mercoledì 27 novembre 2024

Parashat Vaierà, Genesi 17,1 - 22,24

 



Quale prezzo siamo disposti a pagare per i nostri obiettivi?

Quando desideriamo qualcosa ci poniamo mai la domanda quale prezzo siamo disposti a pagare? Ovviamente non si parla  di beni che sono generalmente quotati, ma parliamo di obiettivi che desideriamo raggiungere, ovvero del prezzo, in termini di sacrifici personali, che siamo disposti a pagare per raggiugere quell'obiettivo desiderato. Tanto è impossibile e desiderato l'obiettivo, tanto elevato è il prezzo che dobbiamo essere disposti a pagare. Spesso chi ci pone il dilemma della scelta non vuole il nostro sacrificio, ma la nostra attitudine e consapevolezza a sacrificarci. Perché è importante non esitare ed essere pronti a pagare il prezzo? Perché ciò dimostra la nostra motivazione, quella motivazione che è l'unica cosa che ci consente di ottenere quello che vogliamo. Cosi nella storia di Abramo vediamo che il desiderio era avere una "progenie" ovvero un figlio. Cosa impediva ad Abramo di avere un figlio? L'età e la sterilità della moglie: (Genesi 17:17..Nascerà un figlio a un uomo di cento anni? e Sara, che ha novant'anni, partorirà forse?”). Ora sappiamo che Abramo, spinto dalla moglie Sara, sterile, ricorse, su suggerimento della moglie stessa, ad una gravidanza surrogata, concependo un figlio "Ismaele" con la sua serva. Ciò dimostra quanto fosse complessa la situazione (progenie significava anche a chi dare l'eredità) e come Abramo non fosse sostenuto dalla moglie che non credette alla possibilità di concepire un figlio, secondo la promessa che D-O fece ad Abramo. 

Cosa significa questo atto di debolezza? Che è possibile nel nostro cammino sbagliare e perdere di vista la speranza e l'obiettivo, ma è altrettanto possibile che la speranza animata dalla ricerca del Trascendente (D-O)ci dia la forza di riprendere il cammino. Tuttavia è chiaro che ogni sbaglio ha delle conseguenze che siamo chiamati a gestire anche quando riprendiamo a percorrere la strada segnata; la scelta sbagliata, il concepimento surrogato con la serva, avrà delle conseguenze, delle tensioni, delle implicazioni per il futuro, e saremo chiamati a proseguire il cammino verso l'obiettivo gestendo anche le complicazioni sorte dalla scelta sbagliata. Ciò comporterà più sacrifici.

L'incontro con D-O comporta il superamento dei limiti della natura(la sterilità) e del tempo (l'età), solo superando nelle nostre aspettative questi limiti possiamo trovare la forza e la volontà di essere protagonisti di un miracolo, ed una sfida ulteriore, quella della conoscenza (Genesi 18: 17 L'Eterno disse: “Nasconderò io ad Abraamo quello che sto per fare). Saremo chiamati a misurarci con gli eventi che apparentemente non sono collegati al nostro "sogno" obiettivo, salvo scoprire che nel futuro, l'azione positiva che faremo. E' emblematico che Abramo davanti alla notizia dell'imminente distruzione di Sodoma si preoccupò anche dell'altro, di chi non conosceva, come dimostra l'intermediazione in Genesi 18: 23 E Abraamo si avvicinò e disse: “Farai tu perire il giusto insieme con l'empio?. Non possiamo vivere come se fossimo soli, il nostro cammino dipende anche da come noi ci interessiamo degli altri, l'altro è la misura di come noi siamo connessi con il trascende, e prendiamo consapevolezza che non siamo isole. Quanto ci prendiamo cura dell'altro?

 


Lettera aperta al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni

Gentile Presidente,

Lei ha il merito di essere la prima donna a ricoprire questa prestigiosa carica, e Le riconosco competenza e determinazione. Tuttavia, il centrodestra di cui Lei è espressione mostra, in più occasioni, limiti evidenti nella qualità della propria classe dirigente.

Gli episodi sono sotto gli occhi di tutti: il deputato di Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo che ferisce un agente di scorta durante una festa di Capodanno, l’ex ministro Gennaro Sangiuliano e la vicenda legata alla consulente Maria Rosaria Boccia, il video del ministro Valditara con l’inopportuna polemica sul patriarcato in occasione della presentazione della Fondazione intitolata a Giulia Cecchettin, le uscite del vicepremier Salvini e, non ultima, la controversa dichiarazione del Presidente del Senato La Russa sulla strage di Via Rasella. Episodi che, al di là delle singole responsabilità, finiscono per riflettersi su di Lei, perché un leader viene giudicato anche dalla squadra che sceglie.

Con una classe politica di questo livello, i giornalisti e i conduttori di area progressista – esperti di comunicazione e narrazione – hanno gioco facile nel spostare il dibattito pubblico su polemiche sterili, anziché affrontare i veri problemi del Paese.

Inoltre, mi permetto di osservare che la campagna elettorale che l’ha portata a Palazzo Chigi è stata condotta su temi centrali per il Suo elettorato – fiscalità, sicurezza, blocco dell’immigrazione – ma su questi fronti i risultati tardano ad arrivare. Senza un cambio di passo, saranno proprio questi i temi su cui il Suo Governo rischia di perdere consenso alle prossime elezioni.

Il vero nodo, a mio avviso, è l’Europa: una UE a trazione centro-sinistra che impone politiche green penalizzanti, una gestione dell’immigrazione inefficace e un approccio alla guerra in Ucraina che ci trascina in una spirale di tensione. In questo contesto Lei ha abbandonato le uniche battaglie che avrebbero potuto rappresentare un vero cambio di paradigma – No Euro, No UE – e si trova ora a governare un Paese gravato da un debito pubblico difficilmente riducibile, con un Presidente della Repubblica espressione della sinistra e una magistratura percepita come politicamente orientata.

Alla luce di quanto sopra, mi permetto un suggerimento: doti i Suoi ministri e collaboratori di un serio consulente per la comunicazione, che li aiuti a parlare con saggezza e a mantenere una postura istituzionale adeguata al ruolo.

Con osservanza,

Erminio Petronio

venerdì 22 novembre 2024

Parashat Lech lechà Genesi 12,1 - 16,16





TEMA

  • Il cammino di Abramo Genesi 12-13
  • La liberazione di Lot e la promessa Genesi 14-15
  • Il figlio Ismaele Genesi 16

Quando siamo  chiamati ad elevarci per crescere

La storia di Abramo, il primo patriarca degli ebrei è la storia di un percorso iniziatico finalizzato all'elevazione di "SE". Genesi 1 Il Signore disse ad Abram: «Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. 2 Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione. 3 Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». 4 Allora Abram partì,.....

Il cammino per elevarci comincia con una presa di coscienza di "Se", solo quando prendiamo consapevolezza di chi siamo possiamo intraprendere il cammino della nostra vita. Un cammino di cui non conosciamo la destinazione ma solo da dove partiamo. Qui si sviluppa tutta l'epopea dell'uomo già anticipata anche in Genesi 2:24 è scritto:...Quindi è che uno lascia suo padre e sua madre, e si attacca [con affetto costante] a sua moglie, e divengono una sola persona....Qui parliamo di acquisire consapevolezza mediante il "distacco" dalla famiglia, dalla abitudini, da tutto l'ambiente che ci limita. Con questo distacco comincia un percorso di crescita ed elevazione dell'individuo.

La storia di Abramo è la storia di ogni essere umano, e la terra promessa è ciò che vogliamo realizzare, che possiamo realizzarlo perché lo abbiamo visto, pensato, ma che per realizzarlo è necessario superare tappe fatte di comprensioni, di delusioni, di sconfitte, di vittorie ecc. Ogni tappa della nostra vita richiede una "decisione" e la decisione può essere sbagliata o giusta, e ciò dipende dalle nostre valutazioni. Una decisione giusta può spingerci  avanti, ma una decisione sbagliata può costituire un'opportunità. Vedere gli errori come opportunità è ciò che ci insegna la vita di Abramo.

La chiave del successo è la "trascendenza". E' scritto: Abramo Lì ( si fermo) costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore.  Ci sono momenti della vita, durante il nostro cammino che dobbiamo fermarci e riflettere, ma con chi? Con noi stessi (autoreferenziarsi) o ci dobbiamo confrontare con la trascendenza (D-O)? Chiaro che chi rigetta l'immagine di D-O si deve autoreferenziare, ed in questo caso rischia di sbagliare, rispetto a chi contempla il trascendente, che ha la possibilità di confrontarsi con l'univesalità. Abramo insegna che la "fede" nel trascendente è una risorsa perché non lascia l'individuo solo davanti all'ignoto.

La paura (Genesi 11 "..e mi uccideranno""), la contesa intestina (Genesi 13:8  E Abramo disse a Lot: “Ti prego, non ci sia contesa fra me e te.."),  scelte difficili la guerra (Genesi 14:14 " armò trecentodiciotto dei suoi più fidati servitori,"), le promesse dopo lo scoraggiamento (Genesi 15:1... sono il tuo scudo, e la tua ricompensa sarà grandissima”), l'impossibilità di vedere realizzata la promessa (il sogno di una progenie Genesi 16:1 Ora Sarai, moglie di Abramo, non gli aveva dato figli".) In breve vediamo che il cammino verso un sogno diventa complicato e le diverse vicende della vita ci impongono "scelte" che spesso richiedono una fede nella visione che abbiamo.

Nel nostro cammino di elevazione siamo chiamati a superare la paura, le contese, a fare scelte difficili e spesso a vedere l'impossibilità dei nostri obiettivi, ma se saremo concentrati nella "promessa" che ci ha illuminato ed il nostre SE si connetterà al Trascendente che è in noi, di certo supereremo tutte le vicende del nostro cammino. 

Erminio David Petronio



giovedì 21 novembre 2024

Perché dobbiamo pagare le tasse?

 


In una società democratica è giusto pagare le tasse per permettere allo stato di assicurare i servizi ai propri cittadini e soprattutto a coloro che hanno un reddito medio basso. Questo principio è sancito anche nella costituzione italiana che dichiara che ognuno deve contribuire secondo le proprie capacità. E' un principio corretto, ma purtroppo viviamo in una società in cui l'egoismo la fa da leone e chi è ricco non è disposto a contribuire e quini elude il fisco, evade, o dimentica di pagare ciò che gli compete. L'Italia è il paese da una notevole elusione ed evasione fiscale, cosi dicono i nostri politici, e questo mantra lo sentiamo dichiarare in ogni programma politico durante le elezioni e da ogni partito di destra, di centro e di sinistra. A causa di questi evasori l'amministrazione non riesce a garantire ai meno fortunati i loro diritti, quali la salute, la casa, il lavoro, lo studio ecc. Chi sono gli evasori? Ovviamente i piccoli imprenditori, i liberi professionisti ecc, mentre i più ligi al dovere fiscale sono i dipendenti, coloro che percepiscono un reddito fisso con ritenuta fiscale alla fonte da parte del datore di lavoro.

Censurando comunque l'evasore, proviamo a vedere il problema sotto dal punto di vista degli imprenditori che negano questa lettura del problema e cerchiamo di capire perché questo mantra dell'evasione fiscale non è credibile. Gli imprenditori sono coloro che assumono il rischio dell'impresa in prima persona e si organizzano per fornire beni e servizi alla collettività. Ora l'imprenditore si lamenta dell'eccessivo prelievo fiscale (+ del 50% del reddito prodotto) in base a scaglioni ecc, a fronte di una burocrazia statale lenta e pesante, che non eroga servizi ma crea disagi. L'imprenditore deve pagare le tasse per una sanità che non funziona e spesso deve anticipare, se ha un'assicurazione, o pagare senza rimborso le prestazioni sanitarie,  per evitare le lungaggini che non può permettersi. L'imprenditore deve pagare le tasse ma non può avvalersi di un sistema di giustizia civile a tutela del suo credito (si dice che se hai torto vai dall'avvocato e se hai ragione accordati). Ma il paradosso è che il sistema italiano, nonostante l'alta tassazione, pretende pagamento di anticipi stimati e saldi, indipendentemente se l'impresa abbia incassato effettivamente. Lo stato a fronte del nulla pretende che l'imprenditore anticipi denari che non ha incassato. E' chiaro che cercare di non pagare o pagare di meno difronte ad un fisco iniquo è compensare, legittima difesa.

Si dichiara che a causa di coloro che evadono o omettono di pagare le tasse tutto il peso ricade suo dipendenti pubblici e privati, a reddito fisso. Mentre questa affermazione è certamente vera per i dipendenti delle aziende perché lo stipendio è pagato con il risultato economico delle imprese (fatturato), non è altrettanto vero per i dipendenti del pubblico, e delle imprese private ( esempio cooperative) che vivono prevalentemente di appalti, ovvero di servizi e beni venduti all'amministrazione dello stato, per amministratori comunali, regionali e ministeriali , sindacalisti ecc. Non è vero perché il loro stipendio è pagato a "debito", aumentando anno dopo anno il debito pubblico italiano. Ovvero stipendio e tasse sono pagati con le "cambiali-titoli di stato" che lo stato vende ai mercati (banche e finanziatori). Il loro stipendio non è il risultato di un servizio fatturato ma di una spesa a debito. E questo è una delle ragioni per cui il nostro indebitamento con i mercati cresce, perché nonostante le manovre economiche non si riesce a risanare con la fiscalità il buco del debito pubblico, che produce anche interessi su interessi. 

Ciò premesso, è chiaro che non riusciremo mai a ridurre il debito pubblico perché i Governi di destra come di sinistra non possono tagliare la spesa  perché alla spesa pubblica corrente sono legate le loro clientele (voti), per cui le piccole manovre dello 0,3% ecc di riduzione sono solo operazioni di facciata e rimane loro solo la strada dall'aumento della fiscalità ovvero della pressione fiscale. Tuttavia la pressione  fiscale ha come effetto l'aumento di coloro che non riescono a pagare il fisco (debitori) e/ o di coloro che cercano di eludere il fisco, evasori; inoltre il prelievo fiscale comprime la crescita dell'economia. Come si può definire immorale evitare il maggior prelievo quando la classe dirigente disperde risorse in spese pazze e compensi? Che cosa è più immorale, chi cerca di sopravvivere o chi scientificamente disperde le risorse finanziarie dello stato? Io credo che è più immorale chi disperde le poche risorse finanziarie dello stato in interessi propri se non nell'interesse della collettività, rispetto a chi deve sopravvivere alla quotidianità e cerca di pagare meno tasse.



giovedì 14 novembre 2024

Chi sono i palestinesi? Parte I



Per chi ignora la storia del medio-oriente o per chi è ideologicamente formattato per odiare gli ebrei.

I Palestinesi come popolo non sono mai esistiti perché sono "Arabi", semiti, come gli ebrei ma di un altro ramo abramitico (anche gli arabi musulmani dicono di discendere da Abramo, che abitavano nelle terre tra la Siria, Giordania ed Egitto (Wikipedia cita sbagliando la Palestina) . Gli arabi che abitavano queste terre erano politeisti e animisti. Gli ebrei si insediarono  come semiti essi stessi in questa terra che chiamavano Canaan. 

In questo periodo, fino all'anno 1000 a.C. circa, queste popolazioni-tribù beduine dedite alla pastorizia, all'agricoltura ed all'artigianato, governate da Re, erano in continua lotta tra loro. Gli ebrei anche lottarono contro di loro per ragioni religiose perché odiavano l'idolatria di questi popoli mentre loro portavano la rivelazione dell'Unico D-O.

Queste informazioni storiche sono anche reperibili sul sito della Lega Araba https://www.legaaraba.org/alqdus/indexQuds.htm : "All'inizio dell'era del bronzo, la tribù di Yebus, proveniente dal cuore della Penisola Araba nel 2300 avanti Cristo, fu la prima a costruire la città santa di Gerusalemme. Gli storici e gli archeologi tra cui Kathelin Mery Kenion, conosciuta come la signora dei ricercatori del ventesimo secolo, ha affermato che i primi fondatori di Al Quds furono arabi. Gli scavi archeologici hanno comunque dimostrato che le mura della città risalgono almeno a 1800 anni prima di Cristo, cioè ad almeno 800 anni prima della comparsa degli ebrei". Ancora dicono: "Gli storici affermano inoltre che gli Anbati(la cui capitale fu la bella città giordana di Petra), spesso in conflitto con gli Adomiti ,anche loro di origine araba, essi lasciarono la Penisola araba 500 anni avanti Cristo per stabilirsi nella la regione sud di Canaan che si estende dal mar Morto(un lago salato in Palestina) al mar Rosso, e costruissero un Regno che si estese dall'Eufrate al mar Rosso". Omettono di dire che in realtà tra queste popolazioni cera tutto il ceppo semita, tra cui gli ebrei. Infatti il testo riporta informazioni che sono riportate dalla Torah degli ebrei che cita gli stessi popoli.

Tuttavia, a dispetto di quanto affermano gli odiatori di Israele, loro lottavano solo se l'idolatria si manifestava nella terra che Abramo ricevette come promessa da D-O, e non avevano, e non hanno, alcun interesse a conquistare altri territori perché è loro proibito anche dalla Torah. Questa fu l'unica guerra di conquista che fecero. 

E' nell'anno 1000 a.C. che Re Davide conquisto Gerusalemme e ne fece la capitale del suo regno.  Prima la terra di Canaan era controllata dagli egiziani e quando vi giunsero gli ebrei nel 13 secolo a.C. era dominata dai Filistei, popolazione indoeuropea di origine dell'egeo e dell' Anatolia. Non arabi.

Quindi a conclusione di questa prima riflessione possiamo affermare che gli arabi e gli ebrei vivevano insieme sul medesimo territorio identificabile con l'odierna Siria, Giordania, Libano fino all'Egitto. Erano tribù che guerreggiavano tra loro, tra arabi stessi. Gli ebrei con Davide conquistarono Gerusalemme, abitata da una popolazione Araba, mentre il restante della terra di Canaan era abitata anche da popolazioni non arabe.

Durante il regno di Babilonia ( distrussero il primo Tempio costruito da re Salomone) ed Assiro nel 600 a.C. inizio la diaspora ebraica indeboliti a causa delle divisioni interne . La diaspora ebraica termina con la conquista di Babilonia da parte dei persiani che consentirono agli ebrei di Tornare a Canaan. Lo stato ebraico non esisteva più ed il potere era esercitato dai Sacerdoti.

Nel 300 a.C. Canaan è conquistata dai persiani e successivamente dai greci (Regno dei Tolomei). Sotto la conquista ellenica dei Seleucidi si tenta di ellenizzare i regni ebraici ma la rivolta dei Maccabei della tribù di giuda mette fine al regno dei Seleucidi per il rifiuto degli ebrei di assimilarsi alla cultura ellenica. Comunque lo stato ebraico si presentava diviso in dispute religiose tra Farisei, Sadducei e esseni). Fino a qui non esistevano i palestinesi.

Nel 60 a.C. l'impero Romano occupa il territorio ebraico della Giudea (no Palestina) e diventa una provincia romana. Anche in questa epoca assistiamo a rivolte e migrazioni degli ebrei, sempre per lo stesso motivo, il mantenimento dell'identità ebraica. Viene distrutto il II Tempio dai romani a causa delle rivolte ebraiche del 70 d.C.  Gerusalemme - Aelia Capitolina per i romani. Dalla conquista dei babilonesi a quella dei romani, si sviluppano le diaspore ebraiche in asia, africa, America, Europa ecc.

I romani chiamarono Canaan la terra dei filistei - Palashtu (non arabi ma antico popolo indoeuropeo ) come era identificata dagli scribi assiri. Il I sec. D.C. i romani piegarono il territorio della giudea, sotto l'imperatore Adriano, per cancellare l'identità ebraica imponendo alla provincia romana il nome di "Palestina". Questo nome fu attribuito alla terra di Israele per cancellare l'identità ebraica. Occorre a conclusione di questa parte osservare che fino al dominio dell'impero romano i palestinesi come popolo non esistevano ma solo arabi, ebrei e elleni. L'islam non esisteva, ma solo il monoteismo ebraico e l'idolatria praticata da Arabi, Romani e Greci. Questo è da comprendere perché il problema palestinese nasce con l'Islam.





martedì 12 novembre 2024

Le democrazie occidentali ostaggio della retorica della sinistra Parte I





Nel 1889 nasce a Parigi l'internazionale socialista e la seconda internazionale socialista nasce 1951 a Francoforte. L'Internazionale Socialista si ricostituì dopo la seconda guerra mondiale nel 1947 a Zurigo. Oggi abbiamo l'Unione Internazionale della Gioventù Socialista. In sintesi si tratta di un'unione di partiti operai, socialisti e comunisti associati a livello internazionale. Ometto di citare le internazionali dei comunisti guidati da Mosca.

Le idee centrali della II Internazionale socialista furono il perseguimento della "giustizia sociale" la "libertà" e la "pace mondiale" Idee eticamente condivisibili se non fosse per l'impossibilità di attuarle, non perché sia utopica, ma perché carente di analisi della realtà sociale ed economica, che è dinamica e non codificabile in un principio calato dall'alto. Questa postulato si basa su un'idea romantica quanto impossibile.

La società umana è costituita di popoli distinti tra loro per cultura, tradizioni, aspirazioni, e questo è un dato. I popoli orientali hanno loro valori e tradizioni, i popoli medio-orientali i loro, gli europei i loro ecc. Dentro questo insieme ampio, abbiamo un sottoinsieme ancora più limitato: le nazioni. Anche se i socialisti si ostinano a negare l'idea della "nazione" perché la riconducono ad una idea fascista, idea sbagliata, perché questa idea la ritroviamo nella Torah (come da tradizione orale 1300 anni a.C.).

Se per un assunto ideologico, assimilabile ad un dogma religioso, pretendiamo di ignorare la specificità delle nazioni, fatte da lingua, religione, cultura artistica, storia ecc, rischiamo di sbagliare, come di fatto accade, la traiettoria delle analisi per  il perseguimento della "giustizia sociale" la "libertà" e la "pace mondiale". In questo senso piaccia o no Vannacci nel suo libro dice una cosa corretta: le differenze esistono, anche se abilmente manipolata nei dibattiti politici da esponenti della sinistra italiana ripetendo i loro mantra.

Per ultimo abbiamo i sotto gruppi che sono rappresentanti dai partiti politici, dalle religioni ed anche da coloro che non assumono posizioni perché non condividono nessuna posizione, astenuti e atei o altro. Questi sotto gruppi  sono una realtà e se non si comprendono le loro ragioni e si insiste a promuovere la propria visione della  "giustizia sociale" la "libertà" e la "pace mondiale", l'ideologia di sinistra non avrà mai soluzioni e raccoglierà sempre fallimenti.

Questa è la premessa, è necessaria per comprendere come e perché le destre sono in rimonta contro la retorica della sinistra, proprio perché comprendono che la giustizia sociale, le libertà e la pace mondiale comportano compromessi ed anche revisione coraggiosa di alcuni postulati che non siamo tutti uguali come popoli, come nazioni e come individui e se non accogliamo queste particolarità avremo sempre società instabili. Per esempio le destre europee hanno rivisto le loro posizioni sul sionismo mentre la sinistra no.

Continuare la retorica dell'antifascismo (dimenticando che questi movimenti fascisti sono il prodotto delle sinistre e non delle forze laiche e liberali) perché vediamo nelle destre del nostro secolo una riedizione del fascismo, franchismo, nazismo, significa non osservare la realtà e non interpretare i veri bisogni delle persone, i problemi delle singole nazioni, i movimenti sociali nelle varie parti della terra. La domanda sarebbe: perché le destre crescono? Cosa non abbiamo capito della realtà che emerge? Il ricorso al Lupo al Lupo è controproducente. Il pensiero unico, ovvero, l'idea "dogmatica" che tutti dobbiamo percepire, vedere, ragionare, condividere gli setti valori, è sbagliata. 

domenica 10 novembre 2024

La questione demografica-Il cancro dell'occidente



Il Cancro Silenzioso dell’Occidente: La Crisi Demografica che Minaccia il Futuro

di Erminio Petronio

In un’Europa sempre più anziana, dove l’autorealizzazione personale, la mobilità e il benessere individuale hanno preso il sopravvento sulla famiglia tradizionale, un nemico silenzioso e persistente sta corrodendo le fondamenta economiche e sociali del continente: il calo demografico.

Secondo l’ISTAT, in Italia nel 2023 il tasso di natalità ha toccato un nuovo minimo storico: meno di 400.000 nati, contro oltre 700.000 decessi. Il tasso di fertilità è sceso a 1,25 figli per donna, ben lontano dalla soglia di 2,1 necessaria per garantire il ricambio generazionale. Nel secondo dopoguerra, le famiglie italiane avevano in media 4,3 figli. Oggi, molte coppie non arrivano nemmeno a uno.

Dietro questi numeri c’è un’intera visione del mondo: il modello occidentale del benessere, della libertà individuale, della piena autodeterminazione. Dalla fine degli anni ’60 in poi, l’idea che “fare figli limita la carriera, la libertà e le possibilità” ha attecchito profondamente. Il risultato? Una società che invecchia, e un sistema che rischia il collasso.

Il peso sulle pensioni: la coperta è corta

Il primo allarme è economico. I sistemi pensionistici europei, basati sul principio della solidarietà intergenerazionale, non reggono più. In Italia, nel 2024 ci sono circa 1,4 lavoratori per ogni pensionato. Troppo pochi per sostenere il meccanismo a ripartizione, dove i contributi versati da chi lavora finanziano le pensioni di chi è in quiescenza.

Con meno giovani e più anziani, le alternative sono drammatiche: alzare l’età pensionabile, aumentare i contributi o ridurre gli assegni. In pratica: o pagheremo di più, o avremo meno. Per chi sogna una vecchiaia serena, si profila un futuro incerto, dove per mantenere un tenore di vita dignitoso sarà necessario risparmiare molto di più durante la vita lavorativa.

Sanità sotto pressione: più malati, meno risorse

L’aumento della popolazione anziana comporta anche un’esplosione dei costi sanitari. L’Organizzazione Mondiale della Sanità prevede che nel 2050 oltre il 30% della popolazione europea avrà più di 65 anni. E con l’età avanzano anche le patologie croniche, la dipendenza da cure, il bisogno di assistenza continua.

I bilanci pubblici, già sotto pressione, non riescono a garantire livelli adeguati di servizi. Si moltiplicano le proposte di assicurazioni sanitarie private per colmare il divario tra domanda e offerta. Ma anche in questo caso, chi ha redditi medio-bassi rischia di rimanere escluso da cure tempestive e di qualità.

L’assistenza agli anziani: la nuova emergenza sociale

C’è poi un altro fronte, spesso trascurato: quello dell’assistenza familiare e affettiva. Con famiglie sempre più ristrette, e spesso composte da figli unici, molti anziani si ritrovano soli, senza un supporto emotivo o fisico nei momenti di bisogno.

La figura della badante è ormai imprescindibile nel welfare italiano, così come le strutture RSA, ma queste soluzioni hanno costi crescenti e non sempre garantiscono qualità. Un figlio solo, con uno stipendio medio, difficilmente potrà sostenere economicamente il carico assistenziale di uno o due genitori non autosufficienti. La vecchiaia, un tempo vista come tempo di riposo e dignità, rischia di diventare un lusso per pochi.

Le politiche per la natalità non bastano

I governi europei provano a reagire con incentivi: bonus bebè, asili nido gratuiti, congedi parentali estesi. Ma, come sottolinea l’OECD, queste misure hanno un impatto limitato se non si accompagna l’intervento economico a una vera rivoluzione culturale.

L’immigrazione, pur essendo una risorsa per colmare i vuoti del mercato del lavoro, non basta: non può sostituire il ruolo affettivo della famiglia, né garantire la coesione sociale a lungo termine.

Serve una rivoluzione culturale

Il problema non è solo economico, ma profondamente valoriale. Viviamo in una società dove il tempo è diventato un bene individuale, da dedicare a sé stessi, ai propri interessi, alla cura della persona e alla libertà. Ma se non si inverte questa tendenza, la sostenibilità del modello occidentale diventerà un’illusione.

Tornare a investire nella famiglia, nella genitorialità e nella solidarietà intergenerazionale non è nostalgia del passato, ma una scelta strategica. È qui che il monito antico del “Crescete e moltiplicatevi” assume oggi una nuova, drammatica attualità: non solo come principio religioso, ma come necessità storica.

 La sfida del XXI secolo non è solo tecnologica o ecologica. È demografica. E il tempo per reagire si sta esaurendo.

ONU E L'IMPOSSIBILITA' DI GARANTIRE LA PACE Parte I

    All’indomani della Seconda guerra mondiale, la penisola coreana viene liberata dal dominio giapponese, ma la pace non porta all’unità. I...