DA AVRAHAM CHE INTERCEDE A LOT
CHE SI VOLTA: DUE MODI DI STARE DAVANTI A D-O
La fede che
guarda al futuro e il rimpianto che imprigiona nel passato.
1. PERCHÉ LA DISTRUZIONE DI SODOMA VIENE RACCONTATA SUBITO DOPO LA PROMESSA
DEL FIGLIO?
In Genesi
18:10, D-o annuncia ad Avraham una promessa che, secondo ogni logica umana,
sembra impossibile:
«Shov Ashuv
Elecha Ka'et Chayah VeHineh Ben LeSarah» — «Tornerò da te in questo tempo
di vita, ed ecco, Sarah avrà un figlio».
Avraham ha 99
anni, Sarah 89. La Torà precisa: «Chadal Lihyot LeSarah Orach KaNashim»
— «Era cessato per Sarah il corso naturale delle donne».
Tutto sembra
escludere la possibilità di una nascita.
Un uomo comune,
davanti a una promessa tanto straordinaria, avrebbe probabilmente rivolto ogni
preghiera verso sé stesso, chiedendo a D-o di mantenere la parola data.
Avraham,
invece, non pronuncia una sola parola per reclamare il figlio promesso.
Perché?
Perché possiede
il Bitachon, quella fiducia profonda che non dipende dalle circostanze.
Ha ascoltato la domanda divina: «HaYipale MeHashem Davar?» — «C'è forse
qualcosa di troppo prodigioso per D-o?».
E quella
domanda gli basta. Sa che D-o agirà.
È proprio a
questo punto che la Torà introduce la vicenda di Sodoma e Gomorra:
«VaYomer Hashem
Zaakat Sedom VaAmorah Ki Rabba» — «E D-o disse: il grido di
Sodoma e Gomorra è grande».
Perché
accostare due episodi apparentemente così lontani? Da una parte, la promessa di
una nuova vita; dall'altra, l'annuncio della distruzione di due città.
Il loro
accostamento suggerisce un insegnamento profondo: che cosa fa un uomo quando
riceve da D-o la promessa di ciò che desidera più di ogni altra cosa? Si
concentra sulla propria felicità oppure continua a preoccuparsi della sorte
degli altri?
Avraham ci
offre una risposta sorprendente.
La Torà dice: «VaYigash
Avraham» — «E Avraham si avvicinò».
Non è un
semplice movimento fisico. Nella lettura dei Maestri, VaYigash richiama
tre atteggiamenti: il confronto, la preghiera e la supplica. Avraham si
presenta davanti a D-o con il coraggio di chi difende una causa, l'umiltà di
chi prega e la responsabilità di chi intercede.
Si comporta
come un Kohen, un sacerdote, un mediatore che non domanda qualcosa per
sé, ma si assume il peso della sorte altrui.
E comincia la
sua intercessione:
«HaAf Tisphe
Tzadik Im Rasha?» — «Davvero farai perire il giusto insieme all'empio?».
Avraham
insiste. Chiede che Sodoma venga risparmiata se vi si trovano cinquanta giusti,
poi quarantacinque, quaranta, trenta, venti e infine dieci.
Non sta
contrattando un beneficio personale. Sta cercando di salvare una città
moralmente corrotta, una società che rappresenta l'opposto dei suoi valori.
E qui emerge il
significato più profondo del Bitachon.
Chi non ha
fiducia teme continuamente che D-o dimentichi le sue necessità e sente il
bisogno di ricordargliele. Chi possiede una fiducia autentica, invece, può
dedicarsi agli altri, perché sa che D-o non ha dimenticato lui.
La fede non
consiste soltanto nel chiedere che il miracolo si compia, ma nel vivere senza
diventare prigionieri dell'attesa del miracolo.
Avraham non
interrompe il proprio dovere verso il prossimo per occuparsi della promessa
ricevuta. Al contrario, proprio perché ha fiducia in quella promessa, è libero
di occuparsi della salvezza degli altri.
E c'è un
particolare ancora più straordinario.
Avraham difende
Sodoma, una città che, secondo la tradizione rabbinica, aveva trasformato il
rifiuto del Chesed, della bontà e dell'ospitalità, in un modo di vivere.
È l'esatto
contrario di quanto Avraham ha appena dimostrato accogliendo i tre visitatori,
offrendo loro acqua, pane, latte e carne.
Sodoma rifiuta
ciò che Avraham considera sacro. Eppure egli non chiede la sua distruzione.
Chiede misericordia.
Perché chi vive
secondo il Chesed non può gioire della propria benedizione rimanendo
indifferente alla sofferenza altrui.
Avraham ha
ricevuto la promessa di un figlio, ma il suo cuore rimane abbastanza grande da
preoccuparsi anche dei figli degli altri.
2. DA CHI GUARDA VERSO L'ALTO A CHI NON RIESCE A SMETTERE DI GUARDARE
INDIETRO
Alla fine, a
Sodoma non vengono trovati neppure dieci Tzadikim, dieci giusti capaci
di giustificare la salvezza della città.
Sodoma viene
distrutta.
Lot, tuttavia,
viene salvato. E la Torà precisa un particolare decisivo: D-o si ricorda di
Avraham e fa uscire Lot dalla distruzione.
Ancora una
volta, l'intercessione e il merito di Avraham producono conseguenze che vanno
oltre la sua persona.
A questo punto,
il racconto introduce un contrasto straordinario: due modi di guardare e,
attraverso lo sguardo, due modi di vivere il rapporto con D-o.
Di Avraham
leggiamo:
«VaYashkef Al
Pnei Sedom VaAmorah» — «E guardò verso Sodoma e Gomorra».
Il verbo Shakaf
esprime l'atto di osservare dall'alto, di contemplare ciò che si trova davanti
ai propri occhi.
Avraham guarda
la pianura devastata. Il suo sguardo non è quello di un uomo soddisfatto per la
punizione dei malvagi. È lo sguardo di chi ha appena interceduto per loro.
Ha cercato di
salvare Sodoma e ora ne contempla la fine.
Si potrebbe
dire che il suo è uno sguardo rivolto Lemalah, verso l'alto: non perché
ignori la realtà della distruzione, ma perché continua a cercare il significato
del giudizio divino senza perdere la compassione.
Ben diverso è
lo sguardo richiesto a Lot e alla sua famiglia.
Gli angeli li
avvertono:
«Himalet Al
Nafshecha, Al Tabit Acharecha» — «Fuggi per salvare la tua
vita, non guardare dietro di te».
Non è soltanto
un ordine di allontanarsi fisicamente dal pericolo.
In una lettura
spirituale, il verbo Nabat, guardare, assume qui il significato di uno
sguardo carico di attaccamento e rimpianto.
Non basta
uscire da Sodoma. Bisogna anche lasciare Sodoma dentro di sé.
Ma la moglie di
Lot non riesce a farlo.
«VaTabet Ishto
MeAcharaiv VaTehi Netziv Melach» — «Sua moglie guardò indietro,
da dietro di lui, e divenne una colonna di sale».
L'espressione MeAcharaiv
indica anzitutto la posizione della donna dietro Lot. Ma possiamo cogliervi
anche un significato simbolico: ciò che si trova alle spalle, il passato che
non si vuole abbandonare.
Il corpo della
donna sta fuggendo da Sodoma. Il suo cuore, invece, è ancora là.
E perché
proprio una colonna di sale, Netziv Melach?
Il Midrash collega
il sale alla sua mancanza di ospitalità. Secondo una tradizione, quando Lot
accolse gli ospiti, sua moglie chiese sale ai vicini, facendo così conoscere la
presenza degli stranieri nella propria casa.
Un gesto
apparentemente insignificante diventa il simbolo di una società nella quale
persino l'ospitalità può trasformarsi in una colpa.
Ma il sale
possiede anche una duplice forza simbolica.
Da una parte
troviamo il Melach HaBrit, il sale del patto, che richiama la
conservazione e la permanenza.
Dall'altra, la Eretz
Melachah, la terra salata, sterile, incapace di far germogliare nuova vita.
La moglie di
Lot racchiude tragicamente entrambi questi significati.
Vuole
conservare il proprio passato e finisce per perdere il futuro.
Si aggrappa a
ciò che sta scomparendo e diventa essa stessa qualcosa di immobile, incapace di
crescere, cambiare e generare.
Non è il
passato, in sé, a distruggere l'uomo. È l'incapacità di lasciarlo andare quando
D-o lo chiama verso una vita nuova.
Ed è qui che il
confronto con Avraham diventa illuminante.
Avraham riceve
una promessa che non può ancora vedere, eppure crede.
La moglie di
Lot vede gli angeli, assiste alla fuga, è testimone della distruzione di
Sodoma, eppure non riesce a liberarsi dal mondo che sta lasciando.
Avraham crede a
ciò che ancora non vede.
La moglie di
Lot vede ciò da cui viene salvata, ma continua a desiderarlo.
Perché la fede
non dipende dalla quantità dei segni che i nostri occhi ricevono. Dipende dalla
direzione verso cui scegliamo di orientarci.
Avraham guarda
verso una promessa apparentemente impossibile e diventerà padre di una nuova
vita.
La moglie di
Lot guarda indietro verso ciò che ha perduto e diventa il monumento della
propria immobilità.
Uno sguardo
apre il futuro. L'altro trasforma il passato in una prigione.
3. IL RIMPIANTO CHE SOPRAVVIVE ALLA DISTRUZIONE E CONTAMINA IL FUTURO
La tragedia di
Sodoma, tuttavia, non termina con la morte della moglie di Lot.
Il suo sguardo
all'indietro sembra anticipare un problema ancora più profondo: si può essere
salvati fisicamente da un luogo senza essersi liberati spiritualmente dalla sua
mentalità.
Lot e le sue
due figlie si rifugiano in una grotta.
La città è
scomparsa. La sua influenza, però, non è necessariamente scomparsa con essa.
Le figlie
dichiarano:
«Avinu Zaken
VeIsh Ein BaAretz Lavo Aleinu KeDerech Kol HaAretz» — «Nostro
padre è vecchio e non c'è uomo sulla terra che possa unirsi a noi secondo l'uso
di tutta la terra».
La loro
affermazione rivela una visione profondamente alterata della realtà.
Temono che non
vi sia più alcuna possibilità di assicurare una discendenza. Nella loro
percezione, il futuro appare chiuso.
Ma invece di
cercare una via fondata sulla fiducia e sul rispetto dei limiti morali,
scelgono di agire come se la necessità potesse giustificare qualsiasi
comportamento.
Fanno ubriacare
il padre e si uniscono a lui.
Nascono così
Moav, il cui nome richiama MeAv, «dal padre», e Ben-Ammi, «figlio del
mio popolo», progenitore degli Ammoniti.
Da
quell'episodio nasceranno due popoli che intratterranno rapporti complessi e
spesso conflittuali con Israele.
Ma perché la
Torà racconta una vicenda tanto dolorosa?
Per mostrare
che la distruzione di una società corrotta non elimina automaticamente la
corruzione che quella società ha lasciato nell'animo di chi vi ha vissuto.
Le figlie di
Lot sono uscite da Sodoma, ma ragionano ancora secondo una logica in cui la
paura prevale sulla fiducia e il fine sembra giustificare i mezzi.
E qui il
contrasto con Avraham raggiunge la sua massima intensità.
Avraham è
anziano, Sarah è sterile, eppure entrambi ricevono una promessa di vita.
Lot è anziano e
le figlie temono di non poter avere discendenza. Anche loro desiderano
assicurarsi un futuro.
Il problema,
dunque, non è il desiderio di generare vita.
Il problema è
il modo in cui si affronta ciò che sembra impossibile.
Avraham affida
l'impossibile a D-o.
Le figlie di
Lot tentano di risolvere l'impossibile attraverso la trasgressione.
Avraham attende
senza rinunciare ai propri principi.
Le figlie di
Lot, dominate dalla paura, oltrepassano un limite fondamentale.
Il primo
atteggiamento nasce dal Bitachon, la fiducia.
Il secondo
nasce dalla convinzione che, quando non si intravede una soluzione, tutto possa
diventare lecito.
Ed è così che
il racconto si ricollega all'inizio della Parashà.
Avraham
accoglie degli stranieri, offre loro pane, latte e carne, e mette ciò che
possiede al servizio della vita altrui.
La società di
Sodoma considera invece l'ospitalità una minaccia e rifiuta perfino il gesto
elementare di condividere ciò che si ha.
Le figlie di
Lot, infine, cercano di garantire la propria discendenza attraverso un'unione
proibita.
Tre
atteggiamenti, tre modi di concepire la vita.
Avraham dà agli
altri senza chiedere nulla in cambio.
Sodoma rifiuta
di dare.
Le figlie di
Lot cercano di ottenere ciò che desiderano senza riconoscere il limite che
dovrebbe guidare le loro azioni.
Eppure la Torà
ci lascia anche una prospettiva di speranza: proprio dalla discendenza di Moav
nascerà, molte generazioni dopo, Rut, la donna che sceglierà il Chesed e
dalla quale discenderà David.
Questo
particolare ci impedisce di pensare che un'origine segnata dall'errore condanni
inevitabilmente tutte le generazioni successive.
Anche da una
storia dolorosa può emergere, attraverso una scelta morale diversa, un futuro
di redenzione.
4. DUE SGUARDI, DUE DESTINI: LA COLONNA DI SALE E L'ARIETE DELL'AKEDAH
Il percorso
spirituale di Avraham troverà un'ulteriore espressione nell'Akedah, la
legatura di Yitzchak, raccontata in Genesi 22.
È un episodio
successivo, ma ripropone il tema centrale: la capacità di guardare oltre ciò
che appare immediatamente davanti ai nostri occhi.
Dopo aver
ricevuto l'ordine di non colpire il figlio, Avraham alza gli occhi:
«VaYisa Avraham
Et Einav VaYar» — «Avraham alzò gli occhi e vide».
Scorge un
ariete impigliato con le corna in un cespuglio.
Quell'animale
diventerà il sacrificio offerto al posto di Yitzchak.
Ritroviamo così
due immagini profondamente contrapposte.
Da una parte,
la colonna di sale: il monumento di chi non riesce a separarsi da ciò che è
stato.
Dall'altra,
l'ariete dell'Akedah: il segno di una vita preservata, di una promessa che
continua e di una discendenza destinata a proseguire.
La moglie di
Lot si volta verso un mondo che muore.
Avraham alza
gli occhi e scopre una possibilità di vita.
La prima rimane
immobile nel passato.
Il secondo
continua a camminare verso il futuro, anche quando quel futuro sembra
incomprensibile.
E forse è
proprio questa la grande differenza fra il semplice vedere e il credere.
Vedere
significa riconoscere ciò che abbiamo davanti.
Credere
significa non smettere di camminare anche quando ancora non possiamo vedere ciò
che ci attende.
CONCLUSIONE — LA FEDE SI RICONOSCE DALLA DIREZIONE DELLO SGUARDO
La Torà ci pone
davanti a una scelta che attraversa ogni generazione.
Possiamo vivere
come Avraham, che riceve una promessa impossibile e, proprio perché si fida di
D-o, trova la libertà di intercedere per gli altri.
Oppure possiamo
vivere come la moglie di Lot, che viene condotta verso la salvezza ma non
riesce a separarsi da ciò che sta lasciando.
La differenza
non sta nell'aver visto più miracoli, nell'aver ricevuto più segni o nell'aver
attraversato meno difficoltà.
Sta nella
direzione del cuore.
Avraham guarda
avanti, pur non sapendo come la promessa si realizzerà.
La moglie di
Lot guarda indietro, pur avendo davanti a sé la possibilità di salvarsi.
Le figlie di
Lot guardano al futuro con paura e cercano di costruirlo attraverso la
trasgressione.
Avraham,
invece, ci insegna che la fiducia autentica non è passività. È la capacità di
agire secondo giustizia, praticare il Chesed e preoccuparsi degli altri,
senza permettere alla paura del domani di governare il presente.
Chi è
prigioniero della paura pensa soltanto a ciò che potrebbe perdere. Chi vive nel
Bitachon trova la libertà di donare ciò che possiede.
E questo è
forse l'insegnamento più grande che unisce la promessa di Yitzchak,
l'intercessione per Sodoma e il destino della famiglia di Lot:
Non è
sufficiente che D-o ci apra una strada verso il futuro. Dobbiamo anche avere la
fede e il coraggio di percorrerla, senza continuare a vivere rivolti verso ciò
che abbiamo lasciato.
Avraham non
chiede a D-o di occuparsi prima della sua felicità. Si occupa della sorte degli
altri, confidando che D-o si prenderà cura della sua.
Ed è questo il
segno più alto del Bitachon:
Chi sa affidare
a D-o la propria promessa può dedicare la propria vita al bene degli altri.

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