La guerra come strumento di espansione religiosa e le nuove forme di conquista
La storia
insegna che una religione tradisce la propria dimensione spirituale quando
pretende di avanzare al seguito degli eserciti. Quando la fede viene
trasformata in un progetto di dominio, la guerra non serve più soltanto a
conquistare territori: diventa il mezzo per imporre un nuovo ordine politico,
giuridico e religioso.
L’espansione
arabo-islamica iniziata nel VII secolo rappresenta uno degli esempi
storici più imponenti di questa trasformazione. Dopo la morte di Maometto, le
tribù arabe, riunite sotto l’autorità dei primi califfi, uscirono dalla
Penisola arabica e, in pochi decenni, occuparono territori vastissimi. Non si
trattò semplicemente della diffusione pacifica di una nuova fede attraverso la
predicazione. A precedere missionari, mercanti e amministratori furono gli
eserciti.
Tra il 634
e il 638 le forze arabo-musulmane invasero la Siria e la Palestina,
province cristiane dell’Impero bizantino. Damasco cadde, l’esercito bizantino
venne sconfitto sullo Yarmuk e Gerusalemme, città santa per i cristiani ed
ebrei, passò sotto il controllo del califfato. Poco dopo furono conquistate
Antiochia, Cesarea e le altre principali città della regione.
La caduta di
questi territori non determinò l’immediata scomparsa delle comunità cristiane
ed ebraiche, ma ne modificò radicalmente la condizione. I cristiani come gli
ebrei passarono dall’essere cittadini dell’Impero a costituire comunità
subordinate all’interno dello Stato islamico. Potevano generalmente conservare
la propria religione, ma erano sottoposti a uno specifico regime giuridico e
fiscale. La tolleranza concessa non equivaleva all’uguaglianza: era una
protezione condizionata al riconoscimento della supremazia politica islamica.
Tra il 639 e
il 646 fu invaso l’Egitto, una delle regioni più importanti del cristianesimo
antico. Alessandria, centro della cultura e della teologia cristiana, cadde
nelle mani degli eserciti guidati da ʿAmr ibn al-ʿĀṣ. Anche in questo caso la
conquista militare precedette una lunga trasformazione religiosa e culturale.
L’Egitto non divenne musulmano in un giorno, ma il nuovo sistema politico creò
le condizioni perché, nel corso dei secoli, la popolazione cristiana copta
diventasse una minoranza nella propria terra.
Gli eserciti
musulmani tentarono poi di penetrare nella Nubia cristiana. La resistenza del
regno di Makuria riuscì a fermarli presso Dongola. Fu una delle rare occasioni
nelle quali l’espansione proveniente dall’Egitto venne arrestata e sostituita
da un accordo. Questo episodio dimostra che l’avanzata non era inevitabile:
dove incontrava una resistenza efficace, poteva essere contenuta.
La guerra
proseguì verso occidente. Le province cristiane dell’Africa settentrionale
furono progressivamente sottratte all’Impero bizantino. Cartagine cadde alla
fine del VII secolo e le armate musulmane raggiunsero l’Atlantico. Anche qui
l’islamizzazione non fu immediata; tuttavia, nel corso del tempo, antiche
comunità cristiane che avevano dato alla Chiesa figure come Tertulliano,
Cipriano e Agostino d’Ippona si ridussero fino quasi a scomparire.
L’espansione
si rivolse contemporaneamente contro Costantinopoli. Gli eserciti dei califfi
tentarono ripetutamente di abbattere l’Impero bizantino, sottoponendo la
capitale a due grandi assedi. Il fallimento dell’offensiva del 717–718 impedì
che l’intero Mediterraneo orientale e i Balcani cadessero sotto il dominio
omayyade. Se Costantinopoli avesse ceduto in quel momento, la storia religiosa
e politica dell’Europa avrebbe probabilmente seguito un corso completamente
diverso.
Nel 711 un
esercito composto prevalentemente da Berberi islamizzati, ma operante sotto
l’autorità del potere arabo omayyade, attraversò lo stretto di Gibilterra. Il
regno cristiano dei Visigoti crollò rapidamente e quasi tutta la Penisola
iberica venne incorporata in al-Andalus. L’avanzata superò i Pirenei, raggiungendo
la Francia meridionale. Narbona fu conquistata, Tolosa assediata e numerose
spedizioni penetrarono in Aquitania e nella valle del Rodano.
La battaglia
di Poitiers del 732 non fu l’unico momento di arresto, né può essere ridotta a
una leggenda isolata. Fu parte di un conflitto più ampio, conclusosi soltanto
nel 759 con la riconquista cristiana di Narbona. Nella Penisola iberica,
invece, guerre, tregue, alleanze e controffensive continuarono per secoli, fino
alla caduta di Granada nel 1492.
Anche il
Mediterraneo centrale divenne teatro della medesima espansione. Nell’827
gli Aghlabidi sbarcarono in Sicilia, allora provincia cristiana bizantina. La
conquista richiese più di un secolo: Palermo cadde nell’831, Siracusa
nell’878, Taormina nel 902 e l’ultima roccaforte bizantina di
Rometta nel 965.
Dalla
Sicilia e dall’Africa settentrionale partirono incursioni contro l’Italia
meridionale e centrale. Bari divenne sede di un emirato musulmano; Taranto fu
occupata; le coste italiane vennero ripetutamente attaccate. Nell’846 una
spedizione musulmana raggiunse Roma e saccheggiò le basiliche di San Pietro e
San Paolo fuori le mura. Il valore dell’episodio fu anche simbolico: perfino il
centro della cristianità occidentale poteva essere colpito.
Non tutte
queste operazioni furono dirette da un unico potere centrale. Alcune furono
campagne organizzate da Stati musulmani, altre incursioni condotte da emirati
locali, comandanti autonomi o gruppi dediti anche alla razzia e alla cattura di
prigionieri. Tuttavia, il risultato complessivo fu l’estensione della presenza
politica islamica e l’indebolimento delle società cristiane del Mediterraneo.
Nei secoli
successivi la situazione divenne ancora più complessa. Le Crociate furono
promosse dall’Occidente cristiano per riconquistare Gerusalemme e sostenere i
cristiani orientali, ma produssero anch’esse massacri, violenze e forme di
dominio. Le controffensive di Zengi, Saladino e dei Mamelucchi eliminarono
progressivamente gli Stati crociati. Saladino, che era curdo e non arabo,
sconfisse l’esercito cristiano a Hattin e riconquistò Gerusalemme nel 1187.
I Mamelucchi presero Antiochia, Tripoli e infine San Giovanni d’Acri nel 1291.
Queste guerre appartengono alla storia del confronto tra potenze musulmane e
cristiane, ma non possono essere definite tutte propriamente “arabe”.
La stessa
precisazione vale per l’espansione ottomana. La conquista di Costantinopoli, le
guerre nei Balcani, gli assedi di Vienna e la battaglia di Lepanto furono
condotti da un impero islamico turco, non arabo. Confondere Arabi, Berberi,
Curdi, Persiani e Turchi significa deformare la storia invece di comprenderla.
Il punto
centrale, tuttavia, rimane evidente: l’islam non si diffuse storicamente
soltanto per attrazione spirituale, predicazione o commercio. In numerose
regioni arrivò attraverso una conquista militare che instaurò il predominio politico
della comunità musulmana. La conversione delle popolazioni fu spesso graduale e
ottenuta mediante una costrizione diretta; ma avvenne all’interno di un sistema
nel quale il potere, il prestigio sociale, la fiscalità e le opportunità pubbliche
favorivano l’appartenenza alla religione dominante.
Fallite le conquiste del sud dell’Europa, Spagna, Francia e Italia l’islam
ha cambiato approccio ed ha fatto leva prima su alleanze strumentali con l’occidente.
Dall’alleanza con l’Inghilterra alla collaborazione
con la Germania nazista
Con l’inizio
del XX secolo il rapporto tra identità araba, appartenenza islamica e guerra
assunse una forma nuova. Non si trattava più dell’espansione dei primi
califfati, ma dell’impiego della religione e del nazionalismo come strumenti
per mobilitare le popolazioni e modificare gli equilibri politici del Medio
Oriente.
L’alleanza araba con l’Inghilterra contro l’Impero
ottomano
Durante la
Prima guerra mondiale, l’Impero ottomano si schierò con Germania e
Austria-Ungheria. I territori arabi del Medio Oriente erano ancora sottoposti
al governo di Costantinopoli, retto da una dinastia turca musulmana che
rivendicava anche l’autorità del califfato.
La
contrapposizione che ne seguì dimostra che la comune appartenenza all’islam non
impedì agli arabi di combattere un’altra potenza musulmana. La solidarietà
religiosa venne subordinata alle aspirazioni nazionali, agli interessi
dinastici e alla prospettiva di ottenere l’indipendenza.
Tra il
luglio 1915 e il marzo 1916 lo sceriffo della Mecca, Hussein ibn Ali, e l’alto
commissario britannico in Egitto, Henry McMahon, si scambiarono una serie di
lettere. Hussein si dichiarò disponibile a promuovere una rivolta araba contro
l’Impero ottomano, mentre il governo britannico prospettò il proprio sostegno
alla nascita di uno Stato arabo indipendente. I confini e la portata delle
promesse britanniche rimasero, tuttavia, volutamente ambigui (infatti non si
parlo di coesistenza con gli ebrei). La corrispondenza pose le basi
dell’alleanza anglo-araba e della successiva Rivolta araba. La
corrispondenza Hussein-McMahon è ricostruita dall’enciclopedia internazionale
sulla Prima guerra mondiale.
Il 10 giugno
1916 Hussein proclamò ufficialmente la rivolta alla Mecca. I suoi figli, in
particolare Faisal e Abdullah, guidarono le forze arabe contro l’esercito
ottomano. La Gran Bretagna fornì denaro, armi, consiglieri, artiglieria,
assistenza navale e supporto logistico. La figura più celebre di questa
cooperazione fu l’ufficiale britannico Thomas Edward Lawrence, divenuto noto
come Lawrence d’Arabia.
Le forze
arabe conquistarono la Mecca e diversi porti del Mar Rosso, attaccarono la
ferrovia dell’Hegiaz e ostacolarono i rifornimenti ottomani. Nel 1917
parteciparono alla conquista di Aqaba e, nel 1918, avanzarono verso Damasco
insieme alle truppe britanniche. La rivolta contribuì alla sconfitta
dell’Impero ottomano e alla fine del suo controllo su gran parte del Medio
Oriente.
Questa
guerra non fu propriamente una guerra tra musulmani e cristiani. Fu un’alleanza
tra una potenza cristiana europea e una parte del mondo arabo-musulmano contro
un impero musulmano turco. Dimostra, quindi, che dietro il linguaggio religioso
agirono soprattutto interessi politici e rivalità tra sciiti e sunniti: gli
Arabi cercavano l’indipendenza e una propria unità nazionale; gli Inglesi
volevano indebolire l’Impero ottomano e controllare una regione strategica.
Mentre
incoraggiava le aspirazioni arabe, Londra assumeva però impegni differenti e
difficilmente conciliabili. Con l’accordo segreto Sykes-Picot del 1916, Gran
Bretagna e Francia progettarono la divisione di gran parte del Medio Oriente in
rispettive zone d’influenza. Con la Dichiarazione Balfour del 1917, il governo
britannico dichiarò di guardare favorevolmente alla costituzione in Palestina
di un focolare nazionale per il popolo ebraico. L’Imperial
War Museums ricostruisce la sovrapposizione delle promesse britanniche.
Alla fine
della guerra non nacque il grande Stato arabo unitario immaginato da Hussein.
Siria e Libano passarono sotto mandato francese; Iraq, Transgiordania e
Palestina finirono sotto influenza o mandato britannico. La delusione prodotta
dalle promesse mancate alimentò il nazionalismo arabo, l’ostilità verso le
potenze coloniali e la convinzione corretta di essere stati utilizzati
dall’Occidente.
La Gran
Bretagna aveva impiegato la rivolta araba per abbattere l’Impero ottomano; una
parte dei dirigenti arabi aveva utilizzato l’alleanza britannica per liberarsi
dal dominio turco. Ancora una volta, la guerra veniva presentata come
liberazione, mentre le popolazioni e i territori diventavano strumenti
all’interno di strategie geopolitiche molto più vaste.
Dall’opposizione agli Inglesi alla ricerca
dell’appoggio di Hitler
Durante la
Seconda guerra mondiale alcuni esponenti del nazionalismo arabo cercarono nella
Germania nazista un alleato contro la Gran Bretagna, la Francia e il progetto
sionista in Palestina. Non si può, tuttavia, parlare di un’alleanza generale
tra “gli Arabi” e Hitler. Il mondo arabo era profondamente diviso e numerosi
soldati e reparti arabi combatterono nelle forze alleate.
La
collaborazione più nota fu quella di Hajj Amin al-Husseini, già Gran Muftì di
Gerusalemme e presidente del Supremo Consiglio Musulmano. Al-Husseini unì la causa
nazionale palestinese a una propaganda religiosa sempre più radicale,
presentando la presenza ebraica in Palestina come una minaccia non soltanto
politica, ma anche islamica(vale il principio che un territorio islamico non
può essere governato da infedeli).
Dopo avere
contrastato il mandato britannico, al-Husseini si rifugiò in Iraq, dove si
avvicinò al politico nazionalista Rashid Ali al-Kaylani e agli ufficiali
filo-tedeschi conosciuti come il “Quadrato d’oro”. Nell’aprile 1941 questi
ambienti rovesciarono il governo iracheno favorevole alla Gran Bretagna e
instaurarono un regime che cercò l’appoggio dell’Asse.
Rashid Ali
sperava che una vittoria tedesca permettesse all’Iraq di liberarsi
dall’influenza britannica. La Germania e l’Italia fornirono un sostegno
limitato, ma l’intervento militare britannico sconfisse rapidamente il governo
filo-tedesco. Rashid Ali e al-Husseini fuggirono dal Paese.
Nei giorni
immediatamente precedenti l’ingresso britannico a Baghdad, il 1º e 2 giugno
1941, la comunità ebraica irachena fu colpita dal Farhud, un violento
pogrom accompagnato da omicidi, saccheggi e devastazioni. Il contesto nel quale
maturò la violenza era stato alimentato dall’instabilità politica,
dall’antisemitismo e dalla propaganda nazista diffusa in lingua araba. Lo United
States Holocaust Memorial Museum ricostruisce il colpo di Stato e il Farhud.
Dopo la
sconfitta in Iraq, al-Husseini raggiunse l’Italia fascista e successivamente la
Germania. Il 28 novembre 1941 incontrò Adolf Hitler a Berlino. Chiese al regime
nazista di riconoscere l’indipendenza araba, di sostenere l’opposizione alla
creazione di uno Stato ebraico in Palestina e di formalizzare una più ampia
collaborazione politica.
Hitler
manifestò la propria ostilità al progetto di una patria ebraica, ma non
concesse il trattato formale e la dichiarazione pubblica richiesti dal Muftì.
Ciò non impedì ad al-Husseini di collaborare con la Germania nazista e l’Italia
fascista fino al 1945. Da Berlino diffuse trasmissioni radiofoniche in arabo
contro gli Alleati e contro gli ebrei, cercando di mobilitare il mondo islamico
a favore dell’Asse. Partecipò inoltre alla propaganda rivolta ai musulmani
europei e sostenne il reclutamento di uomini nelle unità militari e ausiliarie
controllate dalla Germania. La
collaborazione e l’incontro con Hitler sono documentati dallo United States
Holocaust Memorial Museum.
Il caso di
al-Husseini è particolarmente significativo perché mostra il pericolo prodotto
dalla fusione tra autorità religiosa, nazionalismo radicale e odio etnico. Un
dirigente musulmano, presentandosi come difensore dell’islam e della nazione
araba, cercò l’appoggio di un regime responsabile della persecuzione e dello
sterminio degli ebrei europei.
Questo fatto
deve essere chiaro, i leader islamici per perseguire i loro obiettivi usano le
debolezze culturali ed ideologiche dell’occidente come Cavallo di Troia.
Al-Husseini non rappresentava tutti gli Arabi e neppure tutti i musulmani.
Durante la guerra molti abitanti dei Paesi arabi combatterono con gli Alleati,
prestarono servizio nelle unità britanniche e francesi o si opposero alle
potenze dell’Asse. Anche all’interno della società palestinese e del mondo
arabo esistevano rivalità, opposizioni e posizioni differenti.
La
formulazione storicamente corretta, è che alcuni importanti dirigenti
nazionalisti e religiosi arabi, tra i quali Amin al-Husseini e Rashid Ali
al-Kaylani, cercarono e ottennero forme di collaborazione con la Germania
nazista e l’Italia fascista, nella speranza di sconfiggere il dominio
britannico e impedire la costituzione di una patria ebraica in Palestina.
La guerra cambia alleati, ma conserva la propria
logica
Nel giro di
una generazione alcuni movimenti arabi passarono dall’alleanza con la Gran
Bretagna contro i Turchi alla ricerca dell’appoggio della Germania nazista
contro gli Inglesi e gli ebrei. Questo cambiamento dimostra che non esisteva
una contrapposizione immutabile tra islam e cristianesimo. Gli alleati venivano
scelti in relazione all’avversario del momento ed agli obiettivi da perseguire.
L’Inghilterra
cristiana poteva essere alleata contro l’Impero ottomano musulmano;
successivamente la Germania nazista poteva apparire come possibile alleata
contro l’Inghilterra e contro il progetto sionista. La religione non
scompariva, ma veniva utilizzata per giustificare alleanze, mobilitare le masse
e trasformare conflitti territoriali in battaglie assolute tra il bene e il
male. Ancora oggi si ripetono gli stessi schemi quando alcuni paesi Arabi del
Golfo si alleano con gli USA contro l’Iran.
È proprio
questa strumentalizzazione che deve essere denunciata. Quando un’autorità
religiosa presenta una guerra politica come un dovere sacro, limita la
possibilità di mediazione e trasforma l’avversario in un nemico della fede.
Quando il nazionalismo si appropria del linguaggio religioso, ogni compromesso
rischia di essere denunciato come tradimento e ogni territorio conteso diventa
una proprietà divina non negoziabile (questione palestinese).
La storia
dell’alleanza con la Gran Bretagna e della successiva collaborazione di alcuni
dirigenti con Hitler dimostra come l’Islam politico agisce. Dimostra qualcosa
di più generale e ancora attuale: quando religione, nazionalismo e potere
militare si fondono, la fede può essere ridotta a strumento di guerra, mentre
la guerra viene presentata come missione religiosa, liberazione nazionale o
compimento della volontà divina. In questo consiste l’Islamizzazione.
La conquista dall'interno delle società occidentali: economia, migrazioni e demografia
La memoria
storica deve offrirci strumenti critici per interpretare gli eventi
contemporanei, nei quali la pressione militare si combina spesso con la
diplomazia, le tregue tattiche e le trattative utilizzate anche per guadagnare
tempo e riorganizzare le proprie capacità. In questa prospettiva merita
attenzione, ad esempio, la condotta dell’Iran nei negoziati con gli Stati
Uniti, da valutare sulla base di comportamenti verificabili e non soltanto
delle dichiarazioni ufficiali.
Alla
dimensione militare si affiancano strumenti economici e finanziari: l’impiego
delle risorse energetiche come leva geopolitica; l’acquisizione di
partecipazioni in banche, imprese e infrastrutture occidentali; gli
investimenti immobiliari strategici; nonché i finanziamenti destinati da alcuni
Stati, come il Qatar, a università, fondazioni e centri di ricerca occidentali.
Operazioni formalmente legittime, ma la cui portata, provenienza e possibile
influenza richiedono trasparenza e controlli adeguati.
Anche i
fenomeni migratori possono essere inseriti nelle strategie di influenza quando
vengono accompagnati dal finanziamento estero di moschee, centri culturali e
associazioni religiose, soprattutto se tali risorse producono dipendenza
politica o favoriscono la diffusione di modelli incompatibili con i principi
costituzionali dei Paesi ospitanti. Analogamente, devono essere analizzati con
attenzione i rapporti tra associazioni islamiche e movimenti politici
occidentali, comprese alcune formazioni della sinistra, nonché la
partecipazione diretta di esponenti religiosi o comunitari alla vita politica.
Questi
fenomeni dimostrano automaticamente l’esistenza di un unico piano coordinato,
né possono essere attribuiti indistintamente a tutti i leader islamici. Impongono
una verifica rigorosa dei finanziamenti, delle relazioni istituzionali, degli
obiettivi dichiarati e delle attività concretamente svolte. La libertà
religiosa, la partecipazione politica e gli investimenti internazionali devono
essere pienamente tutelati, ma non possono trasformarsi in zone sottratte alla
trasparenza, alla reciprocità e al rispetto dell’ordinamento democratico.
La libertà
religiosa esiste soltanto quando una fede rinuncia definitivamente alla pretesa
di dominare lo Stato, la legge e la coscienza degli altri. Ciò non è possibile in
una società in cui la presenza dell’Islam, grazie alle migrazioni ed alla leva
demografica, diventa determinante per alcune forze politiche.
Nessun commento:
Posta un commento