La narrazione dominante sui
cosiddetti “territori occupati” da Israele è una costruzione ideologica, nata
dalla propaganda dei gruppi palestinesi armati e amplificata in Occidente da un
diffuso sentimento antisemita e da una profonda ignoranza storica sulla
questione cosiddetta “palestinese”. Questa lettura, è una rappresentazione distorta
della realtà storica, che ignora il legame continuo e documentato del popolo
ebraico con la quei territori
Gli ebrei hanno infatti abitato in modo
ininterrotto quei territori. Anche nei periodi in cui furono costretti a
emigrare per sfuggire alle dominazioni persiana, greca, romana e ottomana,
rimase sempre un nucleo ebraico residente. Ogni volta che la regione
attraversava una fase di relativa stabilità, comunità ebraiche della diaspora
facevano ritorno in Galilea, Giudea e Samaria. Questa continuità è attestata
anche dalle opere di Giuseppe Flavio, storico romano di origine ebraica, in
particolare nelle Guerre
giudaiche.
Fu l’Impero romano a ribattezzare quelle
terre “Palestina”, con l’intento esplicito di cancellarne l’identità ebraica;
un tentativo che tuttavia non ebbe successo. In quelle regioni hanno
storicamente convissuto ebrei e arabi, ma non è mai esistito un popolo
palestinese inteso come soggetto nazionale autonomo. La questione cambia con
l’espansione islamica: a seguito delle conquiste di Maometto, le popolazioni
ebraiche, cristiane e pagane del Nord Africa e del Medio Oriente furono
sottomesse, costrette alla conversione o all’emigrazione.
In origine il cristianesimo era largamente
diffuso in tutto il Medio Oriente, ma le conquiste musulmane e successivamente
ottomane ne ridussero drasticamente la presenza. Le piccole comunità cristiane
ed ebraiche che riuscirono a sopravvivere lo fecero pagando una tassa, la jizya,
una sorta di pizzo che consentiva loro di praticare il culto in forma riservata
e di lavorare, ma che spesso rendeva la sopravvivenza estremamente difficile.
Con l’islamizzazione del Medio Oriente si
afferma una visione secondo cui un territorio considerato islamico non può
essere sottoposto alla sovranità di governi cristiani o ebraici. È in questo
quadro che si inserisce la gestione anglo-francese della regione dopo la caduta
dell’Impero Ottomano. Per comprendere ciò che accadde è necessario tornare agli
accordi del periodo 1915–1916, quando la Gran Bretagna, per indebolire l’Impero
Ottomano alleato della Germania, si accordò con i leader arabi, in particolare
con Ḥusayn ibn ʿAlī, sharīf della Mecca e membro della dinastia hashemita (non
esistevano i palestinesi).
Mentre promettevano l’indipendenza agli
arabi, gli inglesi firmavano segretamente con la Francia l’accordo Sykes-Picot
del 1916, che prevedeva la spartizione del Medio Oriente ottomano al termine
della guerra. Dopo la sconfitta degli ottomani, quelle promesse non furono
mantenute, ponendo le basi delle tensioni mediorientali che persistono ancora
oggi.
Parallelamente, con la Dichiarazione
Balfour del 1917, la Gran Bretagna si impegnava a favorire la creazione di una
“casa nazionale ebraica” in Palestina, creando le premesse della questione
palestinese intesa come spartizione del territorio sotto Mandato britannico. Londra
non chiarì mai agli arabi musulmani che l’intenzione era quella di assegnare
solo una parte del territorio, e non l’intero mandato.
A partire dal 1920, ogni proposta di
spartizione venne rifiutata dagli arabi. All’epoca non esisteva un popolo
palestinese distinto: gli unici “palestinesi” erano gli ebrei e gli arabi
residenti nella regione. Questo rifiuto proseguì fino alla nascita dello Stato
di Israele nel 1948. Gli arabi respinsero anche il piano di partizione
dell’ONU, sancito dalla Risoluzione 181 del 29 novembre 1947, che prevedeva
l’assegnazione del 56% del territorio allo Stato ebraico e del 43% a uno Stato
arabo. Israele accettò il piano, mentre gli arabi lo rigettarono.
Non esisteva allora un rappresentante dei
palestinesi arabi, perché non esisteva un’entità politica palestinese: a
rifiutare la spartizione furono i rappresentanti degli Stati arabi circostanti.
La questione non era la percentuale di territorio da assegnare, ma il principio
stesso: una terra ormai considerata islamica non poteva, secondo questa
visione, essere governata da uno Stato ebraico. Questo elemento non fu compreso
– e continua a non essere compreso – dai governi occidentali, anche a causa
delle ambiguità del mondo arabo.
Non a caso, nelle manifestazioni occidentali
il grido più diffuso non è “indipendenza dello Stato palestinese”, ma “dal
fiume al mare”, un’espressione che implica l’espulsione degli ebrei. Secondo il
diritto islamico classico, infatti, se un territorio è stato conquistato e
governato dall’Islam ed è entrato nel dār
al-Islām, non è legittimo che venga ceduto in modo permanente a una
sovranità non musulmana, ed esiste un dovere di riacquisizione quando
possibile.
Parallelamente, per l’ebraismo la Galilea,
la Giudea e la Samaria sono parte costitutiva della fede stessa: terra, Dio e
Torah sono inseparabili. Per questo motivo il conflitto assume, dal punto di
vista musulmano, una valenza religiosa e spirituale e non tende a cessare,
poiché è inserito nel più ampio processo di islamizzazione promosso dall’Islam.
Questa dimensione rende, secondo tale impostazione, impraticabile una
soluzione fondata su due popoli e due Stati.
Sono favorevole a Israele (viva Israele)
RispondiEliminaGrazie di cuore per aver ribadito i fatti storici.
RispondiElimina