro è implicito.
·
Parità
di genere: l’Islam tradizionale prevede ruoli differenziati tra uomo e donna
(testimonianza, eredità, obbedienza domestica). Quando un immigrato musulmano
porta in Italia queste concezioni, si creano attriti concreti: ragazze velate
obbligate, matrimoni combinati, divieti di uscire da sole, violenza domestica
giustificata religiosamente.
·
Laicità
e libertà di espressione: la cultura islamica maggioritaria ha una soglia di
tolleranza verso la critica della religione molto bassa. Il caso di Samuel Paty
in Francia non è un incidente isolato: è la logica conseguenza di una cultura
che non separa sfera religiosa e sfera pubblica.
·
Antisemitismo
e ostilità verso l’Occidente: numerosi sondaggi mostrano che i musulmani in
Europa hanno percentuali di antisemitismo molto più alte del resto della
popolazione. Questa non è povertà o emarginazione: è un tratto culturale
appreso.
·
Rifiuto
dell’omosessualità: mentre l’Occidente ha compiuto un percorso verso il
riconoscimento dei diritti LGBTQ+, la cultura islamica maggioritaria considera
l’omosessualità un crimine o un peccato grave. Portare questa mentalità in
Italia significa alimentare omofobia, violenze e tensioni sociali.
Non
è razzismo, è osservazione sociologica: non si tratta di colore della pelle o
etnia. Si tratta di valori, norme, abitudini, concezioni del mondo. Un italiano
ateo o un sudamericano cattolico non hanno questi problemi: possono integrarsi
in una o due generazioni perché condividono già l’impianto di base (legge
uguale per tutti, libertà individuale, parità uomo-donna). Un musulmano
cresciuto in un villaggio pakistano o in un sobborgo del Cairo, invece, porta
con sé un intero sistema di regole alternative.
Dire
che il problema non è l’immigrazione in sé ma l’immigrazione da certe culture
non è odio: è realismo. Finché la sinistra e il politicamente corretto si
ostineranno a negare questa evidenza, continueremo a importare conflitti che
non sono nostri. La reimmigrazione è una soluzione brutale ma onesta: rimandare
indietro chi non vuole o non può diventare europeo nei fatti, non solo nei
documenti. Vannacci almeno ha il coraggio di dirlo.
5)
Lo Stato non ha oggi una capacità deterrente credibile
Non
bastano proclami. Servirebbero forze di polizia in grado di intervenire subito
ed efficacemente, e giudici che applichino la legge senza filtro ideologico.
Oggi questa sinergia non esiste. Di conseguenza, lo Stato non è percepito come
credibile né dai migranti irregolari né dai cittadini.
La
deterrenza inesistente dello Stato.
Prima ancora di parlare di reimmigrazione, bisognerebbe chiedersi perché
l’immigrato irregolare non ha paura di arrivare in Italia. La risposta è
semplice: lo Stato italiano non è percepito come una minaccia credibile.
Come
si manifesta l’assenza di deterrenza?
Frontiere permeabili: chi arriva via mare sa che, una volta sbarcato,
difficilmente verrà respinto. I respingimenti in mare sono quasi impossibili
per via delle convenzioni internazionali e dei giudici che li bloccano. Chi
arriva via terra (Balcani, confine nord-est) trova controlli blandi o
inesistenti.
Identificazione
inefficace: molti
migranti distruggono i documenti o dichiarano false identità. Lo Stato non ha
strumenti rapidi per verificarle. Risultato: migliaia di “John Doe” che non si
possono espellere perché non si sa da dove vengono.
Procedimenti
eterni: dalla
richiesta di asilo al decreto di espulsione passano anni. In quel periodo, il
migrante è libero di circolare, sparire, lavorare in nero, delinquere. Lo Stato
non ha risorse per monitorare tutti.
Pene
inesistenti: chi
viene fermato senza permesso di soggiorno non va in prigione. Riceve un foglio
di via (che quasi nessuno rispetta) o al massimo un’espulsione che, come
abbiamo visto, viene sospesa. Non c’è alcun costo reale nell’essere irregolare.
Polizia
sotto organico e sotto pressione:le
forze dell’ordine hanno altri mille compiti. Quando fermano un immigrato
irregolare, sanno che dovranno portarlo in questura, riempire moduli, attendere
un giudice, e alla fine probabilmente vedere tutto archiviato o bloccato.
Perché dovrebbero sbattersi?
L’effetto
sui trafficanti e sui migranti.
I trafficanti di esseri umani conoscono perfettamente questa situazione.
Vendono un prodotto – il passaggio in Italia – con una garanzia implicita: “una
volta arrivato, nessuno ti caccia via”. È un passaparola che alimenta nuovi
arrivi. I migranti stessi, nel loro paese, sanno che l’Italia è il paese dei
“permessi facili”, dei ricorsi infiniti, dei giudici che proteggono.
La
differenza con altri paesi. Non è un destino ineluttabile. La Svizzera,
l’Ungheria, la Polonia, persino la Grecia in alcuni periodi hanno mostrato che
una politica di deterrenza funziona se:
- le frontiere sono controllate
militarmente;
- i respingimenti sono immediati;
- le espulsioni sono rapide;
- i giudici non possono bloccarle
sistematicamente.
L’Italia non ha nulla di tutto
questo.
Uno
Stato che non sa farsi temere da chi viola la legge non è uno Stato sovrano.
Oggi l’immigrato irregolare non ha alcun timore della polizia o della
magistratura. Sa che al massimo passerà qualche mese in un centro, poi uscirà.
Fino a quando questa percezione non cambierà – cioè fino a quando non si
vedranno respingimenti veri, espulsioni certe, centri chiusi – ogni proposta di
reimmigrazione è aria fritta.
Vannacci
ha il merito di ricordare che la sovranità si esercita con la paura, non con le
buone maniere. Ma
per averla, servirebbe uno Stato che non esiste più.
Cooperative,
associazioni, enti locali alimentati da fondi europei: esiste una vera e
propria industria dell’accoglienza. La sinistra politica – che spesso ci
guadagna in termini elettorali e di consenso organizzato – ha tutto l’interesse
a mantenere il flusso attivo. Senza immigrazione, quel modello economico e
clientelare crollerebbe. L’immigrazione irregolare genera flussi economici
ingenti. Questi flussi non sono accidentali, ma strutturati. I fondi europei
destinati alla gestione dei migranti (accoglienza, integrazione,
ricollocazione) vengono erogati agli Stati membri, i quali li affidano spesso a
enti del terzo settore, cooperative sociali, associazioni e talvolta privati
convenzionati. L’Italia, in particolare, ha costruito un sistema – prima SPRAR,
poi SAI, più i centri straordinari di accoglienza (CAS) – dove decine di
migliaia di posti letto vengono pagati con denaro pubblico (nazionale ed
europeo). Il meccanismo di funzionamento è semplice: più migranti arrivano, più
posti letto servono, più fondi girano. Le cooperative che gestiscono
l’accoglienza hanno dunque un interesse oggettivo – a volte esclusivamente
economico, a volte anche ideologico – a mantenere il flusso costante o
addirittura crescente. È un mercato regolato dallo Stato, ma alimentato
dall’immigrazione.
Chi ci guadagna?
- Le cooperative e le loro reti di
fornitori (ristorazione, pulizie, manutenzione, servizi educativi, legali,
sanitari).
- I dirigenti e i quadri di queste
organizzazioni, che spesso hanno stipendi ben superiori alla media
italiana.
- Alcuni enti locali che vedono
nell’accoglienza una fonte di finanziamento e di occupazione assistita.
- La sinistra politica, che da
questi enti riceve consenso organizzato, voti, attivisti e una narrazione
coerente con la propria ideologia universalista.
