MARCO 15: LA MORTE DI GESÙ NEL QUADRO DELLA
TORAH, DEI PROFETI E DELLA TRADIZIONE EBRAICA
1. Premessa metodologica: Gesù non muore fuori
dall’ebraismo
Marco 15 non presenta la morte di un uomo che ha
abbandonato l’ebraismo, ma la morte di un ebreo che affronta la condanna
pregando con le parole dei Salmi, richiamando le immagini dei Profeti e
rispettando, anche nel momento della sepoltura, le esigenze della Torah.
Il capitolo deve pertanto essere letto evitando
due errori opposti:
- trasformare
il racconto in un’accusa contro il popolo ebraico nel suo insieme;
- utilizzare
retroattivamente Mishnah e Talmud come se fossero codici già formalmente
vigenti e uniformemente applicati ai tempi di Gesù.
La Mishnah e il Talmud sono fonti posteriori. Non
possono dimostrare direttamente ciò che avvenne nel processo di Gesù, ma
conservano categorie giuridiche, spirituali ed esegetiche che permettono di
comprendere quanto il racconto di Marco rimanga inserito nel mondo ebraico.
In Marco 15 vi sono ebrei che accusano Gesù, ma
vi sono anche Gesù stesso, Giuseppe d’Arimatea, le donne provenienti dalla
Galilea e, verosimilmente, Simone di Cirene. Il capitolo non oppone quindi
“Gesù” agli “ebrei”, ma descrive un conflitto interno alla società giudaica del
tempo, concluso attraverso il potere politico e militare romano.
2. Gesù davanti a Pilato: dalla controversia
religiosa all’accusa politica
Quando Gesù viene condotto davanti a Pilato, la
questione centrale diventa immediatamente politica:
«Sei tu il re dei Giudei?».
Pilato non interroga Gesù sulla purezza rituale,
sul sabato, sull’interpretazione della Torah o sulla sua relazione con il
Tempio. Lo interroga su una possibile pretesa regale. Per l’autorità romana,
infatti, il titolo di “re dei Giudei” poteva essere interpretato come
contestazione della sovranità imperiale.
La formula ritorna più volte:
- nell’interrogatorio
di Pilato;
- nella
proposta di liberazione;
- nella
derisione dei soldati;
- nell’iscrizione
posta sulla croce.
La condanna è dunque eseguita dai Romani e porta
una motivazione politica romana. Pilato ordina la flagellazione, consegna Gesù
alla crocifissione e i soldati romani eseguono la sentenza. Il fatto che alcuni
dirigenti sacerdotali abbiano promosso l’accusa non elimina la responsabilità
dell’autorità che possiede il potere effettivo di condannare ed eseguire.
La risposta di Gesù, «Tu lo dici», non è una
proclamazione politica formulata secondo le categorie romane. È una risposta
volutamente indiretta: Pilato pronuncia un titolo vero, ma lo comprende
attraverso una concezione del potere che non coincide con quella di Gesù. Il
regno annunciato da Gesù non si fonda sulla violenza, sulla conquista militare
o sull’eliminazione degli avversari.
3. Il silenzio di Gesù e il servo sofferente di
Isaia
Gesù non risponde alle numerose accuse. Marco
sottolinea il suo silenzio al punto che Pilato ne rimane meravigliato.
Questo comportamento richiama Isaia 53, dove il
servo perseguitato:
«maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la
sua bocca; era come un agnello condotto al macello».
Il silenzio non indica passività morale,
debolezza o incapacità di difendersi. Nella tradizione profetica può esprimere
la dignità del giusto che non accetta di legittimare con la propria
partecipazione un giudizio ingiusto. Rashi, commentando Isaia 53:7, descrive il
servo come colui che soffre e rimane silenzioso, come una pecora condotta al
macello.
Occorre tuttavia riconoscere la pluralità delle
interpretazioni. Nella lettura cristiana, Isaia 53 viene applicato
individualmente a Gesù. Una parte importante dell’esegesi ebraica,
rappresentata per esempio da Rashi, identifica invece il servo con Israele,
umiliato e perseguitato dalle nazioni.
L’applicazione del testo a Gesù costituisce
quindi una rilettura ebraica delle Scritture sviluppata dai suoi primi
discepoli ebrei. Non cancella il significato collettivo riferito a Israele, ma
colloca Gesù dentro la figura biblica del giusto e del servo sofferente.
4. Il procedimento giudiziario e l’ideale
rabbinico di giustizia
Marco racconta che al mattino i capi dei
sacerdoti, gli anziani, gli scribi e il sinedrio tengono consiglio e consegnano
Gesù a Pilato. Il racconto è estremamente rapido.
La successiva Mishnah stabilirà garanzie
particolarmente rigorose per i processi capitali:
- l’esame
accurato dei testimoni;
- l’avvio
della discussione a favore dell’assoluzione;
- l’impossibilità
di concludere nello stesso giorno una decisione di condanna;
- la
necessità che il verdetto capitale sia pronunciato durante il giorno.
La Mishnah afferma che un processo capitale può
concludersi nello stesso giorno soltanto con l’assoluzione, mentre per una
condanna occorre attendere il giorno successivo.
Non è metodologicamente corretto dichiarare il
procedimento descritto da Marco “illegale” semplicemente applicando
retroattivamente la Mishnah. È però significativo che il processo sommario di
Marco sia molto distante dall’ideale di prudenza giudiziaria successivamente
espresso dalla tradizione rabbinica.
Il contrasto non è quindi tra Gesù e la Torah, ma
tra l’esigenza biblica di giustizia e un procedimento dominato da urgenza
politica, interessi istituzionali e pressione collettiva.
5. Gesù e Barabba: due differenti forme di
liberazione
Barabba viene presentato come un ribelle
coinvolto in una sommossa durante la quale era stato commesso un omicidio.
Gesù, invece, non viene accusato di avere ucciso qualcuno né di avere
organizzato una rivolta armata.
Marco mette così simbolicamente a confronto due
modi di reagire all’oppressione:
- la
ribellione violenta rappresentata da Barabba;
- il regno
di Dio annunciato da Gesù attraverso conversione, giustizia, servizio e
rinuncia alla vendetta.
La folla, sollecitata dai capi dei sacerdoti,
sceglie Barabba. Questa scelta non può essere trasformata in una colpa
ereditaria attribuita al popolo ebraico. Marco parla di una folla presente in
un luogo e in un momento determinati, condizionata da determinati dirigenti.
Non parla di tutti gli ebrei della città, della diaspora o delle generazioni
future.
Pilato, inoltre, non appare innocente. Comprende
che Gesù è stato consegnato per rivalità e domanda quale male abbia commesso,
ma decide comunque di “soddisfare la folla”. La sua è la responsabilità propria
del governante che, pur riconoscendo l’insufficienza delle accuse, sacrifica un
uomo per conservare l’ordine e la propria convenienza politica.
6. La derisione dei soldati: la regalità
trasformata in spettacolo
La porpora, la corona di spine, il saluto «Salve,
re dei Giudei!» e la genuflessione costituiscono una parodia militare romana
della regalità.
Non sono gesti rituali ebraici, ma elementi di
una rappresentazione imperiale rovesciata. I soldati trasformano Gesù in un re
da burla perché conoscono soltanto una regalità fondata sulla forza, sulla
paura e sulla superiorità militare.
Nel quadro della Torah, però, il re d’Israele non
dovrebbe comportarsi come un sovrano assoluto. Deuteronomio 17 sottopone il re
alla Torah, gli proibisce di moltiplicare eccessivamente cavalli, ricchezze e
potere e gli impone di non innalzarsi sopra i propri fratelli.
La regalità di Gesù è coerente con questa critica
biblica del potere. Egli non domina i propri fratelli, non dispone di eserciti
e non risponde alla violenza con altra violenza. La sua autorità viene
manifestata nel servizio e nella fedeltà a Dio, non nell’autoconservazione.
La scena non ridicolizza l’attesa ebraica del
Messia; ridicolizza il modo romano di concepire il potere. I soldati credono di
umiliare un falso re, ma Marco mostra che stanno involontariamente proclamando
il titolo che l’intero racconto vuole interpretare.
7. Simone di Cirene e il legame con la diaspora
ebraica
Simone di Cirene viene costretto a portare la
croce. Cirene ospitava una significativa comunità ebraica, e Simone potrebbe
essere stato uno dei pellegrini giunti a Gerusalemme in occasione della festa.
Marco lo identifica come padre di Alessandro e
Rufo, segno che questi nomi erano probabilmente conosciuti dalla comunità
destinataria del Vangelo. La menzione stabilisce un collegamento tra la
passione di Gesù e famiglie ebraiche della diaspora.
Simone non porta volontariamente la croce: viene
requisito dai soldati. Anche questo dettaglio mantiene chiara la natura romana
della violenza. Il potere imperiale non colpisce soltanto il condannato, ma può
costringere qualsiasi passante a partecipare alla macchina della punizione.
8. Il vino con mirra e la compassione verso il
condannato
Prima della crocifissione viene offerto a Gesù
vino mescolato con mirra, ma egli lo rifiuta.
Un interessante parallelo compare nel Talmud
babilonese, Sanhedrin 43a, dove si ricorda l’offerta al condannato di vino
contenente incenso, allo scopo di confonderne o attenuarne la coscienza prima
dell’esecuzione.
Non si tratta della stessa miscela e non è
possibile dimostrare una dipendenza diretta. Il confronto mostra però che
l’offerta di una bevanda narcotizzante al condannato era compatibile con una
sensibilità ebraica orientata a ridurre la sofferenza.
Il rifiuto di Gesù non rappresenta un rifiuto
della compassione ebraica. Sul piano narrativo indica piuttosto che egli
affronta la morte con piena consapevolezza, senza sottrarsi mentalmente a ciò
che sta avvenendo.
9. La crocifissione riletta attraverso il Salmo
22
La parte centrale del racconto è costruita
mediante numerosi richiami al Salmo 22.
La spartizione delle vesti
Marco scrive che i soldati spartiscono le vesti
di Gesù tirandole a sorte. Il Salmo 22 afferma:
«Si dividono le mie vesti, sul mio abito gettano
la sorte».
Il testo ebraico descrive il giusto umiliato
mentre i suoi avversari si appropriano dei suoi beni prima ancora che sia
morto.
Gli insulti e il movimento del capo
I passanti scuotono il capo e sfidano Gesù a
salvare se stesso. Anche il Salmo 22 descrive il giusto deriso da coloro che lo
vedono, i quali scuotono il capo e mettono in dubbio che Dio possa liberarlo.
L’argomento degli avversari è: se Dio è veramente
con lui, lo salvi immediatamente. È la stessa logica della prova religiosa: la
fedeltà di Dio dovrebbe essere dimostrata mediante un miracolo pubblico.
Gesù non accetta questa logica. La Torah insegna:
«Non tenterete il Signore vostro Dio». Scendere dalla croce per costringere gli
spettatori a credere avrebbe significato sottoporre Dio alla verifica imposta
dagli accusatori.
«Eloì, Eloì, lammà sabactanì»
Il grido di Gesù è la citazione iniziale del
Salmo 22:
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
Marco conserva la forma aramaica della preghiera.
Questo è uno dei segni più evidenti dell’identità ebraica di Gesù nel momento
della morte: Gesù non formula una teoria filosofica sulla sofferenza, ma prega
mediante le Scritture d’Israele.
Il grido non equivale alla perdita della fede.
Gesù continua a dire «Dio mio». Si tratta della protesta del credente che,
proprio perché appartiene a Dio, gli domanda perché la sua presenza non sia
percepibile. Il Salmo inizia con l’esperienza dell’abbandono, ma si conclude
con la lode, la proclamazione della giustizia divina e il riconoscimento della
sovranità di Dio da parte delle nazioni.
La tradizione rabbinica applica la stessa
invocazione alla regina Ester. In Megillah 15b, Ester, sentendosi privata della
presenza divina mentre entra nel palazzo del re, pronuncia: «Dio mio, Dio mio,
perché mi hai abbandonato?».
Questa interpretazione dimostra che, nel pensiero
ebraico, il versetto non esprime necessariamente incredulità. È la preghiera di
un giusto che affronta un potere ostile e sperimenta il nascondimento della
presenza divina.
10. Morire pronunciando le Scritture: il
parallelo con Rabbi Akiva
Un importante parallelo rabbinico, pur
posteriore, è rappresentato dal martirio di Rabbi Akiva.
Berakhot 61b racconta che, mentre i Romani lo
torturavano e lo conducevano alla morte, Rabbi Akiva recitava lo Shema. Egli
interpretava il comando di amare Dio «con tutta la tua anima» come fedeltà a
Dio anche quando viene richiesta la vita. Continuò a pronunciare la parola Eḥad,
“Uno”, fino alla morte.
Gesù pronuncia il Salmo 22; Rabbi Akiva pronuncia
lo Shema. I due episodi non sono identici e appartengono a contesti differenti,
ma esprimono un medesimo modello ebraico: il giusto perseguitato dall’autorità
romana affronta la morte con le parole della Scrittura sulle labbra.
La fedeltà di Gesù fino alla morte non è quindi
estranea alla spiritualità ebraica. Si inserisce nel tema del Kiddush HaShem,
la santificazione del Nome attraverso una vita — e, in circostanze estreme, una
morte — vissuta nella fedeltà a Dio.
11. «Annoverato fra i malfattori» e Isaia 53
Gesù viene crocifisso tra due condannati. La
scena richiama Isaia 53:12, dove il servo:
«fu annoverato fra i trasgressori».
Il testo di Isaia aggiunge che il servo ha
consegnato la propria vita, ha portato il peccato di molti e ha interceduto per
i trasgressori.
Anche qui occorre rispettare la differenza tra
interpretazione cristiana ed ebraica. Marco e i primi seguaci ebrei di Gesù
riconoscono nella sua morte la vicenda del servo. L’esegesi rabbinica
prevalente leggerà invece il servo come Israele perseguitato.
Le due letture condividono comunque un elemento
fondamentale: la sofferenza del giusto o del servo non dimostra che Dio lo
abbia definitivamente respinto. Gli uomini possono considerarlo colpito e
sconfitto, mentre Dio prepara la sua riabilitazione.
Nota testuale su Marco 15:28
Il versetto «Così si adempì la Scrittura…» non
compare in diversi importanti manoscritti antichi di Marco ed è spesso omesso o
posto in nota nelle edizioni critiche moderne. Potrebbe essere un’aggiunta
successiva destinata a rendere esplicito il richiamo a Isaia 53:12.
Anche senza il versetto 28, tuttavia, la
crocifissione tra due condannati conserva naturalmente il collegamento
letterario con il servo annoverato tra i trasgressori.
12. Il buio sulla terra: il linguaggio dei
Profeti
Il buio dall’ora sesta all’ora nona appartiene al
linguaggio profetico del giudizio.
Amos 8:9 annuncia:
«In quel giorno farò tramontare il sole a
mezzogiorno e oscurerò la terra in pieno giorno».
Il buio richiama anche la piaga d’Egitto di Esodo
10. In entrambi i casi non si tratta semplicemente di un fenomeno naturale, ma
di un segno narrativo: l’ordine umano che condanna il giusto viene posto sotto
il giudizio di Dio.
Non è corretto interpretare il buio come il
rifiuto definitivo d’Israele. I Profeti utilizzano il linguaggio delle tenebre
anche contro le nazioni, i governanti e le strutture ingiuste. Il segno investe
“tutta la terra” e rivela la gravità universale di ciò che sta accadendo.
13. L’attesa di Elia
Alcuni presenti credono che Gesù stia chiamando
Elia. L’equivoco deriva probabilmente dalla somiglianza sonora tra Eloì
ed Elìa, ma presuppone anche l’attesa ebraica del ritorno del profeta.
Malachia annuncia l’invio di Elia prima del
giorno del Signore. Nella tradizione ebraica, Elia diviene il messaggero della
riconciliazione, della restaurazione e dell’età messianica.
La scena è quindi incomprensibile fuori
dall’orizzonte ebraico. Gli astanti non immaginano genericamente l’arrivo di un
essere soprannaturale: attendono il profeta biblico associato alla
manifestazione finale di Dio.
Gesù, però, non sta invocando Elia. Sta pregando
il Dio d’Israele mediante il Salmo 22.
14. Il velo del Tempio: giudizio, dolore e
rivelazione
Alla morte di Gesù, il velo del Tempio si
squarcia dall’alto in basso. Marco non specifica con certezza quale velo e non
fornisce una spiegazione esplicita del segno.
Sono possibili diversi significati complementari:
- un segno
di giudizio sulle istituzioni che non hanno riconosciuto il giusto;
- un’immagine
di lutto, simile allo strappo delle vesti;
- la
rivelazione di ciò che era nascosto;
- l’annuncio
di una futura crisi del Tempio.
Non è necessario interpretare lo squarcio come
abolizione della Torah, rifiuto del popolo ebraico o dichiarazione che il
Tempio fosse privo di valore. Gesù ha riconosciuto il Tempio come casa di
preghiera, richiamandosi a Isaia e Geremia. La sua critica è profetica: proprio
perché il Tempio è santo, non può essere separato da giustizia, misericordia e
fedeltà.
Una sorprendente riflessione rabbinica contenuta
in Sanhedrin 46b afferma che, quando un uomo viene giustiziato ed esposto, Dio
stesso è in sofferenza: «La mia testa è pesante, il mio braccio è pesante». La
sofferenza del condannato coinvolge simbolicamente la presenza divina, perché
l’essere umano porta l’immagine di Dio.
Questo pensiero permette di leggere lo squarcio
del velo anche come segno del dolore divino davanti alla degradazione e alla
morte di un essere umano.
Yoma 39b conserva inoltre la memoria rabbinica di
segni di crisi nel Tempio durante il periodo precedente la sua distruzione: il
lotto “per il Signore” non saliva più nella mano destra del sommo sacerdote e
altri segni favorevoli cessavano. Il testo non parla della morte di Gesù e non
deve essere utilizzato come sua “prova” indipendente; dimostra però che anche
la memoria rabbinica interpretò gli ultimi decenni del Secondo Tempio come un
tempo di profonda crisi spirituale e istituzionale.
15. Il centurione e la vocazione universale
d’Israele
Il centurione romano dichiara:
«Veramente quest’uomo era Figlio di Dio».
La confessione di un non ebreo non significa
necessariamente sostituzione d’Israele. Può essere letta come estensione alle
nazioni della conoscenza del Dio d’Israele.
Il Salmo 22, citato da Gesù, si conclude
annunciando che tutti i confini della terra si ricorderanno del Signore, che le
famiglie delle nazioni si prostreranno davanti a lui e che la sua giustizia
sarà proclamata alle generazioni future.
Il centurione diventa così la prima
rappresentazione narrativa di questa apertura. Non scopre un dio alternativo al
Dio d’Israele: attraverso la morte del giusto ebreo comincia a riconoscere
l’azione del Dio annunciato dalle Scritture d’Israele.
Anche il titolo “Figlio di Dio” possiede radici
ebraiche. Nella Bibbia può indicare Israele, il re davidico o una persona
particolarmente legata alla missione divina. Nel contesto romano acquista
inoltre un valore polemico: la vera autorità non appartiene al potere imperiale
che uccide, ma al giusto apparentemente sconfitto.
16. Le donne: discepolato, servizio e
testimonianza
Marco nomina Maria Maddalena, Maria madre di
Giacomo e Iose, Salome e molte altre donne che avevano seguito e servito Gesù
in Galilea.
I verbi “seguire” e “servire” definiscono il vero
discepolato nel Vangelo di Marco. Mentre molti discepoli maschi sono fuggiti,
le donne rimangono, osservano la morte e memorizzano il luogo della sepoltura.
La loro presenza garantisce la continuità
narrativa tra:
- la
missione in Galilea;
- la
crocifissione;
- la
sepoltura;
- la
scoperta del sepolcro vuoto.
Non sono spettatrici occasionali. Sono discepole
ebree che hanno sostenuto il movimento di Gesù e che diventano custodi della
memoria degli eventi.
17. Giuseppe d’Arimatea e la sepoltura secondo la
Torah
Giuseppe d’Arimatea è descritto come:
- membro
rispettabile del consiglio;
- uomo in
attesa del regno di Dio;
- persona
abbastanza coraggiosa da chiedere il corpo a Pilato.
La sua presenza impedisce di identificare tutto
il sinedrio o tutte le autorità ebraiche con un unico atteggiamento verso Gesù.
Anche all’interno delle istituzioni esistono dissenso, attesa del regno e
pietà.
La richiesta di Giuseppe risponde direttamente
alla Torah. Deuteronomio 21:22-23 stabilisce che il corpo di un condannato
esposto non deve rimanere durante la notte, ma deve essere sepolto nello stesso
giorno, affinché la terra non sia contaminata.
Poiché sta per iniziare lo Shabbat, Giuseppe
agisce rapidamente:
- domanda
il corpo;
- compra un
lenzuolo;
- depone
Gesù;
- lo
avvolge;
- lo
colloca nel sepolcro;
- chiude
l’ingresso con una pietra.
L’azione non è estranea alla Torah, ma ne
costituisce l’adempimento pietoso. Anche la tradizione talmudica ricava da
Deuteronomio 21 l’obbligo della sepoltura, estendendolo oltre il caso del
condannato.
La tradizione ebraica definirà la cura del morto ḥesed
shel emet, “benevolenza di verità”: un atto gratuito, perché il defunto non
può ricambiare. Tale interpretazione viene collegata a Genesi 47:29 e
conservata nel Midrash e nel commento di Rashi.
Giuseppe compie verso Gesù proprio questo tipo di
misericordia. Non può più ricevere da lui onori, incarichi o riconoscimenti. Si
espone personalmente per restituire dignità al suo corpo.
18. Coerenza di Gesù con il pensiero ebraico
Marco 15 presenta Gesù come pienamente inserito
nella spiritualità d’Israele.
Gesù prega come un ebreo
Nel momento estremo non abbandona il Dio
d’Israele, ma si rivolge a lui con il Salmo 22 e nella lingua aramaica del suo
ambiente.
Gesù assume la figura del giusto perseguitato
Il suo silenzio, gli insulti, la spartizione
delle vesti, la falsa apparenza dell’abbandono e la collocazione tra i
trasgressori richiamano i Salmi e Isaia.
Gesù non mette Dio alla prova
Rifiuta di scendere dalla croce per produrre un
miracolo dimostrativo. Rimane coerente con il principio della Torah secondo cui
Dio non deve essere sottoposto alla prova richiesta dagli uomini.
Gesù rifiuta la regalità violenta
Contrappone implicitamente il proprio regno alla
rivolta omicida di Barabba e al dominio coercitivo rappresentato da Pilato e
dai soldati.
Gesù muore nella fedeltà alle Scritture
Come, nella successiva memoria rabbinica, Rabbi
Akiva morirà pronunciando lo Shema, Gesù muore pronunciando un Salmo. Entrambi
affrontano la violenza romana radicandosi nella parola di Dio.
Il suo corpo viene trattato secondo la Torah
La sepoltura prima della notte e dello Shabbat
realizza il comando di Deuteronomio 21 e manifesta la pietà ebraica verso il
defunto.
Conclusione
Marco 15 non può essere letto correttamente come
il racconto della condanna di Gesù da parte “degli ebrei”. È il racconto di un
ebreo condannato dall’autorità romana dopo un conflitto con alcuni settori
della leadership sacerdotale.
La crocifissione è romana; il linguaggio con cui
Gesù comprende e affronta la morte è ebraico.
Gesù:
- prega con
i Salmi;
- incarna
il giusto perseguitato dei Profeti;
- non mette
Dio alla prova;
- rifiuta
la violenza come strumento messianico;
- mantiene
la propria fiducia nel Dio d’Israele;
- viene
sepolto secondo la Torah;
- è
accompagnato fino alla fine da discepole e da un autorevole membro ebreo
del consiglio.
Le tradizioni midrasciche e talmudiche, pur
successive, mostrano significativi punti di contatto: la protesta di Ester con
le parole del Salmo 22, il martirio di Rabbi Akiva con lo Shema, la compassione
verso il condannato, la sofferenza della presenza divina davanti all’uomo
giustiziato e l’obbligo di una sepoltura dignitosa.
Questi paralleli non dimostrano che la tradizione
rabbinica abbia riconosciuto in Gesù il Messia e non autorizzano a cancellare
le differenze tra giudaismo e cristianesimo. Dimostrano però che il
comportamento attribuito a Gesù da Marco è comprensibile all’interno delle
categorie spirituali, bibliche e morali dell’ebraismo.
La morte di Gesù, nel racconto marciano, non
rappresenta l’abbandono dell’ebraismo, ma il punto estremo della sua fedeltà al
Dio, alle Scritture e alla speranza d’Israele.
Il testo può essere ulteriormente trasformato in
un capitolo organico del saggio “Gesù l’ebreo”, con stile più narrativo
e minori suddivisioni.
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