domenica 1 novembre 2026

VAIERA GENESI 18-22

 



DA AVRAHAM CHE INTERCEDE A LOT CHE SI VOLTA: DUE MODI DI STARE DAVANTI A D-O

La fede che guarda al futuro e il rimpianto che imprigiona nel passato.

1. PERCHÉ LA DISTRUZIONE DI SODOMA VIENE RACCONTATA SUBITO DOPO LA PROMESSA DEL FIGLIO?

In Genesi 18:10, D-o annuncia ad Avraham una promessa che, secondo ogni logica umana, sembra impossibile:

«Shov Ashuv Elecha Ka'et Chayah VeHineh Ben LeSarah» — «Tornerò da te in questo tempo di vita, ed ecco, Sarah avrà un figlio».

Avraham ha 99 anni, Sarah 89. La Torà precisa: «Chadal Lihyot LeSarah Orach KaNashim» — «Era cessato per Sarah il corso naturale delle donne».

Tutto sembra escludere la possibilità di una nascita.

Un uomo comune, davanti a una promessa tanto straordinaria, avrebbe probabilmente rivolto ogni preghiera verso sé stesso, chiedendo a D-o di mantenere la parola data.

Avraham, invece, non pronuncia una sola parola per reclamare il figlio promesso.

Perché?

Perché possiede il Bitachon, quella fiducia profonda che non dipende dalle circostanze. Ha ascoltato la domanda divina: «HaYipale MeHashem Davar?» — «C'è forse qualcosa di troppo prodigioso per D-o?».

E quella domanda gli basta. Sa che D-o agirà.

È proprio a questo punto che la Torà introduce la vicenda di Sodoma e Gomorra:

«VaYomer Hashem Zaakat Sedom VaAmorah Ki Rabba» — «E D-o disse: il grido di Sodoma e Gomorra è grande».

Perché accostare due episodi apparentemente così lontani? Da una parte, la promessa di una nuova vita; dall'altra, l'annuncio della distruzione di due città.

Il loro accostamento suggerisce un insegnamento profondo: che cosa fa un uomo quando riceve da D-o la promessa di ciò che desidera più di ogni altra cosa? Si concentra sulla propria felicità oppure continua a preoccuparsi della sorte degli altri?

Avraham ci offre una risposta sorprendente.

La Torà dice: «VaYigash Avraham» — «E Avraham si avvicinò».

Non è un semplice movimento fisico. Nella lettura dei Maestri, VaYigash richiama tre atteggiamenti: il confronto, la preghiera e la supplica. Avraham si presenta davanti a D-o con il coraggio di chi difende una causa, l'umiltà di chi prega e la responsabilità di chi intercede.

Si comporta come un Kohen, un sacerdote, un mediatore che non domanda qualcosa per sé, ma si assume il peso della sorte altrui.

E comincia la sua intercessione:

«HaAf Tisphe Tzadik Im Rasha?» — «Davvero farai perire il giusto insieme all'empio?».

Avraham insiste. Chiede che Sodoma venga risparmiata se vi si trovano cinquanta giusti, poi quarantacinque, quaranta, trenta, venti e infine dieci.

Non sta contrattando un beneficio personale. Sta cercando di salvare una città moralmente corrotta, una società che rappresenta l'opposto dei suoi valori.

E qui emerge il significato più profondo del Bitachon.

Chi non ha fiducia teme continuamente che D-o dimentichi le sue necessità e sente il bisogno di ricordargliele. Chi possiede una fiducia autentica, invece, può dedicarsi agli altri, perché sa che D-o non ha dimenticato lui.

La fede non consiste soltanto nel chiedere che il miracolo si compia, ma nel vivere senza diventare prigionieri dell'attesa del miracolo.

Avraham non interrompe il proprio dovere verso il prossimo per occuparsi della promessa ricevuta. Al contrario, proprio perché ha fiducia in quella promessa, è libero di occuparsi della salvezza degli altri.

E c'è un particolare ancora più straordinario.

Avraham difende Sodoma, una città che, secondo la tradizione rabbinica, aveva trasformato il rifiuto del Chesed, della bontà e dell'ospitalità, in un modo di vivere.

È l'esatto contrario di quanto Avraham ha appena dimostrato accogliendo i tre visitatori, offrendo loro acqua, pane, latte e carne.

Sodoma rifiuta ciò che Avraham considera sacro. Eppure egli non chiede la sua distruzione. Chiede misericordia.

Perché chi vive secondo il Chesed non può gioire della propria benedizione rimanendo indifferente alla sofferenza altrui.

Avraham ha ricevuto la promessa di un figlio, ma il suo cuore rimane abbastanza grande da preoccuparsi anche dei figli degli altri.

2. DA CHI GUARDA VERSO L'ALTO A CHI NON RIESCE A SMETTERE DI GUARDARE INDIETRO

Alla fine, a Sodoma non vengono trovati neppure dieci Tzadikim, dieci giusti capaci di giustificare la salvezza della città.

Sodoma viene distrutta.

Lot, tuttavia, viene salvato. E la Torà precisa un particolare decisivo: D-o si ricorda di Avraham e fa uscire Lot dalla distruzione.

Ancora una volta, l'intercessione e il merito di Avraham producono conseguenze che vanno oltre la sua persona.

A questo punto, il racconto introduce un contrasto straordinario: due modi di guardare e, attraverso lo sguardo, due modi di vivere il rapporto con D-o.

Di Avraham leggiamo:

«VaYashkef Al Pnei Sedom VaAmorah» — «E guardò verso Sodoma e Gomorra».

Il verbo Shakaf esprime l'atto di osservare dall'alto, di contemplare ciò che si trova davanti ai propri occhi.

Avraham guarda la pianura devastata. Il suo sguardo non è quello di un uomo soddisfatto per la punizione dei malvagi. È lo sguardo di chi ha appena interceduto per loro.

Ha cercato di salvare Sodoma e ora ne contempla la fine.

Si potrebbe dire che il suo è uno sguardo rivolto Lemalah, verso l'alto: non perché ignori la realtà della distruzione, ma perché continua a cercare il significato del giudizio divino senza perdere la compassione.

Ben diverso è lo sguardo richiesto a Lot e alla sua famiglia.

Gli angeli li avvertono:

«Himalet Al Nafshecha, Al Tabit Acharecha» — «Fuggi per salvare la tua vita, non guardare dietro di te».

Non è soltanto un ordine di allontanarsi fisicamente dal pericolo.

In una lettura spirituale, il verbo Nabat, guardare, assume qui il significato di uno sguardo carico di attaccamento e rimpianto.

Non basta uscire da Sodoma. Bisogna anche lasciare Sodoma dentro di sé.

Ma la moglie di Lot non riesce a farlo.

«VaTabet Ishto MeAcharaiv VaTehi Netziv Melach» — «Sua moglie guardò indietro, da dietro di lui, e divenne una colonna di sale».

L'espressione MeAcharaiv indica anzitutto la posizione della donna dietro Lot. Ma possiamo cogliervi anche un significato simbolico: ciò che si trova alle spalle, il passato che non si vuole abbandonare.

Il corpo della donna sta fuggendo da Sodoma. Il suo cuore, invece, è ancora là.

E perché proprio una colonna di sale, Netziv Melach?

Il Midrash collega il sale alla sua mancanza di ospitalità. Secondo una tradizione, quando Lot accolse gli ospiti, sua moglie chiese sale ai vicini, facendo così conoscere la presenza degli stranieri nella propria casa.

Un gesto apparentemente insignificante diventa il simbolo di una società nella quale persino l'ospitalità può trasformarsi in una colpa.

Ma il sale possiede anche una duplice forza simbolica.

Da una parte troviamo il Melach HaBrit, il sale del patto, che richiama la conservazione e la permanenza.

Dall'altra, la Eretz Melachah, la terra salata, sterile, incapace di far germogliare nuova vita.

La moglie di Lot racchiude tragicamente entrambi questi significati.

Vuole conservare il proprio passato e finisce per perdere il futuro.

Si aggrappa a ciò che sta scomparendo e diventa essa stessa qualcosa di immobile, incapace di crescere, cambiare e generare.

Non è il passato, in sé, a distruggere l'uomo. È l'incapacità di lasciarlo andare quando D-o lo chiama verso una vita nuova.

Ed è qui che il confronto con Avraham diventa illuminante.

Avraham riceve una promessa che non può ancora vedere, eppure crede.

La moglie di Lot vede gli angeli, assiste alla fuga, è testimone della distruzione di Sodoma, eppure non riesce a liberarsi dal mondo che sta lasciando.

Avraham crede a ciò che ancora non vede.

La moglie di Lot vede ciò da cui viene salvata, ma continua a desiderarlo.

Perché la fede non dipende dalla quantità dei segni che i nostri occhi ricevono. Dipende dalla direzione verso cui scegliamo di orientarci.

Avraham guarda verso una promessa apparentemente impossibile e diventerà padre di una nuova vita.

La moglie di Lot guarda indietro verso ciò che ha perduto e diventa il monumento della propria immobilità.

Uno sguardo apre il futuro. L'altro trasforma il passato in una prigione.

3. IL RIMPIANTO CHE SOPRAVVIVE ALLA DISTRUZIONE E CONTAMINA IL FUTURO

La tragedia di Sodoma, tuttavia, non termina con la morte della moglie di Lot.

Il suo sguardo all'indietro sembra anticipare un problema ancora più profondo: si può essere salvati fisicamente da un luogo senza essersi liberati spiritualmente dalla sua mentalità.

Lot e le sue due figlie si rifugiano in una grotta.

La città è scomparsa. La sua influenza, però, non è necessariamente scomparsa con essa.

Le figlie dichiarano:

«Avinu Zaken VeIsh Ein BaAretz Lavo Aleinu KeDerech Kol HaAretz» — «Nostro padre è vecchio e non c'è uomo sulla terra che possa unirsi a noi secondo l'uso di tutta la terra».

La loro affermazione rivela una visione profondamente alterata della realtà.

Temono che non vi sia più alcuna possibilità di assicurare una discendenza. Nella loro percezione, il futuro appare chiuso.

Ma invece di cercare una via fondata sulla fiducia e sul rispetto dei limiti morali, scelgono di agire come se la necessità potesse giustificare qualsiasi comportamento.

Fanno ubriacare il padre e si uniscono a lui.

Nascono così Moav, il cui nome richiama MeAv, «dal padre», e Ben-Ammi, «figlio del mio popolo», progenitore degli Ammoniti.

Da quell'episodio nasceranno due popoli che intratterranno rapporti complessi e spesso conflittuali con Israele.

Ma perché la Torà racconta una vicenda tanto dolorosa?

Per mostrare che la distruzione di una società corrotta non elimina automaticamente la corruzione che quella società ha lasciato nell'animo di chi vi ha vissuto.

Le figlie di Lot sono uscite da Sodoma, ma ragionano ancora secondo una logica in cui la paura prevale sulla fiducia e il fine sembra giustificare i mezzi.

E qui il contrasto con Avraham raggiunge la sua massima intensità.

Avraham è anziano, Sarah è sterile, eppure entrambi ricevono una promessa di vita.

Lot è anziano e le figlie temono di non poter avere discendenza. Anche loro desiderano assicurarsi un futuro.

Il problema, dunque, non è il desiderio di generare vita.

Il problema è il modo in cui si affronta ciò che sembra impossibile.

Avraham affida l'impossibile a D-o.

Le figlie di Lot tentano di risolvere l'impossibile attraverso la trasgressione.

Avraham attende senza rinunciare ai propri principi.

Le figlie di Lot, dominate dalla paura, oltrepassano un limite fondamentale.

Il primo atteggiamento nasce dal Bitachon, la fiducia.

Il secondo nasce dalla convinzione che, quando non si intravede una soluzione, tutto possa diventare lecito.

Ed è così che il racconto si ricollega all'inizio della Parashà.

Avraham accoglie degli stranieri, offre loro pane, latte e carne, e mette ciò che possiede al servizio della vita altrui.

La società di Sodoma considera invece l'ospitalità una minaccia e rifiuta perfino il gesto elementare di condividere ciò che si ha.

Le figlie di Lot, infine, cercano di garantire la propria discendenza attraverso un'unione proibita.

Tre atteggiamenti, tre modi di concepire la vita.

Avraham dà agli altri senza chiedere nulla in cambio.

Sodoma rifiuta di dare.

Le figlie di Lot cercano di ottenere ciò che desiderano senza riconoscere il limite che dovrebbe guidare le loro azioni.

Eppure la Torà ci lascia anche una prospettiva di speranza: proprio dalla discendenza di Moav nascerà, molte generazioni dopo, Rut, la donna che sceglierà il Chesed e dalla quale discenderà David.

Questo particolare ci impedisce di pensare che un'origine segnata dall'errore condanni inevitabilmente tutte le generazioni successive.

Anche da una storia dolorosa può emergere, attraverso una scelta morale diversa, un futuro di redenzione.

4. DUE SGUARDI, DUE DESTINI: LA COLONNA DI SALE E L'ARIETE DELL'AKEDAH

Il percorso spirituale di Avraham troverà un'ulteriore espressione nell'Akedah, la legatura di Yitzchak, raccontata in Genesi 22.

È un episodio successivo, ma ripropone il tema centrale: la capacità di guardare oltre ciò che appare immediatamente davanti ai nostri occhi.

Dopo aver ricevuto l'ordine di non colpire il figlio, Avraham alza gli occhi:

«VaYisa Avraham Et Einav VaYar» — «Avraham alzò gli occhi e vide».

Scorge un ariete impigliato con le corna in un cespuglio.

Quell'animale diventerà il sacrificio offerto al posto di Yitzchak.

Ritroviamo così due immagini profondamente contrapposte.

Da una parte, la colonna di sale: il monumento di chi non riesce a separarsi da ciò che è stato.

Dall'altra, l'ariete dell'Akedah: il segno di una vita preservata, di una promessa che continua e di una discendenza destinata a proseguire.

La moglie di Lot si volta verso un mondo che muore.

Avraham alza gli occhi e scopre una possibilità di vita.

La prima rimane immobile nel passato.

Il secondo continua a camminare verso il futuro, anche quando quel futuro sembra incomprensibile.

E forse è proprio questa la grande differenza fra il semplice vedere e il credere.

Vedere significa riconoscere ciò che abbiamo davanti.

Credere significa non smettere di camminare anche quando ancora non possiamo vedere ciò che ci attende.

CONCLUSIONE — LA FEDE SI RICONOSCE DALLA DIREZIONE DELLO SGUARDO

La Torà ci pone davanti a una scelta che attraversa ogni generazione.

Possiamo vivere come Avraham, che riceve una promessa impossibile e, proprio perché si fida di D-o, trova la libertà di intercedere per gli altri.

Oppure possiamo vivere come la moglie di Lot, che viene condotta verso la salvezza ma non riesce a separarsi da ciò che sta lasciando.

La differenza non sta nell'aver visto più miracoli, nell'aver ricevuto più segni o nell'aver attraversato meno difficoltà.

Sta nella direzione del cuore.

Avraham guarda avanti, pur non sapendo come la promessa si realizzerà.

La moglie di Lot guarda indietro, pur avendo davanti a sé la possibilità di salvarsi.

Le figlie di Lot guardano al futuro con paura e cercano di costruirlo attraverso la trasgressione.

Avraham, invece, ci insegna che la fiducia autentica non è passività. È la capacità di agire secondo giustizia, praticare il Chesed e preoccuparsi degli altri, senza permettere alla paura del domani di governare il presente.

Chi è prigioniero della paura pensa soltanto a ciò che potrebbe perdere. Chi vive nel Bitachon trova la libertà di donare ciò che possiede.

E questo è forse l'insegnamento più grande che unisce la promessa di Yitzchak, l'intercessione per Sodoma e il destino della famiglia di Lot:

Non è sufficiente che D-o ci apra una strada verso il futuro. Dobbiamo anche avere la fede e il coraggio di percorrerla, senza continuare a vivere rivolti verso ciò che abbiamo lasciato.

Avraham non chiede a D-o di occuparsi prima della sua felicità. Si occupa della sorte degli altri, confidando che D-o si prenderà cura della sua.

Ed è questo il segno più alto del Bitachon:

Chi sa affidare a D-o la propria promessa può dedicare la propria vita al bene degli altri.

 


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