sabato 21 marzo 2026

Tagliare la testa del serpente.



Iran, Occidente e Medio Oriente: una guerra diversa da quelle europee

Il possibile conflitto con l’Iran non può essere analizzato con le stesse categorie con cui, in Occidente, leggiamo la guerra tra Russia e Ucraina. Applicare gli stessi schemi interpretativi ai conflitti del Medio Oriente significa non comprendere la natura profonda di quella regione: la cultura e la religione.

In Europa, come in molte guerre moderne, il conflitto è prevalentemente territoriale e strategico: confini, sicurezza, influenza militare. In Medio Oriente, invece, la dimensione territoriale è solo una parte del problema. La vera posta in gioco riguarda l’equilibrio di potere tra visioni religiose e politiche del mondo.

Il primo livello di conflitto è interno all’Islam stesso: la rivalità tra sciiti e sunniti, che si contendono leadership religiosa e influenza geopolitica nella regione. Ma su questo scontro orizzontale se ne innesta un altro, più profondo: quello tra l’universo politico islamico e l’Occidente di matrice giudaico-cristiana e laica.

Questo scenario ricorda, per certi aspetti, le grandi guerre religiose europee del passato. In particolare la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), che devastò il continente dopo la frattura tra cattolici e protestanti prodotta dalla Riforma.

Quel conflitto si concluse con la Pace di Westfalia del 1648, che sancì un principio destinato a cambiare l’Europa: la religione del sovrano avrebbe determinato quella dei sudditi. Fu un passaggio decisivo verso la nascita degli Stati moderni e di una diplomazia capace di gestire differenze religiose senza trasformarle necessariamente in guerre permanenti.

Il dialogo interreligioso contemporaneo non rappresenta una vera convergenza teologica tra religioni diverse. Piuttosto è il riconoscimento politico che esistono visioni del mondo differenti e che la convivenza richiede strumenti diplomatici.

Si aggiunga che alla base del conflitto tra cristiani cattolici e protestanti c’era il messaggio di “Gesù Cristo” universalmente orientato alla pace ed all’amore tra fratelli e per l’umanità, cosa che ha costretto le rispettive leadership religiose a prendere atto che la guerra non era per Cristo, ma per i principi ed i Re: La religione del sovrano avrebbe determinato quella dei sudditi.

L’Iran e la dimensione ideologica del conflitto

Nel Medio Oriente contemporaneo l’Repubblica Islamica dell’Iran si propone come principale potenza del mondo sciita e come attore centrale nello scontro geopolitico regionale.

La leadership iraniana non agisce soltanto in termini di equilibrio strategico ma anche sulla base di una visione ideologica e religiosa che mira a espandere la propria influenza politica nella regione. Gli sciiti ritengono di essere i discendenti della famiglia di Maometto e quindi di avere una speciale autorità spirituale e politica sulla comunità musulmana e considerano i musulmani sunniti eretici privi della medesima autorità. Inoltre danno grande importanza al culto dei martiri.

In questo contesto non possiamo ignorare che l’Islam significa sottomissione ad Allah e coerentemente con il suo inizio e sviluppo la sua missione è sottomettere il mondo ad Allah e sopprimere gli infedeli; la Jihād (guerra santa) è parte della dottrina islamica come insegna il Corano e la storia passata e presente dell’islamizzazione sia con le armi che con la leva demografica.

In questo quadro, il programma nucleare iraniano deve essere interpretato non come una semplice questione di indipendenza energetica, ma come uno strumento per esercitare la pressione sugli ebrei ed i cristiani e le società dominate dai valori giudeo-cristiani oltre che laici. Quindi Per molti governi/monarchie della penisola arabica (sunnite e wahabita) come per Israele la ricerca del nucleare da parte dell’Iran rappresenta uno strumento potenziale di deterrenza e di pressione geopolitica capace di alterare gli equilibri regionali.

I limiti della diplomazia occidentale

Negli ultimi decenni le diplomazie occidentali, sia conservative sia liberal, hanno cercato di gestire il confronto con Teheran utilizzando strumenti diplomatici tipici delle società occidentali.

Questo approccio ha spesso ignorato la dimensione ideologica e teocratica del sistema politico iraniano e gli obiettivi dichiarati di leadership sul mondo musulmano considerando eretici i sunniti, e infedeli le società cristiane e Israele da convertire o sottomettere.

Infatti per questa ideologia dell’islam politico in Medio Oriente la diplomazia non produce soluzioni definitive. Più spesso genera tregue, temporanee, pause secondo l’insegnamento e l’esempio di Maometto, che permettono agli attori regionali di riorganizzarsi e ridefinire i propri equilibri di forza.

Non possiamo ignorare che coerentemente con gli obiettivi religiosi e politici dichiarati dagli ayatollah iraniani la Repubblica Islamica destabilizza il medio oriente finanziando ed armando gruppi terroristici quali HAMAS a Gaza e nei territori affidati all’Autorità Palestinese, Hezbollah in Sira e Libano e Huthi nello Yemen ed associazione Palestinesi in Europa e i Leader della sinistra europea con la scusa del sostegno al presunto popolo palestinese in chiave antisraeliana.

La logica della guerra preventiva

Alla luce di queste dinamiche, ritengo che l’azione militare preventiva contro l’Iran da parte di Israele e degli Stati Uniti sia  da considerare strategicamente necessaria ed opportuna.

Secondo questa mia analisi, la combinazione tra diplomazia inefficace e capacità negoziale della leadership iraniana avrebbe potuto portare, nel lungo periodo, al raggiungimento di una piena capacità nucleare da parte di Teheran utilizzabile per destabilizzare in modo definitivo il medio oriente e l’occidente.

In questo scenario, la distruzione delle capacità militari iraniane – in particolare missili e infrastrutture strategiche, reattori ecc, e l’uccisione delle leadership politiche -religiose iraniane  – è da interpretare come un tentativo di evitare un punto di non ritorno capace di destabilizzare l’intero sistema regionale ed europeo. Tagliare la testa del serpente.

 

 


sabato 14 marzo 2026

Articolo seconda pagina del tempo del 14/03/2026 sulla questione delle moschee in italia


"Gli articoli descrivono due fenomeni collegati alle tensioni geopolitiche e ideologiche legate al mondo sciita e all’influenza iraniana, con possibili riflessi anche nelle società occidentali. Il primo servizio racconta le celebrazioni organizzate nella moschea sciita di Roma e in altre comunità islamiche in Italia in memoria dell’ayatollah Ali Khamenei. Durante le commemorazioni, caratterizzate da preghiere e immagini della Guida Suprema iraniana, alcuni leader religiosi hanno esaltato il “martirio” della figura e auspicato che il figlio Mojtaba ne continui il percorso religioso e politico. L’articolo evidenzia la presenza in Italia di una rete di centri culturali e religiosi sciiti con legami culturali e spirituali con l’Iran, presenti in diverse città. Pur rappresentando una minoranza nell’islam italiano, queste comunità mantengono connessioni ideologiche con il contesto politico-religioso iraniano. Il secondo articolo affronta il tema della sicurezza internazionale. Negli Stati Uniti emergono segnali di possibili “lupi solitari” e cellule dormienti ispirate da gruppi radicali filo-iraniani. Un nuovo gruppo ha rivendicato attacchi contro sinagoghe europee, mentre propaganda online e messaggi criptati alimentano narrazioni di vendetta e mobilitazione".

In questo contesto  osservo che queste dinamiche costituiscono un’ambiguità politica più ampia. Movimenti della sinistra radicale possono diventare, talvolta inconsapevolmente, una sorta di “Cavallo di Troia” attraverso cui attori ideologici o geopolitici esterni riescono a inserirsi nelle mobilitazioni sociali occidentali. L’ambiguità nasce dal fatto che i movimenti islamisti esprimono valori spesso opposti a quelli tradizionalmente difesi dalla sinistra – come la tutela dei diritti delle donne o delle comunità omosessuali – ma possono comunque trovare spazio nelle stesse mobilitazioni politiche e nelle proteste di piazza. In questa prospettiva, tali alleanze tattiche o convergenze momentanee verrebbero sfruttate per ampliare la capacità di mobilitazione  per esercitare pressione o destabilizzare governi occidentali percepiti come conservatori. Secondo questo scenario, nel lungo periodo tale dinamica potrebbe trasformarsi in un “autogol” per le stesse forze progressiste. In società occidentali con una presenza musulmana sempre più consistente, la difesa della laicità – storicamente una delle principali bandiere ideologiche della sinistra – potrebbe entrare in tensione con la volontà di favorire integrazione e riconoscimento delle identità religiose. Questo rischio, secondo i critici, deriverebbe proprio dal tentativo di conciliare principi laici universali con alleanze politiche o sociali costruite nel breve periodo.

domenica 8 marzo 2026

Con quali “occhiali” analizziamo lo scenario?


 Io non sono un professore universitario né un opinionista da talk show. Non scrivo su grandi testate e non sono affiliato ad alcuna area politica. Proprio per questo mi considero libero: libero da appartenenze, da vincoli ideologici e da interessi di parte.

Osservando il dibattito pubblico, però, vedo giornalisti, leader politici e commentatori immersi in una grande confusione, talvolta persino in una sorta di delirio interpretativo.

Siamo tutti comprensibilmente preoccupati per ciò che sta accadendo in Medio Oriente e per il rischio che il conflitto possa estendersi. Cerchiamo chiavi di lettura per comprendere gli eventi: individuiamo cause, responsabilità, rischi geopolitici e possibili scenari futuri.

Eppure, sia nel mondo conservatore sia in quello liberal, fatichiamo a produrre un’analisi realmente lucida. Le nostre interpretazioni sono spesso influenzate dalla cultura occidentale, laica e cristiana, che utilizziamo come lente interpretativa universale.

Così finiamo per spiegare tutto attraverso schemi geopolitici classici: Russia, Stati Uniti e Cina come grandi attori; il controllo delle risorse strategiche come chiave interpretativa dominante. In questo quadro l’Europa appare spesso come la grande assente, incapace di proporre una visione strategica autonoma.

La verità è che la civiltà occidentale, ormai stanca e in parte decadente, fatica sempre più a decodificare fenomeni che non rientrano nelle sue categorie culturali. Ci si arrocca nelle proprie convinzioni politiche o religiose, trasformandole in certezze indiscutibili, e si rinuncia al vero esercizio critico: mettere in dubbio ciò che pensiamo e porci domande scomode.

Per questo provo a proporre una chiave di lettura diversa.

Dopo l’aggressione russa all’Ucraina, Stati Uniti ed Europa hanno sostenuto il diritto dell’Ucraina a difendersi, fornendo armi e supporto politico. Tuttavia non è mai stato affrontato seriamente il tema di come gestire i territori contesi attraverso strumenti di autonomia o soluzioni istituzionali già sperimentate in Europa.

Le leadership occidentali, in nome di un diritto internazionale spesso evocato ma poco efficace nella pratica, hanno continuato a sostenere lo sforzo bellico ucraino senza spingere realmente verso una trattativa sui territori. Il risultato è stato uno stallo.

Le sanzioni hanno colpito soprattutto le popolazioni più che le élite politiche russe. Nel frattempo qualcuno ha certamente tratto beneficio dal prolungamento del conflitto: l’industria degli armamenti.

L’Occidente, concentrato sul principio del diritto internazionale e sulla condanna dell’aggressione russa, ha finito per inseguire una pace ideale ma difficilmente realizzabile invece di favorire una pace imperfetta ma possibile. Solo più recentemente sono emersi approcci più pragmatici.

Nel frattempo la Russia ha continuato ad avanzare sul terreno, mentre le leadership occidentali sono rimaste ancorate a principi giuridici incapaci di incidere sugli equilibri reali.

Putin, naturalmente, non è rimasto passivo. L’ostilità dell’Occidente a trattare direttamente con lui ha contribuito a produrre una seconda anomalia geopolitica: l’apertura di un nuovo fronte in Medio Oriente.

L’Iran, già fornitore di droni alla Russia e interessato ad aumentare la pressione sull’Occidente, ha rafforzato il sostegno ai propri alleati regionali — Hezbollah e Hamas — spingendoli ad assumere un’iniziativa contro Israele.

In Occidente si è spesso dimenticato che l’“orologio della distruzione di Israele” installato a Teheran rappresentava non una semplice provocazione simbolica ma un vero programma politico della leadership iraniana guidata da Ali Khamenei.

Il 7 ottobre 2023 segna quindi l’apertura concreta di un nuovo fronte strategico.

Nel frattempo l’Iran ha continuato a perseguire il proprio obiettivo strategico: ottenere l’arma nucleare. Lo ha fatto attraverso una diplomazia abile che ha saputo dialogare con le amministrazioni occidentali guadagnando tempo, mentre con il supporto tecnologico e militare di Russia e Cina ha rafforzato il proprio arsenale missilistico.

Le diplomazie occidentali hanno spesso concentrato l’attenzione sull’accusa di genocidio rivolta al governo israeliano, discutendo soprattutto delle conseguenze della destabilizzazione del Medio Oriente piuttosto che delle sue cause profonde: la strategia regionale dell’Iran.

Invece di affrontare la causa, si è cercato di gestire l’effetto.

Ma anche il mondo conservatore non è riuscito a interpretare correttamente la situazione. Molti leader parlano genericamente di soluzioni diplomatiche senza aver compreso fino in fondo la natura del contesto mediorientale, applicando agli scenari Russia-Ucraina e Israele-Iran la stessa metodologia diplomatica.

Ed è proprio qui l’errore.

Nel conflitto russo-ucraino una diplomazia inefficace produce devastazione e stallo militare. Nel contesto mediorientale, invece, la stessa impostazione rischia di produrre l’effetto opposto: l’espansione del conflitto.

Per comprenderlo bisogna cambiare i criteri di lettura geopolitica.

Il conflitto russo-ucraino è in larga parte una contesa territoriale tra popolazioni che condividono una matrice culturale e religiosa comune. Per quanto drammatico, questo tipo di conflitto rientra nella storia delle dispute territoriali europee e spesso trova soluzione attraverso compromessi politici.

Il contesto mediorientale è radicalmente diverso.

Qui il nodo non è solo territoriale. Alla base del conflitto vi è la mancata accettazione, da parte di ampie componenti del mondo arabo, della nascita dello Stato di Israele dopo la spartizione della Palestina nel 1948.

Chi vuole comprendere ciò che accade deve quindi cambiare prospettiva e cercare di comprendere il sistema di pensiero dominante nel mondo arabo-musulmano.

La società musulmana è caratterizzata da una forte identità religiosa nella quale religione e politica sono profondamente intrecciate. I comportamenti sociali, le norme e le visioni politiche sono fortemente influenzati dagli insegnamenti del Corano e dalla tradizione giuridico-religiosa islamica.

Le analisi occidentali spesso non riescono a cogliere questa dimensione. Di conseguenza molte iniziative politiche e diplomatiche finiscono per impantanarsi in un terreno che non comprendiamo davvero.

Per comprendere ciò che sta accadendo — e ciò che potrebbe accadere — è quindi necessario studiare il pensiero politico islamico e, in particolare, comprendere le differenze tra il mondo sunnita e quello sciita.

Solo partendo da questa comprensione è possibile interpretare correttamente gli eventi e immaginare strategie politiche realmente efficaci.


mercoledì 4 marzo 2026

Votare SI per minimizzare le influenze politiche-sorteggio

 



🔥 Articolo 104 – Magistratura e CSM: cosa cambia davvero?

La riforma è netta.
La Magistratura viene strutturata in due carriere distinte:

⚖️ Carriera giudicante
⚖️ Carriera requirente

E non solo

Nascono due Consigli Superiori della Magistratura separati, con una novità decisiva:
👉 i componenti non saranno più eletti, ma sorteggiati.

Questo significa una cosa precisa:
stop alle logiche correntizie.
Stop al CSM “politico-elettivo”.

La separazione tra giudicanti e requirenti diventa totale.
I Vicepresidenti vengono eletti internamente.
Il divieto di rieleggibilità resta confermato.

L’obiettivo?
Un sistema meno influenzato dalle dinamiche interne e politiche.

🔥 Magistratura indipendente? Guardiamo come viene scelto il CSM.

Oggi i 20 magistrati del Consiglio Superiore della Magistratura sono eletti direttamente dai magistrati.
Fin qui tutto bene? Non proprio.

Perché nella magistratura esistono correnti organizzate:

Magistratura Democratica

Magistratura Indipendente
Unicost
e altre.

Correnti che rappresentano sensibilità culturali e politiche diverse.

Domanda semplice:
se i magistrati sono davvero indipendenti, perché organizzarsi in correnti con orientamenti ideologici?

Il risultato è evidente.

➡️ I magistrati votano i membri togati del CSM.
➡️ I magistrati appartengono a correnti organizzate.
➡️ Le correnti orientano il voto.

E non finisce qui.

Il restante dei membri del CSM viene eletto dal Parlamento, cioè da un organo politico, composto da maggioranze politiche.

Tradotto:
il sistema di autogoverno della magistratura nasce da dinamiche elettive e correntizie.

🔥 La riforma dell’articolo 104 cambia radicalmente questo meccanismo.

separazione tra carriera giudicante e carriera requirente

due CSM distinti
componenti sorteggiati, non più eletti

Il principio è semplice:

👉 meno logiche di corrente
👉 meno influenza politica
👉 più casualità nella selezione
👉 più indipendenza reale

Il sorteggio rompe il circuito elettivo che alimenta il potere delle correnti.

Non è un dettaglio tecnico.

È un cambio di paradigma nell’autogoverno della magistratura.

Una magistratura che giudica deve essere libera da appartenenze, correnti e logiche di potere.

⚖️ Più indipendenza.
Più imparzialità.
Più garanzie per i cittadini.

#Articolo104 #RiformaCSM #Magistratura #SeparazioneCarriere #StatoDiDiritto #RiformaGiustizia

Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026

VOTA SI 

lunedì 2 marzo 2026

Alta Corte Disciplinare vota SI Art. 105

 


La riforma dell’articolo 105 rafforza l’autogoverno della magistratura rendendolo più chiaro, equilibrato e credibile. La gestione separata delle carriere elimina sovrapposizioni e ambiguità, aumentando trasparenza e responsabilità. L’uscita della funzione disciplinare dal CSM e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare con composizione mista riducono il rischio di corporativismo e autoreferenzialità. 

I criteri di nomina bilanciati e il doppio grado interno di giudizio rafforzano le garanzie di imparzialità. Nel complesso, la riforma migliora i pesi e contrappesi istituzionali e accresce la fiducia dei cittadini nel sistema disciplinare e nello Stato di diritto.

LA RIFORMA RIDUCE I RISCHI DI:

Commistione dei ruoli tra chi governa le carriere e chi esercita il potere disciplinare

Corporativismo e chiusura autoreferenziale del sistema di autogoverno

Conflitti di interesse interni, con magistrati che giudicano disciplinarmente colleghi appartenenti alle stesse correnti

Condizionamenti correntizi nelle decisioni su carriere e sanzioni

Percezione di impunità o di giustizia “interna” poco credibile

Perdita di fiducia dei cittadini nel sistema disciplinare della magistratura

la riforma riduce il rischio di autocontrollo non imparziale del potere giudiziario

Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026

VOTA SI 

Perché votare SI. La separazione delle carriere riduce il rischio di perdita di imparzialità del Giudice Art.102

 


Articolo 102 – Funzione giurisdizionale: una svolta costituzionale

Nel testo riformato, le norme sull’ordinamento giudiziario segnano un cambio di paradigma:
👉 magistrati giudicanti
👉 magistrati requirenti

Due carriere distinte, finalmente riconosciute a livello costituzionale.

🔎 Fino ad oggi la separazione delle carriere era solo ordinamentale e politica, quindi reversibile e affidata alla legislazione ordinaria.
📜 Con la riforma, invece, entra nel cuore della Costituzione.

💡 Cosa significa, in concreto?

                                                             maggiore chiarezza dei ruoli
                                         rafforzamento del principio di terzietà del giudice
                           un assetto più coerente con i modelli delle principali democrazie europee

Una riforma che non è solo tecnica, ma culturale e istituzionale.
Che piaccia o no, segna un punto di non ritorno nel dibattito sulla giustizia in Italia.

👉 Tema complesso. Impatto enorme. Discussione aperta.

#Articolo102 #FunzioneGiurisdizionale #RiformaCostituzionale #SeparazioneDelleCarriere #Giustizia #Costituzione #StatoDiDiritto

In presenza di una carriera unica, il giudice che opera nella funzione di pubblica accusa potrebbe, in modo illecito, omettere prove rilevanti, incidere sui tempi del procedimento attraverso ritardi o accelerazioni anomale, selezionare in modo discrezionale gli atti da acquisire o escludere e forzare la valutazione della loro rilevanza. Potrebbe inoltre costruire un impianto accusatorio debole ma mediaticamente esposto, oppure mantenere volutamente aree di ambiguità utili a esercitare pressione psicologica su singoli soggetti, anche di rilievo politico. Successivamente, assumendo il ruolo di giudice giudicante, potrebbe sfruttare tali informazioni manipolate a vantaggio o svantaggio di una delle parti politiche.

La separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante è uno strumento volto a rafforzare l’indipendenza e l’imparzialità del sistema giudiziario. Distinguendo in modo netto chi esercita l’azione penale da chi giudica, si evita la commistione dei ruoli e si riduce il rischio che il giudice sia influenzato da scelte investigative o accusatorie compiute in una fase precedente del procedimento. Il giudice, non avendo partecipato alla costruzione dell’accusa né prospettive di carriera legate alla funzione requirente, può valutare i fatti e le prove con maggiore neutralità.

La separazione delle carriere contribuisce inoltre a prevenire conflitti di interesse strutturali, eliminando la possibilità che un magistrato si trovi a giudicare procedimenti che ha in qualche modo orientato o seguito in passato. In questo assetto, il pubblico ministero assume pienamente il ruolo di parte processuale, mentre il giudice rimane un terzo effettivo, rafforzando l’equilibrio tra accusa e difesa e la qualità del contraddittorio.

Infine, la chiarezza dei ruoli accresce la fiducia dei cittadini nella giustizia, poiché rende più trasparente l’esercizio del potere giudiziario e più credibile l’indipendenza del giudice. In questo senso, la separazione delle carriere non indebolisce l’autonomia della magistratura, ma ne rafforza la legittimazione democratica e la percezione di imparzialità.


Referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026

VOTATE SI

 

martedì 27 gennaio 2026

La Verità, quale?

 



Dalla Genesi al dibattito politico

Nel racconto della Genesi (3:12–13) accade qualcosa di apparentemente semplice e allo stesso tempo dirompente:
tutti dicono la verità.

Adamo dice il vero: la donna gli è stata posta accanto e da lei ha ricevuto il frutto. Eva dice il vero: è stata sedotta dal serpente. Il serpente, a sua volta, agisce secondo la propria natura. Eppure, nonostante la verità di ciascuno, il risultato è la frattura.

Qui emerge un punto cruciale: la verità non è falsa, è parziale. È vera dalla prospettiva di chi parla. Dio stesso, che conosce già l’esito degli eventi, chiede ad Adamo: «Dove sei?». Non è una richiesta di informazione, ma un invito alla presa di coscienza. La verità non viene negata, viene messa in relazione.

La prospettiva come fondamento della verità. Adamo non ha motivo di diffidare della donna: gli è stata posta accanto dal Creatore. Eva non ha motivo di diffidare del serpente: è una creatura dello stesso Creatore, inserita in un mondo che fino a quel momento era “buono”. Se il mondo è buono, perché dubitare?

Da qui nasce una lettura radicale: forse la prova non era l’obbedienza, ma il diritto di sbagliare per apprendere.
Non una colpa morale, ma un passaggio evolutivo della coscienza. Il peccato originale, in questa prospettiva, non è la disobbedienza, ma l’uscita dall’innocenza dell’unica verità. Dalla Genesi alla politica: tutti hanno ragione (e tutti sbagliano).

Nel dibattito politico accade esattamente lo stesso.

  • Ogni attore politico racconta la sua verità
  • Ogni elettore riconosce come vera la narrazione che coincide con la propria esperienza
  • Ogni parte accusa l’altra di mentire

Ma, come Adamo ed Eva, spesso dicono il vero.
Il problema non è la menzogna, è la parzialità elevata ad assoluto. La politica moderna non vive di falsità totali, ma di verità incomplete presentate come totali.

Ecco perché:

  • una riforma può essere “giusta” per alcuni e “ingiusta” per altri
  • una decisione economica può essere necessaria e allo stesso tempo distruttiva
  • una misura di sicurezza può proteggere e contemporaneamente opprimere

Tutte queste affermazioni possono essere vere nello stesso momento, se osservate da prospettive diverse.  Il problema politico non è la verità, ma l’ottica. Quando una parte politica dice: “Questa è LA verità” sta facendo lo stesso errore di Adamo quando si ferma alla donna, e di Eva quando si ferma al frutto.

La politica fallisce quando:

  • si isola il singolo evento
  • si ignora la catena delle cause
  • si rifiuta la complessità

In questo senso, la propaganda non è una menzogna: è una verità amputata del contesto. La Verità come sintesi, non come bandiera

La conclusione è il cuore del discorso: Non esiste più la mia verità o la sua verità, ma la VERITÀ come sintesi dell’insieme.  Applicata alla politica, questa affermazione è rivoluzionaria perché:

  • nega la logica amico/nemico
  • smonta il moralismo politico
  • obbliga a guardare le dinamiche, non solo gli attori

Adamo deve imparare a vedere con gli occhi di Eva. Eva deve imparare a vedere l’insieme, non solo il frutto.

Allo stesso modo:

  • il governo deve vedere con gli occhi di chi subisce le decisioni
  • l’opposizione deve vedere con gli occhi di chi governa
  • il cittadino deve uscire dalla comfort zone della propria narrazione

Conclusione: una politica della coscienza

La Verità, come nella Genesi, non è data, ma si costruisce.
È il risultato di:

  • ascolto
  • integrazione delle prospettive
  • rinuncia all’assoluto

Ogni circostanza ha più letture, quindi più verità.  Ma solo chi accetta di non possedere la verità, può avvicinarsi ad essa. La vera crisi politica del nostro tempo non è la mancanza di verità, ma la mancanza di coscienza capace di sintetizzarle. E forse, come allora, non stiamo pagando una colpa, ma stiamo attraversando — dolorosamente —
un nuovo passaggio evolutivo della coscienza collettiva.

 

giovedì 22 gennaio 2026

ONU E L'IMPOSSIBILITA' DI GARANTIRE LA PACE Parte I

 


 All’indomani della Seconda guerra mondiale, la penisola coreana viene liberata dal dominio giapponese, ma la pace non porta all’unità. Il territorio resta diviso lungo una linea destinata a segnare la storia del Novecento: il 38º parallelo. A nord si consolida un regime comunista sotto l’influenza sovietica, mentre a sud nasce un governo filo-occidentale sostenuto dagli Stati Uniti. Quella che doveva essere una separazione temporanea si trasforma rapidamente in una delle prime e più nette frontiere ideologiche della Guerra Fredda.

Il 25 giugno 1950 la tensione esplode: la Corea del Nord lancia un’offensiva militare contro il Sud con l’obiettivo di unificare il Paese sotto il comunismo. Washington, sotto l'amministrazione democratica di Harry S. Truman, reagisce immediatamente, evitando però una dichiarazione formale di guerra. Gli Stati Uniti ottengono una risoluzione delle Nazioni Unite e assumono la guida di una coalizione militare internazionale. La guerra di Corea nasce così come un conflitto regionale, ma si trasforma rapidamente in uno scontro globale tra blocchi contrapposti.

Da un lato si schierano la Corea del Sud, gli Stati Uniti – forza militare dominante – e contingenti ONU provenienti da diversi Paesi, tra cui Regno Unito, Turchia, Canada e Australia. Dall’altro, la Corea del Nord può contare sull’intervento massiccio della Cina comunista e sul sostegno logistico e politico dell’Unione Sovietica. Nel 1953 le ostilità si fermano con la firma di un armistizio, ma non di un trattato di pace: la guerra termina senza una vera conclusione politica, lasciando la penisola coreana ancora divisa.

Uno schema simile si ripete pochi anni dopo nel Sud-Est asiatico. Con la fine del colonialismo francese in Indocina, anche il Vietnam viene spezzato in due: a nord un governo comunista guidato da Ho Chi Minh, a sud un regime filo-occidentale sostenuto dagli Stati Uniti. Il confine, fissato provvisoriamente lungo il 17º parallelo, diventa presto un’altra linea di frattura della Guerra Fredda.

Gli Stati Uniti temono l’“effetto domino”: la caduta del Vietnam sotto il comunismo potrebbe trascinare con sé l’intera regione. In un primo momento Washington limita il proprio coinvolgimento all’invio di consiglieri militari, armi e programmi di addestramento. Ma dopo l’Incidente del Golfo del Tonchino, nel 1964, il Congresso a guida repubblicana, concede al Presidente,  Dwight D. Eisenhower poteri militari straordinari. Inizia così il coinvolgimento diretto degli USA, che durerà fino al 1973, ancora una volta senza una dichiarazione ufficiale di guerra.

Il conflitto oppone il Vietnam del Nord e la guerriglia comunista del Viet Cong, sostenuti da Unione Sovietica e Cina, al Vietnam del Sud, affiancato dagli Stati Uniti e da alcuni alleati minori come Australia e Corea del Sud. È una guerra atipica, combattuta soprattutto nella giungla, fatta di imboscate, tunnel sotterranei e trappole, con un uso massiccio di bombardamenti aerei e armi chimiche come il napalm e l’agente arancio. Il nemico è spesso invisibile e si confonde con la popolazione civile, rendendo il conflitto logorante e difficile da controllare. La guerra prosegue sotto altre amministrazioni,  John F. Kennedy democratico, Lyndon B. Johnson democratico, proseguendo con Richard Nixon e Gerald Ford, repubblicani.

Nel 1973 gli accordi di Parigi sanciscono il ritiro delle truppe statunitensi. Due anni dopo, nel 1975, la caduta di Saigon segna la vittoria definitiva del Vietnam del Nord e la riunificazione del Paese sotto un governo comunista. Gli Stati Uniti non vengono sconfitti sul campo in senso stretto, ma escono dal conflitto politicamente e strategicamente battuti, con profonde conseguenze sulla loro politica estera e sulla fiducia dell’opinione pubblica.

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L'ERA TRUMP

 


Donald Trump non ha “destabilizzato” l’ordine internazionale: lo ha semplicemente smascherato. La sua politica estera, brutale e dichiaratamente egoista, ha fatto emergere quanto il sistema multilaterale fosse già fragile, ipocrita e sostenuto più dalla retorica che da reali rapporti di forza. “America First” non è uno slogan: è la traduzione esplicita di ciò che le grandi potenze fanno da sempre, ma che Trump ha avuto il merito — o il cinismo — di dire ad alta voce.

Le uscite sulla Groenlandia, le sceneggiate sul presunto “salvataggio” del popolo iraniano con portaerei e bombardieri, la messinscena della pace a Gaza affidata a comitati in cui siedono soggetti legati ai finanziatori del terrorismo, non sono gaffe: sono operazioni di pressione e propaganda. Così come lo è l’idea di una pace in Ucraina costruita sacrificando l’aggredito sull’altare della stabilità apparente. La pace, in questa visione, non è giustizia né diritto internazionale: è convenienza. Punto.

L’Europa, dal canto suo, si è rivelata per quello che è: un gigante normativo con i piedi d’argilla. Incapace di parlare con una voce sola su guerra, difesa, energia e immigrazione, l’Unione procede in ordine sparso, paralizzata da veti incrociati e da una classe dirigente più attenta al consenso interno che alla sopravvivenza geopolitica. Le politiche migratorie sono l’emblema del fallimento: confini difesi a macchia di leopardo, ipocrisia umanitaria a uso interno e totale assenza di una strategia comune. Un caos che alimenta tensioni sociali e rafforza i movimenti populisti, mentre Bruxelles finge di non vedere.

Sul piano energetico, l’Europa ha sostituito una dipendenza con un’altra, passando dal gas russo al GNL americano. Nel 2026 questa scelta si rivela per ciò che è: una vulnerabilità strategica enorme, che consegna a Washington una leva economica e politica formidabile. Altro che autonomia strategica. Nel frattempo, le politiche green europee continuano a colpire l’industria interna, mentre Cina e paesi asiatici investono, producono e conquistano quote di mercato senza farsi paralizzare dal moralismo climatico occidentale.

L’ONU è forse il caso più imbarazzante. Un’istituzione che pretende di rappresentare la comunità internazionale ma che, nei fatti, si dimostra impotente, permeabile a influenze esterne e ormai priva di credibilità. Gaza ha segnato un punto di non ritorno: il coinvolgimento di personale ONU in attività terroristiche non è una “zona grigia”, è un fallimento sistemico. In Ucraina l’ONU è irrilevante, in Venezuela è complice per omissione, rifugiandosi dietro il linguaggio dei diritti mentre il regime si consolida indisturbato. Neutralità senza efficacia non è neutralità: è irrilevanza.

In questo scenario, Putin osserva e incassa. Non serve che la Russia vinca: basta che l’Occidente si divida. Ogni frattura transatlantica, ogni esitazione europea, ogni istituzione multilaterale screditata è un guadagno strategico per Mosca e, più silenziosamente, per Pechino.

Il 2026 non promette stabilità, ma chiarezza. Un mondo più cinico, più competitivo e meno ipocrita. Gli Stati Uniti continueranno a imporre la loro linea con la forza economica e militare. L’Europa, se non cambia radicalmente approccio, rischia di restare un mercato aperto e una potenza regolatoria senza peso politico reale. Senza una leadership forte, senza una revisione profonda delle sue politiche migratorie, energetiche e di difesa, l’Unione è destinata a subire le decisioni altrui.

Non è follia. È realpolitik allo stato puro. E chi continua a leggerla con le lenti del politicamente corretto non solo non capisce il mondo che cambia, ma contribuisce attivamente alla propria irrilevanza.

 

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martedì 20 gennaio 2026

Tuteliamo tutti i diritti, anche degli "Evasori" fiscali

 

 



Perché no?
Viviamo in un’epoca in cui sembra esistere sempre qualcuno pronto a scendere in piazza per tutelare qualsiasi causa. C’è chi difende i diritti di organizzazioni criminali come Hamas, bloccando università e città; chi, con un silenzio assordante, legittima di fatto una teocrazia come quella iraniana mentre massacra i propri giovani ribelli; chi manifesta solidarietà per miliziani cubani caduti durante operazioni militari; chi difende il diritto di sistemi culturali e religiosi che sottomettono le donne; chi rivendica il diritto a fumare droghe leggere, a occupare case altrui, a non lavorare, a vivere di assistenza.

Un catalogo infinito di “diritti”, spesso sganciati da qualsiasi responsabilità.

Allora la domanda è semplice e volutamente scomoda: perché non tutelare anche il diritto di chi evade il fisco?

Perché non riconoscere l’evasione fiscale come una forma di autodifesa e di ribellione legittima contro uno Stato invasivo e predatorio? Uno Stato che pretende di espropriarti gran parte del tuo guadagno ma, in cambio, non ti garantisce lavoro, non ti assicura il diritto alla casa, non ti offre una sanità pubblica realmente funzionante, costringendoti a sostenere spese private; uno Stato che non investe seriamente nella scuola, che scarica i costi dell’istruzione sulle famiglie, che rende l’energia sempre più onerosa.

Uno Stato che ti fa già pagare tutto due volte: con le tasse esplicite e con una miriade di balzelli occulti — bolli, diritti di segreteria, registrazioni, imposte minori — e che ti soffoca con una burocrazia costosissima, inefficiente, che non fornisce servizi ma disservizi, che non semplifica ma complica, che non aiuta ma ostacola.

Perché pagare le tasse, allora?
Se il patto sociale è rotto, se lo Stato non restituisce ciò che esige, se il cittadino è lasciato solo davanti a sanità, istruzione, lavoro, casa ed energia, con quale coerenza morale si può condannare chi sceglie di non pagare?

Forse è arrivato il momento di essere coerenti fino in fondo:
protestiamo anche per il diritto ad evadere, inteso non come furbizia o privilegio, ma come forma di autotutela e di risarcimento contro uno Stato che ha smesso da tempo di fare lo Stato.

Una provocazione? Certo.
Ma a volte le provocazioni servono a dire ad alta voce ciò che molti pensano, ma pochi hanno il coraggio di ammettere.


sabato 10 gennaio 2026

Il Fisco e l'evasione fiscale


Evasione fiscale: il grande alibi della politica italiana

In Italia si parla di lotta all’evasione fiscale da decenni. Le cifre sono sempre le stesse: quasi il 5% del PIL nazionale. Il ritornello pure: se riuscissimo a ridurla, potremmo abbassare le tasse e migliorare i servizi pubblici.
Ma la domanda che nessuno pone davvero è un’altra: siamo sicuri che l’evasione fiscale sia un problema che si vuole risolvere?

Perché, guardando ai fatti, viene da dubitarne.

Da anni le politiche adottate si muovono su micro-aggiustamenti: 0,1%, 0,3%, 1% di rimodulazione delle aliquote. Aumenti selettivi delle tasse “ai più ricchi”. Nuove norme, nuovi adempimenti, nuovi uffici.
Risultato? L’evasione resta lì. Strutturalmente stabile. Quasi intoccabile.

A questo punto il sospetto è legittimo: forse il problema non è l’evasione, ma l’uso politico che se ne fa.

Proviamo a fare un esperimento mentale.
Immaginiamo che un leader politico decida davvero di affrontare il nodo alla radice. Dal prossimo anno introduce una riforma radicale: tasse drasticamente ridotte, con aliquote chiare e basse, dallo 0% a un massimo del 20% per tutte le fasce di reddito. In parallelo, però, introduce una norma semplice e durissima: chi evade, se accertato, va in carcere. Pene proporzionate all’importo evaso, procedure rapide, niente ricorsi infiniti, niente benefici.

La domanda è semplice: quanti continuerebbero a evadere sapendo che la pena è certa?
Probabilmente pochi. Molto pochi. Il gettito aumenterebbe, il bilancio andrebbe in attivo.

Ed è qui che emergono i problemi. Non per lo Stato. Per la politica.

Primo nodo: la burocrazia.
Oggi decine di migliaia di funzionari, impiegati e dirigenti vivono di controlli, contenziosi, accertamenti, ricorsi, interpretazioni. Se il pagamento delle tasse diventasse regolare e semplice, quale carico di lavoro giustificherebbe quei costi?
Come spiegare stipendi, uffici, strutture, se il sistema funzionasse davvero?

Secondo nodo: il deficit pubblico.
L’evasione è una voce invisibile ma utilissima. Consente di iscrivere a bilancio, anche a livello europeo, un gettito potenziale non incassato. Un domani forse arriverà. Intanto giustifica scostamenti, deficit, flessibilità.
Senza evasione, questa leva sparirebbe. E con essa una comoda area grigia di manovra politica.

Terzo nodo, il più delicato: i costi della politica e dell’alta burocrazia.
Finché esiste il “cattivo evasore”, l’attenzione pubblica è deviata. La colpa è sempre altrove.
Ma se l’evasione scomparisse, il paradosso diventerebbe evidente: bisognerebbe tagliare davvero, in modo drastico, stipendi, indennità, apparati. Non ci sarebbe più l’alibi.

Ed è qui che la narrazione si rovescia.
Scomparso l’evasore “furbo”, emergerebbero figure ben più imbarazzanti: dirigenti e politici furbi, che prosperano su inefficienze strutturali, burocrazia ipertrofica e problemi mai risolti perché troppo utili per essere eliminati.

Forse, allora, il punto non è che l’evasione fiscale non si possa combattere.
Forse il punto è che non conviene farlo davvero.

E questa, più che un’ipotesi ideologica, è una pista investigativa che meriterebbe finalmente di essere seguita.

Parashà di Shemot: la questione demografica

 



La questione demografica: il fattore che fa paura e che viene censurato
La parashà di Shemot non lascia spazio a interpretazioni ingenue: Israele cresce. Cresce in numero, in forza, in presenza.
«Il paese fu ripieno di essi».
Il Faraone non discute di diritti, né di integrazione, né di buone intenzioni: legge la realtà. E comprende ciò che oggi si finge di non capire: la demografia è potere politico.
Non lo spaventa una rivolta armata, ma un popolo che si moltiplica.
Non teme un’ideologia, ma un dato numerico.
E capisce che reprimere non basta: più Israele viene oppresso, più cresce. È una legge storica.
Per questo interviene sulla nascita, colpendo i maschi. Una scelta feroce, ma razionale: una donna può generare pochi figli, ma un uomo può generarne molti, soprattutto se ha accesso a più donne. Il Faraone ha già compreso ciò che oggi è tabù dire.
Ed eccoci al presente.
Nel 2017 Recep Tayyip Erdoğan lo disse senza giri di parole ai musulmani in Europa: fate più figli, perché il futuro del continente passa da lì. Nessuna invasione militare, nessuna guerra convenzionale: una conquista demografica.
Parole archiviate come “provocazione”, ma che descrivono una strategia di lungo periodo.
Nel 2020, il vescovo Camillo Ballin — profondo conoscitore del mondo islamico — lo spiegò con lucidità disarmante: se l’Europa diventerà musulmana, non sarà per un piano di conquista, ma perché l’Europa non fa più figli e ha rinunciato alla propria identità. Una civiltà che smette di credere in sé stessa lascia campo libero a chi invece crede, cresce e si riproduce.
Qui il punto diventa esplosivo:
da decenni è in atto un processo di islamizzazione demografica dell’Occidente attraverso l’immigrazione musulmana, innestata su società a natalità zero.
Famiglie occidentali — cristiane, ebraiche, atee — fanno uno o due figli.
Famiglie musulmane, anche in Europa, ne fanno molti di più.
E dove esiste la possibilità della poligamia, il moltiplicatore demografico diventa strutturale.
Non è una teoria. È aritmetica sociale.
E qui entra in scena il vero paradosso storico: la sinistra occidentale.
Convinta che la religione sia destinata a dissolversi nel progresso, si presta — consapevolmente o meno — a diventare il Cavallo di Troia dell’islam in Europa. In nome dell’antirazzismo, dell’inclusione e dei “diritti”, legittima e protegge un processo che mina alla base proprio quei valori che dice di difendere.
Il problema non è solo l’errore di analisi.
Il problema è che il pensiero unico, alimentato dal politicamente corretto, si è trasformato in una censura sistemica.
Chiunque sollevi il tema demografico, religioso o culturale viene immediatamente delegittimato, silenziato, etichettato. Non si discute: si scomunica. Non si analizzano i dati: si moralizza.
Questa censura non è neutra.
Sta erodendo le basi stesse della civiltà occidentale: la libertà di pensiero, il dibattito razionale, la possibilità di nominare la realtà. Una civiltà che non può più dire ciò che vede è già in fase di declino.
Il risultato finale è grottesco e tragico insieme: movimenti femministi, LGBT e progressisti marciano fianco a fianco con visioni religiose che negano strutturalmente quei diritti, convinti che basti l’ideologia per piegare la realtà. Ma la realtà non obbedisce ai slogan.
E l’ultima responsabilità è interna, dolorosa ma inevitabile:
le famiglie cristiane ed ebraiche che hanno adottato la logica utilitaristica del “i figli costano” hanno interiorizzato una visione estranea alla Bibbia. Vero, i figli costano. Ma una civiltà che considera il futuro un peso economico ha già rinunciato a esistere.
La storia non punisce con la violenza immediata.
Punisce con la sostituzione lenta.
Il Faraone lo aveva capito.
Noi, oggi, sembriamo averlo dimenticato.

The Demographic Question: the Factor That Frightens and Is Being Silenced

The parashah of Shemot leaves no room for naïve interpretations: Israel grows. It grows in numbers, in strength, in presence.
“The land was filled with them.”
Pharaoh does not debate rights, integration, or good intentions: he reads reality. And he understands what many today pretend not to see: demography is political power.

What terrifies him is not an armed revolt, but a multiplying people.
He does not fear an ideology, but a numerical fact.
And he realizes that repression is not enough: the more Israel is oppressed, the more it grows. This is a law of history.

That is why he intervenes at the most sensitive point: birth itself, targeting male children. A cruel but rational choice: a woman can bear only a limited number of children, but a man can father many, especially if he has access to multiple women. Pharaoh had already grasped what today has become taboo to say.

And here we are, in the present.

In 2017, Recep Tayyip Erdoğan said it openly to Muslims living in Europe: have more children, because the future of the continent passes through that. No military invasion, no conventional war: a demographic conquest.
Words quickly dismissed as provocation, yet clearly outlining a long-term strategy.

In 2020, Bishop Camillo Ballin — a deep connoisseur of the Islamic world — explained it with disarming clarity: if Europe becomes Muslim in fifty years, it will not be because of a conquest plan, but because Europe no longer has children and has abandoned its own identity. A civilization that no longer believes in itself leaves the field open to those who still believe, grow, and reproduce.

At this point the issue becomes explosive:
for decades now, a process of demographic Islamization of the West has been underway through Muslim immigration, grafted onto societies with near-zero birth rates.
Western families — Christian, Jewish, secular — have one or two children.
Muslim families, even in Europe, have significantly more.
And where polygamy exists or is culturally accepted, the demographic multiplier becomes structural.

This is not a theory.
It is social arithmetic.

And here emerges the true historical paradox: the Western Left.
Convinced that religion is destined to dissolve under progress, it lends itself — consciously or not — to becoming Islam’s Trojan Horse in Europe. In the name of anti-racism, inclusion, and “rights,” it legitimizes and shields a process that undermines the very values it claims to defend.

The problem is not merely analytical error.
The problem is that single-thought ideology, fueled by political correctness, has turned into systemic censorship.
Anyone who raises demographic, religious, or cultural issues is immediately delegitimized, silenced, labeled. There is no debate — only excommunication. No data analysis — only moral posturing.

This censorship is not neutral.
It is eroding the very foundations of Western civilization: freedom of thought, rational debate, the ability to name reality. A civilization that can no longer say what it sees is already in decline.

The final result is grotesque and tragic at the same time: feminist, LGBT, and progressive movements marching side by side with worldviews that structurally deny those very rights, convinced that ideology alone can bend reality. But reality does not obey slogans.

And the final responsibility is internal, painful but unavoidable:
the critique of Christian and Jewish families that have absorbed the dominant utilitarian logic of “children cost too much.” True, they do. But a civilization that treats the future as an economic burden has already renounced its own existence.

History does not punish with sudden violence.
It punishes through slow replacement.

Pharaoh understood this.
Today, we seem to have forgotten it.

sabato 3 gennaio 2026

Gli ebrei che ritornano in Galilea, Samaria e Giudea, non sono COLONI

 


La terza grande narrazione falsa, destinata al consumo degli “utili idioti”, è quella della presunta “colonizzazione” della Galilea, della Giudea e della Samaria. Un’etichetta ideologica ripetuta ossessivamente, ma priva di qualsiasi fondamento storico o giuridico.

Partiamo dalla definizione seria di colono: è colui che si trasferisce e si insedia stabilmente in un territorio che non appartiene allo Stato di cui è cittadino, all’interno di un progetto di espansione, controllo o popolamento promosso o sostenuto da una potenza politica esterna. Senza un progetto coloniale statale, la colonizzazione semplicemente non esiste.

Alla luce di questa definizione, parlare di “ebrei colonizzatori” è un’assurdità. Perché manca l’elemento essenziale: non esiste alcuna potenza straniera che promuova un progetto coloniale ebraico. Gli ebrei che si trasferiscono in Galilea, Giudea e Samaria non agiscono per conto di uno Stato imperiale, né come avanguardia di un disegno coloniale esterno. Sono cittadini di Stati diversi che, a un certo punto della loro vita, scelgono di tornare in una terra che sentono culturalmente, storicamente e religiosamente propria.

Manca anche il secondo requisito fondamentale della colonizzazione: l’insediamento su un territorio appartenente a uno Stato sovrano conquistato con la forza. Non risulta che sia mai esistito uno Stato palestinese conquistato da uno Stato ebraico. Quelle terre erano già abitate da ebrei da secoli e non erano la sede di una sovranità statale preesistente.

Ma c’è un dato ancora più concreto che smonta definitivamente la narrazione coloniale: gli ebrei che si trasferiscono in Galilea, Giudea e Samaria non impongono una cultura estranea, non sostituiscono una civiltà locale con una propria. Ne fanno parte. Non impongono una lingua straniera: parlano l’ebraico, una lingua storicamente presente e parlata dalla popolazione ebraica residente in quei territori da generazioni.

Secondo la retorica della sinistra ideologica, questi individui sarebbero “coloni”. In realtà si tratta di persone che ritornano alla loro terra d’origine, spinte da un legame identitario profondo. È l’equivalente di un italo-americano di terza generazione che, conservando lingua, cultura e tradizioni italiane, decide di trasferirsi in Italia: nessuno lo definirebbe un colono.

L’aspetto che sfugge — o che si preferisce ignorare — agli antisemiti contemporanei è che il ritorno degli ebrei in Galilea, Giudea e Samaria è anche il risultato diretto delle persecuzioni subite in Occidente, spesso alimentate proprio da quegli stessi ambienti che oggi gridano alla “colonizzazione”. Prima li hanno espulsi, discriminati e perseguitati; poi li accusano di colonizzare quando cercano semplicemente una casa.

Non è colonizzazione.
È ritorno.

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