sabato 27 dicembre 2025

Manifesto per la Difesa dell’Identità

 


Manifesto per la Difesa dell’Identità

Dalla celebrazione della Chanukkià traiamo una lezione sempre attuale:
difendere la propria identità è un atto di dignità e di libertà.

Non conta essere in molti. Conta essere determinati.
La storia del popolo ebraico lo dimostra da secoli. E la testimonianza di Gesù, ebreo che ha difeso fino all’estremo la propria verità, ne rappresenta un esempio universale.

Difendere la pace non significa rifugiarsi in un pacifismo passivo.
La pace non è resa: è equilibrio, ed è anche capacità di resistenza.
Si costruisce opponendosi a chi vuole negare la libertà di vivere secondo i propri valori.

Oggi l’Occidente giudeo-cristiano, fondato sulla dignità della persona, sulla responsabilità individuale e sulla libertà di pensiero, è messo in discussione da tre grandi minacce:

  1. La secolarizzazione radicale, che svuota di significato le radici spirituali comuni a cristiani ed ebrei;

  2. L’ideologia egualitaria di matrice social-comunista, che dietro il mito dell’uguaglianza per tutti annulla l’individuo, le differenze e perfino la realtà biologica;

  3. L’islam politico, che tenta di insinuarsi nelle fragilità identitarie delle nostre società, sfruttandone debolezze culturali e morali.

Di fronte a questa realtà non possiamo restare spettatori.

Se vogliamo evitare lo scontro sociale e consegnare ai nostri figli una società libera, civile e consapevole, dobbiamo agire ora, con lucidità e coraggio.

Servono iniziative concrete e coordinate:

  • Diffondere consapevolezza tra laici e cristiani, come avvenuto con il Forum per l’Antisemitismo di Firenze, autentico spazio di dialogo tra non credenti, ebrei e cristiani;

  • Promuovere incontri nelle chiese e nelle comunità, coinvolgendo sacerdoti e pastori in un percorso comune di riflessione e azione;

  • Sostenere il coraggio civile, attraverso gesti concreti di denuncia e, quando necessario, di boicottaggio.

Un esempio concreto:
se in una scuola pubblica l’insegnamento diventa strumento di indottrinamento ideologico — sul pensiero gender o sulla questione di Gaza — i genitori non devono restare soli.

Occorre agire insieme:
denunciare, pretendere il rispetto delle libertà educative e, se necessario, minacciare il ritiro dei propri figli.

Un gesto collettivo vale più di mille parole.

L’unione di famiglie cristiane — cattoliche ed evangeliche — ed ebree può fare la differenza.
Il silenzio, invece, conduce all’irrilevanza e all’oblio.

Difendere la propria identità non è un atto nostalgico, ma una vera missione civica.

Solo avviando un processo diffuso di consapevolezza e di azione possiamo rallentare — o invertire — l’opera di dissoluzione morale e politica che minaccia le nostre democrazie.

La classe politica deve sentire la voce dei cittadini, anche quando sono pochi.
Perché spesso è dai pochi che nasce l’esempio, e dall’esempio un effetto domino capace di risvegliare le coscienze.

Gli strumenti legali esistono:
scuole paritarie, istruzione parentale, associazioni civiche.

Le competenze non mancano:
professionisti, educatori, credenti consapevoli.

Ora servono solo volontà e coraggio.

Il Forum per l’Antisemitismo e le iniziative sorelle devono unire informazione e azione, costruendo percorsi di resistenza culturale e pacifica, dentro e fuori le istituzioni.

Non stiamo zitti.
Non restiamo fermi.

Difendere la nostra identità significa difendere la libertà di tutti.

giovedì 25 dicembre 2025

Islamizzazione in assenza di identità

 

L’Occidente continua a fingere di non capire.

Si ostina a parlare di integrazione mentre sotto i suoi occhi avanza un processo che integrazione non è, né vuole esserlo. La verità, scomoda e sistematicamente rimossa, è che l’integrazione con l’Islam politico e identitario è strutturalmente impossibile, perché presuppone ciò che l’Occidente ha smesso di possedere: un’identità forte da difendere.

Il problema non è l’Islam in sé, ma l’Occidente svuotato, disarmato culturalmente, spiritualmente e simbolicamente. Un Occidente incapace di riconoscere che una cultura dotata di una visione totalizzante del mondo non si integra in una civiltà che ha rinunciato a definire se stessa.

Il vero handicap dell’Europa non è la mancanza di strumenti, ma il paradigma ideologico che la paralizza:
da un lato un cristianesimo addomesticato, ridotto a sentimentalismo morale;
dall’altro un pensiero socialista che sacralizza le minoranze fino a negare ogni diritto alla maggioranza storica.

Questo non è il pensiero di Gesù Yeshùa, ma la sua caricatura.
Gesù non predicava il buonismo, ma la pace nella verità. Non insegnava a essere uomini “inermi”, ma uomini capaci di difendere se stessi, la propria casa, il proprio popolo.
Soprattutto, Gesù non ha mai predicato la dissoluzione dell’identità.

«Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti» (Mt 5,17)

Gesù difende l’identità ebraica: osserva le feste, frequenta la sinagoga, discute la Halakhah come un rabbino. Non universalizza cancellando, ma universalizza partendo da un’identità salda. Il messaggio è chiarissimo: tutti gli uomini sono fratelli, ma un popolo senza identità perde anche la sua relazione con Dio.

Se i cristiani volessero davvero seguire Gesù ebreo, dovrebbero fare ciò che non fanno più: definire la propria identità e difenderla, in modo pacifico, ma senza arretrare davanti a chi intende cancellarla.

L’Islam, al contrario, questo lo ha capito benissimo. Sa che per sottomettere una società occorre prima dissolverne l’identità. Ed è qui che entra in gioco un concetto centrale e ignorato: la Hijra.

Hijra (هجرة) significa migrazione. Non è un accidente storico, ma un atto fondativo dell’Islam: Maometto emigra da Mecca a Medina nel 622, evento che inaugura il calendario islamico.
L’emigrazione, dunque, non è marginale ma strutturale nella visione islamica.

Il Corano è esplicito:

«Non era forse la terra di Allah vasta, così da potervi emigrare?» (Cor. 4,97)

A questo si aggiunge la divisione giuridica del mondo in:

  • Dar al-Islam (territorio governato dalla legge islamica)

  • Dar al-Harb (territorio non islamico)

Ne consegue una verità che l’Occidente si rifiuta di vedere: nell’Islam non si emigra per integrarsi, ma per preservare e rafforzare l’identità religiosa, in vista di una trasformazione del contesto. Il processo è noto:

  1. insediamento senza integrazione reale;

  2. crescita numerica tramite dinamiche demografiche;

  3. trasformazione in blocco elettorale;

  4. pressione politica;

  5. concessioni culturali e simboliche in cambio di consenso.

Ed è qui che il buonismo cristiano, figlio di un cristianesimo svuotato di identità, cede. In nome di un multiculturalismo falsato, non inteso come affiancamento delle tradizioni, ma come ritirata delle nostreCosì si arriva all’assurdo:

  • presepi senza volto o travestiti,

  • simboli cristiani rimossi dalle scuole,

  • festività svuotate per “non offendere”.

Non importa se Gesù sia nato il 25 dicembre: ciò che arretra è il simbolo, e quando arretra il simbolo arretra l’identità.

Integrazione significherebbe aggiungere, non cancellare. Mettere un simbolo accanto a un altro, non eliminare il proprio per compiacere l’ospite. Questo non è rispetto.

È debolezza.
È sottomissione.

Ed è esattamente ciò che la parola Islam significa sul piano politico-culturale: sottomissione.

La preghiera islamica nelle piazze europee ne è il segnale più evidente: non un semplice atto religioso, ma un gesto pubblico, organizzato, visibile, che comunica presenza identitaria nello spazio comune. È religione, sì, ma è anche politica implicita. Incitamento all'odio contro chi non è islamico, ebrei e cristiani.

In conclusione, il combinato disposto tra:

  • buonismo cristiano senza identità,

  • ideologia socialista della tutela indiscriminata,

  • rifiuto di affermare la propria tradizione,

produce una società permeabile, incapace di resistere a culture fortemente identitarie.

Una società senza identità non integra: viene trasformata.

martedì 23 dicembre 2025

Il Natale e i bambini

 


 “Natale, bambini e altre ipocrisie stagionali”

È tempo di Natale. Le lucine si accendono, le mani si giungono, le coscienze si lavano. Ed è giusto, dicono, parlare di bambini. Ma non proprio di tutti, intendiamoci. Solo di quelli che “galvanizzano l’emotività collettiva”.

Nel mondo, tra il 2024 e il 2025, di bambini ne sono morti a migliaia. Eppure, l’interesse varia a seconda della geopolitica del cuore.
A Gaza, l’ONU conta oltre 13.000 piccoli corpi — e quella parola, bambino, viene ripetuta fino a diventare scudo e bandiera insieme.
In Israele, invece, i bambini ci sono, ma disturbano la narrazione: troppo complicati da compatire.
In Siria, i piccoli muoiono ancora — tra mine, persecuzioni e silenzio stampa — ma ormai il conflitto non fa più audience.
Il Sudan? Milioni di giovani fantasmi dimenticati dalla fretta del mondo.
E poi l’Ucraina, dove la guerra si trascina e i bambini diventano contorno, statistica, “danni collaterali” di un dramma che non fa più tendenza.

Intanto, qualcuno osa ricordare che a Gaza molti adolescenti impugnano un fucile prima di una penna. Ma guai a dirlo: è Natale, non rovinare la poesia.
Eppure, lo dice anche l’ONU — bambino è chiunque abbia meno di diciotto anni — peccato che il confine tra infanzia e milizia, a volte, sia sottile come una bandiera.

Così, mentre le timeline si riempiono di immagini dolci e parole indignate, gli altri bambini — quelli invisibili, sbagliati, non “strategici” — restano fuori dall’inquadratura.
A loro non tocca il post commosso, né l’hashtag della settimana.

Forse il vero miracolo di Natale, oggi, sarebbe ricordare tutti i bambini, anche quelli che non hanno un ufficio stampa del dolore.

sabato 20 dicembre 2025

Chi sono i palestinesi? Parte II



Per chi ignora la storia del medio-oriente o per chi è ideologicamente formattato per odiare gli ebrei.

Periodo- pre cristiano e cristiano 

Come abbiamo visto precedentemente, i cananei arrivarono in questa terra circa 6000 anni fa creando insediamenti come Gerico. Invece circa 3800 anni fa giunsero gli ebrei (tribù di israeliti) quando in Canaan dominavano gli ittiti. L'identificazione di questa terra che va dalla Fenicia all'Egitto come "Palestina" si ha nel V sec a.C.  Nell'antica Grecia Erodoto nella sua opera "storie" chiamava la parte meridionale della Siria Palestina ed affermava che i suoi abitanti erano "circoncisi" quindi ebrei. Aristotele nella sua opera "meteorologia" uso il termine Palestina per indicare una regione del mar morto. Cosi altri autori greci come Polemone e Agatarchide di Cnido, oltre scrittori romani come Ovidio, Tibullo, Pomponio, Plnio, Dione, Plutarco, come i scrittori romani di origine ebraica come Filone di Alessandia e Flavio Giueseppe. Nel 135 d.C. le autorità romane decisero di chiamare questa provincia della Syria Palestina in sostituzione di provincia di Giudea. Infatti precedentemente i romani chiamavano provincia di Giudea la aprte meridionale, e e Galilea la parte a nord. Sostanzialmente la parte costiera era abitata da filistei e fenici che certamente non erano arabi. Anche i Vangeli parlano di Galilea e Samaria. Si rinvia a quanto indicato nella parte I https://petronioerminio.blogspot.com/2024/11/chi-sono-i-palestinesi-parte-i.html

Periodo Islamico

Dopo la nascita di Cristo e lo sviluppo del cristianesimo in tutto il medio oriente nel 5 secolo d.C. la Palestina, ovvero Canaan, divenne parte dell'impero Bizantino. Quando Maometto (610 d.C.) si senti profeta per una presunta rivelazione dell'angelo Gabriele sul monte Hira nasce l'Islam che significa sottomissione. Il monte Hira è in Arabia Saudita dove si trova la Mecca. Nella città della Mecca Maometto comincio a divulgare la nuova religione e la fede nel D-O unico Allah. Maometto entra in contrasto con altri clan della Mecca (624 d.C.) che erano politeisti, e dopo una tregua si rinforzo, e attaccò nuovamente i clan Meccani sottomettendoli. In questo periodo dopo il primo scontro con i Meccani Maometto si rifugiò a Medina abitata da due tribù ebraiche, Banu Qurayza e Banu Nadir, che furono massacrata dai musulmani guidati da Maometto, derubata e furono uccisi circa 700 maschi con l'estinzione della tribù. Questo fu il primo Progrom. Le popolazioni arabe beduine erano considerati pacifiche ed erano prevalentemente cristiane, prima della conquista islamica e prima che Maometto riunìsse gli arabi fondando una Teocrazia. 

Dopo la morte di Maometto, fu scelto come successore e primo Califfo Abu Bakr e da allora si succedettero diversi califfi. Nel 661 si ebbe la frattura fra il cugino di Maometto (divennero i sciiti) e il Califfo discendente della dinastia degli Omayyade (divennero i sunniti). I sunniti prevalsero e si espansero fin tutto il Nord Africa e la Spagna. Sconfitto dagli eserciti arabi musulmani l'impero persiano e quello bizantino i musulmani la conquista si estese a tutte le  terre di Siria, Palestina, Egitto e la Tripolitania fino alle coste sud del mediterraneo. In questo periodo le popolazioni cristiani e gli ebrei (religioni del libro) godevano di una parziale libertà religiosa purché riconoscessero la superiorità dell'islam ed il pagamento di un tributo, salvo che si convertissero all'islam per ottenere pieni diritti civili. Le conquiste  islamiche si estesero fino all'India ed all'Africa fino al 1700 d.C. con l'impero ottomano. In questo periodo il popolo palestinese come entità politica non esisteva perché erano semplicemente arabi musulmani che risiedevano nell'ex impero bizantino, alcuni erano ebrei, altri cristiani. 

Il Periodo del mandato britannico

La Palestina quindi era una regione più ampia conquistata dai turchi ottomani e rimase sotto la loro influenza per più di 400 anni perdendone il controllo alla fine della prima guerra mondiale passando l'allora Palestina sotto il controllo del Regno Unito dopo che l'impero ottomano fu spartita tra la Francia e l'Inghilterra. 

La spartizione fu decisa nel 1916 con l'accordo Sykes-Picot, accordo che parla di stati Arabi e non di un'entità palestinese. Con questo accordo si stabiliva che in Palestina doveva essere istituita un'amministrazione internazionale con le forme decise tra le potenze vincitrici e il sceicco della Mecca. E' importante sottolineare che non esistevano interlocutori Palestinesi ma solo Arabi. Qui si crea il primo problema. Con la Dichiarazione Balfour del 02/11/1917, successivo all'accordo del 1916,  le autorità britanniche considerando che da secoli gli ebrei abitavano in Palestina, ritennero di riconoscere agli ebrei residenti ed agli ebrei dispersi nelle altre nazioni una loro "nazione". Ciò fu vissuto dagli arabi come un tradimento dopo che nel 1915 fu loro promesso, in cambio della lotta contro l'impero ottomano, il sostegno alla formazione di uno stato islamico (no palestinese). Nel 1922 la Società delle Nazioni istituiti il mandato britannico della Palestina, riconoscendo l'impegno espresso nella dichiarazione Balfour, istituendo un'agenzia per gestire l'immigrazione ebraica collaborando con le autorità britanniche perché ottenessero la cittadinanza palestinese.

Il Governo Britannico fece l'errore di non valutare con attenzione il "sentimento" arabo animato dal desiderio di costituire uno stato Islamico e del sentimento di "tradimento" vissuto dagli arabi per la mancata attuazione dell'l'accordo Sykes-Picot, in un territorio islamizzato dopo anni di dominazione ottomana, che contrastava con il sentimento ebraico che fonda la sua religione sulla terra promessa ad Abramo: Canaan. Errore che fanno ancora oggi i governi occidentali che mantengono un approccio laico in un contesto culturale animato da forti tensioni religiose. Il "Sionismo" movimento di culturale nato per la promozione della nazione ebraica, diventa, suo malgrado, l'ostacolo per gli arabi per la creazione di uno stato islamico, ed il nemico giurato dei musulmani che rivendicano la stessa terra. Nel mandato per la Palestina si dichiarava nella premessa: «Considerato che in tal modo è stato riconosciuto il legame storico del popolo ebraico con la Palestina e le ragioni per ricostituire la propria patria nazionale in quel paese». 

Negli anni 20 ci furono rivolte della popolazione araba contro i coloni ebraici e il Regno Britannico aveva condannato gli attacchi arabi contro le loro proprietà, giustificando le rappresaglie da parte dei coloni ebrei contro gli insediamenti arabi come una "legittima difesa" dagli attacchi subiti, ma aveva anche individuato nel timore della creazione di uno stato ebraico il motivo scatenante della rivolta. Negli anni 30 il Comitato Supremo Arabo chiedeva la fine del mandato e dell'immigrazione ebraica, fino ad arrivare alla guerra civile tra arabi e ebrei. Il governo britannico cercò di non agevolare più il movimento sionista ed i flussi migratori pesando alla creazione di unico stato misto arabo-ebraico, ma  le autorità arabe lo rifiutarono, ritenendolo comunque insufficiente e chiedendo il blocco completo dell'immigrazione ebraica.




La fine delle democrazie occidentali

 

 
La Rivoluzione francese del  1789 in cui l’Assemblea co­stituente approvò la Dichiarazione dei dirit­ti dell’uomo e del cittadino in cui si affermava che la libertà personale, la libertà di parola, la libertà delle proprie con­vinzioni, il diritto di opporsi all’oppressione sono diritti naturali, sacri, inalienabili dell’uo­mo e del cittadino, la Rivoluzione americana degli anni 1765 e 1783 che portarono alla Costituzione americana la quale garantiva la libertà di parola, di stampa, di associazione e personale... introduceva tribunali basati su giurie, e la separazione di Chiesa e Stato. Queste rivoluzioni borghesi ponevano al centro i diritti dell'uomo e costituirono le premesse del nostro novecento. Si aggiunga che nel XX secolo si è sviluppato anche il movimento per la rivendicazione per le donne dei diritti civili, della condizione economica femminile e dei diritti politici (suffragio femminile). In questo contesto storico dobbiamo anche segnalare lo sviluppo del socialismo che da movimento rivoluzionario dalla III internazionale i partiti socialisti, ormai orientati in senso riformista e inseriti nei sistemi democratico-borghesi dei diversi paesi, recuperarono le istanze liberali dell'utopia socialista pre-marxista, dando vita al socialismo democratico, alla socialdemocrazia e al socialismo liberale. Il socialismo inserito nel contesto democratico-borghese, in particolare nei paesi europei o comunque occidentali, si allontanarono dalle istanze rivoluzionarie, in favore di un approccio riformista, inquadrato all'interno delladella democrazia parlamentare. Il socialismo ebbe ed ha come obiettivo  la riorganizzazione della società su basi collettivistiche e secondo principi di uguaglianza , contrapponendosi alla moderna concezione individualistica della vita umana. L’obiettivo è dunque quello di creare un nuovo ordine politico in grado di eliminare o almeno ridurre le disuguaglianze sociali. 
 
Principi di uguaglianza tra gli uomini, tra uomini e donne, i diritti delle donne, il principio dello stato laico ed ora della non discriminazione tra i diversi orientamenti sessuali, sono il prodotto di tutte le lotte liberali e socialiste della fine dell'800 e del 900.

Oggi, nel XXI secolo, tutto questo patrimonio culturale conquisitato nei secoli precedenti è al termine, con un graduale arretramento etico e sociale per una non corretta comprensione dell'ideologia islamica. Il pragmatismo cieco delle leadership occidentali, che si ostinano a valutare con i loro parametri la dimensione dell'islam, sta decretando la fine dei valori fondanti della nostra società. 

Questo oggi è possibile perchè "l'ideologia della pace e dei diritti" si è legata a principi corretti quali quella della libera determinazione dei popoli e della non discriminazione degli immigranti strumentalizzata da movimenti islamici come HAMAS. Si è arrivati al paradosso che masse di giovani, privi di una reale conoscenza di quanto stia accadendo, scendono nelle piazze con violenza gridando dalla RIVA AL MARE senza sapere cosa significhi questo slogan per la loro vita; peggio rettori delle università che per postura ideologica anziche promuovere il dialogo boicottano la collaborazione con Israele. Giornalisti che esaltano queste proteste come momenti di confronto democratico amplificando una menzogna come STOP AL GENOCIDIO. L'ONU che non è stato capace di prendere posizione nei confronti del terrorismo condannando l'aggredito ed assegnando la presidenza del forum sui diritti umani all'IRAN lo stato che viola costantemente i diritti umani degli omosessuali, delle donne e di altre minoranze, e che alimenta il terrorismo. 

Cosa dire della Corte Penale Internazionale dell'AJA che emana una richiesta di mandato di cattura contro la leadership Israeliana,  moralmente inaccettabile e scandalosa. Questa condanna in realta, confondendo l'aggredito con l'aggressore, ponendoli sullo stesso piano, legittima il terrorismo. 

Oggi più che mai si consolida nella strategia Jihādismo islamico l'idea che l'azione terroristica (morti, devastazioni e stupri) è pagante allo scopo di conseguire risultati politici, che coincidono con il processo di islamizzazione dell'occidente. Quando Norveglia, Spagna e Irlanda dichiarano di voler riconsocere uno stato che non esiste, dichiarano ad HAMAS: avete vinto, incoraggiando le future azioni terroristiche. 

L'occidente stà uccidendo se stesso, la sua cultura, le sue conquiste, i suoi diritti, cedendo alla pressione dell'Islam Jihadista, e nessun sarà più al sicuro nei propri paesei e nelle proprie città.

 

 

“Il marchese del Grillo” e l'antisionismo

 

Una domanda me la sono posta, e non riesco a togliermela dalla testa: com’è possibile che, dopo Nostra Aetate (1965) del Concilio Vaticano II — documento sbandierato come svolta epocale nel rapporto con gli ebrei — oggi l’antisemitismo continui indisturbato, riciclandosi nell’antisionismo più tossico?
E com’è possibile che proprio coloro che durante il Covid hanno smontato una a una le bugie dei media occidentali, etichettati come “complottisti” per aver verificato i fatti, gli stessi… abbiano poi bevuto senza fiatare le menzogne sul presunto genocidio israeliano diffuse da Hamas tramite Al Jazeera? Nessuna verifica, nessuna analisi, niente. Come se non avessero mai imparato nulla.

Alla fine, la risposta l’ho trovata: sotto l’antisionismo di oggi — persino quello dei “ribelli” anti-mainstream — ci sono duemila anni di bugie teologiche cattoliche mai davvero smentite.

Nostra Aetate, per quanto presentato come rivoluzionario, non ha scalfito il vero problema. Sì, condanna l’idea del “deicidio collettivo”, e Giovanni Paolo II si è affrettato a chiamarlo “una distorsione”. Ma la radice avvelenata resta: l’idea che “alcuni ebrei” abbiano ucciso Dio. Una dottrina assurda, pericolosa, e soprattutto perfetta per generare aberrazioni morali: permette di accusare un intero popolo per l’azione di pochi. È lo stesso meccanismo mentale che porta a dire: “i siciliani sono mafiosi”.

Questa colpa collettiva, predicata dalla Chiesa per oltre 1500 anni, ha scolpito nelle menti europee la figura dell’ebreo come “deicida”. E la Chiesa, dopo il Concilio, cos’ha fatto per rimediare? Nulla. Nessuna catechesi di massa, nessun mea culpa davvero operativo, nessuna pulizia teologica delle proprie macerie. Perché?

Perché il problema è più profondo: nasce da un errore teologico dei Padri della Chiesa — l’invenzione del “deicidio”.
Un errore che ha prodotto persecuzioni, pogrom e stermini, ma che non può essere eliminato senza toccare la dottrina cristologica stessa: se Gesù è Dio, allora per molti cattolici continuerà a serpeggiare il pensiero che “un ebreo” abbia consegnato Dio ai Romani.

E poi arriva il secondo pilastro, quello che regge tutto il castello: la teologia della sostituzione.
Secondo questa dottrina, la Chiesa avrebbe “rimpiazzato” Israele come Popolo eletto. Le promesse bibliche? Non più per Israele, ma riscattate dalla Chiesa. Israele non riconosce Gesù? Allora perde l’elezione. Via la radice, avanti il ramo nuovo.

Questa teologia è il carburante dell’antisionismo moderno. Perché se la Chiesa è il “vero Israele”, allora gli ebrei non hanno alcun diritto a tornare in Eretz Israel. E non sorprende che Avvenire, il quotidiano ufficiale della CEI, diffonda posizioni filo-palestinesi, rilanci accuse infondate di genocidio e si guardi bene dal riconoscere legittimità allo Stato ebraico.
Guai a dire che Israele esiste perché Dio lo ha voluto: significherebbe ammettere che la Chiesa non ha sostituito nessuno.

E qui viene il punto: due millenni di catechesi antiebraica e poi antisionista hanno plasmato la cultura occidentale, e persino oggi, mentre molti gridano “non crediamo ai media!”, sono prontissimi a bersi qualunque propaganda palestinese. Non è pensiero critico: è condizionamento religioso travestito da opinione politica.

E poi c’è un dettaglio imbarazzante: la Chiesa sostiene che il Papa è il rappresentante di Dio sulla terra. Ma se Dio non revoca le sue promesse — e Paolo lo dice chiaramente — come può Dio aver rinnegato Israele?
Paolo, nella Lettera ai Romani, non lascia spazio ai dubbi. Nel capitolo 11 si domanda se, non avendo molti ebrei riconosciuto Gesù, Dio abbia abbandonato il suo popolo.
La risposta? Lapidaria:

«Dio non ha affatto respinto il suo popolo.»
E ancora:
«I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili.» (Rm 11,29)

Fine della discussione. Dio non revoca un’alleanza che ha fatto Lui.

Non a caso molte chiese evangeliche contestano apertamente la teologia della sostituzione: semplicemente non sta in piedi biblicamente.

A questo punto, tutta la vicenda ricorda la celebre scena del film di Alberto Sordi Il marchese del Grillo.
La Chiesa, per secoli, ha di fatto detto agli ebrei ciò che dice Sordi al povero carbonaio:

«Io so’ io… e voi nun siete niente.»

Ecco il problema: la teologia cattolica è rimasta intrappolata in questa mentalità. La Chiesa è Israele; gli ebrei, per definizione, no.
E quando gli ebrei osano tornare nella loro terra, costruire uno stato, difendersi, prosperare… la narrazione salta. La struttura teologica scricchiola.
E l’Occidente — impregnato di secoli di catechesi antiebraica — reagisce con nuovo antisemitismo travestito da “solidarietà” verso i palestinesi.

Il risultato?
Persone che non credono più alle bugie dei media… che però credono ancora, senza saperlo, alle bugie della teologia cattolica di ieri.

lunedì 8 dicembre 2025

Lo smarrimento dell'occidente


Guardiamoci attorno con onestà: oggi assistiamo a un ribaltamento sorprendente di posizioni, alleanze e visioni del mondo. Da una parte religioni e ideologie nate con una vocazione universale—come cristianesimo e islam—continuano a muoversi nello scenario globale. Ma mentre il cristianesimo sembra avere perso la sua spinta espansiva, ripiegandosi tra nostalgie di ortodossia e tentativi di modernizzazione, l’islam riesce a crescere e a radicarsi anche nelle società occidentali. E lo fa spesso proprio sfruttando quei valori che l’Occidente ha costruito: accoglienza, integrazione, solidarietà, uguaglianza.

Ed è qui che nasce la domanda che dovrebbe farci riflettere: com’è possibile che movimenti, gruppi e persone che difendono diritti individuali, libertà personali, uguaglianza di genere e riconoscimento delle diversità finiscano talvolta per sostenere istanze provenienti da contesti religiosi che non condividono affatto questi principi? Com’è possibile che proprio chi difende la libertà, la pace e i diritti delle minoranze si trovi, senza quasi accorgersene, ad affiancare posizioni che, nella loro forma più rigida, mirano a limitare quelle stesse libertà?

La risposta, forse, non riguarda né l’islam né il cristianesimo, ma noi.
L’Occidente, concentrato sul benessere, sull’intrattenimento, sulla gratificazione immediata, ha smarrito il suo primo nucleo educativo: la famiglia. Per generazioni, la famiglia è stata il luogo in cui si costruivano identità, senso di appartenenza, trasmissione dei valori. Oggi quel ruolo si è assottigliato, rimpiazzato da tempo libero, consumi, fine settimana, vacanze, svaghi. La nostra cultura si è trasformata in un modello edonistico, che rincorre piacere e comodità più che responsabilità e continuità.

E nell’edonismo, la prospettiva del futuro scompare. I figli—che richiedono tempo, energia, sacrificio—sembrano un ostacolo. Molti li evitano per ragioni economiche, o semplicemente perché non vogliono rinunciare a qualcosa. Ma così rischiamo di impoverire le nostre società proprio dove nessuna economia potrà mai compensare: nel ricambio generazionale, nella cura, nella continuità. I nonni lo dicevano chiaramente: ogni scarpa diventa scarpone. Chi vive solo per il presente, prima o poi si troverà davanti un futuro vuoto.

Pensiamo a cosa significhi diventare anziani in un mondo senza figli e senza nipoti. Possiamo davvero credere che sarà lo Stato a occuparsi di tutti noi? Che basterà il risparmio? È una speranza fragile. Una società senza futuro demografico è destinata a vivere la vecchiaia come un incubo, non come una stagione della vita.

E allora, quel versetto antico che appare all’inizio della Genesi—
“Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra…” e che ritorna dopo il diluvio rivolto a Noè e ai suoi figli, non è soltanto un richiamo religioso.

È un avvertimento universale, un monito che attraversa epoche e civiltà: se una società smette di generare vita, smette anche di generare futuro.

Ignorarlo significa avviarsi lentamente verso il declino.

Gli ebrei che ritornano in Galilea, Samaria e Giudea, non sono COLONI

  La terza grande narrazione falsa, destinata al consumo degli “utili idioti”, è quella della presunta “colonizzazione” della Galilea, della...