Il Rabbi di Nazaret tra profezia, guarigione e compassione d’Israele
Marco 6 è un capitolo decisivo per
comprendere l’ebraicità di Gesù. Il testo non presenta Gesù come fondatore di
una religione separata da Israele, ma come maestro ebreo, inserito
nel mondo della sinagoga, della Torah, della profezia, della preghiera, della
guarigione e della compassione verso il popolo.
Il primo elemento è molto chiaro:
Gesù torna nella sua patria e, venuto il sabato, insegna nella sinagoga. Questo
dettaglio è fondamentale. La sinagoga è il luogo dell’ascolto della Torah,
della spiegazione delle Scritture, della discussione comunitaria. Gesù non
parla in un tempio pagano, non predica in una scuola filosofica greca, ma
insegna nel cuore della vita religiosa ebraica. La gente si stupisce della sua
sapienza e delle opere potenti compiute per mezzo suo. Lo identifica come “il
falegname”, figlio di Maria, fratello di Giacomo, Iose, Giuda e Simone. Questo
mostra un Gesù radicato in una famiglia, in un villaggio, in un mestiere, in
una comunità ebraica concreta.
Il rifiuto che subisce a Nazaret è
interpretato da Gesù con una frase tipicamente profetica: “Nessun profeta è
disonorato se non nella sua patria, fra i suoi parenti e in casa sua”. Gesù si
colloca così nella linea dei profeti d’Israele. Mosè fu contestato, Geremia
perseguitato, Elia rifiutato, Amos respinto. Il profeta biblico non è colui che
cerca approvazione, ma colui che richiama il popolo alla verità di Dio. In
questo senso Gesù agisce come un navì, un profeta ebreo, non come
un estraneo alla tradizione d’Israele.
Il fatto che a Nazaret non possa
compiere molte opere potenti a causa dell’incredulità va letto nel concetto
ebraico di emunah. La fede non è semplice adesione mentale a una
dottrina, ma fiducia, fedeltà, apertura alla parola di Dio. Dove non c’è
ascolto, non c’è relazione; dove non c’è relazione, la benedizione non trova
spazio. Gesù si meraviglia della loro incredulità e continua a insegnare nei
villaggi. Il maestro ebreo non si ferma davanti al rifiuto: continua il
cammino, come i profeti.
Subito dopo, Gesù manda i Dodici a
due a due. Anche qui il simbolismo è ebraico. I Dodici richiamano le dodici
tribù d’Israele; l’invio a due a due richiama il principio della testimonianza
stabilito dalla Torah: una questione viene confermata sulla parola di due o tre
testimoni. Essi predicano che gli uomini si ravvedano: questo è il linguaggio
della teshuvah, il ritorno a Dio. Non annunciano una filosofia
nuova, ma il cuore stesso dei profeti: tornare al Signore, cambiare vita,
rientrare nell’alleanza.
Marco dice anche che i discepoli
cacciavano demoni, ungevano d’olio gli infermi e li guarivano. L’olio, nel
mondo biblico, è segno di consacrazione, cura e benedizione. La guarigione non
è solo fisica: è reintegrazione della persona nella comunità. Nel giudaismo,
malattia, impurità, isolamento e sofferenza sono condizioni che richiedono
cura, preghiera e ritorno alla pienezza della vita.
Su questo punto è molto utile
richiamare alcuni esempi della tradizione rabbinica successiva. Nel Talmud
babilonese si racconta che Rabbi Ḥanina ben Dosa pregava per i malati e, dopo
la preghiera, sapeva dire se il malato sarebbe guarito o meno; in un altro
episodio, Rabbi Yoḥanan ben Zakkai chiede proprio a Rabbi Ḥanina di pregare per
suo figlio malato, e il figlio vive. Questo esempio mostra un maestro ebreo la
cui preghiera è percepita come canale di misericordia divina, in modo non
lontano dall’immagine di Gesù che guarisce e libera gli infermi. (sefaria.org)
Un altro parallelo importante è
Rabbi Yoḥanan. In Berakhot 5b si racconta che egli va a visitare Rabbi Ḥiyya
bar Abba malato, gli chiede se desideri quelle sofferenze, poi gli dice: “Dammi
la mano”; Rabbi Ḥiyya gli dà la mano e Rabbi Yoḥanan lo rialza e lo restituisce
alla salute. Lo stesso schema ricompare con Rabbi Elazar: il maestro entra,
dialoga, prende la mano, rialza. È molto vicino al linguaggio evangelico del
contatto, della mano tesa, della guarigione come rialzamento della persona. (sefaria.org)
Anche la compassione di Gesù verso
la folla è profondamente ebraica. Marco dice che Gesù vede la moltitudine e si
commuove perché erano “come pecore senza pastore”. Il richiamo è a Numeri 27,
dove Mosè chiede a Dio una guida per Israele, affinché il popolo non sia come
gregge senza pastore. Richiama anche Ezechiele 34, dove Dio rimprovera i
cattivi pastori d’Israele e promette di prendersi cura personalmente delle sue
pecore. Gesù, dunque, appare come maestro-pastore: vede il bisogno del popolo e
prima di tutto insegna. Il nutrimento spirituale precede quello materiale.
La moltiplicazione dei pani è
anch’essa pienamente ebraica. Il luogo è deserto, il popolo ha fame, il maestro
provvede pane. Il richiamo alla manna dell’Esodo è evidente. Ma Gesù non agisce
come mago: prende i pani, alza gli occhi al cielo e benedice. Questo è un gesto
di berakhah, benedizione ebraica. Il pane viene da Dio; il maestro
lo riconosce, lo benedice e lo distribuisce. Anche il fatto che la folla venga
disposta in gruppi richiama l’organizzazione d’Israele nel deserto.
Qui si può ricordare Abba Ḥilkiyya,
figura talmudica collegata alla preghiera per la pioggia. Secondo Ta’anit 23b,
quando i maestri si recano da lui durante una siccità, egli e sua moglie
salgono sul tetto a pregare per misericordia; le nubi arrivano prima dal lato
della moglie, perché ella aveva meriti particolari nella carità concreta verso
i poveri. Anche qui troviamo un’idea molto vicina a Marco 6: il giusto non
domina Dio, ma prega; la benedizione arriva come risposta alla misericordia,
alla preghiera e alla giustizia concreta. (sefaria.org)
Quando Gesù cammina sul mare, Marco
usa immagini bibliche fortissime. Nel Tanakh il mare rappresenta il caos, la
minaccia, la forza che solo Dio può dominare. L’Esodo racconta il passaggio
attraverso il mare; i Salmi celebrano il Signore che domina le acque. Anche
nella tradizione rabbinica successiva troviamo racconti in cui un maestro
giusto è associato a un passaggio miracoloso sulle acque. Il caso più noto è
Rabbi Pinchas ben Yair: in Chullin 7a, mentre va a compiere la mitzvah del
riscatto dei prigionieri, il fiume Ginai si apre davanti a lui. Il racconto non
lo presenta come un dio, ma come un giusto la cui missione di mitzvah riceve
assistenza dal cielo. (sefaria.org)
Infine, Marco racconta che i malati
desideravano toccare il lembo della veste di Gesù. Questo dettaglio è
ebraicissimo. Il lembo può richiamare gli tzitzit, le frange
comandate dalla Torah in Numeri 15 per ricordare i comandamenti. Toccare il
lembo della veste non significa affidarsi a un oggetto magico, ma entrare in
contatto con un uomo percepito come giusto, osservante, portatore della
vicinanza di Dio.
Anche nel chassidismo moderno
questa figura del maestro carismatico, guaritore e consolatore ritorna. Il Baal
Shem Tov, fondatore del chassidismo nel XVIII secolo, è ricordato come mistico,
guaritore e maestro capace di parlare sia ai semplici sia agli studiosi; YIVO
lo descrive come “healer, miracle worker, and religious mystic”, mentre
Britannica ricorda che il titolo di ba‘al shem era attribuito a uomini ritenuti
capaci di compiere guarigioni attraverso la conoscenza dei nomi divini. (encyclopedia.yivo.org)
La conclusione è chiara: Marco 6
mostra un Gesù profondamente ebreo. Egli insegna nella sinagoga, parla come un
profeta, chiama alla teshuvah, guarisce come strumento della misericordia
divina, benedice il pane come un ebreo osservante, prega sul monte, vede
Israele come gregge bisognoso di pastore e porta una veste il cui lembo
richiama la Torah. I racconti rabbinici successivi su Rabbi Ḥanina ben Dosa,
Rabbi Yoḥanan, Abba Ḥilkiyya, Rabbi Pinchas ben Yair e, molto più tardi, il
Baal Shem Tov, mostrano che figure di maestri ebrei guaritori, intercessori,
carismatici e compassionevoli erano perfettamente comprensibili all’interno
della tradizione d’Israele. Gesù, dunque, non va letto contro l’ebraismo, ma
dentro l’ebraismo: come maestro, profeta ebreo, uomo di preghiera e interprete
vivente della compassione del Dio d’Israele.





