domenica 10 maggio 2026

Tra le “fobie” costruite o amplificate in questo periodo, l’islamofobia è reale. Parte III

 



“Il nemico del mio nemico è mio amico” rappresenta una chiave interpretativa utile per comprendere alcune dinamiche politiche del Medio Oriente tra la fine dell’Impero Ottomano e la nascita della questione palestinese moderna.

Durante la Prima Guerra Mondiale, mentre l’Impero Ottomano si avviava al collasso, le potenze europee iniziarono a pianificare la spartizione delle province arabe. L’accordo Sykes-Picot del 1916, stipulato segretamente tra Gran Bretagna e Francia, definì infatti la futura divisione delle aree mediorientali sotto influenza coloniale europea. In quel contesto molti leader arabi considerarono gli inglesi alleati tattici contro gli ottomani, nella speranza di ottenere indipendenza politica e controllo territoriale.

Terminata la guerra, tuttavia, emerse rapidamente il conflitto tra le aspettative arabe e la gestione britannica della Palestina mandataria. Già dai moti del 1920, del 1921 e soprattutto con i violenti tumulti del 1929, una parte crescente del mondo arabo palestinese iniziò a vedere sia il controllo britannico sia l’immigrazione ebraica come una minaccia politica e demografica. Questa tensione culminò nella grande rivolta araba del 1936-1939, la prima insurrezione organizzata su scala nazionale contro l’amministrazione britannica e contro la crescente presenza ebraica in Palestina. Lo sciopero generale del 1936 fu promosso dal Comitato Superiore Arabo guidato dal Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al-Husseini, figura destinata ad assumere un ruolo centrale anche negli anni successivi.

Con la Seconda Guerra Mondiale, la logica geopolitica cambiò nuovamente. Alcuni settori del nazionalismo arabo considerarono la Germania nazista un potenziale alleato strategico contro Gran Bretagna, Francia e movimento sionista. Il rapporto tra Amin al-Husseini e il regime nazista fu uno degli esempi più evidenti di questa convergenza politica. L’obiettivo non era l’adesione integrale all’ideologia europea nazista, ma l’utilizzo dell’alleanza con Berlino per ostacolare la presenza britannica e impedire l’espansione ebraica in Palestina.

La propaganda nazista sfruttò questa convergenza diffondendo trasmissioni radiofoniche in lingua araba e alimentando un discorso anti-ebraico collegato alla questione palestinese. La Germania fornì inoltre sostegno politico e logistico ad alcuni movimenti nazionalisti arabi. Dopo la guerra, non pochi ex funzionari e tecnici legati al regime nazista trovarono rifugio e impiego in Paesi arabi, soprattutto nell’Egitto di Gamal Abdel Nasser, segno di una continuità di rapporti sviluppati durante il conflitto mondiale.

In entrambi i momenti storici — prima con gli inglesi contro gli ottomani e poi con i nazisti contro gli inglesi e il sionismo — parte della leadership araba adottò alleanze opportunistiche basate su interessi convergenti. Il filo conduttore rimase la volontà di impedire il consolidamento di una presenza ebraica sovrana in Palestina e di mantenere il controllo politico e territoriale della regione.

In questo contesto storico si inserisce anche la nascita della Lega Araba il 23 marzo 1945, quindi ancora prima della costituzione ufficiale dell’ONU del 24 ottobre 1945 e tre anni prima della proclamazione dello Stato di Israele del 14 maggio 1948. La fondazione della Lega rappresentò il passaggio da una pluralità di movimenti e rivolte locali a una struttura politica coordinata del mondo arabo sulla questione palestinese.

Non è irrilevante che la sede permanente della Lega Araba sia stata stabilita al Cairo, capitale dell’Egitto, uno dei principali centri politici, culturali e religiosi del mondo arabo. L’Egitto aveva infatti già assunto un ruolo centrale nello sviluppo del pensiero politico islamico moderno attraverso la nascita dei Fratelli Musulmani, fondati nel marzo 1928 a Ismailia da Hassan al-Banna. Il movimento nacque come organizzazione islamista finalizzata a contrastare l’influenza britannica e a promuovere il ritorno ai valori islamici nella società. In pochi anni i Fratelli Musulmani si diffusero rapidamente nel mondo arabo, contribuendo alla formazione di una coscienza politica islamica transnazionale che avrebbe influenzato anche il dibattito sulla Palestina, sull’identità araba e sul rapporto con l’Occidente.

Lo stesso assetto organizzativo della Lega Araba evidenzia questa impostazione politica. Accanto ai principi ufficiali di cooperazione, pace e dialogo, furono istituiti organismi specificamente dedicati alla questione palestinese e all’opposizione a Israele, tra cui il “Dipartimento Generale degli Affari della Palestina” e il “Bureau Principale per il Boicottaggio di Israele” con sede a Damasco. Tali strutture mostrano come la leadership araba stesse già elaborando una strategia comune sulla Palestina in chiave antisionista ancor prima della nascita dello Stato israeliano.

Questa posizione emerse apertamente il 29 novembre 1947, quando la leadership araba respinse formalmente il Piano di Spartizione dell’ONU (Risoluzione 181), che prevedeva la creazione di due Stati, uno ebraico e uno arabo. Il rifiuto della spartizione evidenziò la volontà politica di impedire la nascita di uno Stato ebraico nella regione, preferendo la contrapposizione diretta a una soluzione condivisa basata sulla coesistenza.

L’impostazione ideologica araba sulla questione palestinese riemerse anche nella Carta Araba dei Diritti dell’Uomo del 15 settembre 1994. All’articolo 2 si afferma infatti che “tutte le forme di razzismo, sionismo, occupazione e dominazione straniera costituiscono un ostacolo alla dignità umana” e devono essere condannate. In questo modo il sionismo viene inserito, nel documento, tra le ideologie considerate oppressive e da contrastare sul piano politico e culturale.

Secondo questa interpretazione storica, la continuità di tali posizioni rappresenterebbe una forma di strategia politico-identitaria che attraversa epoche, alleanze e contesti differenti. Cambiano gli interlocutori internazionali — prima gli inglesi, poi i nazisti, successivamente altri attori geopolitici — ma rimane centrale l’opposizione alla sovranità ebraica in Palestina.

Secondo questa chiave di lettura, è proprio qui che emerge il motivo per cui la soluzione “due popoli, due Stati” viene considerata da alcuni un progetto destinato a scontrarsi con limiti strutturali profondi. L’approccio occidentale tende infatti a interpretare il conflitto esclusivamente come una disputa territoriale e diplomatica, presupponendo che entrambe le parti perseguano obiettivi negoziabili e compatibili con il modello politico occidentale dello Stato-nazione. Questa impostazione, tuttavia, secondo tale interpretazione, ignorerebbe la continuità storica di una parte del pensiero politico islamico che considera la Palestina non soltanto una questione territoriale, ma anche identitaria, religiosa e strategica.

Fallite nel tempo le precedenti convergenze tattiche con inglesi, francesi e tedeschi, parte del mondo islamista avrebbe progressivamente modificato le proprie modalità operative, spostando il confronto dal piano militare diretto a quello culturale, politico e mediatico. In questa prospettiva, la strategia contemporanea non sarebbe più fondata soltanto sul conflitto armato, ma sulla penetrazione ideologica nelle istituzioni internazionali, nei circuiti accademici occidentali, nei media, nelle ONG e nei movimenti politici europei e americani.

Organismi internazionali come ONU e Corte Penale Internazionale diventano progressivamente terreni di pressione politica e diplomatica, mentre università occidentali, centri di ricerca e movimenti attivisti vengono influenzati attraverso finanziamenti, partnership culturali e campagne narrative orientate a costruire consenso attorno alla causa palestinese e a delegittimare Israele sul piano morale e storico.

In questo quadro emerge anche il ruolo dei Fratelli Musulmani, considerati da diversi osservatori il principale laboratorio ideologico dell’islam politico moderno. Attraverso reti associative, organizzazioni religiose, ONG, centri culturali e strutture formalmente benefiche, il movimento avrebbe sviluppato una capacità di influenza crescente nelle società occidentali, sfruttando i principi democratici, il multiculturalismo e la tutela delle minoranze come strumenti di legittimazione e radicamento sociale.

Il conflitto non viene più combattuto soltanto sul piano militare, ma soprattutto sul controllo della narrazione, dell’opinione pubblica e delle istituzioni culturali occidentali. In tale prospettiva, il confronto sulla Palestina diventa parte di una competizione geopolitica e ideologica molto più ampia, nella quale informazione, immigrazione, attivismo politico e influenza culturale assumono un ruolo strategico centrale.


 


domenica 3 maggio 2026

Tra le “fobie” costruite o amplificate in questo periodo, l’islamofobia è reale. Parte II

 



Tra le “fobie” diffuse in questo periodo, l’islamofobia viene spesso definita irrazionale; tuttavia il tema merita un’analisi storica e politica.

L’islamizzazione è stata, secondo alcune letture storiche, un processo ricorrente, poiché nel messaggio islamico vi sarebbe anche una dimensione universalistica orientata alla diffusione della fede e alla sottomissione ad Allah, paragonabile, per certi aspetti, all’evangelizzazione cristiana. Per comprenderlo occorre studiare la storia e osservare il presente.

La prima grande espansione araba, tra il VII e l’VIII secolo, dopo la morte di Maometto (632 d.C.), vide i califfati conquistare rapidamente Siria, Iraq, Egitto, Iran (Persia sasanide), Libia, Tunisia, Algeria, Marocco e gran parte della Spagna con la conquista di al-Andalus. Questi territori, in precedenza prevalentemente cristiani con presenze ebraiche, furono posti sotto dominio islamico; le popolazioni locali potevano convertirsi, emigrare oppure mantenere la propria fede pagando la tassa detta jizya, con limitazioni giuridiche variabili a seconda dei periodi storici.

Tra l’XI e il XV secolo si assistette poi all’espansione turca e centroasiatica verso il Medio Oriente, mentre l’espansione ottomana (XIV-XX secolo) interessò Grecia, Bulgaria, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, parte dell’Ungheria e culminò con la conquista di Costantinopoli nel 1453.

Perché questo fenomeno appare ricorrente? Le religioni si fondano su testi sacri o mistici, soprattutto le religioni del libro: ebraismo, cristianesimo e islam. Secondo questa impostazione, la chiave di lettura del loro approccio politico-culturale va ricercata nei testi religiosi e non esclusivamente in una prospettiva laica o atea.

Gli ebrei, secondo questa visione, non praticano un proselitismo universale, ma vivono l’attesa messianica e il legame con la terra promessa ad Abramo. I cristiani seguono il messaggio di Gesù di predicare il Vangelo a ogni essere umano, ma senza imporre la religione con la forza. L’islam, invece, viene interpretato da alcuni come portatore di una vocazione universalistica rivolta anche ai non musulmani, inclusi cristiani ed ebrei.

In epoca contemporanea, secondo questa lettura, l’islam si espanderebbe attraverso strumenti diversi: finanza, finanziamento di centri culturali in Occidente, presenza politica, crescita demografica, attivismo sociale e, nei casi estremi, jihad armata.

Dal XX secolo, dopo il tramonto dei grandi imperi islamici, l’approccio verso l’Occidente sarebbe mutato nelle modalità. Non più guerre frontali di conquista, ma forme di influenza interna alle società occidentali. In questo quadro vengono citati movimenti come Fratelli Musulmani, OLP, Hamas e Hezbollah.

Secondo questa interpretazione critica, la questione palestinese avrebbe favorito la legittimazione del terrorismo come forma di lotta politica, sostenuta anche da flussi finanziari provenienti da paesi come Qatar e Iran, penetrando in università, ONG, partiti e istituzioni occidentali.

In Europa, l’apertura di moschee e centri culturali islamici viene letta da alcuni come normale espressione della libertà religiosa, da altri come possibile strumento di radicalizzazione laddove manchino controlli e integrazione.

Secondo questa visione, oggi l’islam non avrebbe più bisogno di conquistare militarmente l’Occidente, poiché l’influenza deriverebbe da immigrazione, crescita demografica e capacità di incidere sul contesto sociale. In alcune città europee si osserva la nascita di quartieri a forte presenza islamica, nei quali la cultura locale risulterebbe progressivamente minoritaria.

Quando una comunità cresce numericamente e acquisisce peso elettorale, le sue richieste possono diventare più incisive: modifiche nei menù scolastici, ridefinizione di simboli religiosi tradizionali, uso dello spazio pubblico per la preghiera.

Per questo, secondo tale impostazione, resta legittimo porsi una domanda politica fondamentale: chi accogliamo e con quali regole di integrazione?

sabato 2 maggio 2026

Entre las “fobias” construidas o amplificadas en este período, la islamofobia es real. Parte I.

 



Entre las “fobias” construidas o amplificadas en este período, la islamofobia aparece, en mi opinión, como un fenómeno que también presenta elementos de realismo político y social.

Los liderazgos occidentales de inspiración “democrática progresista”, es decir, de izquierda, así como algunos líderes de derecha, no han comprendido plenamente la cuestión islámica. La izquierda tiende a transformarla en una batalla por la protección de los derechos de las minorías, como LGBTQ+, inmigrantes y otras categorías, contraponiéndose a la derecha, que en cambio insiste en los valores tradicionales y en la defensa de la identidad nacional.

La cuestión de la inmigración, sin embargo, no debería plantearse únicamente en términos de inmigración regular e inmigración irregular, como suelen sostener los conservadores, porque esta perspectiva no capta el núcleo central. Debería más bien analizarse distinguiendo entre culturas más integrables y culturas menos integrables. Desde esta perspectiva, la religión se convierte en un elemento útil para realizar algunas distinciones necesarias a fin de comprender hacia qué dirección están evolucionando nuestras sociedades, sobre todo observando países europeos ya afectados por estas dinámicas, como España, Francia, Reino Unido y Bélgica.

Occidente se ha desarrollado a lo largo de los siglos sobre la base de valores definidos como “judeocristianos”, los cuales, aun en la diversidad de las creencias y de las posiciones teológicas, han expresado principios ampliamente compartidos: el respeto por la vida humana, la igualdad, el amor y el respeto hacia el otro. Si se integran religiones o culturas que no comparten la misma base de valores, o que poseen una diferente o incluso opuesta, se crean las condiciones para conflictos sociales. La historia enseña que tales tensiones tienen a menudo un fuerte componente identitario, a veces instrumentalizado por razones geopolíticas, pero difícilmente resoluble, porque involucra la cultura profunda de un pueblo o de grupos que se reconocen en determinados valores.

Lo que el mundo progresista-woke, en mi opinión, no ha comprendido es que no puede utilizar la palanca religiosa como instrumento político contra el mundo conservador, considerando que todas las religiones son asimilables, como habría ocurrido con el catolicismo adaptado al modernismo. Existen religiones que no resultan fácilmente asimilables, como el judaísmo y el islam, ambas caracterizadas por una fuerte identidad, en las que incluso el laico a menudo no renuncia por completo a su propia referencia cultural. En este contexto conviene comprender cuándo la falta de asimilación identitaria puede transformarse primero en un rechazo latente y luego en un rechazo abierto de la cultura de acogida, sobre todo cuando la tasa de crecimiento de esa comunidad se vuelve significativa.

El cristianismo, en sus múltiples formas (católico, ortodoxo, copto, protestante, evangélico), aun teniendo en su propio ADN misionero la difusión del Evangelio, promueve la fe pero no impone la sumisión religiosa. Al haberse desarrollado predominantemente en Occidente, ha sido fuertemente influenciado por la cultura pragmática occidental, lo que podríamos definir como un proceso de asimilación, aunque permaneciendo anclado en los valores fundamentales expresados por los Evangelios. Por ello se presenta hoy, en gran medida, como una religión pacífica, abierta a la humanidad en sentido inclusivo e influenciada también por la cultura laica y moderna en las costumbres y en el pensamiento social y político.

Los judíos, en distinta medida según los contextos, mantienen una fuerte identidad y a menudo rechazan la asimilación completa a la sociedad laica. Esto no significa que no se integren o no contribuyan al desarrollo social de la comunidad en la que viven. Los judíos nunca han impuesto la comida kosher en los comedores escolares públicos, no han pedido la retirada del crucifijo ni obstaculizado festividades cristianas, y no solo por ser minoría, sino también porque, al no tener una vocación proselitista, no buscan la conversión de los demás al judaísmo.

De hecho, en la historia los judíos han sufrido persecuciones por parte de la Iglesia católica, del régimen zarista —sobre todo entre el siglo XVIII y 1917, bajo Nicolás I de Rusia, Alejandro III de Rusia y Nicolás II de Rusia— así como bajo Joseph Stalin entre los años treinta y 1953. En conclusión, al no tener como presupuesto doctrinal la conversión de los no judíos, nunca han expresado un impulso sistemático hacia la persecución de otras fes.

Distinto, según este planteamiento, sería el caso del islam, en cuyo mismo significado etimológico de “sumisión” a Allah se leería una orientación no solo religiosa, sino también social y política. Mientras que en el cristianismo y en el judaísmo el hombre es libre de elegir si seguir a Cristo o las mitzvot (preceptos), en un camino de elevación personal, en el islam la conversión tendría un impacto no solo individual, sino también familiar y colectivo, orientado a conformar la sociedad a la voluntad divina.

En el islam, el Corán, la Sunna y la Sharīʿa no serían solamente prescripciones para el individuo, sino normas que el creyente tiende a trasladar a la sociedad en la que vive. Esta dinámica suele definirse como “islamización”. El problema, desde esta perspectiva, es que los valores de referencia pueden parecer en contraste con los laicos, cristianos o judíos. Si para cristianos y judíos incluso los no creyentes pueden ser juzgados en función de sus obras hacia el ser humano, los animales y la naturaleza, en el islam existiría en cambio la categoría de los “infieles”, término que ya evoca un juicio negativo.

Por este motivo, con vistas a un desarrollo pacífico de nuestras sociedades, el problema político no debería limitarse a la distinción entre inmigración regular e inmigración irregular, sino que también debería referirse a qué culturas acogemos y, sobre la base de un cuidadoso análisis de los riesgos sociales, qué medidas legislativas adoptamos para contener posibles derivas, sin por ello impedir a un musulmán migrar a nuestros países.

venerdì 1 maggio 2026

Tra le “fobie” costruite o amplificate in questo periodo, l’islamofobia è reale. Parte I


Tra le “fobie” costruite o amplificate in questo periodo, l’islamofobia appare, a mio avviso, come un fenomeno che presenta anche elementi di realismo politico e sociale.

Le leadership occidentali di ispirazione “democratica progressista”, ovvero di sinistra, così come alcuni leader della destra, non hanno compreso pienamente la questione islamica. La sinistra tende a trasformarla in una battaglia per la tutela dei diritti delle minoranze, quali LGBTQ+, immigrati e altre categorie, contrapponendosi alla destra, che invece insiste sui valori tradizionali e sulla difesa dell’identità nazionale.

La questione dell’immigrazione, tuttavia, non dovrebbe essere declinata soltanto nei termini di immigrazione regolare e immigrazione irregolare, come spesso sostengono i conservatori, perché questa prospettiva non coglie il nodo centrale. Dovrebbe piuttosto essere analizzata distinguendo tra culture maggiormente integrabili e culture meno integrabili. In questa prospettiva, la religione diventa un elemento utile per compiere alcune distinzioni necessarie a comprendere in quale direzione le nostre società si stiano evolvendo, soprattutto osservando paesi europei già investiti da tali dinamiche, come Spagna, Francia, Inghilterra e Belgio.

L’Occidente si è sviluppato nei secoli sulla base di valori definiti “giudeo-cristiani”, i quali, pur nella diversità delle fedi e delle posizioni teologiche, hanno espresso principi ampiamente condivisi: il rispetto della vita umana, l’uguaglianza, l’amore e il rispetto dell’altro. Se si integrano religioni o culture che non condividono la stessa base valoriale, oppure ne possiedono una diversa o persino opposta, si creano i presupposti per conflitti sociali. La storia insegna che tali tensioni hanno spesso una forte componente identitaria, talvolta strumentalizzata per ragioni geopolitiche, ma difficilmente risolvibile, perché coinvolge la cultura profonda di un popolo o di gruppi che si riconoscono in determinati valori.

Ciò che il mondo progressista-woke, a mio avviso, non ha compreso è che non può utilizzare la leva religiosa come strumento politico contro il mondo conservatore, ritenendo che tutte le religioni siano assimilabili, come sarebbe avvenuto con il cattolicesimo piegato al modernismo. Vi sono religioni che non risultano facilmente assimilabili, come l’ebraismo e l’islam, entrambe caratterizzate da una forte identità, nelle quali anche il laico spesso non rinuncia del tutto al proprio riferimento culturale. In questo contesto occorre comprendere quando la mancata assimilazione identitaria possa trasformarsi prima in un latente rifiuto, poi in un aperto rigetto della cultura ospitante, soprattutto quando il tasso di crescita di quella comunità diventa significativo.

Il cristianesimo, nelle sue molteplici forme (cattolico, ortodosso, copto, protestante, evangelico), pur avendo nel proprio DNA missionario la diffusione del Vangelo, promuove la fede ma non impone la sottomissione religiosa. Essendosi sviluppato prevalentemente in Occidente, esso è stato fortemente influenzato dalla cultura pragmatica occidentale, che potremmo definire un processo di assimilazione, pur restando ancorato ai valori fondamentali espressi dai Vangeli. Per questo si presenta oggi, in larga misura, come una religione pacifica, aperta all’umanità in senso inclusivo e influenzata anche dalla cultura laica e moderna nei costumi e nel pensiero sociale e politico.

Gli ebrei, in misura diversa a seconda dei contesti, mantengono una forte identità e spesso rifiutano l’assimilazione completa alla società laica. Ciò non significa che non si integrino o non contribuiscano allo sviluppo sociale della comunità in cui vivono. Gli ebrei non hanno mai imposto il cibo kasher nelle mense scolastiche pubbliche, non hanno chiesto la rimozione del crocifisso né ostacolato festività cristiane, e non soltanto perché minoranza, ma anche perché, non avendo una vocazione proselitistica, non mirano alla conversione degli altri all’ebraismo.

Anzi, nella storia gli ebrei hanno subito persecuzioni da parte della Chiesa cattolica, del regime zarista — soprattutto tra il XVIII secolo e il 1917, sotto Nicola I, Alessandro III e Nicola II — nonché sotto Joseph Stalin tra gli anni Trenta e il 1953. In conclusione, non avendo come presupposto dottrinale la conversione dei non ebrei, non hanno mai espresso una spinta sistematica alla persecuzione di altre fedi.

Diverso, secondo questa impostazione, sarebbe il caso dell’islam, nel cui stesso significato etimologico di “sottomissione” ad Allah si leggerebbe un orientamento non solo religioso, ma anche sociale e politico. Mentre nel cristianesimo e nell’ebraismo l’uomo è libero di scegliere se seguire Cristo o le mitzvot (precetti), in un percorso di elevazione personale, nell’islam la conversione avrebbe un impatto non solo individuale, ma anche familiare e collettivo, orientato a conformare la società alla volontà divina.

Nell’islam, Corano, Sunna e Sharīʿa non sarebbero soltanto prescrizioni per l’individuo, ma norme che il credente tende a trasferire nella società in cui vive. Questa dinamica viene spesso definita “islamizzazione”. Il problema, in questa prospettiva, è che i valori di riferimento possono apparire in contrasto con quelli laici, cristiani o ebraici. Se per cristiani ed ebrei anche i non credenti possono essere giudicati in base alle opere verso l’uomo, gli animali e la natura, nell’islam esisterebbe invece la categoria degli “infedeli”, termine che richiama già un giudizio negativo.

Per questo motivo, in vista di uno sviluppo pacifico delle nostre società, il problema politico non dovrebbe essere limitato alla distinzione tra immigrazione regolare e immigrazione irregolare, ma dovrebbe riguardare anche quali culture accogliamo e, sulla base di un’accurata analisi dei rischi sociali, quali misure legislative adottare per arginare eventuali derive, senza per questo impedire a un musulmano di migrare nei nostri paesi.

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sabato 21 marzo 2026

Tagliare la testa del serpente.



Iran, Occidente e Medio Oriente: una guerra diversa da quelle europee

Il possibile conflitto con l’Iran non può essere analizzato con le stesse categorie con cui, in Occidente, leggiamo la guerra tra Russia e Ucraina. Applicare gli stessi schemi interpretativi ai conflitti del Medio Oriente significa non comprendere la natura profonda di quella regione: la cultura e la religione.

In Europa, come in molte guerre moderne, il conflitto è prevalentemente territoriale e strategico: confini, sicurezza, influenza militare. In Medio Oriente, invece, la dimensione territoriale è solo una parte del problema. La vera posta in gioco riguarda l’equilibrio di potere tra visioni religiose e politiche del mondo.

Il primo livello di conflitto è interno all’Islam stesso: la rivalità tra sciiti e sunniti, che si contendono leadership religiosa e influenza geopolitica nella regione. Ma su questo scontro orizzontale se ne innesta un altro, più profondo: quello tra l’universo politico islamico e l’Occidente di matrice giudaico-cristiana e laica.

Questo scenario ricorda, per certi aspetti, le grandi guerre religiose europee del passato. In particolare la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), che devastò il continente dopo la frattura tra cattolici e protestanti prodotta dalla Riforma.

Quel conflitto si concluse con la Pace di Westfalia del 1648, che sancì un principio destinato a cambiare l’Europa: la religione del sovrano avrebbe determinato quella dei sudditi. Fu un passaggio decisivo verso la nascita degli Stati moderni e di una diplomazia capace di gestire differenze religiose senza trasformarle necessariamente in guerre permanenti.

Il dialogo interreligioso contemporaneo non rappresenta una vera convergenza teologica tra religioni diverse. Piuttosto è il riconoscimento politico che esistono visioni del mondo differenti e che la convivenza richiede strumenti diplomatici.

Si aggiunga che alla base del conflitto tra cristiani cattolici e protestanti c’era il messaggio di “Gesù Cristo” universalmente orientato alla pace ed all’amore tra fratelli e per l’umanità, cosa che ha costretto le rispettive leadership religiose a prendere atto che la guerra non era per Cristo, ma per i principi ed i Re: La religione del sovrano avrebbe determinato quella dei sudditi.

L’Iran e la dimensione ideologica del conflitto

Nel Medio Oriente contemporaneo l’Repubblica Islamica dell’Iran si propone come principale potenza del mondo sciita e come attore centrale nello scontro geopolitico regionale.

La leadership iraniana non agisce soltanto in termini di equilibrio strategico ma anche sulla base di una visione ideologica e religiosa che mira a espandere la propria influenza politica nella regione. Gli sciiti ritengono di essere i discendenti della famiglia di Maometto e quindi di avere una speciale autorità spirituale e politica sulla comunità musulmana e considerano i musulmani sunniti eretici privi della medesima autorità. Inoltre danno grande importanza al culto dei martiri.

In questo contesto non possiamo ignorare che l’Islam significa sottomissione ad Allah e coerentemente con il suo inizio e sviluppo la sua missione è sottomettere il mondo ad Allah e sopprimere gli infedeli; la Jihād (guerra santa) è parte della dottrina islamica come insegna il Corano e la storia passata e presente dell’islamizzazione sia con le armi che con la leva demografica.

In questo quadro, il programma nucleare iraniano deve essere interpretato non come una semplice questione di indipendenza energetica, ma come uno strumento per esercitare la pressione sugli ebrei ed i cristiani e le società dominate dai valori giudeo-cristiani oltre che laici. Quindi Per molti governi/monarchie della penisola arabica (sunnite e wahabita) come per Israele la ricerca del nucleare da parte dell’Iran rappresenta uno strumento potenziale di deterrenza e di pressione geopolitica capace di alterare gli equilibri regionali.

I limiti della diplomazia occidentale

Negli ultimi decenni le diplomazie occidentali, sia conservative sia liberal, hanno cercato di gestire il confronto con Teheran utilizzando strumenti diplomatici tipici delle società occidentali.

Questo approccio ha spesso ignorato la dimensione ideologica e teocratica del sistema politico iraniano e gli obiettivi dichiarati di leadership sul mondo musulmano considerando eretici i sunniti, e infedeli le società cristiane e Israele da convertire o sottomettere.

Infatti per questa ideologia dell’islam politico in Medio Oriente la diplomazia non produce soluzioni definitive. Più spesso genera tregue, temporanee, pause secondo l’insegnamento e l’esempio di Maometto, che permettono agli attori regionali di riorganizzarsi e ridefinire i propri equilibri di forza.

Non possiamo ignorare che coerentemente con gli obiettivi religiosi e politici dichiarati dagli ayatollah iraniani la Repubblica Islamica destabilizza il medio oriente finanziando ed armando gruppi terroristici quali HAMAS a Gaza e nei territori affidati all’Autorità Palestinese, Hezbollah in Sira e Libano e Huthi nello Yemen ed associazione Palestinesi in Europa e i Leader della sinistra europea con la scusa del sostegno al presunto popolo palestinese in chiave antisraeliana.

La logica della guerra preventiva

Alla luce di queste dinamiche, ritengo che l’azione militare preventiva contro l’Iran da parte di Israele e degli Stati Uniti sia  da considerare strategicamente necessaria ed opportuna.

Secondo questa mia analisi, la combinazione tra diplomazia inefficace e capacità negoziale della leadership iraniana avrebbe potuto portare, nel lungo periodo, al raggiungimento di una piena capacità nucleare da parte di Teheran utilizzabile per destabilizzare in modo definitivo il medio oriente e l’occidente.

In questo scenario, la distruzione delle capacità militari iraniane – in particolare missili e infrastrutture strategiche, reattori ecc, e l’uccisione delle leadership politiche -religiose iraniane  – è da interpretare come un tentativo di evitare un punto di non ritorno capace di destabilizzare l’intero sistema regionale ed europeo. Tagliare la testa del serpente.

 

 


sabato 14 marzo 2026

Articolo seconda pagina del tempo del 14/03/2026 sulla questione delle moschee in italia


"Gli articoli descrivono due fenomeni collegati alle tensioni geopolitiche e ideologiche legate al mondo sciita e all’influenza iraniana, con possibili riflessi anche nelle società occidentali. Il primo servizio racconta le celebrazioni organizzate nella moschea sciita di Roma e in altre comunità islamiche in Italia in memoria dell’ayatollah Ali Khamenei. Durante le commemorazioni, caratterizzate da preghiere e immagini della Guida Suprema iraniana, alcuni leader religiosi hanno esaltato il “martirio” della figura e auspicato che il figlio Mojtaba ne continui il percorso religioso e politico. L’articolo evidenzia la presenza in Italia di una rete di centri culturali e religiosi sciiti con legami culturali e spirituali con l’Iran, presenti in diverse città. Pur rappresentando una minoranza nell’islam italiano, queste comunità mantengono connessioni ideologiche con il contesto politico-religioso iraniano. Il secondo articolo affronta il tema della sicurezza internazionale. Negli Stati Uniti emergono segnali di possibili “lupi solitari” e cellule dormienti ispirate da gruppi radicali filo-iraniani. Un nuovo gruppo ha rivendicato attacchi contro sinagoghe europee, mentre propaganda online e messaggi criptati alimentano narrazioni di vendetta e mobilitazione".

In questo contesto  osservo che queste dinamiche costituiscono un’ambiguità politica più ampia. Movimenti della sinistra radicale possono diventare, talvolta inconsapevolmente, una sorta di “Cavallo di Troia” attraverso cui attori ideologici o geopolitici esterni riescono a inserirsi nelle mobilitazioni sociali occidentali. L’ambiguità nasce dal fatto che i movimenti islamisti esprimono valori spesso opposti a quelli tradizionalmente difesi dalla sinistra – come la tutela dei diritti delle donne o delle comunità omosessuali – ma possono comunque trovare spazio nelle stesse mobilitazioni politiche e nelle proteste di piazza. In questa prospettiva, tali alleanze tattiche o convergenze momentanee verrebbero sfruttate per ampliare la capacità di mobilitazione  per esercitare pressione o destabilizzare governi occidentali percepiti come conservatori. Secondo questo scenario, nel lungo periodo tale dinamica potrebbe trasformarsi in un “autogol” per le stesse forze progressiste. In società occidentali con una presenza musulmana sempre più consistente, la difesa della laicità – storicamente una delle principali bandiere ideologiche della sinistra – potrebbe entrare in tensione con la volontà di favorire integrazione e riconoscimento delle identità religiose. Questo rischio, secondo i critici, deriverebbe proprio dal tentativo di conciliare principi laici universali con alleanze politiche o sociali costruite nel breve periodo.

domenica 8 marzo 2026

Con quali “occhiali” analizziamo lo scenario?


 Io non sono un professore universitario né un opinionista da talk show. Non scrivo su grandi testate e non sono affiliato ad alcuna area politica. Proprio per questo mi considero libero: libero da appartenenze, da vincoli ideologici e da interessi di parte.

Osservando il dibattito pubblico, però, vedo giornalisti, leader politici e commentatori immersi in una grande confusione, talvolta persino in una sorta di delirio interpretativo.

Siamo tutti comprensibilmente preoccupati per ciò che sta accadendo in Medio Oriente e per il rischio che il conflitto possa estendersi. Cerchiamo chiavi di lettura per comprendere gli eventi: individuiamo cause, responsabilità, rischi geopolitici e possibili scenari futuri.

Eppure, sia nel mondo conservatore sia in quello liberal, fatichiamo a produrre un’analisi realmente lucida. Le nostre interpretazioni sono spesso influenzate dalla cultura occidentale, laica e cristiana, che utilizziamo come lente interpretativa universale.

Così finiamo per spiegare tutto attraverso schemi geopolitici classici: Russia, Stati Uniti e Cina come grandi attori; il controllo delle risorse strategiche come chiave interpretativa dominante. In questo quadro l’Europa appare spesso come la grande assente, incapace di proporre una visione strategica autonoma.

La verità è che la civiltà occidentale, ormai stanca e in parte decadente, fatica sempre più a decodificare fenomeni che non rientrano nelle sue categorie culturali. Ci si arrocca nelle proprie convinzioni politiche o religiose, trasformandole in certezze indiscutibili, e si rinuncia al vero esercizio critico: mettere in dubbio ciò che pensiamo e porci domande scomode.

Per questo provo a proporre una chiave di lettura diversa.

Dopo l’aggressione russa all’Ucraina, Stati Uniti ed Europa hanno sostenuto il diritto dell’Ucraina a difendersi, fornendo armi e supporto politico. Tuttavia non è mai stato affrontato seriamente il tema di come gestire i territori contesi attraverso strumenti di autonomia o soluzioni istituzionali già sperimentate in Europa.

Le leadership occidentali, in nome di un diritto internazionale spesso evocato ma poco efficace nella pratica, hanno continuato a sostenere lo sforzo bellico ucraino senza spingere realmente verso una trattativa sui territori. Il risultato è stato uno stallo.

Le sanzioni hanno colpito soprattutto le popolazioni più che le élite politiche russe. Nel frattempo qualcuno ha certamente tratto beneficio dal prolungamento del conflitto: l’industria degli armamenti.

L’Occidente, concentrato sul principio del diritto internazionale e sulla condanna dell’aggressione russa, ha finito per inseguire una pace ideale ma difficilmente realizzabile invece di favorire una pace imperfetta ma possibile. Solo più recentemente sono emersi approcci più pragmatici.

Nel frattempo la Russia ha continuato ad avanzare sul terreno, mentre le leadership occidentali sono rimaste ancorate a principi giuridici incapaci di incidere sugli equilibri reali.

Putin, naturalmente, non è rimasto passivo. L’ostilità dell’Occidente a trattare direttamente con lui ha contribuito a produrre una seconda anomalia geopolitica: l’apertura di un nuovo fronte in Medio Oriente.

L’Iran, già fornitore di droni alla Russia e interessato ad aumentare la pressione sull’Occidente, ha rafforzato il sostegno ai propri alleati regionali — Hezbollah e Hamas — spingendoli ad assumere un’iniziativa contro Israele.

In Occidente si è spesso dimenticato che l’“orologio della distruzione di Israele” installato a Teheran rappresentava non una semplice provocazione simbolica ma un vero programma politico della leadership iraniana guidata da Ali Khamenei.

Il 7 ottobre 2023 segna quindi l’apertura concreta di un nuovo fronte strategico.

Nel frattempo l’Iran ha continuato a perseguire il proprio obiettivo strategico: ottenere l’arma nucleare. Lo ha fatto attraverso una diplomazia abile che ha saputo dialogare con le amministrazioni occidentali guadagnando tempo, mentre con il supporto tecnologico e militare di Russia e Cina ha rafforzato il proprio arsenale missilistico.

Le diplomazie occidentali hanno spesso concentrato l’attenzione sull’accusa di genocidio rivolta al governo israeliano, discutendo soprattutto delle conseguenze della destabilizzazione del Medio Oriente piuttosto che delle sue cause profonde: la strategia regionale dell’Iran.

Invece di affrontare la causa, si è cercato di gestire l’effetto.

Ma anche il mondo conservatore non è riuscito a interpretare correttamente la situazione. Molti leader parlano genericamente di soluzioni diplomatiche senza aver compreso fino in fondo la natura del contesto mediorientale, applicando agli scenari Russia-Ucraina e Israele-Iran la stessa metodologia diplomatica.

Ed è proprio qui l’errore.

Nel conflitto russo-ucraino una diplomazia inefficace produce devastazione e stallo militare. Nel contesto mediorientale, invece, la stessa impostazione rischia di produrre l’effetto opposto: l’espansione del conflitto.

Per comprenderlo bisogna cambiare i criteri di lettura geopolitica.

Il conflitto russo-ucraino è in larga parte una contesa territoriale tra popolazioni che condividono una matrice culturale e religiosa comune. Per quanto drammatico, questo tipo di conflitto rientra nella storia delle dispute territoriali europee e spesso trova soluzione attraverso compromessi politici.

Il contesto mediorientale è radicalmente diverso.

Qui il nodo non è solo territoriale. Alla base del conflitto vi è la mancata accettazione, da parte di ampie componenti del mondo arabo, della nascita dello Stato di Israele dopo la spartizione della Palestina nel 1948.

Chi vuole comprendere ciò che accade deve quindi cambiare prospettiva e cercare di comprendere il sistema di pensiero dominante nel mondo arabo-musulmano.

La società musulmana è caratterizzata da una forte identità religiosa nella quale religione e politica sono profondamente intrecciate. I comportamenti sociali, le norme e le visioni politiche sono fortemente influenzati dagli insegnamenti del Corano e dalla tradizione giuridico-religiosa islamica.

Le analisi occidentali spesso non riescono a cogliere questa dimensione. Di conseguenza molte iniziative politiche e diplomatiche finiscono per impantanarsi in un terreno che non comprendiamo davvero.

Per comprendere ciò che sta accadendo — e ciò che potrebbe accadere — è quindi necessario studiare il pensiero politico islamico e, in particolare, comprendere le differenze tra il mondo sunnita e quello sciita.

Solo partendo da questa comprensione è possibile interpretare correttamente gli eventi e immaginare strategie politiche realmente efficaci.


mercoledì 4 marzo 2026

Votare SI per minimizzare le influenze politiche-sorteggio

 



🔥 Articolo 104 – Magistratura e CSM: cosa cambia davvero?

La riforma è netta.
La Magistratura viene strutturata in due carriere distinte:

⚖️ Carriera giudicante
⚖️ Carriera requirente

E non solo

Nascono due Consigli Superiori della Magistratura separati, con una novità decisiva:
👉 i componenti non saranno più eletti, ma sorteggiati.

Questo significa una cosa precisa:
stop alle logiche correntizie.
Stop al CSM “politico-elettivo”.

La separazione tra giudicanti e requirenti diventa totale.
I Vicepresidenti vengono eletti internamente.
Il divieto di rieleggibilità resta confermato.

L’obiettivo?
Un sistema meno influenzato dalle dinamiche interne e politiche.

🔥 Magistratura indipendente? Guardiamo come viene scelto il CSM.

Oggi i 20 magistrati del Consiglio Superiore della Magistratura sono eletti direttamente dai magistrati.
Fin qui tutto bene? Non proprio.

Perché nella magistratura esistono correnti organizzate:

Magistratura Democratica

Magistratura Indipendente
Unicost
e altre.

Correnti che rappresentano sensibilità culturali e politiche diverse.

Domanda semplice:
se i magistrati sono davvero indipendenti, perché organizzarsi in correnti con orientamenti ideologici?

Il risultato è evidente.

➡️ I magistrati votano i membri togati del CSM.
➡️ I magistrati appartengono a correnti organizzate.
➡️ Le correnti orientano il voto.

E non finisce qui.

Il restante dei membri del CSM viene eletto dal Parlamento, cioè da un organo politico, composto da maggioranze politiche.

Tradotto:
il sistema di autogoverno della magistratura nasce da dinamiche elettive e correntizie.

🔥 La riforma dell’articolo 104 cambia radicalmente questo meccanismo.

separazione tra carriera giudicante e carriera requirente

due CSM distinti
componenti sorteggiati, non più eletti

Il principio è semplice:

👉 meno logiche di corrente
👉 meno influenza politica
👉 più casualità nella selezione
👉 più indipendenza reale

Il sorteggio rompe il circuito elettivo che alimenta il potere delle correnti.

Non è un dettaglio tecnico.

È un cambio di paradigma nell’autogoverno della magistratura.

Una magistratura che giudica deve essere libera da appartenenze, correnti e logiche di potere.

⚖️ Più indipendenza.
Più imparzialità.
Più garanzie per i cittadini.

#Articolo104 #RiformaCSM #Magistratura #SeparazioneCarriere #StatoDiDiritto #RiformaGiustizia

Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026

VOTA SI 

lunedì 2 marzo 2026

Alta Corte Disciplinare vota SI Art. 105

 


La riforma dell’articolo 105 rafforza l’autogoverno della magistratura rendendolo più chiaro, equilibrato e credibile. La gestione separata delle carriere elimina sovrapposizioni e ambiguità, aumentando trasparenza e responsabilità. L’uscita della funzione disciplinare dal CSM e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare con composizione mista riducono il rischio di corporativismo e autoreferenzialità. 

I criteri di nomina bilanciati e il doppio grado interno di giudizio rafforzano le garanzie di imparzialità. Nel complesso, la riforma migliora i pesi e contrappesi istituzionali e accresce la fiducia dei cittadini nel sistema disciplinare e nello Stato di diritto.

LA RIFORMA RIDUCE I RISCHI DI:

Commistione dei ruoli tra chi governa le carriere e chi esercita il potere disciplinare

Corporativismo e chiusura autoreferenziale del sistema di autogoverno

Conflitti di interesse interni, con magistrati che giudicano disciplinarmente colleghi appartenenti alle stesse correnti

Condizionamenti correntizi nelle decisioni su carriere e sanzioni

Percezione di impunità o di giustizia “interna” poco credibile

Perdita di fiducia dei cittadini nel sistema disciplinare della magistratura

la riforma riduce il rischio di autocontrollo non imparziale del potere giudiziario

Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026

VOTA SI 

Perché votare SI. La separazione delle carriere riduce il rischio di perdita di imparzialità del Giudice Art.102

 


Articolo 102 – Funzione giurisdizionale: una svolta costituzionale

Nel testo riformato, le norme sull’ordinamento giudiziario segnano un cambio di paradigma:
👉 magistrati giudicanti
👉 magistrati requirenti

Due carriere distinte, finalmente riconosciute a livello costituzionale.

🔎 Fino ad oggi la separazione delle carriere era solo ordinamentale e politica, quindi reversibile e affidata alla legislazione ordinaria.
📜 Con la riforma, invece, entra nel cuore della Costituzione.

💡 Cosa significa, in concreto?

                                                             maggiore chiarezza dei ruoli
                                         rafforzamento del principio di terzietà del giudice
                           un assetto più coerente con i modelli delle principali democrazie europee

Una riforma che non è solo tecnica, ma culturale e istituzionale.
Che piaccia o no, segna un punto di non ritorno nel dibattito sulla giustizia in Italia.

👉 Tema complesso. Impatto enorme. Discussione aperta.

#Articolo102 #FunzioneGiurisdizionale #RiformaCostituzionale #SeparazioneDelleCarriere #Giustizia #Costituzione #StatoDiDiritto

In presenza di una carriera unica, il giudice che opera nella funzione di pubblica accusa potrebbe, in modo illecito, omettere prove rilevanti, incidere sui tempi del procedimento attraverso ritardi o accelerazioni anomale, selezionare in modo discrezionale gli atti da acquisire o escludere e forzare la valutazione della loro rilevanza. Potrebbe inoltre costruire un impianto accusatorio debole ma mediaticamente esposto, oppure mantenere volutamente aree di ambiguità utili a esercitare pressione psicologica su singoli soggetti, anche di rilievo politico. Successivamente, assumendo il ruolo di giudice giudicante, potrebbe sfruttare tali informazioni manipolate a vantaggio o svantaggio di una delle parti politiche.

La separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante è uno strumento volto a rafforzare l’indipendenza e l’imparzialità del sistema giudiziario. Distinguendo in modo netto chi esercita l’azione penale da chi giudica, si evita la commistione dei ruoli e si riduce il rischio che il giudice sia influenzato da scelte investigative o accusatorie compiute in una fase precedente del procedimento. Il giudice, non avendo partecipato alla costruzione dell’accusa né prospettive di carriera legate alla funzione requirente, può valutare i fatti e le prove con maggiore neutralità.

La separazione delle carriere contribuisce inoltre a prevenire conflitti di interesse strutturali, eliminando la possibilità che un magistrato si trovi a giudicare procedimenti che ha in qualche modo orientato o seguito in passato. In questo assetto, il pubblico ministero assume pienamente il ruolo di parte processuale, mentre il giudice rimane un terzo effettivo, rafforzando l’equilibrio tra accusa e difesa e la qualità del contraddittorio.

Infine, la chiarezza dei ruoli accresce la fiducia dei cittadini nella giustizia, poiché rende più trasparente l’esercizio del potere giudiziario e più credibile l’indipendenza del giudice. In questo senso, la separazione delle carriere non indebolisce l’autonomia della magistratura, ma ne rafforza la legittimazione democratica e la percezione di imparzialità.


Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026

VOTATE SI

 

martedì 27 gennaio 2026

La Verità, quale?

 



Dalla Genesi al dibattito politico

Nel racconto della Genesi (3:12–13) accade qualcosa di apparentemente semplice e allo stesso tempo dirompente:
tutti dicono la verità.

Adamo dice il vero: la donna gli è stata posta accanto e da lei ha ricevuto il frutto. Eva dice il vero: è stata sedotta dal serpente. Il serpente, a sua volta, agisce secondo la propria natura. Eppure, nonostante la verità di ciascuno, il risultato è la frattura.

Qui emerge un punto cruciale: la verità non è falsa, è parziale. È vera dalla prospettiva di chi parla. Dio stesso, che conosce già l’esito degli eventi, chiede ad Adamo: «Dove sei?». Non è una richiesta di informazione, ma un invito alla presa di coscienza. La verità non viene negata, viene messa in relazione.

La prospettiva come fondamento della verità. Adamo non ha motivo di diffidare della donna: gli è stata posta accanto dal Creatore. Eva non ha motivo di diffidare del serpente: è una creatura dello stesso Creatore, inserita in un mondo che fino a quel momento era “buono”. Se il mondo è buono, perché dubitare?

Da qui nasce una lettura radicale: forse la prova non era l’obbedienza, ma il diritto di sbagliare per apprendere.
Non una colpa morale, ma un passaggio evolutivo della coscienza. Il peccato originale, in questa prospettiva, non è la disobbedienza, ma l’uscita dall’innocenza dell’unica verità. Dalla Genesi alla politica: tutti hanno ragione (e tutti sbagliano).

Nel dibattito politico accade esattamente lo stesso.

  • Ogni attore politico racconta la sua verità
  • Ogni elettore riconosce come vera la narrazione che coincide con la propria esperienza
  • Ogni parte accusa l’altra di mentire

Ma, come Adamo ed Eva, spesso dicono il vero.
Il problema non è la menzogna, è la parzialità elevata ad assoluto. La politica moderna non vive di falsità totali, ma di verità incomplete presentate come totali.

Ecco perché:

  • una riforma può essere “giusta” per alcuni e “ingiusta” per altri
  • una decisione economica può essere necessaria e allo stesso tempo distruttiva
  • una misura di sicurezza può proteggere e contemporaneamente opprimere

Tutte queste affermazioni possono essere vere nello stesso momento, se osservate da prospettive diverse.  Il problema politico non è la verità, ma l’ottica. Quando una parte politica dice: “Questa è LA verità” sta facendo lo stesso errore di Adamo quando si ferma alla donna, e di Eva quando si ferma al frutto.

La politica fallisce quando:

  • si isola il singolo evento
  • si ignora la catena delle cause
  • si rifiuta la complessità

In questo senso, la propaganda non è una menzogna: è una verità amputata del contesto. La Verità come sintesi, non come bandiera

La conclusione è il cuore del discorso: Non esiste più la mia verità o la sua verità, ma la VERITÀ come sintesi dell’insieme.  Applicata alla politica, questa affermazione è rivoluzionaria perché:

  • nega la logica amico/nemico
  • smonta il moralismo politico
  • obbliga a guardare le dinamiche, non solo gli attori

Adamo deve imparare a vedere con gli occhi di Eva. Eva deve imparare a vedere l’insieme, non solo il frutto.

Allo stesso modo:

  • il governo deve vedere con gli occhi di chi subisce le decisioni
  • l’opposizione deve vedere con gli occhi di chi governa
  • il cittadino deve uscire dalla comfort zone della propria narrazione

Conclusione: una politica della coscienza

La Verità, come nella Genesi, non è data, ma si costruisce.
È il risultato di:

  • ascolto
  • integrazione delle prospettive
  • rinuncia all’assoluto

Ogni circostanza ha più letture, quindi più verità.  Ma solo chi accetta di non possedere la verità, può avvicinarsi ad essa. La vera crisi politica del nostro tempo non è la mancanza di verità, ma la mancanza di coscienza capace di sintetizzarle. E forse, come allora, non stiamo pagando una colpa, ma stiamo attraversando — dolorosamente —
un nuovo passaggio evolutivo della coscienza collettiva.

 

giovedì 22 gennaio 2026

ONU E L'IMPOSSIBILITA' DI GARANTIRE LA PACE Parte I

 


 All’indomani della Seconda guerra mondiale, la penisola coreana viene liberata dal dominio giapponese, ma la pace non porta all’unità. Il territorio resta diviso lungo una linea destinata a segnare la storia del Novecento: il 38º parallelo. A nord si consolida un regime comunista sotto l’influenza sovietica, mentre a sud nasce un governo filo-occidentale sostenuto dagli Stati Uniti. Quella che doveva essere una separazione temporanea si trasforma rapidamente in una delle prime e più nette frontiere ideologiche della Guerra Fredda.

Il 25 giugno 1950 la tensione esplode: la Corea del Nord lancia un’offensiva militare contro il Sud con l’obiettivo di unificare il Paese sotto il comunismo. Washington, sotto l'amministrazione democratica di Harry S. Truman, reagisce immediatamente, evitando però una dichiarazione formale di guerra. Gli Stati Uniti ottengono una risoluzione delle Nazioni Unite e assumono la guida di una coalizione militare internazionale. La guerra di Corea nasce così come un conflitto regionale, ma si trasforma rapidamente in uno scontro globale tra blocchi contrapposti.

Da un lato si schierano la Corea del Sud, gli Stati Uniti – forza militare dominante – e contingenti ONU provenienti da diversi Paesi, tra cui Regno Unito, Turchia, Canada e Australia. Dall’altro, la Corea del Nord può contare sull’intervento massiccio della Cina comunista e sul sostegno logistico e politico dell’Unione Sovietica. Nel 1953 le ostilità si fermano con la firma di un armistizio, ma non di un trattato di pace: la guerra termina senza una vera conclusione politica, lasciando la penisola coreana ancora divisa.

Uno schema simile si ripete pochi anni dopo nel Sud-Est asiatico. Con la fine del colonialismo francese in Indocina, anche il Vietnam viene spezzato in due: a nord un governo comunista guidato da Ho Chi Minh, a sud un regime filo-occidentale sostenuto dagli Stati Uniti. Il confine, fissato provvisoriamente lungo il 17º parallelo, diventa presto un’altra linea di frattura della Guerra Fredda.

Gli Stati Uniti temono l’“effetto domino”: la caduta del Vietnam sotto il comunismo potrebbe trascinare con sé l’intera regione. In un primo momento Washington limita il proprio coinvolgimento all’invio di consiglieri militari, armi e programmi di addestramento. Ma dopo l’Incidente del Golfo del Tonchino, nel 1964, il Congresso a guida repubblicana, concede al Presidente,  Dwight D. Eisenhower poteri militari straordinari. Inizia così il coinvolgimento diretto degli USA, che durerà fino al 1973, ancora una volta senza una dichiarazione ufficiale di guerra.

Il conflitto oppone il Vietnam del Nord e la guerriglia comunista del Viet Cong, sostenuti da Unione Sovietica e Cina, al Vietnam del Sud, affiancato dagli Stati Uniti e da alcuni alleati minori come Australia e Corea del Sud. È una guerra atipica, combattuta soprattutto nella giungla, fatta di imboscate, tunnel sotterranei e trappole, con un uso massiccio di bombardamenti aerei e armi chimiche come il napalm e l’agente arancio. Il nemico è spesso invisibile e si confonde con la popolazione civile, rendendo il conflitto logorante e difficile da controllare. La guerra prosegue sotto altre amministrazioni,  John F. Kennedy democratico, Lyndon B. Johnson democratico, proseguendo con Richard Nixon e Gerald Ford, repubblicani.

Nel 1973 gli accordi di Parigi sanciscono il ritiro delle truppe statunitensi. Due anni dopo, nel 1975, la caduta di Saigon segna la vittoria definitiva del Vietnam del Nord e la riunificazione del Paese sotto un governo comunista. Gli Stati Uniti non vengono sconfitti sul campo in senso stretto, ma escono dal conflitto politicamente e strategicamente battuti, con profonde conseguenze sulla loro politica estera e sulla fiducia dell’opinione pubblica.

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Tra le “fobie” costruite o amplificate in questo periodo, l’islamofobia è reale. Parte III

  “Il nemico del mio nemico è mio amico” rappresenta una chiave interpretativa utile per comprendere alcune dinamiche politiche del Medio ...