GENESI 1: LA CREAZIONE
In Genesi 1 non è scritto che D-O
crei le tenebre come un'entità autonoma. È scritto: «E D-O disse: “Sia la
luce”. E la luce fu. E D-O vide che la luce era buona; e D-O separò la luce
dalle tenebre». Non crea due realtà separate: crea la luce e poi compie un atto
fondamentale, la separazione. Havdalah.
Senza separazione non c'è
esistenza. Luce e tenebre non sono due sostanze in guerra: sono in relazione.
La fisica moderna conferma che il «buio» non è un'entità fisica autonoma: è
l'assenza di luce. Le tenebre sono definite dalla luce, mentre la luce si
distingue attraverso il confine con le tenebre. Sono interdipendenti sul piano
del significato. Da quella separazione nasce tutto. Prima di quella frase c'è
Tohu vaVohu, il caos indistinto. Dopo la separazione, per la prima volta, c'è
un limite, una misura, un ritmo: «Fu sera e fu mattina: giorno uno». Senza
limite non c'è legge. Senza giorno e notte non c'è la misura del tempo. Senza
tempo non ci sono fisica, chimica o matematica. Il macrocosmo, inteso come
insieme di regole, esiste perché qualcuno ha tracciato un confine.
Ed è qui che entra in scena
l'uomo. Perché l'uomo è Tzelem Elokim, immagine di D-O? Non perché D-O abbia un
corpo, ma perché solo l'uomo, tra tutte le creature, ha il potere di compiere
lo stesso atto che D-O ha compiuto il primo giorno: separare. Separare il bene
dal male, il vero dal falso, il sacro dal profano. Il microcosmo umano esiste
perché esercita questo stesso potere divino di distinzione. Se non ci fosse una
coscienza capace di separare, tutto tornerebbe a Tohu vaVohu: un insieme
indifferenziato in cui nulla ha nome, nulla ha valore e nulla ha legge.
Il dualismo tra luce e tenebre
non è una lotta tra due divinità, come nella rappresentazione qui richiamata
della tradizione persiana. È lo strumento attraverso cui l'Uno crea il
molteplice. Senza dualità non c'è creazione; senza creazione non c'è l'uomo che
la osserva. È per questo che, secondo questa lettura della tradizione ebraica,
non si dice: «D-O ha sconfitto le tenebre». Si dice, piuttosto, che le ha
separate e nominate, rendendole parte dell'ordine.
GENESI 2: IL PROGETTO DELL'UOMO –
LIMITE, SCELTA ED EVOLUZIONE
Genesi 2,5 – Il fine della presenza
dell'uomo
«Nessun arbusto della campagna era
ancora sulla terra, nessuna erba della campagna era ancora spuntata, perché il
Signore D-O non aveva fatto piovere sulla terra e non c'era uomo che lavorasse
il suolo».
Questo versetto è sconvolgente.
Rashi lo spiega così: la vegetazione era stata creata il terzo giorno, ma era
rimasta sulla soglia del suolo, senza germogliare. Perché? Perché non c'era
ancora l'uomo che pregasse per la pioggia e lavorasse la terra. Il fine
dell'uomo non è soltanto contemplare la creazione, ma completarla. Il mondo è
stato creato volutamente incompleto: è un progetto ancora da realizzare. Senza
l'uomo che lavora (le'ovdah) e custodisce (le'shomrah), il macrocosmo non si
attiva. L'uomo non è un semplice ospite della terra: è colui che la rende
feconda.
Genesi 2,7 – Diventare un essere vivente
«Allora il Signore D-O formò
l'uomo dalla polvere della terra e soffiò nelle sue narici un alito di vita, e
l'uomo divenne un essere vivente (Nefesh Chaya)».
L'uomo è costituito da due
polarità, come la luce e le tenebre di Genesi 1:
·
Polvere (Afar):
materia, limite, terra, oscurità, finitezza.
·
Alito (Nishmat
Chaim): spirito, infinito, luce, divinità.
Finché queste due polarità non
sono unite, non c'è vita. L'essere vivente nasce dall'unione degli opposti. Per
questo l'uomo è il ponte tra macrocosmo (leggi fisiche) e microcosmo
(coscienza). È fatto della stessa materia delle stelle e dello stesso soffio di
D-O.
Genesi 2,17 – La necessità della legge e
del limite
«Ma dell'albero della conoscenza
del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui ne mangerai,
certamente dovrai morire».
Perché D-O pone un divieto nel
giardino perfetto? Perché senza limite non c'è scelta e senza scelta non c'è
evoluzione. Un robot programmato per fare soltanto il bene non è buono: è
programmato. Un animale che segue l'istinto non sceglie. L'uomo diventa
immagine di D-O quando può dire «no». Il limite (la Mitzvah, il comandamento)
non è una punizione: è lo spazio della libertà. Luce e tenebre hanno bisogno
l'una delle altre per essere distinte. Bene e male devono poter coesistere come
possibilità affinché la scelta sia reale. La legge crea lo spazio in cui l'uomo
può evolversi da creatura a creatore. Senza limite non ci sono responsabilità,
merito o crescita. Resta soltanto un giardino zoologico.
La creazione della donna – L'altro,
necessario per evolversi
«Non è bene che l'uomo sia solo;
gli voglio fare un aiuto che gli sia di fronte (Ezer Kenegdo)» (Genesi 2,18).
Qui la Torah rivela il passo
successivo. L'uomo da solo, anche in presenza della legge, non può evolversi
completamente. Perché?
·
Ezer: aiuto, forza.
·
Kenegdo: di fronte,
contrapposto, capace di sfidarlo.
Non è stata creata una serva né
una copia, ma una forza opposta e complementare, come la luce e le tenebre. Se
l'uomo fosse rimasto solo, avrebbe dialogato soltanto con se stesso, con D-O e
con la terra. Non avrebbe mai avuto uno specchio. La donna è un essere della
sua stessa natura («osso delle mie ossa, carne della mia carne»), eppure
distinto da lui. Può stimolarlo, contraddirlo e completarlo. L'evoluzione di
cui parliamo non è individuale, ma relazionale. L'uomo senza limite non
sceglie. L'uomo con il limite, ma senza l'altro, sceglie senza crescere
pienamente. L'uomo che incontra il limite e ha l'altro di fronte è chiamato a
uscire da sé, a confrontarsi e a superarsi. È lì che inizia l'evoluzione. Per
questo la creazione non si conclude con l'uomo isolato, ma con la coppia. Il
microcosmo completo non è l'individuo: è la relazione.
Il progetto divino in quattro atti
1.
SCOPO (2,5): l'uomo è
chiamato a completare il mondo.
2.
NATURA (2,7): l'uomo
è unione di polvere e soffio, luce e tenebre.
3.
STRUMENTO (2,17): la
legge e il limite gli conferiscono la possibilità di scegliere.
4.
MOTORE (2,18–22):
l'altro, la donna, gli offre la possibilità di evolversi attraverso la
relazione.
Senza questi quattro elementi, il
macrocosmo resterebbe un meccanismo privo di vita e il microcosmo non
giungerebbe a compimento.
Genesi 2,25 – La nudità come stupore
«Ora tutti e due erano nudi,
l'uomo e sua moglie, e non provavano vergogna».
Non è erotismo: è ontologia. La
nudità è qui espressa dal termine Arumim, prima che compaia l'altro significato
di Arum («astuto»), riferito al serpente. Essere nudi senza vergognarsi
significa vivere in una condizione di totale trasparenza. Sono come sono,
davanti all'altro, davanti a D-O e davanti a me stesso. Non ho maschere, non ho
ruoli, non ho bisogno di difendermi. È il momento della scoperta di sé, della
meraviglia pura, come un bambino che si guarda allo specchio per la prima volta
e ride. È lo stato dell'anima prima della frattura. L'io non è ancora diventato
un oggetto da giudicare: esiste e basta, ed è buono.
Genesi 3,7 – Il dramma della
consapevolezza
«Allora si aprirono gli occhi di
tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne
fecero cinture».
Ecco la frattura. Mangiano il
frutto dell'albero della conoscenza. E che cosa scoprono? Non l'universo:
scoprono di essere nudi. La consapevolezza non è soltanto intellettuale, ma
esistenziale. Per la prima volta l'uomo si osserva dall'esterno. Diventa
spettatore di se stesso. Si giudica. Si percepisce mancante, inadeguato,
esposto. Non dice più soltanto «io sono», ma arriva a pensare: «Io ho un corpo
che può essere guardato, giudicato, ferito». Nasce la vergogna. La foglia di
fico non copre soltanto il corpo: cerca di proteggerlo dallo sguardo
dell'altro, che improvvisamente fa paura. È il passaggio dall'essere al dover
essere, dallo stupore alla difesa. E c'è un dettaglio significativo: lo fanno
insieme, ma separatamente. Ognuno si prepara la propria cintura. La coppia,
prima trasparente, diventa composta da due solitudini che si nascondono. La
prima conseguenza della caduta non è la punizione divina, ma la rottura della
relazione.
Genesi 3,24 – Esposti al lavoro della
vita concreta come coppia
«Così scacciò l'uomo e pose a
oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante,
per custodire la via all'albero della vita».
Qui si chiude il cerchio. Non
sono più due esseri nudi e meravigliati in un giardino ricevuto in dono. Sono
una coppia vestita: D-O stesso li veste di pelli in Genesi 3,21, in un atto di
misericordia materna. Che cosa c'è fuori? Il lavoro. Be'itzavon tochalena: «Con
fatica mangerai». Be'zevah apecha: «Con il sudore della tua fronte». Non è
soltanto una maledizione: è la vita concreta che si prospetta all'uomo.
Nell'Eden il lavoro consisteva nel le'ovdah ule'shomrah, ossia lavorare e
custodire un giardino già perfetto. Fuori dall'Eden significa costruire tutto
da zero: partorire con dolore, far crescere il grano tra le spine, litigare e
riconciliarsi.
L'aspetto straordinario è che
affrontano tutto questo insieme. D-O non li separa: li manda fuori come coppia.
Perché è attraverso la relazione che possono sostenere l'esposizione alla vita.
I cherubini e la spada non sono lì soltanto per punirli, ma per indicare che
non si può tornare indietro. L'evoluzione non è reversibile. Una volta
conosciute la vergogna, la fatica e la responsabilità, non si può tornare
bambini. La nudità innocente di Genesi 2,25 è perduta per sempre. Può però
essere riconquistata a un livello più alto: non più come inconsapevolezza, ma
come intimità scelta. Quando una coppia, dopo anni di vita concreta, riesce
nuovamente a stare nuda senza vergogna, l'uno davanti all'altra, non soltanto
fisicamente ma anche emotivamente, ha ricostruito l'Eden fuori dall'Eden. È
questo che, in questa interpretazione, viene chiamato Tikkun.
GENESI 4 – CAINO E ABELE: IL FALLIMENTO
DELLA RELAZIONE
E tutto riparte dal punto in cui
ci eravamo fermati: la vergogna.
Genesi 4,8 – Il primo fratricidio come
fallimento della relazione
«Caino disse a suo fratello
Abele… e avvenne che, mentre erano in campagna, Caino si levò contro Abele, suo
fratello, e lo uccise».
La Torah è volutamente ellittica.
«Caino disse a suo fratello…»: che cosa gli disse? Il Midrash si interroga su
questa frase interrotta. Perché il testo tace? Perché, secondo questa lettura,
non c'è un vero dialogo. C'è un monologo di gelosia che non riesce a
trasformarsi in parola condivisa.
Qui tocchiamo il punto più basso
dell'evoluzione umana: il passaggio da Adamo a Caino, il deterioramento. Adamo
pecca per desiderio di conoscenza. Vuole essere come D-O: è un peccato
verticale, una forma di superbia rivolta verso l'alto. Caino pecca per invidia.
Non vuole essere come D-O: vuole essere superiore all'altro. È un peccato
orizzontale, rivolto verso il prossimo. È più primitivo e più pericoloso per la
società. Adamo si nasconde da D-O; Caino elimina il fratello. La prima società
umana, una famiglia di quattro persone, crolla proprio nel rapporto fraterno.
Gelosia e invidia sono due
sentimenti diversi, che questa lettura distingue attraverso la vicenda narrata
dalla Torah:
·
Abele offre i
primogeniti del suo gregge. D-O gradisce la sua offerta.
·
Caino offre i frutti
della terra. D-O non gradisce la sua offerta.
D-O non rifiuta Caino come
persona: non gradisce la sua offerta. Inoltre, in Genesi 4,7, gli rivolge una
frase fondamentale: «Se agirai bene, non sarai forse sollevato? Ma se non
agirai bene, il peccato è accovacciato alla tua porta… verso di te è il suo
istinto, ma tu dominalo».
D-O offre a Caino ciò che aveva
già offerto ad Adamo: un limite e una scelta. Gli chiede di dominare la
gelosia. Caino non ci riesce. Perché? Perché trasforma la gelosia in un'invidia
distruttiva. La gelosia dice: «Voglio quello che hai tu». L'invidia dice: «Non
voglio che tu abbia quello che possiedi, anche se a me non serve». Caino non
desidera il gregge di Abele. Vuole che Abele non sia preferito. Non cerca di
migliorare la propria offerta: sceglie di distruggere l'altro. Uccidendo Abele,
Caino non ottiene nulla, anzi perde tutto. Ma ristabilisce una parità perversa:
se non posso vincere, annullo l'altro.
È un meccanismo che può emergere
ancora oggi nella giustificazione dei nostri insuccessi: «Non sono io ad aver
fallito; è l'altro a essere stato favorito ingiustamente. Quindi il mio
fallimento è colpa sua e la sua eliminazione diventa, ai miei occhi, una forma
di giustizia».
È così che si manifesta il
deterioramento morale di una società. Da quel momento la Torah descrive
un'accelerazione drammatica della violenza.
Caino uccide suo fratello.
Lamech, suo discendente, in Genesi 4,23, parla dell'uccisione di un uomo e di
un ragazzo per una ferita e se ne vanta: «Se Caino sarà vendicato sette volte,
Lamech lo sarà settantasette volte». Al tempo di Noè, in Genesi 6,11, si legge:
«La terra era corrotta davanti a D-O e piena di violenza (Chamas)». Nella
progressione narrativa si passa dall'omicidio per invidia alla violenza come
sistema, fino a una società in cui il sopruso diventa la norma. È il
deterioramento morale: la gelosia non elaborata si trasforma in cultura.
Un primo segno di questa nuova
cultura è la città che Caino fonda dopo l'omicidio, chiamandola con il nome di
suo figlio Chanoch (Genesi 4,17). L'uomo che ha distrutto la fratellanza cerca
di costruire un'appartenenza artificiale: la città, il clan, il «noi contro
loro». Non più fratelli, ma cittadini.
Per questo D-O, quando punisce
Caino, compie un gesto paradossale: non lo uccide. In Genesi 4,15 gli pone un
segno (Ot), affinché nessuno lo uccida. La risposta alla violenza non è altra
violenza. Caino è costretto a convivere con la propria colpa, da errante, nella
consapevolezza che il rapporto con l'altro non può essere cancellato attraverso
un omicidio.
La domanda di D-O a Caino, «Dov'è
Abele, tuo fratello?», e la risposta «Sono forse io il custode di mio
fratello?» pongono una questione fondamentale dell'etica occidentale: quale
responsabilità abbiamo nei confronti dell'altro? La risposta di Caino continua
a riecheggiare ogni volta che giustifichiamo i nostri insuccessi attribuendone
la colpa agli altri, fino a cercare di distruggerli.
