martedì 11 agosto 2026

Quando l'Islamizzazione oltre ad impugnare la spada utilizza l'economia e la politica

 


La guerra come strumento di espansione religiosa e le nuove forme di conquista

La storia insegna che una religione tradisce la propria dimensione spirituale quando pretende di avanzare al seguito degli eserciti. Quando la fede viene trasformata in un progetto di dominio, la guerra non serve più soltanto a conquistare territori: diventa il mezzo per imporre un nuovo ordine politico, giuridico e religioso.

L’espansione arabo-islamica iniziata nel VII secolo rappresenta uno degli esempi storici più imponenti di questa trasformazione. Dopo la morte di Maometto, le tribù arabe, riunite sotto l’autorità dei primi califfi, uscirono dalla Penisola arabica e, in pochi decenni, occuparono territori vastissimi. Non si trattò semplicemente della diffusione pacifica di una nuova fede attraverso la predicazione. A precedere missionari, mercanti e amministratori furono gli eserciti.

Tra il 634 e il 638 le forze arabo-musulmane invasero la Siria e la Palestina, province cristiane dell’Impero bizantino. Damasco cadde, l’esercito bizantino venne sconfitto sullo Yarmuk e Gerusalemme, città santa per i cristiani ed ebrei, passò sotto il controllo del califfato. Poco dopo furono conquistate Antiochia, Cesarea e le altre principali città della regione.

La caduta di questi territori non determinò l’immediata scomparsa delle comunità cristiane ed ebraiche, ma ne modificò radicalmente la condizione. I cristiani come gli ebrei passarono dall’essere cittadini dell’Impero a costituire comunità subordinate all’interno dello Stato islamico. Potevano generalmente conservare la propria religione, ma erano sottoposti a uno specifico regime giuridico e fiscale. La tolleranza concessa non equivaleva all’uguaglianza: era una protezione condizionata al riconoscimento della supremazia politica islamica.

Tra il 639 e il 646 fu invaso l’Egitto, una delle regioni più importanti del cristianesimo antico. Alessandria, centro della cultura e della teologia cristiana, cadde nelle mani degli eserciti guidati da ʿAmr ibn al-ʿĀṣ. Anche in questo caso la conquista militare precedette una lunga trasformazione religiosa e culturale. L’Egitto non divenne musulmano in un giorno, ma il nuovo sistema politico creò le condizioni perché, nel corso dei secoli, la popolazione cristiana copta diventasse una minoranza nella propria terra.

Gli eserciti musulmani tentarono poi di penetrare nella Nubia cristiana. La resistenza del regno di Makuria riuscì a fermarli presso Dongola. Fu una delle rare occasioni nelle quali l’espansione proveniente dall’Egitto venne arrestata e sostituita da un accordo. Questo episodio dimostra che l’avanzata non era inevitabile: dove incontrava una resistenza efficace, poteva essere contenuta.

La guerra proseguì verso occidente. Le province cristiane dell’Africa settentrionale furono progressivamente sottratte all’Impero bizantino. Cartagine cadde alla fine del VII secolo e le armate musulmane raggiunsero l’Atlantico. Anche qui l’islamizzazione non fu immediata; tuttavia, nel corso del tempo, antiche comunità cristiane che avevano dato alla Chiesa figure come Tertulliano, Cipriano e Agostino d’Ippona si ridussero fino quasi a scomparire.

L’espansione si rivolse contemporaneamente contro Costantinopoli. Gli eserciti dei califfi tentarono ripetutamente di abbattere l’Impero bizantino, sottoponendo la capitale a due grandi assedi. Il fallimento dell’offensiva del 717–718 impedì che l’intero Mediterraneo orientale e i Balcani cadessero sotto il dominio omayyade. Se Costantinopoli avesse ceduto in quel momento, la storia religiosa e politica dell’Europa avrebbe probabilmente seguito un corso completamente diverso.

Nel 711 un esercito composto prevalentemente da Berberi islamizzati, ma operante sotto l’autorità del potere arabo omayyade, attraversò lo stretto di Gibilterra. Il regno cristiano dei Visigoti crollò rapidamente e quasi tutta la Penisola iberica venne incorporata in al-Andalus. L’avanzata superò i Pirenei, raggiungendo la Francia meridionale. Narbona fu conquistata, Tolosa assediata e numerose spedizioni penetrarono in Aquitania e nella valle del Rodano.

La battaglia di Poitiers del 732 non fu l’unico momento di arresto, né può essere ridotta a una leggenda isolata. Fu parte di un conflitto più ampio, conclusosi soltanto nel 759 con la riconquista cristiana di Narbona. Nella Penisola iberica, invece, guerre, tregue, alleanze e controffensive continuarono per secoli, fino alla caduta di Granada nel 1492.

Anche il Mediterraneo centrale divenne teatro della medesima espansione. Nell’827 gli Aghlabidi sbarcarono in Sicilia, allora provincia cristiana bizantina. La conquista richiese più di un secolo: Palermo cadde nell’831, Siracusa nell’878, Taormina nel 902 e l’ultima roccaforte bizantina di Rometta nel 965.

Dalla Sicilia e dall’Africa settentrionale partirono incursioni contro l’Italia meridionale e centrale. Bari divenne sede di un emirato musulmano; Taranto fu occupata; le coste italiane vennero ripetutamente attaccate. Nell’846 una spedizione musulmana raggiunse Roma e saccheggiò le basiliche di San Pietro e San Paolo fuori le mura. Il valore dell’episodio fu anche simbolico: perfino il centro della cristianità occidentale poteva essere colpito.

Non tutte queste operazioni furono dirette da un unico potere centrale. Alcune furono campagne organizzate da Stati musulmani, altre incursioni condotte da emirati locali, comandanti autonomi o gruppi dediti anche alla razzia e alla cattura di prigionieri. Tuttavia, il risultato complessivo fu l’estensione della presenza politica islamica e l’indebolimento delle società cristiane del Mediterraneo.

Nei secoli successivi la situazione divenne ancora più complessa. Le Crociate furono promosse dall’Occidente cristiano per riconquistare Gerusalemme e sostenere i cristiani orientali, ma produssero anch’esse massacri, violenze e forme di dominio. Le controffensive di Zengi, Saladino e dei Mamelucchi eliminarono progressivamente gli Stati crociati. Saladino, che era curdo e non arabo, sconfisse l’esercito cristiano a Hattin e riconquistò Gerusalemme nel 1187. I Mamelucchi presero Antiochia, Tripoli e infine San Giovanni d’Acri nel 1291. Queste guerre appartengono alla storia del confronto tra potenze musulmane e cristiane, ma non possono essere definite tutte propriamente “arabe”.

La stessa precisazione vale per l’espansione ottomana. La conquista di Costantinopoli, le guerre nei Balcani, gli assedi di Vienna e la battaglia di Lepanto furono condotti da un impero islamico turco, non arabo. Confondere Arabi, Berberi, Curdi, Persiani e Turchi significa deformare la storia invece di comprenderla.

Il punto centrale, tuttavia, rimane evidente: l’islam non si diffuse storicamente soltanto per attrazione spirituale, predicazione o commercio. In numerose regioni arrivò attraverso una conquista militare che instaurò il predominio politico della comunità musulmana. La conversione delle popolazioni fu spesso graduale e ottenuta mediante una costrizione diretta; ma avvenne all’interno di un sistema nel quale il potere, il prestigio sociale, la fiscalità e le opportunità pubbliche favorivano l’appartenenza alla religione dominante.

Fallite le conquiste del sud dell’Europa, Spagna, Francia e Italia l’islam ha cambiato approccio ed ha fatto leva prima su alleanze strumentali con l’occidente.

Dall’alleanza con l’Inghilterra alla collaborazione con la Germania nazista

Con l’inizio del XX secolo il rapporto tra identità araba, appartenenza islamica e guerra assunse una forma nuova. Non si trattava più dell’espansione dei primi califfati, ma dell’impiego della religione e del nazionalismo come strumenti per mobilitare le popolazioni e modificare gli equilibri politici del Medio Oriente.

L’alleanza araba con l’Inghilterra contro l’Impero ottomano

Durante la Prima guerra mondiale, l’Impero ottomano si schierò con Germania e Austria-Ungheria. I territori arabi del Medio Oriente erano ancora sottoposti al governo di Costantinopoli, retto da una dinastia turca musulmana che rivendicava anche l’autorità del califfato.

La contrapposizione che ne seguì dimostra che la comune appartenenza all’islam non impedì agli arabi di combattere un’altra potenza musulmana. La solidarietà religiosa venne subordinata alle aspirazioni nazionali, agli interessi dinastici e alla prospettiva di ottenere l’indipendenza.

Tra il luglio 1915 e il marzo 1916 lo sceriffo della Mecca, Hussein ibn Ali, e l’alto commissario britannico in Egitto, Henry McMahon, si scambiarono una serie di lettere. Hussein si dichiarò disponibile a promuovere una rivolta araba contro l’Impero ottomano, mentre il governo britannico prospettò il proprio sostegno alla nascita di uno Stato arabo indipendente. I confini e la portata delle promesse britanniche rimasero, tuttavia, volutamente ambigui (infatti non si parlo di coesistenza con gli ebrei). La corrispondenza pose le basi dell’alleanza anglo-araba e della successiva Rivolta araba. La corrispondenza Hussein-McMahon è ricostruita dall’enciclopedia internazionale sulla Prima guerra mondiale.

Il 10 giugno 1916 Hussein proclamò ufficialmente la rivolta alla Mecca. I suoi figli, in particolare Faisal e Abdullah, guidarono le forze arabe contro l’esercito ottomano. La Gran Bretagna fornì denaro, armi, consiglieri, artiglieria, assistenza navale e supporto logistico. La figura più celebre di questa cooperazione fu l’ufficiale britannico Thomas Edward Lawrence, divenuto noto come Lawrence d’Arabia.

Le forze arabe conquistarono la Mecca e diversi porti del Mar Rosso, attaccarono la ferrovia dell’Hegiaz e ostacolarono i rifornimenti ottomani. Nel 1917 parteciparono alla conquista di Aqaba e, nel 1918, avanzarono verso Damasco insieme alle truppe britanniche. La rivolta contribuì alla sconfitta dell’Impero ottomano e alla fine del suo controllo su gran parte del Medio Oriente.

Questa guerra non fu propriamente una guerra tra musulmani e cristiani. Fu un’alleanza tra una potenza cristiana europea e una parte del mondo arabo-musulmano contro un impero musulmano turco. Dimostra, quindi, che dietro il linguaggio religioso agirono soprattutto interessi politici e rivalità tra sciiti e sunniti: gli Arabi cercavano l’indipendenza e una propria unità nazionale; gli Inglesi volevano indebolire l’Impero ottomano e controllare una regione strategica.

Mentre incoraggiava le aspirazioni arabe, Londra assumeva però impegni differenti e difficilmente conciliabili. Con l’accordo segreto Sykes-Picot del 1916, Gran Bretagna e Francia progettarono la divisione di gran parte del Medio Oriente in rispettive zone d’influenza. Con la Dichiarazione Balfour del 1917, il governo britannico dichiarò di guardare favorevolmente alla costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico. L’Imperial War Museums ricostruisce la sovrapposizione delle promesse britanniche.

Alla fine della guerra non nacque il grande Stato arabo unitario immaginato da Hussein. Siria e Libano passarono sotto mandato francese; Iraq, Transgiordania e Palestina finirono sotto influenza o mandato britannico. La delusione prodotta dalle promesse mancate alimentò il nazionalismo arabo, l’ostilità verso le potenze coloniali e la convinzione corretta di essere stati utilizzati dall’Occidente.

La Gran Bretagna aveva impiegato la rivolta araba per abbattere l’Impero ottomano; una parte dei dirigenti arabi aveva utilizzato l’alleanza britannica per liberarsi dal dominio turco. Ancora una volta, la guerra veniva presentata come liberazione, mentre le popolazioni e i territori diventavano strumenti all’interno di strategie geopolitiche molto più vaste.

Dall’opposizione agli Inglesi alla ricerca dell’appoggio di Hitler

Durante la Seconda guerra mondiale alcuni esponenti del nazionalismo arabo cercarono nella Germania nazista un alleato contro la Gran Bretagna, la Francia e il progetto sionista in Palestina. Non si può, tuttavia, parlare di un’alleanza generale tra “gli Arabi” e Hitler. Il mondo arabo era profondamente diviso e numerosi soldati e reparti arabi combatterono nelle forze alleate.

La collaborazione più nota fu quella di Hajj Amin al-Husseini, già Gran Muftì di Gerusalemme e presidente del Supremo Consiglio Musulmano. Al-Husseini unì la causa nazionale palestinese a una propaganda religiosa sempre più radicale, presentando la presenza ebraica in Palestina come una minaccia non soltanto politica, ma anche islamica(vale il principio che un territorio islamico non può essere governato da infedeli).

Dopo avere contrastato il mandato britannico, al-Husseini si rifugiò in Iraq, dove si avvicinò al politico nazionalista Rashid Ali al-Kaylani e agli ufficiali filo-tedeschi conosciuti come il “Quadrato d’oro”. Nell’aprile 1941 questi ambienti rovesciarono il governo iracheno favorevole alla Gran Bretagna e instaurarono un regime che cercò l’appoggio dell’Asse.

Rashid Ali sperava che una vittoria tedesca permettesse all’Iraq di liberarsi dall’influenza britannica. La Germania e l’Italia fornirono un sostegno limitato, ma l’intervento militare britannico sconfisse rapidamente il governo filo-tedesco. Rashid Ali e al-Husseini fuggirono dal Paese.

Nei giorni immediatamente precedenti l’ingresso britannico a Baghdad, il 1º e 2 giugno 1941, la comunità ebraica irachena fu colpita dal Farhud, un violento pogrom accompagnato da omicidi, saccheggi e devastazioni. Il contesto nel quale maturò la violenza era stato alimentato dall’instabilità politica, dall’antisemitismo e dalla propaganda nazista diffusa in lingua araba. Lo United States Holocaust Memorial Museum ricostruisce il colpo di Stato e il Farhud.

Dopo la sconfitta in Iraq, al-Husseini raggiunse l’Italia fascista e successivamente la Germania. Il 28 novembre 1941 incontrò Adolf Hitler a Berlino. Chiese al regime nazista di riconoscere l’indipendenza araba, di sostenere l’opposizione alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina e di formalizzare una più ampia collaborazione politica.

Hitler manifestò la propria ostilità al progetto di una patria ebraica, ma non concesse il trattato formale e la dichiarazione pubblica richiesti dal Muftì. Ciò non impedì ad al-Husseini di collaborare con la Germania nazista e l’Italia fascista fino al 1945. Da Berlino diffuse trasmissioni radiofoniche in arabo contro gli Alleati e contro gli ebrei, cercando di mobilitare il mondo islamico a favore dell’Asse. Partecipò inoltre alla propaganda rivolta ai musulmani europei e sostenne il reclutamento di uomini nelle unità militari e ausiliarie controllate dalla Germania. La collaborazione e l’incontro con Hitler sono documentati dallo United States Holocaust Memorial Museum.

Il caso di al-Husseini è particolarmente significativo perché mostra il pericolo prodotto dalla fusione tra autorità religiosa, nazionalismo radicale e odio etnico. Un dirigente musulmano, presentandosi come difensore dell’islam e della nazione araba, cercò l’appoggio di un regime responsabile della persecuzione e dello sterminio degli ebrei europei.

Questo fatto deve essere chiaro, i leader islamici per perseguire i loro obiettivi usano le debolezze culturali ed ideologiche dell’occidente come Cavallo di Troia. Al-Husseini non rappresentava tutti gli Arabi e neppure tutti i musulmani. Durante la guerra molti abitanti dei Paesi arabi combatterono con gli Alleati, prestarono servizio nelle unità britanniche e francesi o si opposero alle potenze dell’Asse. Anche all’interno della società palestinese e del mondo arabo esistevano rivalità, opposizioni e posizioni differenti.

La formulazione storicamente corretta, è che alcuni importanti dirigenti nazionalisti e religiosi arabi, tra i quali Amin al-Husseini e Rashid Ali al-Kaylani, cercarono e ottennero forme di collaborazione con la Germania nazista e l’Italia fascista, nella speranza di sconfiggere il dominio britannico e impedire la costituzione di una patria ebraica in Palestina.

La guerra cambia alleati, ma conserva la propria logica

Nel giro di una generazione alcuni movimenti arabi passarono dall’alleanza con la Gran Bretagna contro i Turchi alla ricerca dell’appoggio della Germania nazista contro gli Inglesi e gli ebrei. Questo cambiamento dimostra che non esisteva una contrapposizione immutabile tra islam e cristianesimo. Gli alleati venivano scelti in relazione all’avversario del momento ed agli obiettivi da perseguire.

L’Inghilterra cristiana poteva essere alleata contro l’Impero ottomano musulmano; successivamente la Germania nazista poteva apparire come possibile alleata contro l’Inghilterra e contro il progetto sionista. La religione non scompariva, ma veniva utilizzata per giustificare alleanze, mobilitare le masse e trasformare conflitti territoriali in battaglie assolute tra il bene e il male. Ancora oggi si ripetono gli stessi schemi quando alcuni paesi Arabi del Golfo si alleano con gli USA contro l’Iran.

È proprio questa strumentalizzazione che deve essere denunciata. Quando un’autorità religiosa presenta una guerra politica come un dovere sacro, limita la possibilità di mediazione e trasforma l’avversario in un nemico della fede. Quando il nazionalismo si appropria del linguaggio religioso, ogni compromesso rischia di essere denunciato come tradimento e ogni territorio conteso diventa una proprietà divina non negoziabile (questione palestinese).

La storia dell’alleanza con la Gran Bretagna e della successiva collaborazione di alcuni dirigenti con Hitler dimostra come l’Islam politico agisce. Dimostra qualcosa di più generale e ancora attuale: quando religione, nazionalismo e potere militare si fondono, la fede può essere ridotta a strumento di guerra, mentre la guerra viene presentata come missione religiosa, liberazione nazionale o compimento della volontà divina. In questo consiste l’Islamizzazione.

La conquista dall'interno delle società occidentali: economia, migrazioni e demografia

La memoria storica deve offrirci strumenti critici per interpretare gli eventi contemporanei, nei quali la pressione militare si combina spesso con la diplomazia, le tregue tattiche e le trattative utilizzate anche per guadagnare tempo e riorganizzare le proprie capacità. In questa prospettiva merita attenzione, ad esempio, la condotta dell’Iran nei negoziati con gli Stati Uniti, da valutare sulla base di comportamenti verificabili e non soltanto delle dichiarazioni ufficiali.

Alla dimensione militare si affiancano strumenti economici e finanziari: l’impiego delle risorse energetiche come leva geopolitica; l’acquisizione di partecipazioni in banche, imprese e infrastrutture occidentali; gli investimenti immobiliari strategici; nonché i finanziamenti destinati da alcuni Stati, come il Qatar, a università, fondazioni e centri di ricerca occidentali. Operazioni formalmente legittime, ma la cui portata, provenienza e possibile influenza richiedono trasparenza e controlli adeguati.

Anche i fenomeni migratori possono essere inseriti nelle strategie di influenza quando vengono accompagnati dal finanziamento estero di moschee, centri culturali e associazioni religiose, soprattutto se tali risorse producono dipendenza politica o favoriscono la diffusione di modelli incompatibili con i principi costituzionali dei Paesi ospitanti. Analogamente, devono essere analizzati con attenzione i rapporti tra associazioni islamiche e movimenti politici occidentali, comprese alcune formazioni della sinistra, nonché la partecipazione diretta di esponenti religiosi o comunitari alla vita politica.

Questi fenomeni dimostrano automaticamente l’esistenza di un unico piano coordinato, né possono essere attribuiti indistintamente a tutti i leader islamici. Impongono una verifica rigorosa dei finanziamenti, delle relazioni istituzionali, degli obiettivi dichiarati e delle attività concretamente svolte. La libertà religiosa, la partecipazione politica e gli investimenti internazionali devono essere pienamente tutelati, ma non possono trasformarsi in zone sottratte alla trasparenza, alla reciprocità e al rispetto dell’ordinamento democratico.

La libertà religiosa esiste soltanto quando una fede rinuncia definitivamente alla pretesa di dominare lo Stato, la legge e la coscienza degli altri. Ciò non è possibile in una società in cui la presenza dell’Islam, grazie alle migrazioni ed alla leva demografica, diventa determinante per alcune forze politiche.

 

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