venerdì 2 gennaio 2026

L'utopia di due popoli e due stati

 

La narrazione dominante sui cosiddetti “territori occupati” da Israele è una costruzione ideologica, nata dalla propaganda dei gruppi palestinesi armati e amplificata in Occidente da un diffuso sentimento antisemita e da una profonda ignoranza storica sulla questione cosiddetta “palestinese”. Questa lettura, è una rappresentazione distorta della realtà storica, che ignora il legame continuo e documentato del popolo ebraico con la quei territori

Gli ebrei hanno infatti abitato in modo ininterrotto quei territori. Anche nei periodi in cui furono costretti a emigrare per sfuggire alle dominazioni persiana, greca, romana e ottomana, rimase sempre un nucleo ebraico residente. Ogni volta che la regione attraversava una fase di relativa stabilità, comunità ebraiche della diaspora facevano ritorno in Galilea, Giudea e Samaria. Questa continuità è attestata anche dalle opere di Giuseppe Flavio, storico romano di origine ebraica, in particolare nelle Guerre giudaiche.

Fu l’Impero romano a ribattezzare quelle terre “Palestina”, con l’intento esplicito di cancellarne l’identità ebraica; un tentativo che tuttavia non ebbe successo. In quelle regioni hanno storicamente convissuto ebrei e arabi, ma non è mai esistito un popolo palestinese inteso come soggetto nazionale autonomo. La questione cambia con l’espansione islamica: a seguito delle conquiste di Maometto, le popolazioni ebraiche, cristiane e pagane del Nord Africa e del Medio Oriente furono sottomesse, costrette alla conversione o all’emigrazione.

In origine il cristianesimo era largamente diffuso in tutto il Medio Oriente, ma le conquiste musulmane e successivamente ottomane ne ridussero drasticamente la presenza. Le piccole comunità cristiane ed ebraiche che riuscirono a sopravvivere lo fecero pagando una tassa, la jizya, una sorta di pizzo che consentiva loro di praticare il culto in forma riservata e di lavorare, ma che spesso rendeva la sopravvivenza estremamente difficile.

Con l’islamizzazione del Medio Oriente si afferma una visione secondo cui un territorio considerato islamico non può essere sottoposto alla sovranità di governi cristiani o ebraici. È in questo quadro che si inserisce la gestione anglo-francese della regione dopo la caduta dell’Impero Ottomano. Per comprendere ciò che accadde è necessario tornare agli accordi del periodo 1915–1916, quando la Gran Bretagna, per indebolire l’Impero Ottomano alleato della Germania, si accordò con i leader arabi, in particolare con Ḥusayn ibn ʿAlī, sharīf della Mecca e membro della dinastia hashemita (non esistevano i palestinesi).

Mentre promettevano l’indipendenza agli arabi, gli inglesi firmavano segretamente con la Francia l’accordo Sykes-Picot del 1916, che prevedeva la spartizione del Medio Oriente ottomano al termine della guerra. Dopo la sconfitta degli ottomani, quelle promesse non furono mantenute, ponendo le basi delle tensioni mediorientali che persistono ancora oggi.

Parallelamente, con la Dichiarazione Balfour del 1917, la Gran Bretagna si impegnava a favorire la creazione di una “casa nazionale ebraica” in Palestina, creando le premesse della questione palestinese intesa come spartizione del territorio sotto Mandato britannico. Londra non chiarì mai agli arabi musulmani che l’intenzione era quella di assegnare solo una parte del territorio, e non l’intero mandato.

A partire dal 1920, ogni proposta di spartizione venne rifiutata dagli arabi. All’epoca non esisteva un popolo palestinese distinto: gli unici “palestinesi” erano gli ebrei e gli arabi residenti nella regione. Questo rifiuto proseguì fino alla nascita dello Stato di Israele nel 1948. Gli arabi respinsero anche il piano di partizione dell’ONU, sancito dalla Risoluzione 181 del 29 novembre 1947, che prevedeva l’assegnazione del 56% del territorio allo Stato ebraico e del 43% a uno Stato arabo. Israele accettò il piano, mentre gli arabi lo rigettarono.

Non esisteva allora un rappresentante dei palestinesi arabi, perché non esisteva un’entità politica palestinese: a rifiutare la spartizione furono i rappresentanti degli Stati arabi circostanti. La questione non era la percentuale di territorio da assegnare, ma il principio stesso: una terra ormai considerata islamica non poteva, secondo questa visione, essere governata da uno Stato ebraico. Questo elemento non fu compreso – e continua a non essere compreso – dai governi occidentali, anche a causa delle ambiguità del mondo arabo.

Non a caso, nelle manifestazioni occidentali il grido più diffuso non è “indipendenza dello Stato palestinese”, ma “dal fiume al mare”, un’espressione che implica l’espulsione degli ebrei. Secondo il diritto islamico classico, infatti, se un territorio è stato conquistato e governato dall’Islam ed è entrato nel dār al-Islām, non è legittimo che venga ceduto in modo permanente a una sovranità non musulmana, ed esiste un dovere di riacquisizione quando possibile.

Parallelamente, per l’ebraismo la Galilea, la Giudea e la Samaria sono parte costitutiva della fede stessa: terra, Dio e Torah sono inseparabili. Per questo motivo il conflitto assume, dal punto di vista musulmano, una valenza religiosa e spirituale e non tende a cessare, poiché è inserito nel più ampio processo di islamizzazione promosso dall’Islam. Questa dimensione rende, secondo tale impostazione, impraticabile una soluzione fondata su due popoli e due Stati.


2 commenti:

  1. Sono favorevole a Israele (viva Israele)

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  2. Grazie di cuore per aver ribadito i fatti storici.

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