All’indomani della Seconda guerra mondiale, la penisola coreana viene liberata dal dominio giapponese, ma la pace non porta all’unità. Il territorio resta diviso lungo una linea destinata a segnare la storia del Novecento: il 38º parallelo. A nord si consolida un regime comunista sotto l’influenza sovietica, mentre a sud nasce un governo filo-occidentale sostenuto dagli Stati Uniti. Quella che doveva essere una separazione temporanea si trasforma rapidamente in una delle prime e più nette frontiere ideologiche della Guerra Fredda.
Il 25 giugno 1950 la tensione esplode: la Corea del Nord lancia un’offensiva militare contro il Sud con l’obiettivo di unificare il Paese sotto il comunismo. Washington reagisce immediatamente, evitando però una dichiarazione formale di guerra. Gli Stati Uniti ottengono una risoluzione delle Nazioni Unite e assumono la guida di una coalizione militare internazionale. La guerra di Corea nasce così come un conflitto regionale, ma si trasforma rapidamente in uno scontro globale tra blocchi contrapposti.
Da un lato si schierano la Corea del Sud, gli Stati Uniti – forza militare dominante – e contingenti ONU provenienti da diversi Paesi, tra cui Regno Unito, Turchia, Canada e Australia. Dall’altro, la Corea del Nord può contare sull’intervento massiccio della Cina comunista e sul sostegno logistico e politico dell’Unione Sovietica. Nel 1953 le ostilità si fermano con la firma di un armistizio, ma non di un trattato di pace: la guerra termina senza una vera conclusione politica, lasciando la penisola coreana ancora divisa.
Uno schema simile si ripete pochi anni dopo nel Sud-Est asiatico. Con la fine del colonialismo francese in Indocina, anche il Vietnam viene spezzato in due: a nord un governo comunista guidato da Ho Chi Minh, a sud un regime filo-occidentale sostenuto dagli Stati Uniti. Il confine, fissato provvisoriamente lungo il 17º parallelo, diventa presto un’altra linea di frattura della Guerra Fredda.
Gli Stati Uniti temono l’“effetto domino”: la caduta del Vietnam sotto il comunismo potrebbe trascinare con sé l’intera regione. In un primo momento Washington limita il proprio coinvolgimento all’invio di consiglieri militari, armi e programmi di addestramento. Ma dopo l’Incidente del Golfo del Tonchino, nel 1964, il Congresso concede al Presidente poteri militari straordinari. Inizia così il coinvolgimento diretto degli USA, che durerà fino al 1973, ancora una volta senza una dichiarazione ufficiale di guerra.
Il conflitto oppone il Vietnam del Nord e la guerriglia comunista del Viet Cong, sostenuti da Unione Sovietica e Cina, al Vietnam del Sud, affiancato dagli Stati Uniti e da alcuni alleati minori come Australia e Corea del Sud. È una guerra atipica, combattuta soprattutto nella giungla, fatta di imboscate, tunnel sotterranei e trappole, con un uso massiccio di bombardamenti aerei e armi chimiche come il napalm e l’agente arancio. Il nemico è spesso invisibile e si confonde con la popolazione civile, rendendo il conflitto logorante e difficile da controllare.
Nel 1973 gli accordi di Parigi sanciscono il ritiro delle truppe statunitensi. Due anni dopo, nel 1975, la caduta di Saigon segna la vittoria definitiva del Vietnam del Nord e la riunificazione del Paese sotto un governo comunista. Gli Stati Uniti non vengono sconfitti sul campo in senso stretto, ma escono dal conflitto politicamente e strategicamente battuti, con profonde conseguenze sulla loro politica estera e sulla fiducia dell’opinione pubblica.
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