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venerdì 1 maggio 2026

Tra le “fobie” costruite o amplificate in questo periodo, l’islamofobia è reale. Parte I


Tra le “fobie” costruite o amplificate in questo periodo, l’islamofobia appare, a mio avviso, come un fenomeno che presenta anche elementi di realismo politico e sociale.

Le leadership occidentali di ispirazione “democratica progressista”, ovvero di sinistra, così come alcuni leader della destra, non hanno compreso pienamente la questione islamica. La sinistra tende a trasformarla in una battaglia per la tutela dei diritti delle minoranze, quali LGBTQ+, immigrati e altre categorie, contrapponendosi alla destra, che invece insiste sui valori tradizionali e sulla difesa dell’identità nazionale.

La questione dell’immigrazione, tuttavia, non dovrebbe essere declinata soltanto nei termini di immigrazione regolare e immigrazione irregolare, come spesso sostengono i conservatori, perché questa prospettiva non coglie il nodo centrale. Dovrebbe piuttosto essere analizzata distinguendo tra culture maggiormente integrabili e culture meno integrabili. In questa prospettiva, la religione diventa un elemento utile per compiere alcune distinzioni necessarie a comprendere in quale direzione le nostre società si stiano evolvendo, soprattutto osservando paesi europei già investiti da tali dinamiche, come Spagna, Francia, Inghilterra e Belgio.

L’Occidente si è sviluppato nei secoli sulla base di valori definiti “giudeo-cristiani”, i quali, pur nella diversità delle fedi e delle posizioni teologiche, hanno espresso principi ampiamente condivisi: il rispetto della vita umana, l’uguaglianza, l’amore e il rispetto dell’altro. Se si integrano religioni o culture che non condividono la stessa base valoriale, oppure ne possiedono una diversa o persino opposta, si creano i presupposti per conflitti sociali. La storia insegna che tali tensioni hanno spesso una forte componente identitaria, talvolta strumentalizzata per ragioni geopolitiche, ma difficilmente risolvibile, perché coinvolge la cultura profonda di un popolo o di gruppi che si riconoscono in determinati valori.

Ciò che il mondo progressista-woke, a mio avviso, non ha compreso è che non può utilizzare la leva religiosa come strumento politico contro il mondo conservatore, ritenendo che tutte le religioni siano assimilabili, come sarebbe avvenuto con il cattolicesimo piegato al modernismo. Vi sono religioni che non risultano facilmente assimilabili, come l’ebraismo e l’islam, entrambe caratterizzate da una forte identità, nelle quali anche il laico spesso non rinuncia del tutto al proprio riferimento culturale. In questo contesto occorre comprendere quando la mancata assimilazione identitaria possa trasformarsi prima in un latente rifiuto, poi in un aperto rigetto della cultura ospitante, soprattutto quando il tasso di crescita di quella comunità diventa significativo.

Il cristianesimo, nelle sue molteplici forme (cattolico, ortodosso, copto, protestante, evangelico), pur avendo nel proprio DNA missionario la diffusione del Vangelo, promuove la fede ma non impone la sottomissione religiosa. Essendosi sviluppato prevalentemente in Occidente, esso è stato fortemente influenzato dalla cultura pragmatica occidentale, che potremmo definire un processo di assimilazione, pur restando ancorato ai valori fondamentali espressi dai Vangeli. Per questo si presenta oggi, in larga misura, come una religione pacifica, aperta all’umanità in senso inclusivo e influenzata anche dalla cultura laica e moderna nei costumi e nel pensiero sociale e politico.

Gli ebrei, in misura diversa a seconda dei contesti, mantengono una forte identità e spesso rifiutano l’assimilazione completa alla società laica. Ciò non significa che non si integrino o non contribuiscano allo sviluppo sociale della comunità in cui vivono. Gli ebrei non hanno mai imposto il cibo kasher nelle mense scolastiche pubbliche, non hanno chiesto la rimozione del crocifisso né ostacolato festività cristiane, e non soltanto perché minoranza, ma anche perché, non avendo una vocazione proselitistica, non mirano alla conversione degli altri all’ebraismo.

Anzi, nella storia gli ebrei hanno subito persecuzioni da parte della Chiesa cattolica, del regime zarista — soprattutto tra il XVIII secolo e il 1917, sotto Nicola I, Alessandro III e Nicola II — nonché sotto Joseph Stalin tra gli anni Trenta e il 1953. In conclusione, non avendo come presupposto dottrinale la conversione dei non ebrei, non hanno mai espresso una spinta sistematica alla persecuzione di altre fedi.

Diverso, secondo questa impostazione, sarebbe il caso dell’islam, nel cui stesso significato etimologico di “sottomissione” ad Allah si leggerebbe un orientamento non solo religioso, ma anche sociale e politico. Mentre nel cristianesimo e nell’ebraismo l’uomo è libero di scegliere se seguire Cristo o le mitzvot (precetti), in un percorso di elevazione personale, nell’islam la conversione avrebbe un impatto non solo individuale, ma anche familiare e collettivo, orientato a conformare la società alla volontà divina.

Nell’islam, Corano, Sunna e Sharīʿa non sarebbero soltanto prescrizioni per l’individuo, ma norme che il credente tende a trasferire nella società in cui vive. Questa dinamica viene spesso definita “islamizzazione”. Il problema, in questa prospettiva, è che i valori di riferimento possono apparire in contrasto con quelli laici, cristiani o ebraici. Se per cristiani ed ebrei anche i non credenti possono essere giudicati in base alle opere verso l’uomo, gli animali e la natura, nell’islam esisterebbe invece la categoria degli “infedeli”, termine che richiama già un giudizio negativo.

Per questo motivo, in vista di uno sviluppo pacifico delle nostre società, il problema politico non dovrebbe essere limitato alla distinzione tra immigrazione regolare e immigrazione irregolare, ma dovrebbe riguardare anche quali culture accogliamo e, sulla base di un’accurata analisi dei rischi sociali, quali misure legislative adottare per arginare eventuali derive, senza per questo impedire a un musulmano di migrare nei nostri paesi.

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giovedì 12 settembre 2024

L'antisionismo dell'Avvenire (Giornale Cattolico)

L'articolo di Riccardo Redaelli del 01/08/2024 https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/se-netanyahu-alza-il-tiro è scandaloso, soprattutto su un giornale cattolico. Dichiarare che sia stato un assassinio l'uccisione di Beirut di Fuad, ed a Teran del leader politico di Hamas Ismail Haniyeh, è scandaloso. Ignorare che l'Iran è il mandante di tutte le aggressioni che quotidianamente subisce Israele è sposare la narrazione dei terroristi che hanno massacrato famiglie inermi, messo nei forni a microonde bambini e violentato donne, oltre ad aver preso in ostaggio più di 240 persone. Parlare di stragi di donne e bambini a Gaza è amplificare la propaganda falsa dei terroristi. Stupisce che un giornalista di un giornale cattolico si faccia portavoce delle menzogne dei terroristi, stupisce che il sig. Rendelli, suo malgrado, partecipi alla narrazione propagandistica dei pro-palestinesi "dal fiume al mare" e si presti ad essere uno dei tanti cavalli di troia di questa propaganda islamica, ignorando anche quando dicono nelle piazze, prima Gerusalemme e poi Roma.

Israele è stata trascinata in una guerra da Hamas e la sua reazione chirurgica è finalizzata alla distruzione di infrastrutture terroristiche sviluppatesi anche con la copertura di funzionari ONU. E' una guerra di sopravvivenza imposta dai palestinesi (io non credo che siano innocenti considerando i festeggiamenti post 7 ottobre e le infrastrutture sotterrane realizzate). Come in tutte le guerre ci sono i morti, anche civili, come ci furono in Italia durante i bombardamenti angloamericani (oggi osannati alleati), e gli italiani furono moralmente responsabili della nascita del fascismo, come lo sono gli abitanti di gaza nell'aver sposato l'ideologia omicida di Hamas. E purtroppo, una guerra è una guerra e Netanyaho lo ha dichiarato fin dall'inizio, non si è illuso. 

Sig.Riccardo Redaelli si è chiesto perché Hamas non rilascia gli ostaggi? Semplice, perché fino a quando dura il "presunto" massacro dei civili, loro possono alimentare l'insofferenza nell'occidente verso Israele, grazie agli utili idioti che in nome di un "ipocrita buonismo" possano fare pressione  sugli ebrei in tutto il mondo. Rilasciando gli ostaggi Israele si fermerebbe, e questo non lo vogliono, come ha dichiarato il loro leader che ci vogliono i morti civili per la causa palestinese. Gli utili idioti che prestano il fianco a queste narrazioni sono coloro che fanno allungare la prigionia degli ostaggi. Siete i loro migliori alleati. State promuovendo l'antisionismo e l'odio contro gli ebrei.

Sig.Riccardo Redaelli lo sa che  Hamas è un'organizzazione criminale? Gli israeliani non hanno ucciso il leader, ma lo hanno giustiziato (le parole giuste hanno un peso), come i comunisti hanno fatto con Mussolini. Lo sa che HAMAS ha nel programma, come l'Iran l'annientamento di Israele? Come si può fare la pace con un gruppo che non ti riconosce, che periodicamente ti aggrediscono, che predicano la morte degli ebrei e che vogliono la tregua solo per prendere fiato e ripartire. 

L'aspetto positivo della vicenda è che la favola di due popoli e due stati è finita.

Purtroppo prendo atto che l'Avvenire ha una linea editoriale filopalestinese ignorano anche le suo origine cristiane e che Cristo non è palestinese, ma Giudeo.  

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per oggi qui taccio.

Tra le “fobie” costruite o amplificate in questo periodo, l’islamofobia è reale. Parte III

  “Il nemico del mio nemico è mio amico” rappresenta una chiave interpretativa utile per comprendere alcune dinamiche politiche del Medio ...