L’incapacità delle classi dirigenti occidentali di comprendere la natura, gli obiettivi e le strategie dell’islam politico è destinata a produrre conseguenze profonde e durature. Non si tratta soltanto del rischio di destabilizzare le nostre società, ma della possibilità concreta di entrare in una stagione di conflitti sociali, radicalizzazione, attentati e vendette, alimentata dall’assenza di una visione politica e strategica adeguata.
Trump ha commesso un grave errore nel ritenere che l’Iran potesse essere affrontato applicando i criteri occidentali della cosiddetta “guerra chirurgica”, concepita per colpire esclusivamente gli obiettivi militari e limitare le vittime civili. Questo approccio può avere una sua logica nei confronti di Stati democratici, i cui governi rispondono all’opinione pubblica. È invece molto meno efficace contro regimi autoritari, come quello russo, nei quali il dissenso viene sistematicamente represso. Lo è ancora meno nei confronti di regimi teocratici e islamisti, dove alla repressione politica si aggiunge una mobilitazione fondata sull’identità religiosa e sulla rappresentazione sacrale del conflitto.
Le società di tradizione cristiana — cattolica, ortodossa ed evangelica — ed ebraica considerano la vita umana un valore sacro. Per questa ragione, non sono normalmente disposte a sacrificare indiscriminatamente la vita dei propri cittadini e dei propri figli in nome di un’ideologia o di un progetto religioso. È un principio giusto e irrinunciabile, che rappresenta una delle conquiste fondamentali della nostra civiltà. Tuttavia, nel confronto con movimenti totalitari che trasformano la morte in uno strumento politico e propagandistico, questo stesso valore rischia di diventare il nostro tallone d’Achille.
L’islamismo politico e le sue interpretazioni più radicali, richiamandosi selettivamente alla figura di Maometto, al Corano e alla tradizione islamica, presentano la sottomissione all’autorità politico-religiosa come un dovere identitario. Allo stesso tempo, elevano il “martirio” a forma di redenzione, espiazione ed elevazione spirituale. In questa visione, la morte per la causa non costituisce necessariamente una sconfitta, ma può essere rappresentata come una vittoria morale e religiosa.
È proprio questa capacità di sacralizzare il sacrificio a rafforzare il sostegno alle organizzazioni islamiste e ai loro leader, anche quando le loro decisioni comportano la morte dei militanti, dei loro figli o di intere comunità. La diffusione dell’islam politico viene così presentata come una missione superiore, mentre l’avversario è ridotto alla categoria del kāfir, l’infedele da combattere, subordinare o sottomettere. Non si tratta di attribuire questa visione a tutti i musulmani, ma di riconoscere apertamente il ruolo che essa svolge nelle ideologie jihadiste e nei regimi che utilizzano la religione come strumento di legittimazione politica e militare.
Questa radicale differenza nella concezione della vita, della morte e del sacrificio produce anche una diversa rappresentazione pubblica delle vittime. Nella guerra in Ucraina, la morte di una donna, di un anziano o di un bambino viene giustamente vissuta e raccontata come un dramma umano ed esistenziale. Nei conflitti di Gaza e dell’Iran, invece, alcune leadership e organizzazioni islamiste trasformano le vittime civili in strumenti di propaganda, presentandole come “martiri” e attribuendo alla loro morte un significato eroico e spirituale.
Questa spettacolarizzazione del sacrificio rende estremamente difficile condurre una guerra contro l’islamismo radicale applicando esclusivamente le categorie etiche e psicologiche occidentali. Ciò che per l’Occidente rappresenta una tragedia da evitare a ogni costo può essere utilizzato dall’avversario come mezzo di mobilitazione, consenso e reclutamento. Quando il conflitto viene rappresentato come espressione della volontà di Allah, il sentimento religioso, l’identità collettiva e la promessa dell’elevazione spirituale possono risultare più forti della paura della morte.
In questo senso, Israele — e in particolare Benjamin Netanyahu — ha compreso meglio la natura dello scontro. Trump, invece, è caduto nella trappola dei “negoziati” e delle “tregue”, che i regimi e le organizzazioni islamiste possono utilizzare non per costruire una pace autentica, ma per guadagnare tempo, riorganizzarsi, riarmarsi e ricattare le economie occidentali attraverso il controllo delle risorse energetiche.
L’Iran può rivendicare un vantaggio strategico non necessariamente perché abbia vinto sul piano militare, ma perché ha dimostrato di poter resistere più a lungo della volontà politica occidentale. Gli Stati Uniti e l’Europa appaiono sempre meno disposti a sostenere i costi economici, militari e umani di una guerra prolungata. Nel frattempo, una parte delle opinioni pubbliche occidentali, della sinistra e dei movimenti pacifisti tende a leggere ogni conflitto esclusivamente attraverso categorie elettorali, umanitarie o ideologiche, senza elaborare una reale analisi strategica. La componente religiosa viene così minimizzata, rimossa o declassata a fenomeno folcloristico. Questo potrebbe rivelarsi uno dei più gravi errori del nostro tempo.
La vulnerabilità delle democrazie occidentali deriva anche dalla loro dipendenza dal consenso immediato, dalla sostenibilità economica degli impegni militari e dalla progressiva perdita di identità prodotta da una concezione acritica del globalismo. A ciò si aggiunge l’ambigua politica di alcuni Paesi islamici del Golfo, formalmente alleati dell’Occidente, ma contemporaneamente impegnati a investire nelle nostre università, nelle istituzioni culturali, nei mezzi di comunicazione, nelle banche e nei settori strategici dell’economia.
Questi rapporti economici e finanziari finiscono per condizionare le scelte politiche occidentali e contribuiscono a indebolire la capacità di difendere i nostri valori. Nello stesso tempo, l’assenza di un’effettiva politica di integrazione e di controllo dei flussi migratori permette l’ingresso, accanto alla maggioranza di persone che cerca legittimamente migliori condizioni di vita, anche di soggetti e organizzazioni portatori di ideologie islamiste incompatibili con i principi democratici, con la libertà religiosa, con la parità tra uomo e donna e con la separazione tra Stato e religione.
Grazie all’ingenuità di quanti confondono l’accoglienza con la rinuncia a ogni pretesa di integrazione, queste realtà possono radicarsi nelle nostre città, organizzarsi, consolidarsi demograficamente e acquisire progressivamente capacità di pressione sociale e politica. Denunciare tale rischio non significa condannare indistintamente tutti i musulmani, ma pretendere che l’Occidente riconosca e contrasti l’islamismo politico prima che esso diventi abbastanza forte da condizionare le nostre istituzioni.
Un episodio indicativo di questa perdita di consapevolezza sarebbe avvenuto il 10 agosto 2026 nella Basilica di San Pietro, cuore della cristianità. Secondo un video diffuso in rete, un uomo si sarebbe prostrato in direzione della Mecca compiendo la preghiera islamica all’interno della basilica, tra le colonne e i marmi del luogo sacro, mentre turisti e fedeli continuavano a circolare. Nessuno lo avrebbe interrotto o invitato ad allontanarsi e, al momento della diffusione della notizia, non risultava una reazione ufficiale.
Al di là dell’episodio, che richiede comunque una verifica attraverso fonti indipendenti e affidabili, l’immagine assume un evidente valore simbolico: mentre una parte del mondo cattolico guarda altrove o teme perfino di difendere l’identità dei propri luoghi sacri, l’islam politico continua a occupare spazi culturali, sociali e simbolici. Il problema non è la preghiera individuale in sé, ma l’incapacità dell’Occidente di stabilire confini, difendere la reciprocità e riconoscere il significato politico che determinati gesti possono assumere.
Continuare a ignorare questi segnali non rappresenta tolleranza, ma rinuncia. Una civiltà che non sa più affermare la propria identità, difendere i propri valori e pretendere reciprocità è una civiltà che prepara da sola il terreno alla propria subordinazione.
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