domenica 10 maggio 2026

Tra le “fobie” costruite o amplificate in questo periodo, l’islamofobia è reale. Parte III

 



“Il nemico del mio nemico è mio amico” rappresenta una chiave interpretativa utile per comprendere alcune dinamiche politiche del Medio Oriente tra la fine dell’Impero Ottomano e la nascita della questione palestinese moderna.

Durante la Prima Guerra Mondiale, mentre l’Impero Ottomano si avviava al collasso, le potenze europee iniziarono a pianificare la spartizione delle province arabe. L’accordo Sykes-Picot del 1916, stipulato segretamente tra Gran Bretagna e Francia, definì infatti la futura divisione delle aree mediorientali sotto influenza coloniale europea. In quel contesto molti leader arabi considerarono gli inglesi alleati tattici contro gli ottomani, nella speranza di ottenere indipendenza politica e controllo territoriale.

Terminata la guerra, tuttavia, emerse rapidamente il conflitto tra le aspettative arabe e la gestione britannica della Palestina mandataria. Già dai moti del 1920, del 1921 e soprattutto con i violenti tumulti del 1929, una parte crescente del mondo arabo palestinese iniziò a vedere sia il controllo britannico sia l’immigrazione ebraica come una minaccia politica e demografica. Questa tensione culminò nella grande rivolta araba del 1936-1939, la prima insurrezione organizzata su scala nazionale contro l’amministrazione britannica e contro la crescente presenza ebraica in Palestina. Lo sciopero generale del 1936 fu promosso dal Comitato Superiore Arabo guidato dal Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al-Husseini, figura destinata ad assumere un ruolo centrale anche negli anni successivi.

Con la Seconda Guerra Mondiale, la logica geopolitica cambiò nuovamente. Alcuni settori del nazionalismo arabo considerarono la Germania nazista un potenziale alleato strategico contro Gran Bretagna, Francia e movimento sionista. Il rapporto tra Amin al-Husseini e il regime nazista fu uno degli esempi più evidenti di questa convergenza politica. L’obiettivo non era l’adesione integrale all’ideologia europea nazista, ma l’utilizzo dell’alleanza con Berlino per ostacolare la presenza britannica e impedire l’espansione ebraica in Palestina.

La propaganda nazista sfruttò questa convergenza diffondendo trasmissioni radiofoniche in lingua araba e alimentando un discorso anti-ebraico collegato alla questione palestinese. La Germania fornì inoltre sostegno politico e logistico ad alcuni movimenti nazionalisti arabi. Dopo la guerra, non pochi ex funzionari e tecnici legati al regime nazista trovarono rifugio e impiego in Paesi arabi, soprattutto nell’Egitto di Gamal Abdel Nasser, segno di una continuità di rapporti sviluppati durante il conflitto mondiale.

In entrambi i momenti storici — prima con gli inglesi contro gli ottomani e poi con i nazisti contro gli inglesi e il sionismo — parte della leadership araba adottò alleanze opportunistiche basate su interessi convergenti. Il filo conduttore rimase la volontà di impedire il consolidamento di una presenza ebraica sovrana in Palestina e di mantenere il controllo politico e territoriale della regione.

In questo contesto storico si inserisce anche la nascita della Lega Araba il 23 marzo 1945, quindi ancora prima della costituzione ufficiale dell’ONU del 24 ottobre 1945 e tre anni prima della proclamazione dello Stato di Israele del 14 maggio 1948. La fondazione della Lega rappresentò il passaggio da una pluralità di movimenti e rivolte locali a una struttura politica coordinata del mondo arabo sulla questione palestinese.

Non è irrilevante che la sede permanente della Lega Araba sia stata stabilita al Cairo, capitale dell’Egitto, uno dei principali centri politici, culturali e religiosi del mondo arabo. L’Egitto aveva infatti già assunto un ruolo centrale nello sviluppo del pensiero politico islamico moderno attraverso la nascita dei Fratelli Musulmani, fondati nel marzo 1928 a Ismailia da Hassan al-Banna. Il movimento nacque come organizzazione islamista finalizzata a contrastare l’influenza britannica e a promuovere il ritorno ai valori islamici nella società. In pochi anni i Fratelli Musulmani si diffusero rapidamente nel mondo arabo, contribuendo alla formazione di una coscienza politica islamica transnazionale che avrebbe influenzato anche il dibattito sulla Palestina, sull’identità araba e sul rapporto con l’Occidente.

Lo stesso assetto organizzativo della Lega Araba evidenzia questa impostazione politica. Accanto ai principi ufficiali di cooperazione, pace e dialogo, furono istituiti organismi specificamente dedicati alla questione palestinese e all’opposizione a Israele, tra cui il “Dipartimento Generale degli Affari della Palestina” e il “Bureau Principale per il Boicottaggio di Israele” con sede a Damasco. Tali strutture mostrano come la leadership araba stesse già elaborando una strategia comune sulla Palestina in chiave antisionista ancor prima della nascita dello Stato israeliano.

Questa posizione emerse apertamente il 29 novembre 1947, quando la leadership araba respinse formalmente il Piano di Spartizione dell’ONU (Risoluzione 181), che prevedeva la creazione di due Stati, uno ebraico e uno arabo. Il rifiuto della spartizione evidenziò la volontà politica di impedire la nascita di uno Stato ebraico nella regione, preferendo la contrapposizione diretta a una soluzione condivisa basata sulla coesistenza.

L’impostazione ideologica araba sulla questione palestinese riemerse anche nella Carta Araba dei Diritti dell’Uomo del 15 settembre 1994. All’articolo 2 si afferma infatti che “tutte le forme di razzismo, sionismo, occupazione e dominazione straniera costituiscono un ostacolo alla dignità umana” e devono essere condannate. In questo modo il sionismo viene inserito, nel documento, tra le ideologie considerate oppressive e da contrastare sul piano politico e culturale.

Secondo questa interpretazione storica, la continuità di tali posizioni rappresenterebbe una forma di strategia politico-identitaria che attraversa epoche, alleanze e contesti differenti. Cambiano gli interlocutori internazionali — prima gli inglesi, poi i nazisti, successivamente altri attori geopolitici — ma rimane centrale l’opposizione alla sovranità ebraica in Palestina.

Secondo questa chiave di lettura, è proprio qui che emerge il motivo per cui la soluzione “due popoli, due Stati” viene considerata da alcuni un progetto destinato a scontrarsi con limiti strutturali profondi. L’approccio occidentale tende infatti a interpretare il conflitto esclusivamente come una disputa territoriale e diplomatica, presupponendo che entrambe le parti perseguano obiettivi negoziabili e compatibili con il modello politico occidentale dello Stato-nazione. Questa impostazione, tuttavia, secondo tale interpretazione, ignorerebbe la continuità storica di una parte del pensiero politico islamico che considera la Palestina non soltanto una questione territoriale, ma anche identitaria, religiosa e strategica.

Fallite nel tempo le precedenti convergenze tattiche con inglesi, francesi e tedeschi, parte del mondo islamista avrebbe progressivamente modificato le proprie modalità operative, spostando il confronto dal piano militare diretto a quello culturale, politico e mediatico. In questa prospettiva, la strategia contemporanea non sarebbe più fondata soltanto sul conflitto armato, ma sulla penetrazione ideologica nelle istituzioni internazionali, nei circuiti accademici occidentali, nei media, nelle ONG e nei movimenti politici europei e americani.

Organismi internazionali come ONU e Corte Penale Internazionale diventano progressivamente terreni di pressione politica e diplomatica, mentre università occidentali, centri di ricerca e movimenti attivisti vengono influenzati attraverso finanziamenti, partnership culturali e campagne narrative orientate a costruire consenso attorno alla causa palestinese e a delegittimare Israele sul piano morale e storico.

In questo quadro emerge anche il ruolo dei Fratelli Musulmani, considerati da diversi osservatori il principale laboratorio ideologico dell’islam politico moderno. Attraverso reti associative, organizzazioni religiose, ONG, centri culturali e strutture formalmente benefiche, il movimento avrebbe sviluppato una capacità di influenza crescente nelle società occidentali, sfruttando i principi democratici, il multiculturalismo e la tutela delle minoranze come strumenti di legittimazione e radicamento sociale.

Il conflitto non viene più combattuto soltanto sul piano militare, ma soprattutto sul controllo della narrazione, dell’opinione pubblica e delle istituzioni culturali occidentali. In tale prospettiva, il confronto sulla Palestina diventa parte di una competizione geopolitica e ideologica molto più ampia, nella quale informazione, immigrazione, attivismo politico e influenza culturale assumono un ruolo strategico centrale.


 


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