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mercoledì 12 agosto 2026

Islam politico e debolezza dell’Occidente: il prezzo dell’ingenuità. Preghiera islamica a San Pietro

 


L’incapacità delle classi dirigenti occidentali di comprendere la natura, gli obiettivi e le strategie dell’islam politico è destinata a produrre conseguenze profonde e durature. Non si tratta soltanto del rischio di destabilizzare le nostre società, ma della possibilità concreta di entrare in una stagione di conflitti sociali, radicalizzazione, attentati e vendette, alimentata dall’assenza di una visione politica e strategica adeguata.

Trump ha commesso un grave errore nel ritenere che l’Iran potesse essere affrontato applicando i criteri occidentali della cosiddetta “guerra chirurgica”, concepita per colpire esclusivamente gli obiettivi militari e limitare le vittime civili. Questo approccio può avere una sua logica nei confronti di Stati democratici, i cui governi rispondono all’opinione pubblica. È invece molto meno efficace contro regimi autoritari, come quello russo, nei quali il dissenso viene sistematicamente represso. Lo è ancora meno nei confronti di regimi teocratici e islamisti, dove alla repressione politica si aggiunge una mobilitazione fondata sull’identità religiosa e sulla rappresentazione sacrale del conflitto.

Le società di tradizione cristiana — cattolica, ortodossa ed evangelica — ed ebraica considerano la vita umana un valore sacro. Per questa ragione, non sono normalmente disposte a sacrificare indiscriminatamente la vita dei propri cittadini e dei propri figli in nome di un’ideologia o di un progetto religioso. È un principio giusto e irrinunciabile, che rappresenta una delle conquiste fondamentali della nostra civiltà. Tuttavia, nel confronto con movimenti totalitari che trasformano la morte in uno strumento politico e propagandistico, questo stesso valore rischia di diventare il nostro tallone d’Achille.

L’islamismo politico e le sue interpretazioni più radicali, richiamandosi selettivamente alla figura di Maometto, al Corano e alla tradizione islamica, presentano la sottomissione all’autorità politico-religiosa come un dovere identitario. Allo stesso tempo, elevano il “martirio” a forma di redenzione, espiazione ed elevazione spirituale. In questa visione, la morte per la causa non costituisce necessariamente una sconfitta, ma può essere rappresentata come una vittoria morale e religiosa.

È proprio questa capacità di sacralizzare il sacrificio a rafforzare il sostegno alle organizzazioni islamiste e ai loro leader, anche quando le loro decisioni comportano la morte dei militanti, dei loro figli o di intere comunità. La diffusione dell’islam politico viene così presentata come una missione superiore, mentre l’avversario è ridotto alla categoria del kāfir, l’infedele da combattere, subordinare o sottomettere. Non si tratta di attribuire questa visione a tutti i musulmani, ma di riconoscere apertamente il ruolo che essa svolge nelle ideologie jihadiste e nei regimi che utilizzano la religione come strumento di legittimazione politica e militare.

Questa radicale differenza nella concezione della vita, della morte e del sacrificio produce anche una diversa rappresentazione pubblica delle vittime. Nella guerra in Ucraina, la morte di una donna, di un anziano o di un bambino viene giustamente vissuta e raccontata come un dramma umano ed esistenziale. Nei conflitti di Gaza e dell’Iran, invece, alcune leadership e organizzazioni islamiste trasformano le vittime civili in strumenti di propaganda, presentandole come “martiri” e attribuendo alla loro morte un significato eroico e spirituale.

Questa spettacolarizzazione del sacrificio rende estremamente difficile condurre una guerra contro l’islamismo radicale applicando esclusivamente le categorie etiche e psicologiche occidentali. Ciò che per l’Occidente rappresenta una tragedia da evitare a ogni costo può essere utilizzato dall’avversario come mezzo di mobilitazione, consenso e reclutamento. Quando il conflitto viene rappresentato come espressione della volontà di Allah, il sentimento religioso, l’identità collettiva e la promessa dell’elevazione spirituale possono risultare più forti della paura della morte.

In questo senso, Israele — e in particolare Benjamin Netanyahu — ha compreso meglio la natura dello scontro. Trump, invece, è caduto nella trappola dei “negoziati” e delle “tregue”, che i regimi e le organizzazioni islamiste possono utilizzare non per costruire una pace autentica, ma per guadagnare tempo, riorganizzarsi, riarmarsi e ricattare le economie occidentali attraverso il controllo delle risorse energetiche.

L’Iran può rivendicare un vantaggio strategico non necessariamente perché abbia vinto sul piano militare, ma perché ha dimostrato di poter resistere più a lungo della volontà politica occidentale. Gli Stati Uniti e l’Europa appaiono sempre meno disposti a sostenere i costi economici, militari e umani di una guerra prolungata. Nel frattempo, una parte delle opinioni pubbliche occidentali, della sinistra e dei movimenti pacifisti tende a leggere ogni conflitto esclusivamente attraverso categorie elettorali, umanitarie o ideologiche, senza elaborare una reale analisi strategica. La componente religiosa viene così minimizzata, rimossa o declassata a fenomeno folcloristico. Questo potrebbe rivelarsi uno dei più gravi errori del nostro tempo.

La vulnerabilità delle democrazie occidentali deriva anche dalla loro dipendenza dal consenso immediato, dalla sostenibilità economica degli impegni militari e dalla progressiva perdita di identità prodotta da una concezione acritica del globalismo. A ciò si aggiunge l’ambigua politica di alcuni Paesi islamici del Golfo, formalmente alleati dell’Occidente, ma contemporaneamente impegnati a investire nelle nostre università, nelle istituzioni culturali, nei mezzi di comunicazione, nelle banche e nei settori strategici dell’economia.

Questi rapporti economici e finanziari finiscono per condizionare le scelte politiche occidentali e contribuiscono a indebolire la capacità di difendere i nostri valori. Nello stesso tempo, l’assenza di un’effettiva politica di integrazione e di controllo dei flussi migratori permette l’ingresso, accanto alla maggioranza di persone che cerca legittimamente migliori condizioni di vita, anche di soggetti e organizzazioni portatori di ideologie islamiste incompatibili con i principi democratici, con la libertà religiosa, con la parità tra uomo e donna e con la separazione tra Stato e religione.

Grazie all’ingenuità di quanti confondono l’accoglienza con la rinuncia a ogni pretesa di integrazione, queste realtà possono radicarsi nelle nostre città, organizzarsi, consolidarsi demograficamente e acquisire progressivamente capacità di pressione sociale e politica. Denunciare tale rischio non significa condannare indistintamente tutti i musulmani, ma pretendere che l’Occidente riconosca e contrasti l’islamismo politico prima che esso diventi abbastanza forte da condizionare le nostre istituzioni.

Un episodio indicativo di questa perdita di consapevolezza sarebbe avvenuto il 10 agosto 2026 nella Basilica di San Pietro, cuore della cristianità. Secondo un video diffuso in rete, un uomo si sarebbe prostrato in direzione della Mecca compiendo la preghiera islamica all’interno della basilica, tra le colonne e i marmi del luogo sacro, mentre turisti e fedeli continuavano a circolare. Nessuno lo avrebbe interrotto o invitato ad allontanarsi e, al momento della diffusione della notizia, non risultava una reazione ufficiale.

Al di là dell’episodio, che richiede comunque una verifica attraverso fonti indipendenti e affidabili, l’immagine assume un evidente valore simbolico: mentre una parte del mondo cattolico guarda altrove o teme perfino di difendere l’identità dei propri luoghi sacri, l’islam politico continua a occupare spazi culturali, sociali e simbolici. Il problema non è la preghiera individuale in sé, ma l’incapacità dell’Occidente di stabilire confini, difendere la reciprocità e riconoscere il significato politico che determinati gesti possono assumere.

Continuare a ignorare questi segnali non rappresenta tolleranza, ma rinuncia. Una civiltà che non sa più affermare la propria identità, difendere i propri valori e pretendere reciprocità è una civiltà che prepara da sola il terreno alla propria subordinazione.

venerdì 1 maggio 2026

Tra le “fobie” costruite o amplificate in questo periodo, l’islamofobia è reale. Parte I


Tra le “fobie” costruite o amplificate in questo periodo, l’islamofobia appare, a mio avviso, come un fenomeno che presenta anche elementi di realismo politico e sociale.

Le leadership occidentali di ispirazione “democratica progressista”, ovvero di sinistra, così come alcuni leader della destra, non hanno compreso pienamente la questione islamica. La sinistra tende a trasformarla in una battaglia per la tutela dei diritti delle minoranze, quali LGBTQ+, immigrati e altre categorie, contrapponendosi alla destra, che invece insiste sui valori tradizionali e sulla difesa dell’identità nazionale.

La questione dell’immigrazione, tuttavia, non dovrebbe essere declinata soltanto nei termini di immigrazione regolare e immigrazione irregolare, come spesso sostengono i conservatori, perché questa prospettiva non coglie il nodo centrale. Dovrebbe piuttosto essere analizzata distinguendo tra culture maggiormente integrabili e culture meno integrabili. In questa prospettiva, la religione diventa un elemento utile per compiere alcune distinzioni necessarie a comprendere in quale direzione le nostre società si stiano evolvendo, soprattutto osservando paesi europei già investiti da tali dinamiche, come Spagna, Francia, Inghilterra e Belgio.

L’Occidente si è sviluppato nei secoli sulla base di valori definiti “giudeo-cristiani”, i quali, pur nella diversità delle fedi e delle posizioni teologiche, hanno espresso principi ampiamente condivisi: il rispetto della vita umana, l’uguaglianza, l’amore e il rispetto dell’altro. Se si integrano religioni o culture che non condividono la stessa base valoriale, oppure ne possiedono una diversa o persino opposta, si creano i presupposti per conflitti sociali. La storia insegna che tali tensioni hanno spesso una forte componente identitaria, talvolta strumentalizzata per ragioni geopolitiche, ma difficilmente risolvibile, perché coinvolge la cultura profonda di un popolo o di gruppi che si riconoscono in determinati valori.

Ciò che il mondo progressista-woke, a mio avviso, non ha compreso è che non può utilizzare la leva religiosa come strumento politico contro il mondo conservatore, ritenendo che tutte le religioni siano assimilabili, come sarebbe avvenuto con il cattolicesimo piegato al modernismo. Vi sono religioni che non risultano facilmente assimilabili, come l’ebraismo e l’islam, entrambe caratterizzate da una forte identità, nelle quali anche il laico spesso non rinuncia del tutto al proprio riferimento culturale. In questo contesto occorre comprendere quando la mancata assimilazione identitaria possa trasformarsi prima in un latente rifiuto, poi in un aperto rigetto della cultura ospitante, soprattutto quando il tasso di crescita di quella comunità diventa significativo.

Il cristianesimo, nelle sue molteplici forme (cattolico, ortodosso, copto, protestante, evangelico), pur avendo nel proprio DNA missionario la diffusione del Vangelo, promuove la fede ma non impone la sottomissione religiosa. Essendosi sviluppato prevalentemente in Occidente, esso è stato fortemente influenzato dalla cultura pragmatica occidentale, che potremmo definire un processo di assimilazione, pur restando ancorato ai valori fondamentali espressi dai Vangeli. Per questo si presenta oggi, in larga misura, come una religione pacifica, aperta all’umanità in senso inclusivo e influenzata anche dalla cultura laica e moderna nei costumi e nel pensiero sociale e politico.

Gli ebrei, in misura diversa a seconda dei contesti, mantengono una forte identità e spesso rifiutano l’assimilazione completa alla società laica. Ciò non significa che non si integrino o non contribuiscano allo sviluppo sociale della comunità in cui vivono. Gli ebrei non hanno mai imposto il cibo kasher nelle mense scolastiche pubbliche, non hanno chiesto la rimozione del crocifisso né ostacolato festività cristiane, e non soltanto perché minoranza, ma anche perché, non avendo una vocazione proselitistica, non mirano alla conversione degli altri all’ebraismo.

Anzi, nella storia gli ebrei hanno subito persecuzioni da parte della Chiesa cattolica, del regime zarista — soprattutto tra il XVIII secolo e il 1917, sotto Nicola I, Alessandro III e Nicola II — nonché sotto Joseph Stalin tra gli anni Trenta e il 1953. In conclusione, non avendo come presupposto dottrinale la conversione dei non ebrei, non hanno mai espresso una spinta sistematica alla persecuzione di altre fedi.

Diverso, secondo questa impostazione, sarebbe il caso dell’islam, nel cui stesso significato etimologico di “sottomissione” ad Allah si leggerebbe un orientamento non solo religioso, ma anche sociale e politico. Mentre nel cristianesimo e nell’ebraismo l’uomo è libero di scegliere se seguire Cristo o le mitzvot (precetti), in un percorso di elevazione personale, nell’islam la conversione avrebbe un impatto non solo individuale, ma anche familiare e collettivo, orientato a conformare la società alla volontà divina.

Nell’islam, Corano, Sunna e Sharīʿa non sarebbero soltanto prescrizioni per l’individuo, ma norme che il credente tende a trasferire nella società in cui vive. Questa dinamica viene spesso definita “islamizzazione”. Il problema, in questa prospettiva, è che i valori di riferimento possono apparire in contrasto con quelli laici, cristiani o ebraici. Se per cristiani ed ebrei anche i non credenti possono essere giudicati in base alle opere verso l’uomo, gli animali e la natura, nell’islam esisterebbe invece la categoria degli “infedeli”, termine che richiama già un giudizio negativo.

Per questo motivo, in vista di uno sviluppo pacifico delle nostre società, il problema politico non dovrebbe essere limitato alla distinzione tra immigrazione regolare e immigrazione irregolare, ma dovrebbe riguardare anche quali culture accogliamo e, sulla base di un’accurata analisi dei rischi sociali, quali misure legislative adottare per arginare eventuali derive, senza per questo impedire a un musulmano di migrare nei nostri paesi.

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giovedì 12 settembre 2024

L'antisionismo dell'Avvenire (Giornale Cattolico)

L'articolo di Riccardo Redaelli del 01/08/2024 https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/se-netanyahu-alza-il-tiro è scandaloso, soprattutto su un giornale cattolico. Dichiarare che sia stato un assassinio l'uccisione di Beirut di Fuad, ed a Teran del leader politico di Hamas Ismail Haniyeh, è scandaloso. Ignorare che l'Iran è il mandante di tutte le aggressioni che quotidianamente subisce Israele è sposare la narrazione dei terroristi che hanno massacrato famiglie inermi, messo nei forni a microonde bambini e violentato donne, oltre ad aver preso in ostaggio più di 240 persone. Parlare di stragi di donne e bambini a Gaza è amplificare la propaganda falsa dei terroristi. Stupisce che un giornalista di un giornale cattolico si faccia portavoce delle menzogne dei terroristi, stupisce che il sig. Rendelli, suo malgrado, partecipi alla narrazione propagandistica dei pro-palestinesi "dal fiume al mare" e si presti ad essere uno dei tanti cavalli di troia di questa propaganda islamica, ignorando anche quando dicono nelle piazze, prima Gerusalemme e poi Roma.

Israele è stata trascinata in una guerra da Hamas e la sua reazione chirurgica è finalizzata alla distruzione di infrastrutture terroristiche sviluppatesi anche con la copertura di funzionari ONU. E' una guerra di sopravvivenza imposta dai palestinesi (io non credo che siano innocenti considerando i festeggiamenti post 7 ottobre e le infrastrutture sotterrane realizzate). Come in tutte le guerre ci sono i morti, anche civili, come ci furono in Italia durante i bombardamenti angloamericani (oggi osannati alleati), e gli italiani furono moralmente responsabili della nascita del fascismo, come lo sono gli abitanti di gaza nell'aver sposato l'ideologia omicida di Hamas. E purtroppo, una guerra è una guerra e Netanyaho lo ha dichiarato fin dall'inizio, non si è illuso. 

Sig.Riccardo Redaelli si è chiesto perché Hamas non rilascia gli ostaggi? Semplice, perché fino a quando dura il "presunto" massacro dei civili, loro possono alimentare l'insofferenza nell'occidente verso Israele, grazie agli utili idioti che in nome di un "ipocrita buonismo" possano fare pressione  sugli ebrei in tutto il mondo. Rilasciando gli ostaggi Israele si fermerebbe, e questo non lo vogliono, come ha dichiarato il loro leader che ci vogliono i morti civili per la causa palestinese. Gli utili idioti che prestano il fianco a queste narrazioni sono coloro che fanno allungare la prigionia degli ostaggi. Siete i loro migliori alleati. State promuovendo l'antisionismo e l'odio contro gli ebrei.

Sig.Riccardo Redaelli lo sa che  Hamas è un'organizzazione criminale? Gli israeliani non hanno ucciso il leader, ma lo hanno giustiziato (le parole giuste hanno un peso), come i comunisti hanno fatto con Mussolini. Lo sa che HAMAS ha nel programma, come l'Iran l'annientamento di Israele? Come si può fare la pace con un gruppo che non ti riconosce, che periodicamente ti aggrediscono, che predicano la morte degli ebrei e che vogliono la tregua solo per prendere fiato e ripartire. 

L'aspetto positivo della vicenda è che la favola di due popoli e due stati è finita.

Purtroppo prendo atto che l'Avvenire ha una linea editoriale filopalestinese ignorano anche le suo origine cristiane e che Cristo non è palestinese, ma Giudeo.  

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per oggi qui taccio.

Islam politico e debolezza dell’Occidente: il prezzo dell’ingenuità. Preghiera islamica a San Pietro

  L’incapacità delle classi dirigenti occidentali di comprendere la natura, gli obiettivi e le strategie dell’islam politico è destinata a p...