Sondaggi, astensione e reti di potere: perché la politica sembra non cambiare mai
Ogni settimana i sondaggi raccontano chi sale e chi scende. Qualche decimale guadagnato diventa un successo, qualche punto perso una crisi. Eppure, dietro queste oscillazioni, rimane una domanda: perché gli equilibri politici appaiono tanto resistenti, anche quando i cittadini denunciano difficoltà economiche, servizi insufficienti e insicurezza?
I governi si alternano, le responsabilità rimbalzano tra maggioranza e opposizione, ma la distanza tra promesse e risultati continua ad alimentare la sfiducia. Per comprendere questa apparente immobilità, le percentuali dei partiti non bastano: occorre interrogarsi su chi vota, chi rinuncia e quali interessi contribuiscano alla stabilità del consenso.
La media di Termometro Politico relativa al periodo 30 agosto–5 settembre 2026, basata sulle rilevazioni di TP, Only Numbers, Youtrend e Swg, colloca Fratelli d’Italia al 26,8%, Forza Italia al 7,4% e Lega al 5,6%. All’opposizione, il Pd raggiunge il 21,5%, il Movimento 5 Stelle si attesta al 12,3% e Alleanza Verdi e Sinistra al 6,4%. Italia Viva registra il 2,5%, Azione il 3,4% e +Europa l’1,5%.
Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega sommano il 39,8%. Aggiungendo ipoteticamente Futuro Nazionale, indicato dalla rilevazione al 7,4%, si arriverebbe al 47,2%. Sul fronte opposto, Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e Italia Viva raggiungono il 42,7%; includendo Azione, collocata fuori dai poli nella rilevazione, il totale salirebbe al 46,1%. Sono aggregazioni teoriche, non coalizioni già definite né garanzie di trasferimento integrale dei consensi.
La questione centrale, però, è la dimensione dell’elettorato sul quale queste percentuali vengono calcolate.
Un’analisi pubblicata da La Stampa il 17 ottobre 2025 indicava un’area dell’astensione pari al 50% degli elettori. Anche ipotizzando un’astensione più contenuta, del 30%, il consenso assume proporzioni diverse: su mille aventi diritto voterebbero settecento persone. Supponendo che tutte esprimano un voto valido, il 47,2% corrisponderebbe a circa 330 persone, mentre il 42,7% a circa 299.
Una coalizione può dunque avvicinarsi alla maggioranza dei voti espressi pur raccogliendo il sostegno di circa un terzo degli aventi diritto. L’astensione modifica profondamente il rapporto tra consenso elettorale e rappresentanza della società.
A questo punto entra in gioco un secondo elemento: il peso delle relazioni economiche che ruotano intorno alle amministrazioni pubbliche.
Secondo FPA, nell’analisi pubblicata il 25 luglio 2025, nel 2023 i dipendenti pubblici erano 3.327.854. Nello stesso anno, ISTAT rilevava 962.748 addetti nelle unità economiche partecipate da soggetti pubblici, comprendendo Stato, amministrazioni territoriali e altri enti.
Una stima CGIL indica inoltre circa 3 milioni di lavoratori negli appalti e subappalti pubblici e privati, un sistema nel quale operano anche imprese cooperative.
La somma puramente aritmetica di queste grandezze è di circa 7,29 milioni. È necessario chiarirne il limite: le categorie possono sovrapporsi e una parte degli appalti riguarda committenti privati. Questa somma, quindi, non identifica altrettanti lavoratori distinti economicamente dipendenti dallo Stato.
Il punto che merita maggiore attenzione è però il possibile effetto moltiplicatore delle relazioni familiari e personali sul consenso.
Alle politiche del 2022, per la Camera, in Italia votarono circa 29,47 milioni di persone, mentre 16,65 milioni si astennero: affluenza al 63,9% e astensione al 36,1%. Includendo l’estero, i votanti furono circa 30,72 milioni e gli astenuti 20,14 milioni, con un’astensione complessiva del 39,6%. Fonti: Ministero dell’Interno e Regione Valle d’Aosta.
Rispetto ai 29,47 milioni di votanti in Italia, un insieme ipotetico di 7,29 milioni di persone avrebbe una consistenza equivalente a quasi il 25% dei votanti. Se a ciascuna si affiancasse anche un solo amico o familiare avente diritto al voto, distinto dagli altri e orientato dalla stessa preoccupazione di tutelare interessi economici condivisi, il bacino potenziale raggiungerebbe circa 14,58 milioni di persone: quasi il 50% di quanti hanno votato.
È questo il passaggio centrale dell’ipotesi: il peso politico di un rapporto economico può estendersi oltre il singolo lavoratore e coinvolgere il suo ambiente familiare e sociale. Un reddito sostiene spesso un’intera famiglia; la sua continuità può influenzare aspettative, timori e valutazioni anche di chi non è direttamente titolare del rapporto di lavoro. Dove quella continuità viene percepita come legata alla conservazione di determinati equilibri politici, il consenso può trovare una ragione di stabilità capace di resistere persino alla delusione verso chi governa.
Il confronto numerico illustra la portata del meccanismo ipotizzato, ma non dimostra che metà dei votanti appartenga a una rete di consenso organizzato. Oltre alle sovrapposizioni occupazionali, occorrerebbe verificare cittadinanza, partecipazione al voto, relazioni personali e orientamenti politici. Il raddoppio non è una stima statistica: è una simulazione che rende visibile il possibile ampliamento dell’influenza oltre i beneficiari diretti.
La domanda politica resta: quanto può rinnovarsi un sistema nel quale chi gestisce risorse, incarichi e opportunità dispone anche di strumenti per consolidare il proprio consenso?
Il clientelismo nasce quando un diritto, un servizio o un’opportunità vengono trasformati in una concessione dalla quale ci si attende fedeltà. Il lavoro pubblico, la cooperazione e l’attività sindacale non costituiscono di per sé una relazione clientelare. Il problema è il loro eventuale utilizzo come strumenti di intermediazione e conservazione del potere.
È in questa prospettiva che il controllo delle candidature da parte delle segreterie assume un significato centrale: selezionare chi può presentarsi agli elettori significa condizionare, a monte, le possibilità di ricambio. L’alternanza rischia allora di sostituire i protagonisti senza modificare le strutture che ne sostengono la forza.
La critica è quella di una democrazia bloccata, nella quale lo scontro tra governo e opposizione può convivere con un interesse condiviso alla sopravvivenza degli apparati. Una politica concentrata sulla conservazione delle proprie reti rischia di subordinare il miglioramento della vita dei cittadini alla tutela degli equilibri esistenti.
Anche il ritorno alle urne degli astenuti, da solo, non garantirebbe il superamento di queste barriere. Un outsider, privo di sponsor e di appoggi negli apparati, dovrebbe comunque conquistare accesso alle candidature, risorse, visibilità e organizzazione. Non è impossibile che emerga; ma il libero voto si esercita tra alternative la cui possibilità di affermarsi è profondamente diseguale.
Il cambiamento resta incompleto quando gli elettori possono scegliere tra i candidati, ma hanno scarso potere su chi decide quali candidati potranno davvero competere.
Testo rimodulato con AI
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