sabato 3 gennaio 2026

Gli ebrei che ritornano in Galilea, Samaria e Giudea, non sono COLONI

 


La terza grande narrazione falsa, destinata al consumo degli “utili idioti”, è quella della presunta “colonizzazione” della Galilea, della Giudea e della Samaria. Un’etichetta ideologica ripetuta ossessivamente, ma priva di qualsiasi fondamento storico o giuridico.

Partiamo dalla definizione seria di colono: è colui che si trasferisce e si insedia stabilmente in un territorio che non appartiene allo Stato di cui è cittadino, all’interno di un progetto di espansione, controllo o popolamento promosso o sostenuto da una potenza politica esterna. Senza un progetto coloniale statale, la colonizzazione semplicemente non esiste.

Alla luce di questa definizione, parlare di “ebrei colonizzatori” è un’assurdità. Perché manca l’elemento essenziale: non esiste alcuna potenza straniera che promuova un progetto coloniale ebraico. Gli ebrei che si trasferiscono in Galilea, Giudea e Samaria non agiscono per conto di uno Stato imperiale, né come avanguardia di un disegno coloniale esterno. Sono cittadini di Stati diversi che, a un certo punto della loro vita, scelgono di tornare in una terra che sentono culturalmente, storicamente e religiosamente propria.

Manca anche il secondo requisito fondamentale della colonizzazione: l’insediamento su un territorio appartenente a uno Stato sovrano conquistato con la forza. Non risulta che sia mai esistito uno Stato palestinese conquistato da uno Stato ebraico. Quelle terre erano già abitate da ebrei da secoli e non erano la sede di una sovranità statale preesistente.

Ma c’è un dato ancora più concreto che smonta definitivamente la narrazione coloniale: gli ebrei che si trasferiscono in Galilea, Giudea e Samaria non impongono una cultura estranea, non sostituiscono una civiltà locale con una propria. Ne fanno parte. Non impongono una lingua straniera: parlano l’ebraico, una lingua storicamente presente e parlata dalla popolazione ebraica residente in quei territori da generazioni.

Secondo la retorica della sinistra ideologica, questi individui sarebbero “coloni”. In realtà si tratta di persone che ritornano alla loro terra d’origine, spinte da un legame identitario profondo. È l’equivalente di un italo-americano di terza generazione che, conservando lingua, cultura e tradizioni italiane, decide di trasferirsi in Italia: nessuno lo definirebbe un colono.

L’aspetto che sfugge — o che si preferisce ignorare — agli antisemiti contemporanei è che il ritorno degli ebrei in Galilea, Giudea e Samaria è anche il risultato diretto delle persecuzioni subite in Occidente, spesso alimentate proprio da quegli stessi ambienti che oggi gridano alla “colonizzazione”. Prima li hanno espulsi, discriminati e perseguitati; poi li accusano di colonizzare quando cercano semplicemente una casa.

Non è colonizzazione.
È ritorno.

La favola dei territori occupati

 

Gran parte della narrazione pro-Palestina che circola in Occidente si fonda su una miscela di ignoranza storica, pregiudizio ideologico e, non di rado, antisemitismo mascherato da indignazione morale. È una narrazione che attecchisce facilmente in un contesto culturale superficiale, dove slogan e semplificazioni sostituiscono lo studio dei fatti, anche tra persone formalmente istruite.

Uno dei pilastri di questa narrazione è l’idea dei cosiddetti “territori occupati”. In realtà, tali territori non possono essere definiti in modo semplicistico come occupati, ma vanno compresi alla luce della loro storia giuridica e militare. La Cisgiordania, ad esempio, viene conquistata da Israele nel 1967, ma la Giordania, da cui Israele la sottrae, non disponeva di un titolo sovrano pienamente riconosciuto.

Dopo la guerra arabo-israeliana del 1948, infatti, la Cisgiordania viene occupata militarmente dalla Giordania e successivamente annessa nel 1950. Questa annessione è riconosciuta solo da pochissimi Stati, in particolare Regno Unito e Pakistan, mentre la gran parte della comunità internazionale non la considera legittima. Nel giugno 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni — scatenata da Egitto, Siria e Giordania contro Israele — la Giordania attacca Israele. Israele risponde militarmente e conquista la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. Da quel momento la Giordania perde il controllo del territorio e Israele assume il controllo militare.

Si tratta di una dinamica del tutto analoga a quanto accaduto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, quando l’Italia, sconfitta, perse territori come la Venezia Giulia, l’Istria e la Dalmazia, passati alla Jugoslavia. Nessuno parla in quel caso di “occupazione imperialista italiana subita”, ma di conseguenze di una guerra persa. Per questo motivo, la rappresentazione di Israele come potenza imperialista che invade e occupa territori altrui è storicamente infondata: Israele non ha mai condotto guerre di espansione coloniale, ma ha acquisito territori in seguito a conflitti difensivi.

Un discorso analogo vale per Gaza. Tra il 1948 e il 1949 scoppia la prima guerra arabo-israeliana, che non è un’aggressione israeliana, ma un attacco coordinato degli Stati arabi contro il neonato Stato di Israele. In quel contesto l’Egitto invade il sud della Palestina mandataria e occupa una stretta fascia costiera: la Striscia di Gaza, che diventa rifugio per decine di migliaia di profughi arabi.

L’Egitto, però, non annette Gaza, non concede la cittadinanza egiziana ai suoi abitanti e non crea alcuno Stato palestinese. Gaza resta sotto amministrazione militare egiziana. Dal 1949 al 1967 il territorio rimane sotto controllo egiziano per quasi vent’anni, senza essere formalmente parte dell’Egitto: i residenti non sono cittadini egiziani e non dispongono di alcuna sovranità politica. In questo periodo l’Egitto utilizza Gaza come strumento politico contro Israele, tollera e sostiene le incursioni dei fedayn e non investe nello sviluppo del territorio. Eppure, in quegli anni, nessuno parla di “occupazione egiziana” e nessuno rivendica la creazione di uno Stato palestinese a Gaza.

Nel 1967 scoppia un nuovo conflitto di aggressione araba, la Guerra dei Sei Giorni. Egitto, Siria e Giordania entrano nuovamente in guerra contro Israele, che sconfigge gli eserciti arabi e conquista Gaza dall’Egitto. Anche in questo caso, non esisteva alcuno Stato palestinese da “occupare”. Dal 1967 al 2005 Gaza rimane sotto controllo israeliano: per quasi quarant’anni Israele esercita un’amministrazione militare, controlla confini, sicurezza, mare e spazio aereo, concedendo al contempo una limitata autonomia civile. In questo periodo nascono e si sviluppano movimenti islamisti, tra cui Hamas nel 1987, e Gaza diventa uno dei principali focolai della Prima Intifada.

Nel 2005 Israele decide di ritirarsi unilateralmente dalla Striscia di Gaza, evacuando l’esercito, smantellando le colonie e ponendo fine a ogni presenza civile israeliana sul territorio. Una scelta che, col senno di poi, si rivelerà un grave errore strategico. Oggi, secondo ONU e Unione Europea, Gaza viene ancora definita “territorio occupato” perché Israele controlla confini, mare e spazio aereo. Israele, invece, sostiene che Gaza non sia occupata, poiché manca il requisito essenziale dell’occupazione: il controllo territoriale diretto.

In definitiva, la questione di Gaza non nasce dalla perdita di una sovranità palestinese preesistente, ma da una lunga storia di controllo esterno esercitato su un territorio che non è mai stato uno Stato. Ed è questo dato, sistematicamente ignorato dalla propaganda, che rende l’intera narrazione pro-Palestina profondamente fuorviante.

venerdì 2 gennaio 2026

L'utopia di due popoli e due stati

 

La narrazione dominante sui cosiddetti “territori occupati” da Israele è una costruzione ideologica, nata dalla propaganda dei gruppi palestinesi armati e amplificata in Occidente da un diffuso sentimento antisemita e da una profonda ignoranza storica sulla questione cosiddetta “palestinese”. Questa lettura, è una rappresentazione distorta della realtà storica, che ignora il legame continuo e documentato del popolo ebraico con la quei territori

Gli ebrei hanno infatti abitato in modo ininterrotto quei territori. Anche nei periodi in cui furono costretti a emigrare per sfuggire alle dominazioni persiana, greca, romana e ottomana, rimase sempre un nucleo ebraico residente. Ogni volta che la regione attraversava una fase di relativa stabilità, comunità ebraiche della diaspora facevano ritorno in Galilea, Giudea e Samaria. Questa continuità è attestata anche dalle opere di Giuseppe Flavio, storico romano di origine ebraica, in particolare nelle Guerre giudaiche.

Fu l’Impero romano a ribattezzare quelle terre “Palestina”, con l’intento esplicito di cancellarne l’identità ebraica; un tentativo che tuttavia non ebbe successo. In quelle regioni hanno storicamente convissuto ebrei e arabi, ma non è mai esistito un popolo palestinese inteso come soggetto nazionale autonomo. La questione cambia con l’espansione islamica: a seguito delle conquiste di Maometto, le popolazioni ebraiche, cristiane e pagane del Nord Africa e del Medio Oriente furono sottomesse, costrette alla conversione o all’emigrazione.

In origine il cristianesimo era largamente diffuso in tutto il Medio Oriente, ma le conquiste musulmane e successivamente ottomane ne ridussero drasticamente la presenza. Le piccole comunità cristiane ed ebraiche che riuscirono a sopravvivere lo fecero pagando una tassa, la jizya, una sorta di pizzo che consentiva loro di praticare il culto in forma riservata e di lavorare, ma che spesso rendeva la sopravvivenza estremamente difficile.

Con l’islamizzazione del Medio Oriente si afferma una visione secondo cui un territorio considerato islamico non può essere sottoposto alla sovranità di governi cristiani o ebraici. È in questo quadro che si inserisce la gestione anglo-francese della regione dopo la caduta dell’Impero Ottomano. Per comprendere ciò che accadde è necessario tornare agli accordi del periodo 1915–1916, quando la Gran Bretagna, per indebolire l’Impero Ottomano alleato della Germania, si accordò con i leader arabi, in particolare con Ḥusayn ibn ʿAlī, sharīf della Mecca e membro della dinastia hashemita (non esistevano i palestinesi).

Mentre promettevano l’indipendenza agli arabi, gli inglesi firmavano segretamente con la Francia l’accordo Sykes-Picot del 1916, che prevedeva la spartizione del Medio Oriente ottomano al termine della guerra. Dopo la sconfitta degli ottomani, quelle promesse non furono mantenute, ponendo le basi delle tensioni mediorientali che persistono ancora oggi.

Parallelamente, con la Dichiarazione Balfour del 1917, la Gran Bretagna si impegnava a favorire la creazione di una “casa nazionale ebraica” in Palestina, creando le premesse della questione palestinese intesa come spartizione del territorio sotto Mandato britannico. Londra non chiarì mai agli arabi musulmani che l’intenzione era quella di assegnare solo una parte del territorio, e non l’intero mandato.

A partire dal 1920, ogni proposta di spartizione venne rifiutata dagli arabi. All’epoca non esisteva un popolo palestinese distinto: gli unici “palestinesi” erano gli ebrei e gli arabi residenti nella regione. Questo rifiuto proseguì fino alla nascita dello Stato di Israele nel 1948. Gli arabi respinsero anche il piano di partizione dell’ONU, sancito dalla Risoluzione 181 del 29 novembre 1947, che prevedeva l’assegnazione del 56% del territorio allo Stato ebraico e del 43% a uno Stato arabo. Israele accettò il piano, mentre gli arabi lo rigettarono.

Non esisteva allora un rappresentante dei palestinesi arabi, perché non esisteva un’entità politica palestinese: a rifiutare la spartizione furono i rappresentanti degli Stati arabi circostanti. La questione non era la percentuale di territorio da assegnare, ma il principio stesso: una terra ormai considerata islamica non poteva, secondo questa visione, essere governata da uno Stato ebraico. Questo elemento non fu compreso – e continua a non essere compreso – dai governi occidentali, anche a causa delle ambiguità del mondo arabo.

Non a caso, nelle manifestazioni occidentali il grido più diffuso non è “indipendenza dello Stato palestinese”, ma “dal fiume al mare”, un’espressione che implica l’espulsione degli ebrei. Secondo il diritto islamico classico, infatti, se un territorio è stato conquistato e governato dall’Islam ed è entrato nel dār al-Islām, non è legittimo che venga ceduto in modo permanente a una sovranità non musulmana, ed esiste un dovere di riacquisizione quando possibile.

Parallelamente, per l’ebraismo la Galilea, la Giudea e la Samaria sono parte costitutiva della fede stessa: terra, Dio e Torah sono inseparabili. Per questo motivo il conflitto assume, dal punto di vista musulmano, una valenza religiosa e spirituale e non tende a cessare, poiché è inserito nel più ampio processo di islamizzazione promosso dall’Islam. Questa dimensione rende, secondo tale impostazione, impraticabile una soluzione fondata su due popoli e due Stati.


Gli ebrei che ritornano in Galilea, Samaria e Giudea, non sono COLONI

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