sabato 20 dicembre 2025

Chi sono i palestinesi? Parte II



Per chi ignora la storia del medio-oriente o per chi è ideologicamente formattato per odiare gli ebrei.

Periodo- pre cristiano e cristiano 

Come abbiamo visto precedentemente, i cananei arrivarono in questa terra circa 6000 anni fa creando insediamenti come Gerico. Invece circa 3800 anni fa giunsero gli ebrei (tribù di israeliti) quando in Canaan dominavano gli ittiti. L'identificazione di questa terra che va dalla Fenicia all'Egitto come "Palestina" si ha nel V sec a.C.  Nell'antica Grecia Erodoto nella sua opera "storie" chiamava la parte meridionale della Siria Palestina ed affermava che i suoi abitanti erano "circoncisi" quindi ebrei. Aristotele nella sua opera "meteorologia" uso il termine Palestina per indicare una regione del mar morto. Cosi altri autori greci come Polemone e Agatarchide di Cnido, oltre scrittori romani come Ovidio, Tibullo, Pomponio, Plnio, Dione, Plutarco, come i scrittori romani di origine ebraica come Filone di Alessandia e Flavio Giueseppe. Nel 135 d.C. le autorità romane decisero di chiamare questa provincia della Syria Palestina in sostituzione di provincia di Giudea. Infatti precedentemente i romani chiamavano provincia di Giudea la aprte meridionale, e e Galilea la parte a nord. Sostanzialmente la parte costiera era abitata da filistei e fenici che certamente non erano arabi. Anche i Vangeli parlano di Galilea e Samaria. Si rinvia a quanto indicato nella parte I https://petronioerminio.blogspot.com/2024/11/chi-sono-i-palestinesi-parte-i.html

Periodo Islamico

Dopo la nascita di Cristo e lo sviluppo del cristianesimo in tutto il medio oriente nel 5 secolo d.C. la Palestina, ovvero Canaan, divenne parte dell'impero Bizantino. Quando Maometto (610 d.C.) si senti profeta per una presunta rivelazione dell'angelo Gabriele sul monte Hira nasce l'Islam che significa sottomissione. Il monte Hira è in Arabia Saudita dove si trova la Mecca. Nella città della Mecca Maometto comincio a divulgare la nuova religione e la fede nel D-O unico Allah. Maometto entra in contrasto con altri clan della Mecca (624 d.C.) che erano politeisti, e dopo una tregua si rinforzo, e attaccò nuovamente i clan Meccani sottomettendoli. In questo periodo dopo il primo scontro con i Meccani Maometto si rifugiò a Medina abitata da due tribù ebraiche, Banu Qurayza e Banu Nadir, che furono massacrata dai musulmani guidati da Maometto, derubata e furono uccisi circa 700 maschi con l'estinzione della tribù. Questo fu il primo Progrom. Le popolazioni arabe beduine erano considerati pacifiche ed erano prevalentemente cristiane, prima della conquista islamica e prima che Maometto riunìsse gli arabi fondando una Teocrazia. 

Dopo la morte di Maometto, fu scelto come successore e primo Califfo Abu Bakr e da allora si succedettero diversi califfi. Nel 661 si ebbe la frattura fra il cugino di Maometto (divennero i sciiti) e il Califfo discendente della dinastia degli Omayyade (divennero i sunniti). I sunniti prevalsero e si espansero fin tutto il Nord Africa e la Spagna. Sconfitto dagli eserciti arabi musulmani l'impero persiano e quello bizantino i musulmani la conquista si estese a tutte le  terre di Siria, Palestina, Egitto e la Tripolitania fino alle coste sud del mediterraneo. In questo periodo le popolazioni cristiani e gli ebrei (religioni del libro) godevano di una parziale libertà religiosa purché riconoscessero la superiorità dell'islam ed il pagamento di un tributo, salvo che si convertissero all'islam per ottenere pieni diritti civili. Le conquiste  islamiche si estesero fino all'India ed all'Africa fino al 1700 d.C. con l'impero ottomano. In questo periodo il popolo palestinese come entità politica non esisteva perché erano semplicemente arabi musulmani che risiedevano nell'ex impero bizantino, alcuni erano ebrei, altri cristiani. 

Il Periodo del mandato britannico

La Palestina quindi era una regione più ampia conquistata dai turchi ottomani e rimase sotto la loro influenza per più di 400 anni perdendone il controllo alla fine della prima guerra mondiale passando l'allora Palestina sotto il controllo del Regno Unito dopo che l'impero ottomano fu spartita tra la Francia e l'Inghilterra. 

La spartizione fu decisa nel 1916 con l'accordo Sykes-Picot, accordo che parla di stati Arabi e non di un'entità palestinese. Con questo accordo si stabiliva che in Palestina doveva essere istituita un'amministrazione internazionale con le forme decise tra le potenze vincitrici e il sceicco della Mecca. E' importante sottolineare che non esistevano interlocutori Palestinesi ma solo Arabi. Qui si crea il primo problema. Con la Dichiarazione Balfour del 02/11/1917, successivo all'accordo del 1916,  le autorità britanniche considerando che da secoli gli ebrei abitavano in Palestina, ritennero di riconoscere agli ebrei residenti ed agli ebrei dispersi nelle altre nazioni una loro "nazione". Ciò fu vissuto dagli arabi come un tradimento dopo che nel 1915 fu loro promesso, in cambio della lotta contro l'impero ottomano, il sostegno alla formazione di uno stato islamico (no palestinese). Nel 1922 la Società delle Nazioni istituiti il mandato britannico della Palestina, riconoscendo l'impegno espresso nella dichiarazione Balfour, istituendo un'agenzia per gestire l'immigrazione ebraica collaborando con le autorità britanniche perché ottenessero la cittadinanza palestinese.

Il Governo Britannico fece l'errore di non valutare con attenzione il "sentimento" arabo animato dal desiderio di costituire uno stato Islamico e del sentimento di "tradimento" vissuto dagli arabi per la mancata attuazione dell'l'accordo Sykes-Picot, in un territorio islamizzato dopo anni di dominazione ottomana, che contrastava con il sentimento ebraico che fonda la sua religione sulla terra promessa ad Abramo: Canaan. Errore che fanno ancora oggi i governi occidentali che mantengono un approccio laico in un contesto culturale animato da forti tensioni religiose. Il "Sionismo" movimento di culturale nato per la promozione della nazione ebraica, diventa, suo malgrado, l'ostacolo per gli arabi per la creazione di uno stato islamico, ed il nemico giurato dei musulmani che rivendicano la stessa terra. Nel mandato per la Palestina si dichiarava nella premessa: «Considerato che in tal modo è stato riconosciuto il legame storico del popolo ebraico con la Palestina e le ragioni per ricostituire la propria patria nazionale in quel paese». 

Negli anni 20 ci furono rivolte della popolazione araba contro i coloni ebraici e il Regno Britannico aveva condannato gli attacchi arabi contro le loro proprietà, giustificando le rappresaglie da parte dei coloni ebrei contro gli insediamenti arabi come una "legittima difesa" dagli attacchi subiti, ma aveva anche individuato nel timore della creazione di uno stato ebraico il motivo scatenante della rivolta. Negli anni 30 il Comitato Supremo Arabo chiedeva la fine del mandato e dell'immigrazione ebraica, fino ad arrivare alla guerra civile tra arabi e ebrei. Il governo britannico cercò di non agevolare più il movimento sionista ed i flussi migratori pesando alla creazione di unico stato misto arabo-ebraico, ma  le autorità arabe lo rifiutarono, ritenendolo comunque insufficiente e chiedendo il blocco completo dell'immigrazione ebraica.




La fine delle democrazie occidentali

 

 
La Rivoluzione francese del  1789 in cui l’Assemblea co­stituente approvò la Dichiarazione dei dirit­ti dell’uomo e del cittadino in cui si affermava che la libertà personale, la libertà di parola, la libertà delle proprie con­vinzioni, il diritto di opporsi all’oppressione sono diritti naturali, sacri, inalienabili dell’uo­mo e del cittadino, la Rivoluzione americana degli anni 1765 e 1783 che portarono alla Costituzione americana la quale garantiva la libertà di parola, di stampa, di associazione e personale... introduceva tribunali basati su giurie, e la separazione di Chiesa e Stato. Queste rivoluzioni borghesi ponevano al centro i diritti dell'uomo e costituirono le premesse del nostro novecento. Si aggiunga che nel XX secolo si è sviluppato anche il movimento per la rivendicazione per le donne dei diritti civili, della condizione economica femminile e dei diritti politici (suffragio femminile). In questo contesto storico dobbiamo anche segnalare lo sviluppo del socialismo che da movimento rivoluzionario dalla III internazionale i partiti socialisti, ormai orientati in senso riformista e inseriti nei sistemi democratico-borghesi dei diversi paesi, recuperarono le istanze liberali dell'utopia socialista pre-marxista, dando vita al socialismo democratico, alla socialdemocrazia e al socialismo liberale. Il socialismo inserito nel contesto democratico-borghese, in particolare nei paesi europei o comunque occidentali, si allontanarono dalle istanze rivoluzionarie, in favore di un approccio riformista, inquadrato all'interno delladella democrazia parlamentare. Il socialismo ebbe ed ha come obiettivo  la riorganizzazione della società su basi collettivistiche e secondo principi di uguaglianza , contrapponendosi alla moderna concezione individualistica della vita umana. L’obiettivo è dunque quello di creare un nuovo ordine politico in grado di eliminare o almeno ridurre le disuguaglianze sociali. 
 
Principi di uguaglianza tra gli uomini, tra uomini e donne, i diritti delle donne, il principio dello stato laico ed ora della non discriminazione tra i diversi orientamenti sessuali, sono il prodotto di tutte le lotte liberali e socialiste della fine dell'800 e del 900.

Oggi, nel XXI secolo, tutto questo patrimonio culturale conquisitato nei secoli precedenti è al termine, con un graduale arretramento etico e sociale per una non corretta comprensione dell'ideologia islamica. Il pragmatismo cieco delle leadership occidentali, che si ostinano a valutare con i loro parametri la dimensione dell'islam, sta decretando la fine dei valori fondanti della nostra società. 

Questo oggi è possibile perchè "l'ideologia della pace e dei diritti" si è legata a principi corretti quali quella della libera determinazione dei popoli e della non discriminazione degli immigranti strumentalizzata da movimenti islamici come HAMAS. Si è arrivati al paradosso che masse di giovani, privi di una reale conoscenza di quanto stia accadendo, scendono nelle piazze con violenza gridando dalla RIVA AL MARE senza sapere cosa significhi questo slogan per la loro vita; peggio rettori delle università che per postura ideologica anziche promuovere il dialogo boicottano la collaborazione con Israele. Giornalisti che esaltano queste proteste come momenti di confronto democratico amplificando una menzogna come STOP AL GENOCIDIO. L'ONU che non è stato capace di prendere posizione nei confronti del terrorismo condannando l'aggredito ed assegnando la presidenza del forum sui diritti umani all'IRAN lo stato che viola costantemente i diritti umani degli omosessuali, delle donne e di altre minoranze, e che alimenta il terrorismo. 

Cosa dire della Corte Penale Internazionale dell'AJA che emana una richiesta di mandato di cattura contro la leadership Israeliana,  moralmente inaccettabile e scandalosa. Questa condanna in realta, confondendo l'aggredito con l'aggressore, ponendoli sullo stesso piano, legittima il terrorismo. 

Oggi più che mai si consolida nella strategia Jihādismo islamico l'idea che l'azione terroristica (morti, devastazioni e stupri) è pagante allo scopo di conseguire risultati politici, che coincidono con il processo di islamizzazione dell'occidente. Quando Norveglia, Spagna e Irlanda dichiarano di voler riconsocere uno stato che non esiste, dichiarano ad HAMAS: avete vinto, incoraggiando le future azioni terroristiche. 

L'occidente stà uccidendo se stesso, la sua cultura, le sue conquiste, i suoi diritti, cedendo alla pressione dell'Islam Jihadista, e nessun sarà più al sicuro nei propri paesei e nelle proprie città.

 

 

“Il marchese del Grillo” e l'antisionismo

 

Una domanda me la sono posta, e non riesco a togliermela dalla testa: com’è possibile che, dopo Nostra Aetate (1965) del Concilio Vaticano II — documento sbandierato come svolta epocale nel rapporto con gli ebrei — oggi l’antisemitismo continui indisturbato, riciclandosi nell’antisionismo più tossico?
E com’è possibile che proprio coloro che durante il Covid hanno smontato una a una le bugie dei media occidentali, etichettati come “complottisti” per aver verificato i fatti, gli stessi… abbiano poi bevuto senza fiatare le menzogne sul presunto genocidio israeliano diffuse da Hamas tramite Al Jazeera? Nessuna verifica, nessuna analisi, niente. Come se non avessero mai imparato nulla.

Alla fine, la risposta l’ho trovata: sotto l’antisionismo di oggi — persino quello dei “ribelli” anti-mainstream — ci sono duemila anni di bugie teologiche cattoliche mai davvero smentite.

Nostra Aetate, per quanto presentato come rivoluzionario, non ha scalfito il vero problema. Sì, condanna l’idea del “deicidio collettivo”, e Giovanni Paolo II si è affrettato a chiamarlo “una distorsione”. Ma la radice avvelenata resta: l’idea che “alcuni ebrei” abbiano ucciso Dio. Una dottrina assurda, pericolosa, e soprattutto perfetta per generare aberrazioni morali: permette di accusare un intero popolo per l’azione di pochi. È lo stesso meccanismo mentale che porta a dire: “i siciliani sono mafiosi”.

Questa colpa collettiva, predicata dalla Chiesa per oltre 1500 anni, ha scolpito nelle menti europee la figura dell’ebreo come “deicida”. E la Chiesa, dopo il Concilio, cos’ha fatto per rimediare? Nulla. Nessuna catechesi di massa, nessun mea culpa davvero operativo, nessuna pulizia teologica delle proprie macerie. Perché?

Perché il problema è più profondo: nasce da un errore teologico dei Padri della Chiesa — l’invenzione del “deicidio”.
Un errore che ha prodotto persecuzioni, pogrom e stermini, ma che non può essere eliminato senza toccare la dottrina cristologica stessa: se Gesù è Dio, allora per molti cattolici continuerà a serpeggiare il pensiero che “un ebreo” abbia consegnato Dio ai Romani.

E poi arriva il secondo pilastro, quello che regge tutto il castello: la teologia della sostituzione.
Secondo questa dottrina, la Chiesa avrebbe “rimpiazzato” Israele come Popolo eletto. Le promesse bibliche? Non più per Israele, ma riscattate dalla Chiesa. Israele non riconosce Gesù? Allora perde l’elezione. Via la radice, avanti il ramo nuovo.

Questa teologia è il carburante dell’antisionismo moderno. Perché se la Chiesa è il “vero Israele”, allora gli ebrei non hanno alcun diritto a tornare in Eretz Israel. E non sorprende che Avvenire, il quotidiano ufficiale della CEI, diffonda posizioni filo-palestinesi, rilanci accuse infondate di genocidio e si guardi bene dal riconoscere legittimità allo Stato ebraico.
Guai a dire che Israele esiste perché Dio lo ha voluto: significherebbe ammettere che la Chiesa non ha sostituito nessuno.

E qui viene il punto: due millenni di catechesi antiebraica e poi antisionista hanno plasmato la cultura occidentale, e persino oggi, mentre molti gridano “non crediamo ai media!”, sono prontissimi a bersi qualunque propaganda palestinese. Non è pensiero critico: è condizionamento religioso travestito da opinione politica.

E poi c’è un dettaglio imbarazzante: la Chiesa sostiene che il Papa è il rappresentante di Dio sulla terra. Ma se Dio non revoca le sue promesse — e Paolo lo dice chiaramente — come può Dio aver rinnegato Israele?
Paolo, nella Lettera ai Romani, non lascia spazio ai dubbi. Nel capitolo 11 si domanda se, non avendo molti ebrei riconosciuto Gesù, Dio abbia abbandonato il suo popolo.
La risposta? Lapidaria:

«Dio non ha affatto respinto il suo popolo.»
E ancora:
«I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili.» (Rm 11,29)

Fine della discussione. Dio non revoca un’alleanza che ha fatto Lui.

Non a caso molte chiese evangeliche contestano apertamente la teologia della sostituzione: semplicemente non sta in piedi biblicamente.

A questo punto, tutta la vicenda ricorda la celebre scena del film di Alberto Sordi Il marchese del Grillo.
La Chiesa, per secoli, ha di fatto detto agli ebrei ciò che dice Sordi al povero carbonaio:

«Io so’ io… e voi nun siete niente.»

Ecco il problema: la teologia cattolica è rimasta intrappolata in questa mentalità. La Chiesa è Israele; gli ebrei, per definizione, no.
E quando gli ebrei osano tornare nella loro terra, costruire uno stato, difendersi, prosperare… la narrazione salta. La struttura teologica scricchiola.
E l’Occidente — impregnato di secoli di catechesi antiebraica — reagisce con nuovo antisemitismo travestito da “solidarietà” verso i palestinesi.

Il risultato?
Persone che non credono più alle bugie dei media… che però credono ancora, senza saperlo, alle bugie della teologia cattolica di ieri.

lunedì 8 dicembre 2025

Lo smarrimento dell'occidente


Guardiamoci attorno con onestà: oggi assistiamo a un ribaltamento sorprendente di posizioni, alleanze e visioni del mondo. Da una parte religioni e ideologie nate con una vocazione universale—come cristianesimo e islam—continuano a muoversi nello scenario globale. Ma mentre il cristianesimo sembra avere perso la sua spinta espansiva, ripiegandosi tra nostalgie di ortodossia e tentativi di modernizzazione, l’islam riesce a crescere e a radicarsi anche nelle società occidentali. E lo fa spesso proprio sfruttando quei valori che l’Occidente ha costruito: accoglienza, integrazione, solidarietà, uguaglianza.

Ed è qui che nasce la domanda che dovrebbe farci riflettere: com’è possibile che movimenti, gruppi e persone che difendono diritti individuali, libertà personali, uguaglianza di genere e riconoscimento delle diversità finiscano talvolta per sostenere istanze provenienti da contesti religiosi che non condividono affatto questi principi? Com’è possibile che proprio chi difende la libertà, la pace e i diritti delle minoranze si trovi, senza quasi accorgersene, ad affiancare posizioni che, nella loro forma più rigida, mirano a limitare quelle stesse libertà?

La risposta, forse, non riguarda né l’islam né il cristianesimo, ma noi.
L’Occidente, concentrato sul benessere, sull’intrattenimento, sulla gratificazione immediata, ha smarrito il suo primo nucleo educativo: la famiglia. Per generazioni, la famiglia è stata il luogo in cui si costruivano identità, senso di appartenenza, trasmissione dei valori. Oggi quel ruolo si è assottigliato, rimpiazzato da tempo libero, consumi, fine settimana, vacanze, svaghi. La nostra cultura si è trasformata in un modello edonistico, che rincorre piacere e comodità più che responsabilità e continuità.

E nell’edonismo, la prospettiva del futuro scompare. I figli—che richiedono tempo, energia, sacrificio—sembrano un ostacolo. Molti li evitano per ragioni economiche, o semplicemente perché non vogliono rinunciare a qualcosa. Ma così rischiamo di impoverire le nostre società proprio dove nessuna economia potrà mai compensare: nel ricambio generazionale, nella cura, nella continuità. I nonni lo dicevano chiaramente: ogni scarpa diventa scarpone. Chi vive solo per il presente, prima o poi si troverà davanti un futuro vuoto.

Pensiamo a cosa significhi diventare anziani in un mondo senza figli e senza nipoti. Possiamo davvero credere che sarà lo Stato a occuparsi di tutti noi? Che basterà il risparmio? È una speranza fragile. Una società senza futuro demografico è destinata a vivere la vecchiaia come un incubo, non come una stagione della vita.

E allora, quel versetto antico che appare all’inizio della Genesi—
“Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra…” e che ritorna dopo il diluvio rivolto a Noè e ai suoi figli, non è soltanto un richiamo religioso.

È un avvertimento universale, un monito che attraversa epoche e civiltà: se una società smette di generare vita, smette anche di generare futuro.

Ignorarlo significa avviarsi lentamente verso il declino.

sabato 6 dicembre 2025

Quando la violenza è lecita? Avanza il “diritto alla Violenza”?



A quanto pare la domanda del momento è questa: quando la violenza diventa lecita? Semplice: quando fa comodo a qualcuno. Benvenuti nell’era del “diritto alla violenza”, il nuovo sport nazionale mascherato da lotta per i diritti.

Negli ultimi mesi si è imposto un dogma grottesco: se ti proclami difensore di un diritto, allora tutto ti è permesso. E così assistiamo allo spettacolo surreale di gruppi che, in nome delle cause più disparate, rivendicano una specie di licenza per devastare, intimidire, zittire. Basta dire “lo faccio per una minoranza” e puff, ogni limite scompare: occupazioni abusive, conferenze impedite, libri censurati, e naturalmente il consueto corredo di bombe carta, incendi, blocchi stradali e vandalismi vari. Tutto rigorosamente “etico”, ci mancherebbe.

Ma la parte più comica — si fa per dire — arriva dalla politica. Gruppi estremisti che giustificano la violenza? Nessuna sorpresa. Ma vedere PD, M5S, AVS e CGIL arrampicarsi sugli specchi con condanne infarcite di “ma… però… se…” è uno spettacolo indecoroso. Altro che difesa della legalità: qui si sta distribuendo un lasciapassare morale a chiunque urli più forte, trasformando i violenti in vittime e le vittime in colpevoli. Complimenti: una lezione magistrale di coerenza.

E allora, seguendo la loro brillante logica, tutto diventa possibile. Non ti piace il pensiero gender nelle scuole? Via libera all’indignazione militante. Non approvi i sostenitori dei palestinesi? Trattali come vogliono trattare gli altri. C’è un blocco stradale di professionisti della protesta? Beh, la teoria del “diritto alla violenza” apre scenari che nemmeno loro sembrano aver considerato. E se i giovani di destra adottassero le stesse maniere forti dei loro coetanei di sinistra, dovremmo forse applaudire al “diritto al dissenso fisico”?

È questo il capolavoro che i leader della sinistra radical-chic stanno confezionando: una società dove il diritto non è più uguale per tutti, ma modulabile in base a chi ti sta simpatico. Una società in cui la forza non è più un problema, ma un argomento.

Benvenuti nel mondo nuovo: quello dei “diritti miei”, difesi non con le idee, ma con il tacco, il gomito e — perché no — con la solita spruzzata di arroganza moralista.

Un futuro radioso, davvero. Per chi ama il caos ben confezionato.

domenica 30 novembre 2025

Papa Leone XIV sceglie di inaugurare il suo pontificato a Nicea


Il neoeletto Papa Leone XIV sceglie di inaugurare il suo pontificato con una visita pastorale a Nicea, come se bastasse tornare sul luogo del “delitto originario” per rinsaldare un’eredità teologica vecchia di diciassette secoli. Nicea è infatti il simbolo della nascita del cattolicesimo imperiale, quello costruito non tanto sulla predicazione evangelica, quanto sulle esigenze politiche di un Impero in decomposizione.

Nel IV secolo, la Chiesa è già diventata un organismo profondamente greco-romano, guidato da vescovi che, in grandissima parte, provengono da un retroterra pagano. Sono convertiti di prima o seconda generazione, cresciuti più nei culti misterici che nella Torah. E lo si vede: a Nicea l’atmosfera è tutto fuorché giudaica. Non è un caso che la rappresentanza giudeo-cristiana sia praticamente inesistente. Chi mai avrebbe potuto sentirsi al sicuro in un clima in cui persino l’imperatore Costantino, nella sua lettera sulla Pasqua, si lancia in invettive violentissime contro i Giudei, definendo le loro usanze “detestabili” e usando un linguaggio apertamente ostile? È difficile non parlare di antisemitismo primordiale, soprattutto se si guarda all’esito: il concilio decide di separare la Pasqua cristiana dal calendario ebraico proprio per prendere le distanze dal popolo che aveva dato i natali a Gesù.

La decisione dottrinale principale di Nicea – che il Figlio è “della stessa sostanza del Padre” – non nasce in una torre d’avorio teologica, ma nel pieno di un attacco politico e ideologico contro l’ultimo residuo di ebraicità all’interno del cristianesimo. Ario, con il suo richiamo al pensiero ebraico e biblico, è il bersaglio perfetto: sostiene che il Figlio sia stato creato da Dio, in linea con la tradizione rabbinica sulla dignità dell’uomo fatto “a immagine e somiglianza” del Creatore (Gen 1:26; Gen 5:1–2; Sal 8; Sal 82; ecc.). Tutta una visione, quella biblica, che presenta l’uomo come riflesso della divinità, non come Dio stesso.

Ma ammettere che Gesù fosse un essere creato – per quanto unico – avrebbe distrutto il progetto politico che stava nascendo: costruire un’istituzione nuova che potesse dichiararsi la vera erede delle promesse fatte da Dio ad Abramo. Per questo la posta in gioco della disputa con Ario era enorme. Rendere Gesù inequivocabilmente Dio significava che la Chiesa, tramite il primato di Pietro sancito da Matteo 16,18–19 e Giovanni 21,15–17, poteva autoproclamarsi nuovo “popolo eletto”, surclassando Israele e relegando gli ebrei nella categoria dei decaduti, dei puniti, dei “rigettati dal Messia”.

Da questo meccanismo teologico-narrativo nasce il fil rouge che accompagna secoli di storia cristiana: prima l’antisemitismo teologico, poi quello sociale e politico e infine il suo derivato moderno, l’antisionismo, costruito sulla pretesa che “gli ebrei hanno perso il diritto alla terra promessa”. Una logica innescata proprio a Nicea, dove l’ebraismo viene espulso dal cristianesimo non solo liturgicamente ma teologicamente.

Bisognerà aspettare il XX secolo, dopo tragedie immani e dopo che la teologia dell’“Israele decaduto” aveva avvelenato per secoli l’immaginario cristiano, perché la Chiesa cattolica provi a fare marcia indietro. Con il Concilio Vaticano II e il documento Nostra Aetate (1965) si riconosce finalmente che l’elezione del popolo ebraico non è mai stata revocata. Giovanni Paolo II lo ribadirà con una chiarezza che suona quasi come una confessione: “L’Alleanza fatta da Dio con Israele non è mai stata revocata”.

Eppure, nonostante queste dichiarazioni tardive e necessarie, il seme avvelenato piantato a Nicea non è mai stato completamente estirpato. Rimane nei secoli, sotto la superficie, come un’eredità ingombrante che nessuna visita pastorale potrà davvero cancellare.

mercoledì 26 novembre 2025

Lettera aperta agli antisionisti di destra– Parte VI

 


Dunque che cosa è Il sionismo?

Non nasce all’improvviso: è il risultato di una lunga storia identitaria e, allo stesso tempo, di una svolta politica avvenuta nell’Ottocento. Possiamo immaginarlo come un fiume che scorre da millenni, ma che nell’età moderna prende una nuova forma, più organizzata e consapevole.

Le radici antiche: un popolo già connesso alla sua terra

Per capire il sionismo, bisogna partire da un fatto semplice:
il popolo ebraico ha sempre avuto un legame fortissimo con la Terra d’Israele, non solo politico, ma spirituale, culturale e identitario. Nella Bibbia, nelle preghiere, nelle festività, nelle liturgie, ricorre continuamente l’idea di: una terra promessa, un luogo d’origine, un ritorno possibile (“l’anno prossimo a Gerusalemme”). Anche dopo la diaspora, gli ebrei non hanno mai smesso di considerare quella terra come il loro centro simbolico. Questa continuità è ciò che rende diverso il percorso ebraico rispetto a molti nazionalismi europei dell’Ottocento: qui non si deve creare un popolo, perché il popolo esiste già.

L’Ottocento: modernità, antisemitismo e Risorgimenti nazionali

Arriviamo ora al vero punto di svolta. L’Ottocento è il secolo dei nazionalismi: italiani, greci, ungheresi, tedeschi, polacchi. Tutti i popoli d’Europa iniziano a chiedersi: "Chi siamo? Dove vogliamo essere? A quale terra apparteniamo?" Gli ebrei, però, vivono una situazione diversa. Da un lato iniziano finalmente ad emanciparsi: ottengono diritti civili, accedono all’università, partecipano alla vita culturale e politica delle nuove nazioni, dall’altro lato, l’antisemitismo si rafforza, soprattutto nell’Europa centro-orientale e nella Russia zarista, dove esplodono pogrom, persecuzioni e discriminazioni. Molti ebrei si accorgono che la promessa dell’integrazione non regge. L’idea comincia a circolare: per essere sicuri, liberi e pienamente se stessi, dobbiamo avere una nostra terra.

I pionieri del pensiero sionista

Prima di Herzl ci sono diversi pensatori che iniziano a parlare di un ritorno in Terra d’Israele:

  • Rabbi Yehuda Alkalai e Rabbi Zvi Hirsch Kalischer (primi teorici religiosi)
  • Moses Hess, socialista e amico di Marx, autore nel 1862 di Roma e Gerusalemme, che propone un nazionalismo ebraico moderno
  • i primi gruppi di immigrati (i proto-sionisti) che raggiungono la Palestina ottomana nella seconda metà dell’Ottocento

Questi movimenti sono ancora spontanei, frammentati, non organizzati. Il passo decisivo arriva con una persona precisa. Theodor Herzl: il fondatore del sionismo moderno.  Il “padre” politico del sionismo è Theodor Herzl, un giornalista ebreo austro-ungarico assimilato, laico, cresciuto più nella cultura europea che in quella tradizionale ebraica. Tutto cambia quando assiste al famoso Affare Dreyfus in Francia (1894): un ufficiale ebreo viene ingiustamente accusato di tradimento, e nelle piazze esplodono manifestazioni antisemite violentissime. Herzl capisce una cosa radicale: «L’assimilazione non ci proteggerà. Per vivere liberi dobbiamo avere una nostra patria.»

Nel 1896 scrive Der Judenstaat (Lo Stato degli Ebrei), un manifesto che afferma:

  • gli ebrei sono un popolo,
  • come ogni popolo hanno diritto a una patria,
  • l’unica patria possibile è la Terra d’Israele.

L’anno dopo, nel 1897, organizza a Basilea il Primo Congresso Sionista. È lì che nasce ufficialmente il movimento sionista moderno, con un programma chiaro: creare una casa nazionale per il popolo ebraico in Eretz Israel. Herzl annota nel suo diario una frase diventata celebre: «A Basilea ho fondato lo Stato ebraico. Forse non lo dirò pubblicamente oggi, ma tra cinque, dieci o cinquanta anni tutti lo capiranno.» 47 anni dopo, nel 1948, nasce lo Stato d’Israele.

Perché il sionismo è diverso dagli altri nazionalismi?

La differenza fondamentale è questa:

  • I movimenti nazionali europei (come il Risorgimento italiano)
    creano un’identità per poi creare uno Stato.
  • Il sionismo, al contrario,
    parte da un’identità già fortissima e cerca una patria per esprimerla pienamente.

Gli italiani dell’Ottocento dovevano “immaginare” un popolo comune; gli ebrei lo possedevano già. Dunque la seconda domanda è: perché negare agli ebrei una patria quando tutti i popoli europei hanno nello stesso periodo combattuto per i loro paesi? Perché gli ebrei sono odiati per il solo fatto di essere ebrei.

L’ostilità verso gli ebrei affonda le radici in una serie di falsità che, nel corso dei secoli, sono state ripetute e amplificate da varie entità per motivi di potere e controllo. La prima grande menzogna è quella del “deicidio”, diffusa per secoli anche in ambienti della Chiesa Cattolica quando questa, più che un’autorità spirituale, agiva come forza politica e di dominio su popolazioni spesso prive di istruzione. In quel contesto, la comunità ebraica – molto legata allo studio e dotata di una forte identità – veniva percepita come una possibile minaccia.

La seconda grande falsità è quella de “I Protocolli dei Savi di Sion”, un testo costruito a tavolino dalla polizia zarista per far credere all’esistenza di un complotto ebraico mondiale. Un vero e proprio falso storico, diffuso per manipolare l’opinione pubblica e orientarne l’odio. Oggi lo definiremmo una “fake news”, ma all’epoca fu presa sul serio, alimentando antisemitismo fino alla Germania nazista e, in seguito, anche nell’Italia fascista.

L’ignoranza delle masse e la propaganda martellante hanno fatto sì che queste menzogne si rafforzassero a vicenda, giustificando persecuzioni e discriminazioni. L’idea che gli ebrei, grazie alla loro cultura e alla loro identità ben radicata, potessero rappresentare un ostacolo ai progetti di chi cercava di controllare le popolazioni ha giocato un ruolo decisivo.

Oggi, però, abbiamo strumenti nuovi. Grazie ai social e alla possibilità di informarsi in modo più diretto, è diventato più difficile cadere in certe manipolazioni storiche.

Questo è importante anche perché la nostra civiltà occidentale, fondata su valori giudeo-cristiani, si trova a confrontarsi con nuove sfide: da un lato l’espansione dell’islamismo radicale, dall’altro alcune correnti ideologiche progressiste che, in nome dei diritti, facilitano flussi migratori senza sempre considerarne le conseguenze sociali e politiche. A questo si aggiunge una parte della destra antisionista che, non comprendendo il sionismo come un progetto di autodeterminazione e non di dominio, finisce per sposare narrazioni che vengono strumentalizzate dall’islamismo radicale stesso.

Così accade che una parte della destra finisca per appoggiare automaticamente la causa palestinese senza rendersi conto che, in questo modo, rischia di favorire proprio quelle forze che si oppongono ai valori che essa intende difendere. Anche qui agiscono nuove “fake news”, come quelle che parlano impropriamente di genocidio, usate per alimentare ostilità e confusione.

 

 

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