Osserviamo un dato che merita di essere affrontato senza reticenze: numerose istituzioni islamiche internazionali, pur utilizzando il linguaggio della cooperazione, del dialogo e della tutela dei diritti, operano contemporaneamente per rafforzare la presenza, la visibilità e la capacità di influenza dell’Islam nelle società non islamiche.
La Lega Araba, ad esempio, dichiara di perseguire obiettivi di pace, sicurezza e cooperazione internazionale, mantenendo rapporti con le Nazioni Unite e con numerose organizzazioni sovranazionali. Ma questa proiezione internazionale non è politicamente neutra: contribuisce anche a consolidare interessi, priorità e posizioni comuni del mondo arabo. Un elemento merita attenzione: pur esistendo storicamente comunità cristiane ed ebraiche in diversi Paesi arabi, nello statuto e nelle priorità istituzionali richiamate non emerge un analogo impegno internazionale strutturato per la loro tutela e promozione. È una differenza che pone inevitabilmente una questione di reciprocità.
Ancora più esplicita è l’azione dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC). L’OIC dichiara apertamente di seguire la condizione delle comunità musulmane residenti nei Paesi non appartenenti all’organizzazione e di contrastare l’islamofobia, estendendo la propria attenzione non soltanto alle persone, ma anche a moschee, centri islamici, Corano, hijab e altri simboli dell’identità religiosa. Non siamo quindi di fronte alla semplice tutela individuale della libertà religiosa: esiste una politica internazionale organizzata di protezione e rafforzamento dell’identità islamica ovunque essa sia presente.
Parallelamente, l’OIC costruisce rapporti con le Nazioni Unite, l’Unione Europea, agenzie governative, organismi umanitari e grandi soggetti finanziatori. Ne deriva una rete internazionale capace di produrre rappresentanza, interlocuzione istituzionale e pressione politica. Il punto da comprendere è che la crescita di una presenza religiosa organizzata può diventare, quando dispone di strutture, finanziamenti e rappresentanza, anche crescita di influenza culturale e politica.
In questo quadro assume particolare rilevanza il finanziamento proveniente da Stati e fondazioni straniere. Il Qatar, ad esempio, è stato ripetutamente indicato nel dibattito pubblico come finanziatore di moschee, associazioni e centri islamici in Europa. La questione non consiste nel sostenere che ogni finanziamento religioso nasconda necessariamente un progetto politico. La questione è un’altra: chi finanzia? Quali organizzazioni riceve il denaro? Quali orientamenti teologici e politici vengono promossi? Quale modello di Islam viene radicato nei territori europei?
Il problema diventa ancora più evidente quando entrano in gioco organizzazioni riconducibili all’islamismo politico, come i Fratelli Musulmani. Nei loro stessi documenti viene prospettato un ordine sociale nel quale la Sharia rappresenta un riferimento fondamentale per l’organizzazione della società. Ed è qui che emerge il vero terreno di confronto con le democrazie europee: può un sistema politico fondato sulla sovranità della legge civile convivere senza tensioni con una concezione nella quale la norma religiosa aspira a orientare anche la vita pubblica, il diritto e l’organizzazione sociale?
Questa è la domanda che troppo spesso viene elusa.
Per questo il dibattito sull’immigrazione non può essere ridotto al numero degli sbarchi, ai confini o alla sola distinzione tra immigrazione regolare e irregolare. Il problema decisivo è anche culturale e politico.
Non basta domandarsi:
“Quanti immigrati possiamo accogliere?”
Bisogna avere il coraggio di aggiungere:
“Chi accogliamo?”
Quali idee sulla libertà religiosa?
Quale concezione dei rapporti tra uomo e donna?
Quale posizione rispetto all’omosessualità?
Quale rapporto tra religione e Stato?
Quale concezione della libertà di critica e di espressione?
Quale rapporto con la legge civile?
Quali organizzazioni transnazionali sostengono economicamente e culturalmente determinate comunità?
Perché integrare non significa semplicemente far entrare delle persone in un territorio. Significa verificare se esiste una reale disponibilità a riconoscere il quadro costituzionale, giuridico e culturale della società che le accoglie.
Anche l’occupazione simbolica dello spazio pubblico merita quindi di essere letta con attenzione. Una preghiera collettiva, naturalmente, è innanzitutto un atto religioso e non può essere automaticamente trasformata in un fatto politico. Ma quando manifestazioni identitarie vengono organizzate sistematicamente nello spazio pubblico e inserite in una più ampia strategia comunicativa, possono diventare anche dimostrazioni di presenza, coesione, capacità organizzativa e peso sociale.
La contraddizione diventa ancora più evidente quando, in nome di una malintesa idea di integrazione, alle tradizioni cristiane delle società europee viene talvolta richiesto di ridurre la propria visibilità per evitare di “offendere” altre sensibilità. L’integrazione non può significare che la cultura ospitante debba diventare invisibile mentre ogni rivendicazione identitaria delle minoranze viene considerata intoccabile.
Lo stesso vale per il concetto di islamofobia. Contrastare discriminazioni, violenze e odio contro i musulmani è un dovere di qualsiasi Stato democratico. Ma altra cosa sarebbe trasformare la lotta alla discriminazione in uno strumento capace di rendere socialmente sospetta o politicamente inaccettabile qualsiasi critica all’Islam, alla Sharia o all’islamismo politico.
Una democrazia deve poter difendere contemporaneamente due principi:
la libertà religiosa dei musulmani e la libertà di criticare idee, dottrine e progetti politici di matrice religiosa.
Soprattutto quando tali idee riguardano temi essenziali come l’uguaglianza tra uomini e donne, la libertà di cambiare religione, i diritti delle minoranze, l’omosessualità, la libertà di espressione e il primato della legge civile.
Il vero problema, dunque, non è l’esistenza dell’Islam in Europa e neppure il singolo musulmano che vive pacificamente nella società europea.
Il problema politico è un altro: capire quando la libertà religiosa viene utilizzata da organizzazioni strutturate come infrastruttura per costruire influenza culturale, rappresentanza politica e progressiva capacità di condizionamento delle società occidentali.
Ed è precisamente qui che dovrebbe concentrarsi il dibattito.
Non soltanto sull’immigrazione.
Non soltanto sui confini.
Non soltanto sull’accoglienza.
Ma sulla domanda che precede tutte le altre: