giovedì 11 giugno 2026

 


Perché sosterrò Vannacci pur non credendo nella sua proposta

Buon pomeriggio a tutti.

Desidero condividere una riflessione che mi sembra realistica, anche se scomoda, su Futuro Nazionale e sul suo fondatore, il Generale Vannacci.

Vannacci sta raccogliendo ampio consenso popolare su un tema che tocca la vita quotidiana di molti: la reimmigrazione. Lo dico subito: condivido l’allarme sociale sull’immigrazione – al punto che intendo sostenerlo politicamente. 

Tuttavia, devo anche riconoscere che, nella sua formulazione attuale, la proposta di reimmigrare chi entra in Italia da irregolare non è fattibile. Non per mancanza di volontà, ma per una serie di ostacoli strutturali, giuridici e internazionali.

Ecco perché, punto per punto.

1) Non è scontato che i paesi di origine riaccolgano i propri cittadini 

Molti paesi africani e asiatici – specialmente quelli con governi fragili o ostili – rifiutano sistematicamente i rimpatri forzati. Senza la loro cooperazione, qualsiasi politica di reimmigrazione si arena in partenza.

2) I paesi terzi dove ospitarli costituirebbero un costo insostenibile e senza prospettiva di soluzione

L’idea di centri in Albania, Libia o altrove suona bene in campagna elettorale, ma nella pratica significa spostare il problema altrove, sostenendo costi enormi per strutture che diventerebbero depositi umani a tempo indeterminato. Nessuna soluzione duratura.

3) La magistratura – attualmente orientata a sinistra – si metterà di traverso 

Anche se un governo volesse applicare la reimmigrazione in modo serio, sappiamo bene che molti giudici (spesso con sensibilità politiche opposte) bloccherebbero i decreti di espulsione, invocando tutele internazionali o diritto d’asilo. In pratica: vanificheranno ogni sforzo esecutivo, come già fanno oggi. Nonostante la Costituzione ne sancisca l’indipendenza, nella pratica molti giudici e pm hanno orientamenti politici ben precisi, prevalentemente di sinistra o centrosinistra. Questo non è un segreto: lo dimostrano le correnti interne alla magistratura (Magistratura Democratica, Area, etc.), i loro legami con partiti e giornali, e le loro pronunce sistematicamente favorevoli ai migranti e sfavorevoli allo Stato quando si tratta di espulsioni. Blocco dei decreti di espulsione: ogni volta che un governo – di centrodestra o anche solo non allineato – emette un decreto di espulsione per un immigrato irregolare o pericoloso, c’è quasi sempre un giudice (spesso di un tribunale per i minorenni o di sorveglianza) che lo sospende. Le motivazioni sono sempre le stesse: rischio di trattamenti inumani nel paese di origine, diritto alla vita familiare, mancata valutazione caso per caso. Interpretazione estensiva del diritto d’asilo: la legge italiana e le convenzioni internazionali prevedono il diritto d’asilo per chi fugge da persecuzioni. La magistratura di sinistra ha allargato questa definizione fino a includere povertà, mancanza di prospettive, violenza generica, persino discriminazioni non sistemiche. Risultato: chiunque può chiedere asilo, e i giudici tendono a concederlo o a sospendere l’espulsione in attesa di un ricorso che dura anni. Ostruzione ai centri di trattenimento: i centri di permanenza per i rimpatri (CPR) sono già pochi e inadeguati. La magistratura li ha resi quasi inutilizzabili: limiti di tempo strettissimi (massimo 90 giorni, spesso ridotti a meno per decisioni giudiziarie), requisiti impossibili per trattenere qualcuno (bisogna dimostrare non solo l’irregolarità, ma anche il “pericolosità” o il “rischio di fuga”), e controlli continui dei tribunali che ordinano rilasci immediati. Sanzioni ai funzionari di polizia: quando le forze dell’ordine cercano di applicare la legge in modo duro – respingendo qualcuno alla frontiera, trattenendo un clandestino, identificando con forza – la magistratura apre inchieste per abuso, violenza, sequestro di persona. Il messaggio è chiaro: se fai il tuo dovere, rischi il processo. Questo paralizza l’azione dello Stato.

Perché la sinistra lo permette? Perché la magistratura di sinistra è un potere autonomo che nessun governo riesce davvero a controllare. I partiti di sinistra non hanno alcun interesse a riformarla, perché ne traggono vantaggio: ogni blocco di un’espulsione è un titolo per i giornali amici, ogni critica alla magistratura viene dipinta come “attacco alla democrazia”. In questo modo, un potere non elettivo può vanificare le scelte del Parlamento e del governo. Anche se Vannacci o chiunque altro proponesse leggi severissime sulla reimmigrazione, la magistratura le svuoterebbe dall’interno. Non serve una nuova norma: servirebbe una riforma costituzionale che separi le carriere dei giudici e dia al governo strumenti per superare l’ostruzionismo. Ma nessun partito di sistema lo farà mai, perché la magistratura è intoccabile. Ecco perché la reimmigrazione di Vannacci, sulla carta, è impossibile. Ma almeno lui nomina il nemico interno.

4) L’immigrazione non è un problema in sé: il problema sono le migrazioni di culture non integrabili 

Troppo spesso si confonde immigrazione con integrazione. Io non ho paura di un immigrato che condivide i nostri valori costituzionali, la laicità, la parità di genere. Il vero problema sono le migrazioni massicce da culture – come quella islamica in alcune sue espressioni maggioritarie – che oggettivamente faticano o rifiutano di integrarsi nel tessuto sociale e giuridico europeo. Posta così, la questione cambia radicalmente. Migrazioni di culture non integrabili (i musulmani): non sto dicendo che ogni singolo musulmano sia inintegrabile. Sto dicendo che alcune culture – e in particolare quella islamica maggioritaria in Medio Oriente e Nordafrica – presentano tratti strutturalmente incompatibili con i valori occidentali.

·       Visione della legge: in molti paesi islamici, la sharia prevale o concorre con il diritto civile. Ciò significa che per una parte significativa dei musulmani osservanti, la legge di Dio è superiore a quella dello Stato. In Europa, invece, la sovranità della legge è assoluta e non ammette eccezioni religiose. Lo scontro è implicito.

·       Parità di genere: l’Islam tradizionale prevede ruoli differenziati tra uomo e donna (testimonianza, eredità, obbedienza domestica). Quando un immigrato musulmano porta in Italia queste concezioni, si creano attriti concreti: ragazze velate obbligate, matrimoni combinati, divieti di uscire da sole, violenza domestica giustificata religiosamente.

·       Laicità e libertà di espressione: la cultura islamica maggioritaria ha una soglia di tolleranza verso la critica della religione molto bassa. Il caso di Samuel Paty in Francia non è un incidente isolato: è la logica conseguenza di una cultura che non separa sfera religiosa e sfera pubblica.

·       Antisemitismo e ostilità verso l’Occidente: numerosi sondaggi mostrano che i musulmani in Europa hanno percentuali di antisemitismo molto più alte del resto della popolazione. Questa non è povertà o emarginazione: è un tratto culturale appreso.

·       Rifiuto dell’omosessualità: mentre l’Occidente ha compiuto un percorso verso il riconoscimento dei diritti LGBTQ+, la cultura islamica maggioritaria considera l’omosessualità un crimine o un peccato grave. Portare questa mentalità in Italia significa alimentare omofobia, violenze e tensioni sociali.

Non è razzismo, è osservazione sociologica: non si tratta di colore della pelle o etnia. Si tratta di valori, norme, abitudini, concezioni del mondo. Un italiano ateo o un sudamericano cattolico non hanno questi problemi: possono integrarsi in una o due generazioni perché condividono già l’impianto di base (legge uguale per tutti, libertà individuale, parità uomo-donna). Un musulmano cresciuto in un villaggio pakistano o in un sobborgo del Cairo, invece, porta con sé un intero sistema di regole alternative.

 L’esperienza europea lo dimostra, Francia, Germania, Belgio, Svezia: ovunque si siano verificati flussi consistenti di immigrazione musulmana, si sono registrati: zone di non diritto (banlieue, quartieri a prevalenza musulmana dove la polizia entra difficilmente), attacchi terroristici di matrice islamista, pressioni per ottenere spazi religiosi separati (scuole halal, piscine solo per donne, asili gender separated) e crescente antisemitismo.

Dire che il problema non è l’immigrazione in sé ma l’immigrazione da certe culture non è odio: è realismo. Finché la sinistra e il politicamente corretto si ostineranno a negare questa evidenza, continueremo a importare conflitti che non sono nostri. La reimmigrazione è una soluzione brutale ma onesta: rimandare indietro chi non vuole o non può diventare europeo nei fatti, non solo nei documenti. Vannacci almeno ha il coraggio di dirlo.

5) Lo Stato non ha oggi una capacità deterrente credibile 

Non bastano proclami. Servirebbero forze di polizia in grado di intervenire subito ed efficacemente, e giudici che applichino la legge senza filtro ideologico. Oggi questa sinergia non esiste. Di conseguenza, lo Stato non è percepito come credibile né dai migranti irregolari né dai cittadini.

La deterrenza inesistente dello Stato. Prima ancora di parlare di reimmigrazione, bisognerebbe chiedersi perché l’immigrato irregolare non ha paura di arrivare in Italia. La risposta è semplice: lo Stato italiano non è percepito come una minaccia credibile.

Come si manifesta l’assenza di deterrenza? Frontiere permeabili: chi arriva via mare sa che, una volta sbarcato, difficilmente verrà respinto. I respingimenti in mare sono quasi impossibili per via delle convenzioni internazionali e dei giudici che li bloccano. Chi arriva via terra (Balcani, confine nord-est) trova controlli blandi o inesistenti.

Identificazione inefficace: molti migranti distruggono i documenti o dichiarano false identità. Lo Stato non ha strumenti rapidi per verificarle. Risultato: migliaia di “John Doe” che non si possono espellere perché non si sa da dove vengono.

Procedimenti eterni: dalla richiesta di asilo al decreto di espulsione passano anni. In quel periodo, il migrante è libero di circolare, sparire, lavorare in nero, delinquere. Lo Stato non ha risorse per monitorare tutti.

Pene inesistenti: chi viene fermato senza permesso di soggiorno non va in prigione. Riceve un foglio di via (che quasi nessuno rispetta) o al massimo un’espulsione che, come abbiamo visto, viene sospesa. Non c’è alcun costo reale nell’essere irregolare.

Polizia sotto organico e sotto pressione:le forze dell’ordine hanno altri mille compiti. Quando fermano un immigrato irregolare, sanno che dovranno portarlo in questura, riempire moduli, attendere un giudice, e alla fine probabilmente vedere tutto archiviato o bloccato. Perché dovrebbero sbattersi?

L’effetto sui trafficanti e sui migranti. I trafficanti di esseri umani conoscono perfettamente questa situazione. Vendono un prodotto – il passaggio in Italia – con una garanzia implicita: “una volta arrivato, nessuno ti caccia via”. È un passaparola che alimenta nuovi arrivi. I migranti stessi, nel loro paese, sanno che l’Italia è il paese dei “permessi facili”, dei ricorsi infiniti, dei giudici che proteggono.

La differenza con altri paesi. Non è un destino ineluttabile. La Svizzera, l’Ungheria, la Polonia, persino la Grecia in alcuni periodi hanno mostrato che una politica di deterrenza funziona se:

- le frontiere sono controllate militarmente;

- i respingimenti sono immediati;

- le espulsioni sono rapide;

- i giudici non possono bloccarle sistematicamente.

L’Italia non ha nulla di tutto questo.

Uno Stato che non sa farsi temere da chi viola la legge non è uno Stato sovrano. Oggi l’immigrato irregolare non ha alcun timore della polizia o della magistratura. Sa che al massimo passerà qualche mese in un centro, poi uscirà. Fino a quando questa percezione non cambierà – cioè fino a quando non si vedranno respingimenti veri, espulsioni certe, centri chiusi – ogni proposta di reimmigrazione è aria fritta.

Vannacci ha il merito di ricordare che la sovranità si esercita con la paura, non con le buone maniere. Ma per averla, servirebbe uno Stato che non esiste più.

 7) L’immigrazione è collegata al business dell’accoglienza  

Cooperative, associazioni, enti locali alimentati da fondi europei: esiste una vera e propria industria dell’accoglienza. La sinistra politica – che spesso ci guadagna in termini elettorali e di consenso organizzato – ha tutto l’interesse a mantenere il flusso attivo. Senza immigrazione, quel modello economico e clientelare crollerebbe. L’immigrazione irregolare genera flussi economici ingenti. Questi flussi non sono accidentali, ma strutturati. I fondi europei destinati alla gestione dei migranti (accoglienza, integrazione, ricollocazione) vengono erogati agli Stati membri, i quali li affidano spesso a enti del terzo settore, cooperative sociali, associazioni e talvolta privati convenzionati. L’Italia, in particolare, ha costruito un sistema – prima SPRAR, poi SAI, più i centri straordinari di accoglienza (CAS) – dove decine di migliaia di posti letto vengono pagati con denaro pubblico (nazionale ed europeo). Il meccanismo di funzionamento è semplice: più migranti arrivano, più posti letto servono, più fondi girano. Le cooperative che gestiscono l’accoglienza hanno dunque un interesse oggettivo – a volte esclusivamente economico, a volte anche ideologico – a mantenere il flusso costante o addirittura crescente. È un mercato regolato dallo Stato, ma alimentato dall’immigrazione.

Chi ci guadagna?

- Le cooperative e le loro reti di fornitori (ristorazione, pulizie, manutenzione, servizi educativi, legali, sanitari). 

- I dirigenti e i quadri di queste organizzazioni, che spesso hanno stipendi ben superiori alla media italiana. 

- Alcuni enti locali che vedono nell’accoglienza una fonte di finanziamento e di occupazione assistita. 

- La sinistra politica, che da questi enti riceve consenso organizzato, voti, attivisti e una narrazione coerente con la propria ideologia universalista.

 Il nesso politico è chiaro: la sinistra non difende l’immigrazione solo per valori astratti. La difende perché il sistema dell’accoglienza è una sua roccaforte: sindaci di centrosinistra affidano appalti a cooperative amiche, le cooperative sostengono i partiti di sinistra, i partiti di sinistra bloccano qualsiasi riforma che riduca i flussi o smantelli il sistema. È un perfetto circuito di scambio politico-economico. La conseguenza pratica è che qualsiasi proposta di reimmigrazione o anche solo di riduzione strutturale dell’accoglienza si scontra non solo con i giudici e con l’Europa, ma con una lobby nazionale radicata, ben finanziata e politicamente protetta. Non è cospirazione: è economia e scienza politica elementare. Finché l’Europa continuerà a finanziare l’accoglienza senza vincolare quei fondi a rimpatri effettivi, e finché la sinistra italiana avrà bisogno di quel consenso, l’immigrazione irregolare resterà funzionale a qualcuno. Denunciare questo meccanismo – come fa Vannacci – è il primo passo per rompere una complicità che danneggia i cittadini onesti.

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