sabato 10 gennaio 2026

Il Fisco


Evasione fiscale: il grande alibi della politica italiana

In Italia si parla di lotta all’evasione fiscale da decenni. Le cifre sono sempre le stesse: quasi il 5% del PIL nazionale. Il ritornello pure: se riuscissimo a ridurla, potremmo abbassare le tasse e migliorare i servizi pubblici.
Ma la domanda che nessuno pone davvero è un’altra: siamo sicuri che l’evasione fiscale sia un problema che si vuole risolvere?

Perché, guardando ai fatti, viene da dubitarne.

Da anni le politiche adottate si muovono su micro-aggiustamenti: 0,1%, 0,3%, 1% di rimodulazione delle aliquote. Aumenti selettivi delle tasse “ai più ricchi”. Nuove norme, nuovi adempimenti, nuovi uffici.
Risultato? L’evasione resta lì. Strutturalmente stabile. Quasi intoccabile.

A questo punto il sospetto è legittimo: forse il problema non è l’evasione, ma l’uso politico che se ne fa.

Proviamo a fare un esperimento mentale.
Immaginiamo che un leader politico decida davvero di affrontare il nodo alla radice. Dal prossimo anno introduce una riforma radicale: tasse drasticamente ridotte, con aliquote chiare e basse, dallo 0% a un massimo del 20% per tutte le fasce di reddito. In parallelo, però, introduce una norma semplice e durissima: chi evade, se accertato, va in carcere. Pene proporzionate all’importo evaso, procedure rapide, niente ricorsi infiniti, niente benefici.

La domanda è semplice: quanti continuerebbero a evadere sapendo che la pena è certa?
Probabilmente pochi. Molto pochi. Il gettito aumenterebbe, il bilancio andrebbe in attivo.

Ed è qui che emergono i problemi. Non per lo Stato. Per la politica.

Primo nodo: la burocrazia.
Oggi decine di migliaia di funzionari, impiegati e dirigenti vivono di controlli, contenziosi, accertamenti, ricorsi, interpretazioni. Se il pagamento delle tasse diventasse regolare e semplice, quale carico di lavoro giustificherebbe quei costi?
Come spiegare stipendi, uffici, strutture, se il sistema funzionasse davvero?

Secondo nodo: il deficit pubblico.
L’evasione è una voce invisibile ma utilissima. Consente di iscrivere a bilancio, anche a livello europeo, un gettito potenziale non incassato. Un domani forse arriverà. Intanto giustifica scostamenti, deficit, flessibilità.
Senza evasione, questa leva sparirebbe. E con essa una comoda area grigia di manovra politica.

Terzo nodo, il più delicato: i costi della politica e dell’alta burocrazia.
Finché esiste il “cattivo evasore”, l’attenzione pubblica è deviata. La colpa è sempre altrove.
Ma se l’evasione scomparisse, il paradosso diventerebbe evidente: bisognerebbe tagliare davvero, in modo drastico, stipendi, indennità, apparati. Non ci sarebbe più l’alibi.

Ed è qui che la narrazione si rovescia.
Scomparso l’evasore “furbo”, emergerebbero figure ben più imbarazzanti: dirigenti e politici furbi, che prosperano su inefficienze strutturali, burocrazia ipertrofica e problemi mai risolti perché troppo utili per essere eliminati.

Forse, allora, il punto non è che l’evasione fiscale non si possa combattere.
Forse il punto è che non conviene farlo davvero.

E questa, più che un’ipotesi ideologica, è una pista investigativa che meriterebbe finalmente di essere seguita.

Parashà di Shemot: la questione demografica

 



La questione demografica: il fattore che fa paura e che viene censurato
La parashà di Shemot non lascia spazio a interpretazioni ingenue: Israele cresce. Cresce in numero, in forza, in presenza.
«Il paese fu ripieno di essi».
Il Faraone non discute di diritti, né di integrazione, né di buone intenzioni: legge la realtà. E comprende ciò che oggi si finge di non capire: la demografia è potere politico.
Non lo spaventa una rivolta armata, ma un popolo che si moltiplica.
Non teme un’ideologia, ma un dato numerico.
E capisce che reprimere non basta: più Israele viene oppresso, più cresce. È una legge storica.
Per questo interviene sulla nascita, colpendo i maschi. Una scelta feroce, ma razionale: una donna può generare pochi figli, ma un uomo può generarne molti, soprattutto se ha accesso a più donne. Il Faraone ha già compreso ciò che oggi è tabù dire.
Ed eccoci al presente.
Nel 2017 Recep Tayyip Erdoğan lo disse senza giri di parole ai musulmani in Europa: fate più figli, perché il futuro del continente passa da lì. Nessuna invasione militare, nessuna guerra convenzionale: una conquista demografica.
Parole archiviate come “provocazione”, ma che descrivono una strategia di lungo periodo.
Nel 2020, il vescovo Camillo Ballin — profondo conoscitore del mondo islamico — lo spiegò con lucidità disarmante: se l’Europa diventerà musulmana, non sarà per un piano di conquista, ma perché l’Europa non fa più figli e ha rinunciato alla propria identità. Una civiltà che smette di credere in sé stessa lascia campo libero a chi invece crede, cresce e si riproduce.
Qui il punto diventa esplosivo:
da decenni è in atto un processo di islamizzazione demografica dell’Occidente attraverso l’immigrazione musulmana, innestata su società a natalità zero.
Famiglie occidentali — cristiane, ebraiche, atee — fanno uno o due figli.
Famiglie musulmane, anche in Europa, ne fanno molti di più.
E dove esiste la possibilità della poligamia, il moltiplicatore demografico diventa strutturale.
Non è una teoria. È aritmetica sociale.
E qui entra in scena il vero paradosso storico: la sinistra occidentale.
Convinta che la religione sia destinata a dissolversi nel progresso, si presta — consapevolmente o meno — a diventare il Cavallo di Troia dell’islam in Europa. In nome dell’antirazzismo, dell’inclusione e dei “diritti”, legittima e protegge un processo che mina alla base proprio quei valori che dice di difendere.
Il problema non è solo l’errore di analisi.
Il problema è che il pensiero unico, alimentato dal politicamente corretto, si è trasformato in una censura sistemica.
Chiunque sollevi il tema demografico, religioso o culturale viene immediatamente delegittimato, silenziato, etichettato. Non si discute: si scomunica. Non si analizzano i dati: si moralizza.
Questa censura non è neutra.
Sta erodendo le basi stesse della civiltà occidentale: la libertà di pensiero, il dibattito razionale, la possibilità di nominare la realtà. Una civiltà che non può più dire ciò che vede è già in fase di declino.
Il risultato finale è grottesco e tragico insieme: movimenti femministi, LGBT e progressisti marciano fianco a fianco con visioni religiose che negano strutturalmente quei diritti, convinti che basti l’ideologia per piegare la realtà. Ma la realtà non obbedisce ai slogan.
E l’ultima responsabilità è interna, dolorosa ma inevitabile:
le famiglie cristiane ed ebraiche che hanno adottato la logica utilitaristica del “i figli costano” hanno interiorizzato una visione estranea alla Bibbia. Vero, i figli costano. Ma una civiltà che considera il futuro un peso economico ha già rinunciato a esistere.
La storia non punisce con la violenza immediata.
Punisce con la sostituzione lenta.
Il Faraone lo aveva capito.
Noi, oggi, sembriamo averlo dimenticato.

The Demographic Question: the Factor That Frightens and Is Being Silenced

The parashah of Shemot leaves no room for naïve interpretations: Israel grows. It grows in numbers, in strength, in presence.
“The land was filled with them.”
Pharaoh does not debate rights, integration, or good intentions: he reads reality. And he understands what many today pretend not to see: demography is political power.

What terrifies him is not an armed revolt, but a multiplying people.
He does not fear an ideology, but a numerical fact.
And he realizes that repression is not enough: the more Israel is oppressed, the more it grows. This is a law of history.

That is why he intervenes at the most sensitive point: birth itself, targeting male children. A cruel but rational choice: a woman can bear only a limited number of children, but a man can father many, especially if he has access to multiple women. Pharaoh had already grasped what today has become taboo to say.

And here we are, in the present.

In 2017, Recep Tayyip Erdoğan said it openly to Muslims living in Europe: have more children, because the future of the continent passes through that. No military invasion, no conventional war: a demographic conquest.
Words quickly dismissed as provocation, yet clearly outlining a long-term strategy.

In 2020, Bishop Camillo Ballin — a deep connoisseur of the Islamic world — explained it with disarming clarity: if Europe becomes Muslim in fifty years, it will not be because of a conquest plan, but because Europe no longer has children and has abandoned its own identity. A civilization that no longer believes in itself leaves the field open to those who still believe, grow, and reproduce.

At this point the issue becomes explosive:
for decades now, a process of demographic Islamization of the West has been underway through Muslim immigration, grafted onto societies with near-zero birth rates.
Western families — Christian, Jewish, secular — have one or two children.
Muslim families, even in Europe, have significantly more.
And where polygamy exists or is culturally accepted, the demographic multiplier becomes structural.

This is not a theory.
It is social arithmetic.

And here emerges the true historical paradox: the Western Left.
Convinced that religion is destined to dissolve under progress, it lends itself — consciously or not — to becoming Islam’s Trojan Horse in Europe. In the name of anti-racism, inclusion, and “rights,” it legitimizes and shields a process that undermines the very values it claims to defend.

The problem is not merely analytical error.
The problem is that single-thought ideology, fueled by political correctness, has turned into systemic censorship.
Anyone who raises demographic, religious, or cultural issues is immediately delegitimized, silenced, labeled. There is no debate — only excommunication. No data analysis — only moral posturing.

This censorship is not neutral.
It is eroding the very foundations of Western civilization: freedom of thought, rational debate, the ability to name reality. A civilization that can no longer say what it sees is already in decline.

The final result is grotesque and tragic at the same time: feminist, LGBT, and progressive movements marching side by side with worldviews that structurally deny those very rights, convinced that ideology alone can bend reality. But reality does not obey slogans.

And the final responsibility is internal, painful but unavoidable:
the critique of Christian and Jewish families that have absorbed the dominant utilitarian logic of “children cost too much.” True, they do. But a civilization that treats the future as an economic burden has already renounced its own existence.

History does not punish with sudden violence.
It punishes through slow replacement.

Pharaoh understood this.
Today, we seem to have forgotten it.

sabato 3 gennaio 2026

Gli ebrei che ritornano in Galilea, Samaria e Giudea, non sono COLONI

 


La terza grande narrazione falsa, destinata al consumo degli “utili idioti”, è quella della presunta “colonizzazione” della Galilea, della Giudea e della Samaria. Un’etichetta ideologica ripetuta ossessivamente, ma priva di qualsiasi fondamento storico o giuridico.

Partiamo dalla definizione seria di colono: è colui che si trasferisce e si insedia stabilmente in un territorio che non appartiene allo Stato di cui è cittadino, all’interno di un progetto di espansione, controllo o popolamento promosso o sostenuto da una potenza politica esterna. Senza un progetto coloniale statale, la colonizzazione semplicemente non esiste.

Alla luce di questa definizione, parlare di “ebrei colonizzatori” è un’assurdità. Perché manca l’elemento essenziale: non esiste alcuna potenza straniera che promuova un progetto coloniale ebraico. Gli ebrei che si trasferiscono in Galilea, Giudea e Samaria non agiscono per conto di uno Stato imperiale, né come avanguardia di un disegno coloniale esterno. Sono cittadini di Stati diversi che, a un certo punto della loro vita, scelgono di tornare in una terra che sentono culturalmente, storicamente e religiosamente propria.

Manca anche il secondo requisito fondamentale della colonizzazione: l’insediamento su un territorio appartenente a uno Stato sovrano conquistato con la forza. Non risulta che sia mai esistito uno Stato palestinese conquistato da uno Stato ebraico. Quelle terre erano già abitate da ebrei da secoli e non erano la sede di una sovranità statale preesistente.

Ma c’è un dato ancora più concreto che smonta definitivamente la narrazione coloniale: gli ebrei che si trasferiscono in Galilea, Giudea e Samaria non impongono una cultura estranea, non sostituiscono una civiltà locale con una propria. Ne fanno parte. Non impongono una lingua straniera: parlano l’ebraico, una lingua storicamente presente e parlata dalla popolazione ebraica residente in quei territori da generazioni.

Secondo la retorica della sinistra ideologica, questi individui sarebbero “coloni”. In realtà si tratta di persone che ritornano alla loro terra d’origine, spinte da un legame identitario profondo. È l’equivalente di un italo-americano di terza generazione che, conservando lingua, cultura e tradizioni italiane, decide di trasferirsi in Italia: nessuno lo definirebbe un colono.

L’aspetto che sfugge — o che si preferisce ignorare — agli antisemiti contemporanei è che il ritorno degli ebrei in Galilea, Giudea e Samaria è anche il risultato diretto delle persecuzioni subite in Occidente, spesso alimentate proprio da quegli stessi ambienti che oggi gridano alla “colonizzazione”. Prima li hanno espulsi, discriminati e perseguitati; poi li accusano di colonizzare quando cercano semplicemente una casa.

Non è colonizzazione.
È ritorno.

La favola dei territori occupati

 

Gran parte della narrazione pro-Palestina che circola in Occidente si fonda su una miscela di ignoranza storica, pregiudizio ideologico e, non di rado, antisemitismo mascherato da indignazione morale. È una narrazione che attecchisce facilmente in un contesto culturale superficiale, dove slogan e semplificazioni sostituiscono lo studio dei fatti, anche tra persone formalmente istruite.

Uno dei pilastri di questa narrazione è l’idea dei cosiddetti “territori occupati”. In realtà, tali territori non possono essere definiti in modo semplicistico come occupati, ma vanno compresi alla luce della loro storia giuridica e militare. La Cisgiordania, ad esempio, viene conquistata da Israele nel 1967, ma la Giordania, da cui Israele la sottrae, non disponeva di un titolo sovrano pienamente riconosciuto.

Dopo la guerra arabo-israeliana del 1948, infatti, la Cisgiordania viene occupata militarmente dalla Giordania e successivamente annessa nel 1950. Questa annessione è riconosciuta solo da pochissimi Stati, in particolare Regno Unito e Pakistan, mentre la gran parte della comunità internazionale non la considera legittima. Nel giugno 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni — scatenata da Egitto, Siria e Giordania contro Israele — la Giordania attacca Israele. Israele risponde militarmente e conquista la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. Da quel momento la Giordania perde il controllo del territorio e Israele assume il controllo militare.

Si tratta di una dinamica del tutto analoga a quanto accaduto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, quando l’Italia, sconfitta, perse territori come la Venezia Giulia, l’Istria e la Dalmazia, passati alla Jugoslavia. Nessuno parla in quel caso di “occupazione imperialista italiana subita”, ma di conseguenze di una guerra persa. Per questo motivo, la rappresentazione di Israele come potenza imperialista che invade e occupa territori altrui è storicamente infondata: Israele non ha mai condotto guerre di espansione coloniale, ma ha acquisito territori in seguito a conflitti difensivi.

Un discorso analogo vale per Gaza. Tra il 1948 e il 1949 scoppia la prima guerra arabo-israeliana, che non è un’aggressione israeliana, ma un attacco coordinato degli Stati arabi contro il neonato Stato di Israele. In quel contesto l’Egitto invade il sud della Palestina mandataria e occupa una stretta fascia costiera: la Striscia di Gaza, che diventa rifugio per decine di migliaia di profughi arabi.

L’Egitto, però, non annette Gaza, non concede la cittadinanza egiziana ai suoi abitanti e non crea alcuno Stato palestinese. Gaza resta sotto amministrazione militare egiziana. Dal 1949 al 1967 il territorio rimane sotto controllo egiziano per quasi vent’anni, senza essere formalmente parte dell’Egitto: i residenti non sono cittadini egiziani e non dispongono di alcuna sovranità politica. In questo periodo l’Egitto utilizza Gaza come strumento politico contro Israele, tollera e sostiene le incursioni dei fedayn e non investe nello sviluppo del territorio. Eppure, in quegli anni, nessuno parla di “occupazione egiziana” e nessuno rivendica la creazione di uno Stato palestinese a Gaza.

Nel 1967 scoppia un nuovo conflitto di aggressione araba, la Guerra dei Sei Giorni. Egitto, Siria e Giordania entrano nuovamente in guerra contro Israele, che sconfigge gli eserciti arabi e conquista Gaza dall’Egitto. Anche in questo caso, non esisteva alcuno Stato palestinese da “occupare”. Dal 1967 al 2005 Gaza rimane sotto controllo israeliano: per quasi quarant’anni Israele esercita un’amministrazione militare, controlla confini, sicurezza, mare e spazio aereo, concedendo al contempo una limitata autonomia civile. In questo periodo nascono e si sviluppano movimenti islamisti, tra cui Hamas nel 1987, e Gaza diventa uno dei principali focolai della Prima Intifada.

Nel 2005 Israele decide di ritirarsi unilateralmente dalla Striscia di Gaza, evacuando l’esercito, smantellando le colonie e ponendo fine a ogni presenza civile israeliana sul territorio. Una scelta che, col senno di poi, si rivelerà un grave errore strategico. Oggi, secondo ONU e Unione Europea, Gaza viene ancora definita “territorio occupato” perché Israele controlla confini, mare e spazio aereo. Israele, invece, sostiene che Gaza non sia occupata, poiché manca il requisito essenziale dell’occupazione: il controllo territoriale diretto.

In definitiva, la questione di Gaza non nasce dalla perdita di una sovranità palestinese preesistente, ma da una lunga storia di controllo esterno esercitato su un territorio che non è mai stato uno Stato. Ed è questo dato, sistematicamente ignorato dalla propaganda, che rende l’intera narrazione pro-Palestina profondamente fuorviante.

venerdì 2 gennaio 2026

L'utopia di due popoli e due stati

 

La narrazione dominante sui cosiddetti “territori occupati” da Israele è una costruzione ideologica, nata dalla propaganda dei gruppi palestinesi armati e amplificata in Occidente da un diffuso sentimento antisemita e da una profonda ignoranza storica sulla questione cosiddetta “palestinese”. Questa lettura, è una rappresentazione distorta della realtà storica, che ignora il legame continuo e documentato del popolo ebraico con la quei territori

Gli ebrei hanno infatti abitato in modo ininterrotto quei territori. Anche nei periodi in cui furono costretti a emigrare per sfuggire alle dominazioni persiana, greca, romana e ottomana, rimase sempre un nucleo ebraico residente. Ogni volta che la regione attraversava una fase di relativa stabilità, comunità ebraiche della diaspora facevano ritorno in Galilea, Giudea e Samaria. Questa continuità è attestata anche dalle opere di Giuseppe Flavio, storico romano di origine ebraica, in particolare nelle Guerre giudaiche.

Fu l’Impero romano a ribattezzare quelle terre “Palestina”, con l’intento esplicito di cancellarne l’identità ebraica; un tentativo che tuttavia non ebbe successo. In quelle regioni hanno storicamente convissuto ebrei e arabi, ma non è mai esistito un popolo palestinese inteso come soggetto nazionale autonomo. La questione cambia con l’espansione islamica: a seguito delle conquiste di Maometto, le popolazioni ebraiche, cristiane e pagane del Nord Africa e del Medio Oriente furono sottomesse, costrette alla conversione o all’emigrazione.

In origine il cristianesimo era largamente diffuso in tutto il Medio Oriente, ma le conquiste musulmane e successivamente ottomane ne ridussero drasticamente la presenza. Le piccole comunità cristiane ed ebraiche che riuscirono a sopravvivere lo fecero pagando una tassa, la jizya, una sorta di pizzo che consentiva loro di praticare il culto in forma riservata e di lavorare, ma che spesso rendeva la sopravvivenza estremamente difficile.

Con l’islamizzazione del Medio Oriente si afferma una visione secondo cui un territorio considerato islamico non può essere sottoposto alla sovranità di governi cristiani o ebraici. È in questo quadro che si inserisce la gestione anglo-francese della regione dopo la caduta dell’Impero Ottomano. Per comprendere ciò che accadde è necessario tornare agli accordi del periodo 1915–1916, quando la Gran Bretagna, per indebolire l’Impero Ottomano alleato della Germania, si accordò con i leader arabi, in particolare con Ḥusayn ibn ʿAlī, sharīf della Mecca e membro della dinastia hashemita (non esistevano i palestinesi).

Mentre promettevano l’indipendenza agli arabi, gli inglesi firmavano segretamente con la Francia l’accordo Sykes-Picot del 1916, che prevedeva la spartizione del Medio Oriente ottomano al termine della guerra. Dopo la sconfitta degli ottomani, quelle promesse non furono mantenute, ponendo le basi delle tensioni mediorientali che persistono ancora oggi.

Parallelamente, con la Dichiarazione Balfour del 1917, la Gran Bretagna si impegnava a favorire la creazione di una “casa nazionale ebraica” in Palestina, creando le premesse della questione palestinese intesa come spartizione del territorio sotto Mandato britannico. Londra non chiarì mai agli arabi musulmani che l’intenzione era quella di assegnare solo una parte del territorio, e non l’intero mandato.

A partire dal 1920, ogni proposta di spartizione venne rifiutata dagli arabi. All’epoca non esisteva un popolo palestinese distinto: gli unici “palestinesi” erano gli ebrei e gli arabi residenti nella regione. Questo rifiuto proseguì fino alla nascita dello Stato di Israele nel 1948. Gli arabi respinsero anche il piano di partizione dell’ONU, sancito dalla Risoluzione 181 del 29 novembre 1947, che prevedeva l’assegnazione del 56% del territorio allo Stato ebraico e del 43% a uno Stato arabo. Israele accettò il piano, mentre gli arabi lo rigettarono.

Non esisteva allora un rappresentante dei palestinesi arabi, perché non esisteva un’entità politica palestinese: a rifiutare la spartizione furono i rappresentanti degli Stati arabi circostanti. La questione non era la percentuale di territorio da assegnare, ma il principio stesso: una terra ormai considerata islamica non poteva, secondo questa visione, essere governata da uno Stato ebraico. Questo elemento non fu compreso – e continua a non essere compreso – dai governi occidentali, anche a causa delle ambiguità del mondo arabo.

Non a caso, nelle manifestazioni occidentali il grido più diffuso non è “indipendenza dello Stato palestinese”, ma “dal fiume al mare”, un’espressione che implica l’espulsione degli ebrei. Secondo il diritto islamico classico, infatti, se un territorio è stato conquistato e governato dall’Islam ed è entrato nel dār al-Islām, non è legittimo che venga ceduto in modo permanente a una sovranità non musulmana, ed esiste un dovere di riacquisizione quando possibile.

Parallelamente, per l’ebraismo la Galilea, la Giudea e la Samaria sono parte costitutiva della fede stessa: terra, Dio e Torah sono inseparabili. Per questo motivo il conflitto assume, dal punto di vista musulmano, una valenza religiosa e spirituale e non tende a cessare, poiché è inserito nel più ampio processo di islamizzazione promosso dall’Islam. Questa dimensione rende, secondo tale impostazione, impraticabile una soluzione fondata su due popoli e due Stati.


sabato 27 dicembre 2025

Manifesto per la Difesa dell’Identità

 


Manifesto per la Difesa dell’Identità

Dalla celebrazione della Chanukkià traiamo una lezione sempre attuale:
difendere la propria identità è un atto di dignità e di libertà.

Non conta essere in molti. Conta essere determinati.
La storia del popolo ebraico lo dimostra da secoli. E la testimonianza di Gesù, ebreo che ha difeso fino all’estremo la propria verità, ne rappresenta un esempio universale.

Difendere la pace non significa rifugiarsi in un pacifismo passivo.
La pace non è resa: è equilibrio, ed è anche capacità di resistenza.
Si costruisce opponendosi a chi vuole negare la libertà di vivere secondo i propri valori.

Oggi l’Occidente giudeo-cristiano, fondato sulla dignità della persona, sulla responsabilità individuale e sulla libertà di pensiero, è messo in discussione da tre grandi minacce:

  1. La secolarizzazione radicale, che svuota di significato le radici spirituali comuni a cristiani ed ebrei;

  2. L’ideologia egualitaria di matrice social-comunista, che dietro il mito dell’uguaglianza per tutti annulla l’individuo, le differenze e perfino la realtà biologica;

  3. L’islam politico, che tenta di insinuarsi nelle fragilità identitarie delle nostre società, sfruttandone debolezze culturali e morali.

Di fronte a questa realtà non possiamo restare spettatori.

Se vogliamo evitare lo scontro sociale e consegnare ai nostri figli una società libera, civile e consapevole, dobbiamo agire ora, con lucidità e coraggio.

Servono iniziative concrete e coordinate:

  • Diffondere consapevolezza tra laici e cristiani, come avvenuto con il Forum per l’Antisemitismo di Firenze, autentico spazio di dialogo tra non credenti, ebrei e cristiani;

  • Promuovere incontri nelle chiese e nelle comunità, coinvolgendo sacerdoti e pastori in un percorso comune di riflessione e azione;

  • Sostenere il coraggio civile, attraverso gesti concreti di denuncia e, quando necessario, di boicottaggio.

Un esempio concreto:
se in una scuola pubblica l’insegnamento diventa strumento di indottrinamento ideologico — sul pensiero gender o sulla questione di Gaza — i genitori non devono restare soli.

Occorre agire insieme:
denunciare, pretendere il rispetto delle libertà educative e, se necessario, minacciare il ritiro dei propri figli.

Un gesto collettivo vale più di mille parole.

L’unione di famiglie cristiane — cattoliche ed evangeliche — ed ebree può fare la differenza.
Il silenzio, invece, conduce all’irrilevanza e all’oblio.

Difendere la propria identità non è un atto nostalgico, ma una vera missione civica.

Solo avviando un processo diffuso di consapevolezza e di azione possiamo rallentare — o invertire — l’opera di dissoluzione morale e politica che minaccia le nostre democrazie.

La classe politica deve sentire la voce dei cittadini, anche quando sono pochi.
Perché spesso è dai pochi che nasce l’esempio, e dall’esempio un effetto domino capace di risvegliare le coscienze.

Gli strumenti legali esistono:
scuole paritarie, istruzione parentale, associazioni civiche.

Le competenze non mancano:
professionisti, educatori, credenti consapevoli.

Ora servono solo volontà e coraggio.

Il Forum per l’Antisemitismo e le iniziative sorelle devono unire informazione e azione, costruendo percorsi di resistenza culturale e pacifica, dentro e fuori le istituzioni.

Non stiamo zitti.
Non restiamo fermi.

Difendere la nostra identità significa difendere la libertà di tutti.

giovedì 25 dicembre 2025

Islamizzazione in assenza di identità

 

L’Occidente continua a fingere di non capire.

Si ostina a parlare di integrazione mentre sotto i suoi occhi avanza un processo che integrazione non è, né vuole esserlo. La verità, scomoda e sistematicamente rimossa, è che l’integrazione con l’Islam politico e identitario è strutturalmente impossibile, perché presuppone ciò che l’Occidente ha smesso di possedere: un’identità forte da difendere.

Il problema non è l’Islam in sé, ma l’Occidente svuotato, disarmato culturalmente, spiritualmente e simbolicamente. Un Occidente incapace di riconoscere che una cultura dotata di una visione totalizzante del mondo non si integra in una civiltà che ha rinunciato a definire se stessa.

Il vero handicap dell’Europa non è la mancanza di strumenti, ma il paradigma ideologico che la paralizza:
da un lato un cristianesimo addomesticato, ridotto a sentimentalismo morale;
dall’altro un pensiero socialista che sacralizza le minoranze fino a negare ogni diritto alla maggioranza storica.

Questo non è il pensiero di Gesù Yeshùa, ma la sua caricatura.
Gesù non predicava il buonismo, ma la pace nella verità. Non insegnava a essere uomini “inermi”, ma uomini capaci di difendere se stessi, la propria casa, il proprio popolo.
Soprattutto, Gesù non ha mai predicato la dissoluzione dell’identità.

«Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti» (Mt 5,17)

Gesù difende l’identità ebraica: osserva le feste, frequenta la sinagoga, discute la Halakhah come un rabbino. Non universalizza cancellando, ma universalizza partendo da un’identità salda. Il messaggio è chiarissimo: tutti gli uomini sono fratelli, ma un popolo senza identità perde anche la sua relazione con Dio.

Se i cristiani volessero davvero seguire Gesù ebreo, dovrebbero fare ciò che non fanno più: definire la propria identità e difenderla, in modo pacifico, ma senza arretrare davanti a chi intende cancellarla.

L’Islam, al contrario, questo lo ha capito benissimo. Sa che per sottomettere una società occorre prima dissolverne l’identità. Ed è qui che entra in gioco un concetto centrale e ignorato: la Hijra.

Hijra (هجرة) significa migrazione. Non è un accidente storico, ma un atto fondativo dell’Islam: Maometto emigra da Mecca a Medina nel 622, evento che inaugura il calendario islamico.
L’emigrazione, dunque, non è marginale ma strutturale nella visione islamica.

Il Corano è esplicito:

«Non era forse la terra di Allah vasta, così da potervi emigrare?» (Cor. 4,97)

A questo si aggiunge la divisione giuridica del mondo in:

  • Dar al-Islam (territorio governato dalla legge islamica)

  • Dar al-Harb (territorio non islamico)

Ne consegue una verità che l’Occidente si rifiuta di vedere: nell’Islam non si emigra per integrarsi, ma per preservare e rafforzare l’identità religiosa, in vista di una trasformazione del contesto. Il processo è noto:

  1. insediamento senza integrazione reale;

  2. crescita numerica tramite dinamiche demografiche;

  3. trasformazione in blocco elettorale;

  4. pressione politica;

  5. concessioni culturali e simboliche in cambio di consenso.

Ed è qui che il buonismo cristiano, figlio di un cristianesimo svuotato di identità, cede. In nome di un multiculturalismo falsato, non inteso come affiancamento delle tradizioni, ma come ritirata delle nostreCosì si arriva all’assurdo:

  • presepi senza volto o travestiti,

  • simboli cristiani rimossi dalle scuole,

  • festività svuotate per “non offendere”.

Non importa se Gesù sia nato il 25 dicembre: ciò che arretra è il simbolo, e quando arretra il simbolo arretra l’identità.

Integrazione significherebbe aggiungere, non cancellare. Mettere un simbolo accanto a un altro, non eliminare il proprio per compiacere l’ospite. Questo non è rispetto.

È debolezza.
È sottomissione.

Ed è esattamente ciò che la parola Islam significa sul piano politico-culturale: sottomissione.

La preghiera islamica nelle piazze europee ne è il segnale più evidente: non un semplice atto religioso, ma un gesto pubblico, organizzato, visibile, che comunica presenza identitaria nello spazio comune. È religione, sì, ma è anche politica implicita. Incitamento all'odio contro chi non è islamico, ebrei e cristiani.

In conclusione, il combinato disposto tra:

  • buonismo cristiano senza identità,

  • ideologia socialista della tutela indiscriminata,

  • rifiuto di affermare la propria tradizione,

produce una società permeabile, incapace di resistere a culture fortemente identitarie.

Una società senza identità non integra: viene trasformata.

Il Fisco

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