sabato 3 gennaio 2026

Gli ebrei che ritornano in Galilea, Samaria e Giudea, non sono COLONI

 


La terza grande narrazione falsa, destinata al consumo degli “utili idioti”, è quella della presunta “colonizzazione” della Galilea, della Giudea e della Samaria. Un’etichetta ideologica ripetuta ossessivamente, ma priva di qualsiasi fondamento storico o giuridico.

Partiamo dalla definizione seria di colono: è colui che si trasferisce e si insedia stabilmente in un territorio che non appartiene allo Stato di cui è cittadino, all’interno di un progetto di espansione, controllo o popolamento promosso o sostenuto da una potenza politica esterna. Senza un progetto coloniale statale, la colonizzazione semplicemente non esiste.

Alla luce di questa definizione, parlare di “ebrei colonizzatori” è un’assurdità. Perché manca l’elemento essenziale: non esiste alcuna potenza straniera che promuova un progetto coloniale ebraico. Gli ebrei che si trasferiscono in Galilea, Giudea e Samaria non agiscono per conto di uno Stato imperiale, né come avanguardia di un disegno coloniale esterno. Sono cittadini di Stati diversi che, a un certo punto della loro vita, scelgono di tornare in una terra che sentono culturalmente, storicamente e religiosamente propria.

Manca anche il secondo requisito fondamentale della colonizzazione: l’insediamento su un territorio appartenente a uno Stato sovrano conquistato con la forza. Non risulta che sia mai esistito uno Stato palestinese conquistato da uno Stato ebraico. Quelle terre erano già abitate da ebrei da secoli e non erano la sede di una sovranità statale preesistente.

Ma c’è un dato ancora più concreto che smonta definitivamente la narrazione coloniale: gli ebrei che si trasferiscono in Galilea, Giudea e Samaria non impongono una cultura estranea, non sostituiscono una civiltà locale con una propria. Ne fanno parte. Non impongono una lingua straniera: parlano l’ebraico, una lingua storicamente presente e parlata dalla popolazione ebraica residente in quei territori da generazioni.

Secondo la retorica della sinistra ideologica, questi individui sarebbero “coloni”. In realtà si tratta di persone che ritornano alla loro terra d’origine, spinte da un legame identitario profondo. È l’equivalente di un italo-americano di terza generazione che, conservando lingua, cultura e tradizioni italiane, decide di trasferirsi in Italia: nessuno lo definirebbe un colono.

L’aspetto che sfugge — o che si preferisce ignorare — agli antisemiti contemporanei è che il ritorno degli ebrei in Galilea, Giudea e Samaria è anche il risultato diretto delle persecuzioni subite in Occidente, spesso alimentate proprio da quegli stessi ambienti che oggi gridano alla “colonizzazione”. Prima li hanno espulsi, discriminati e perseguitati; poi li accusano di colonizzare quando cercano semplicemente una casa.

Non è colonizzazione.
È ritorno.

La favola dei territori occupati

 

Gran parte della narrazione pro-Palestina che circola in Occidente si fonda su una miscela di ignoranza storica, pregiudizio ideologico e, non di rado, antisemitismo mascherato da indignazione morale. È una narrazione che attecchisce facilmente in un contesto culturale superficiale, dove slogan e semplificazioni sostituiscono lo studio dei fatti, anche tra persone formalmente istruite.

Uno dei pilastri di questa narrazione è l’idea dei cosiddetti “territori occupati”. In realtà, tali territori non possono essere definiti in modo semplicistico come occupati, ma vanno compresi alla luce della loro storia giuridica e militare. La Cisgiordania, ad esempio, viene conquistata da Israele nel 1967, ma la Giordania, da cui Israele la sottrae, non disponeva di un titolo sovrano pienamente riconosciuto.

Dopo la guerra arabo-israeliana del 1948, infatti, la Cisgiordania viene occupata militarmente dalla Giordania e successivamente annessa nel 1950. Questa annessione è riconosciuta solo da pochissimi Stati, in particolare Regno Unito e Pakistan, mentre la gran parte della comunità internazionale non la considera legittima. Nel giugno 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni — scatenata da Egitto, Siria e Giordania contro Israele — la Giordania attacca Israele. Israele risponde militarmente e conquista la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. Da quel momento la Giordania perde il controllo del territorio e Israele assume il controllo militare.

Si tratta di una dinamica del tutto analoga a quanto accaduto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, quando l’Italia, sconfitta, perse territori come la Venezia Giulia, l’Istria e la Dalmazia, passati alla Jugoslavia. Nessuno parla in quel caso di “occupazione imperialista italiana subita”, ma di conseguenze di una guerra persa. Per questo motivo, la rappresentazione di Israele come potenza imperialista che invade e occupa territori altrui è storicamente infondata: Israele non ha mai condotto guerre di espansione coloniale, ma ha acquisito territori in seguito a conflitti difensivi.

Un discorso analogo vale per Gaza. Tra il 1948 e il 1949 scoppia la prima guerra arabo-israeliana, che non è un’aggressione israeliana, ma un attacco coordinato degli Stati arabi contro il neonato Stato di Israele. In quel contesto l’Egitto invade il sud della Palestina mandataria e occupa una stretta fascia costiera: la Striscia di Gaza, che diventa rifugio per decine di migliaia di profughi arabi.

L’Egitto, però, non annette Gaza, non concede la cittadinanza egiziana ai suoi abitanti e non crea alcuno Stato palestinese. Gaza resta sotto amministrazione militare egiziana. Dal 1949 al 1967 il territorio rimane sotto controllo egiziano per quasi vent’anni, senza essere formalmente parte dell’Egitto: i residenti non sono cittadini egiziani e non dispongono di alcuna sovranità politica. In questo periodo l’Egitto utilizza Gaza come strumento politico contro Israele, tollera e sostiene le incursioni dei fedayn e non investe nello sviluppo del territorio. Eppure, in quegli anni, nessuno parla di “occupazione egiziana” e nessuno rivendica la creazione di uno Stato palestinese a Gaza.

Nel 1967 scoppia un nuovo conflitto di aggressione araba, la Guerra dei Sei Giorni. Egitto, Siria e Giordania entrano nuovamente in guerra contro Israele, che sconfigge gli eserciti arabi e conquista Gaza dall’Egitto. Anche in questo caso, non esisteva alcuno Stato palestinese da “occupare”. Dal 1967 al 2005 Gaza rimane sotto controllo israeliano: per quasi quarant’anni Israele esercita un’amministrazione militare, controlla confini, sicurezza, mare e spazio aereo, concedendo al contempo una limitata autonomia civile. In questo periodo nascono e si sviluppano movimenti islamisti, tra cui Hamas nel 1987, e Gaza diventa uno dei principali focolai della Prima Intifada.

Nel 2005 Israele decide di ritirarsi unilateralmente dalla Striscia di Gaza, evacuando l’esercito, smantellando le colonie e ponendo fine a ogni presenza civile israeliana sul territorio. Una scelta che, col senno di poi, si rivelerà un grave errore strategico. Oggi, secondo ONU e Unione Europea, Gaza viene ancora definita “territorio occupato” perché Israele controlla confini, mare e spazio aereo. Israele, invece, sostiene che Gaza non sia occupata, poiché manca il requisito essenziale dell’occupazione: il controllo territoriale diretto.

In definitiva, la questione di Gaza non nasce dalla perdita di una sovranità palestinese preesistente, ma da una lunga storia di controllo esterno esercitato su un territorio che non è mai stato uno Stato. Ed è questo dato, sistematicamente ignorato dalla propaganda, che rende l’intera narrazione pro-Palestina profondamente fuorviante.

venerdì 2 gennaio 2026

L'utopia di due popoli e due stati

 

La narrazione dominante sui cosiddetti “territori occupati” da Israele è una costruzione ideologica, nata dalla propaganda dei gruppi palestinesi armati e amplificata in Occidente da un diffuso sentimento antisemita e da una profonda ignoranza storica sulla questione cosiddetta “palestinese”. Questa lettura, è una rappresentazione distorta della realtà storica, che ignora il legame continuo e documentato del popolo ebraico con la quei territori

Gli ebrei hanno infatti abitato in modo ininterrotto quei territori. Anche nei periodi in cui furono costretti a emigrare per sfuggire alle dominazioni persiana, greca, romana e ottomana, rimase sempre un nucleo ebraico residente. Ogni volta che la regione attraversava una fase di relativa stabilità, comunità ebraiche della diaspora facevano ritorno in Galilea, Giudea e Samaria. Questa continuità è attestata anche dalle opere di Giuseppe Flavio, storico romano di origine ebraica, in particolare nelle Guerre giudaiche.

Fu l’Impero romano a ribattezzare quelle terre “Palestina”, con l’intento esplicito di cancellarne l’identità ebraica; un tentativo che tuttavia non ebbe successo. In quelle regioni hanno storicamente convissuto ebrei e arabi, ma non è mai esistito un popolo palestinese inteso come soggetto nazionale autonomo. La questione cambia con l’espansione islamica: a seguito delle conquiste di Maometto, le popolazioni ebraiche, cristiane e pagane del Nord Africa e del Medio Oriente furono sottomesse, costrette alla conversione o all’emigrazione.

In origine il cristianesimo era largamente diffuso in tutto il Medio Oriente, ma le conquiste musulmane e successivamente ottomane ne ridussero drasticamente la presenza. Le piccole comunità cristiane ed ebraiche che riuscirono a sopravvivere lo fecero pagando una tassa, la jizya, una sorta di pizzo che consentiva loro di praticare il culto in forma riservata e di lavorare, ma che spesso rendeva la sopravvivenza estremamente difficile.

Con l’islamizzazione del Medio Oriente si afferma una visione secondo cui un territorio considerato islamico non può essere sottoposto alla sovranità di governi cristiani o ebraici. È in questo quadro che si inserisce la gestione anglo-francese della regione dopo la caduta dell’Impero Ottomano. Per comprendere ciò che accadde è necessario tornare agli accordi del periodo 1915–1916, quando la Gran Bretagna, per indebolire l’Impero Ottomano alleato della Germania, si accordò con i leader arabi, in particolare con Ḥusayn ibn ʿAlī, sharīf della Mecca e membro della dinastia hashemita (non esistevano i palestinesi).

Mentre promettevano l’indipendenza agli arabi, gli inglesi firmavano segretamente con la Francia l’accordo Sykes-Picot del 1916, che prevedeva la spartizione del Medio Oriente ottomano al termine della guerra. Dopo la sconfitta degli ottomani, quelle promesse non furono mantenute, ponendo le basi delle tensioni mediorientali che persistono ancora oggi.

Parallelamente, con la Dichiarazione Balfour del 1917, la Gran Bretagna si impegnava a favorire la creazione di una “casa nazionale ebraica” in Palestina, creando le premesse della questione palestinese intesa come spartizione del territorio sotto Mandato britannico. Londra non chiarì mai agli arabi musulmani che l’intenzione era quella di assegnare solo una parte del territorio, e non l’intero mandato.

A partire dal 1920, ogni proposta di spartizione venne rifiutata dagli arabi. All’epoca non esisteva un popolo palestinese distinto: gli unici “palestinesi” erano gli ebrei e gli arabi residenti nella regione. Questo rifiuto proseguì fino alla nascita dello Stato di Israele nel 1948. Gli arabi respinsero anche il piano di partizione dell’ONU, sancito dalla Risoluzione 181 del 29 novembre 1947, che prevedeva l’assegnazione del 56% del territorio allo Stato ebraico e del 43% a uno Stato arabo. Israele accettò il piano, mentre gli arabi lo rigettarono.

Non esisteva allora un rappresentante dei palestinesi arabi, perché non esisteva un’entità politica palestinese: a rifiutare la spartizione furono i rappresentanti degli Stati arabi circostanti. La questione non era la percentuale di territorio da assegnare, ma il principio stesso: una terra ormai considerata islamica non poteva, secondo questa visione, essere governata da uno Stato ebraico. Questo elemento non fu compreso – e continua a non essere compreso – dai governi occidentali, anche a causa delle ambiguità del mondo arabo.

Non a caso, nelle manifestazioni occidentali il grido più diffuso non è “indipendenza dello Stato palestinese”, ma “dal fiume al mare”, un’espressione che implica l’espulsione degli ebrei. Secondo il diritto islamico classico, infatti, se un territorio è stato conquistato e governato dall’Islam ed è entrato nel dār al-Islām, non è legittimo che venga ceduto in modo permanente a una sovranità non musulmana, ed esiste un dovere di riacquisizione quando possibile.

Parallelamente, per l’ebraismo la Galilea, la Giudea e la Samaria sono parte costitutiva della fede stessa: terra, Dio e Torah sono inseparabili. Per questo motivo il conflitto assume, dal punto di vista musulmano, una valenza religiosa e spirituale e non tende a cessare, poiché è inserito nel più ampio processo di islamizzazione promosso dall’Islam. Questa dimensione rende, secondo tale impostazione, impraticabile una soluzione fondata su due popoli e due Stati.


sabato 27 dicembre 2025

Manifesto per la Difesa dell’Identità

 


Manifesto per la Difesa dell’Identità

Dalla celebrazione della Chanukkià traiamo una lezione sempre attuale:
difendere la propria identità è un atto di dignità e di libertà.

Non conta essere in molti. Conta essere determinati.
La storia del popolo ebraico lo dimostra da secoli. E la testimonianza di Gesù, ebreo che ha difeso fino all’estremo la propria verità, ne rappresenta un esempio universale.

Difendere la pace non significa rifugiarsi in un pacifismo passivo.
La pace non è resa: è equilibrio, ed è anche capacità di resistenza.
Si costruisce opponendosi a chi vuole negare la libertà di vivere secondo i propri valori.

Oggi l’Occidente giudeo-cristiano, fondato sulla dignità della persona, sulla responsabilità individuale e sulla libertà di pensiero, è messo in discussione da tre grandi minacce:

  1. La secolarizzazione radicale, che svuota di significato le radici spirituali comuni a cristiani ed ebrei;

  2. L’ideologia egualitaria di matrice social-comunista, che dietro il mito dell’uguaglianza per tutti annulla l’individuo, le differenze e perfino la realtà biologica;

  3. L’islam politico, che tenta di insinuarsi nelle fragilità identitarie delle nostre società, sfruttandone debolezze culturali e morali.

Di fronte a questa realtà non possiamo restare spettatori.

Se vogliamo evitare lo scontro sociale e consegnare ai nostri figli una società libera, civile e consapevole, dobbiamo agire ora, con lucidità e coraggio.

Servono iniziative concrete e coordinate:

  • Diffondere consapevolezza tra laici e cristiani, come avvenuto con il Forum per l’Antisemitismo di Firenze, autentico spazio di dialogo tra non credenti, ebrei e cristiani;

  • Promuovere incontri nelle chiese e nelle comunità, coinvolgendo sacerdoti e pastori in un percorso comune di riflessione e azione;

  • Sostenere il coraggio civile, attraverso gesti concreti di denuncia e, quando necessario, di boicottaggio.

Un esempio concreto:
se in una scuola pubblica l’insegnamento diventa strumento di indottrinamento ideologico — sul pensiero gender o sulla questione di Gaza — i genitori non devono restare soli.

Occorre agire insieme:
denunciare, pretendere il rispetto delle libertà educative e, se necessario, minacciare il ritiro dei propri figli.

Un gesto collettivo vale più di mille parole.

L’unione di famiglie cristiane — cattoliche ed evangeliche — ed ebree può fare la differenza.
Il silenzio, invece, conduce all’irrilevanza e all’oblio.

Difendere la propria identità non è un atto nostalgico, ma una vera missione civica.

Solo avviando un processo diffuso di consapevolezza e di azione possiamo rallentare — o invertire — l’opera di dissoluzione morale e politica che minaccia le nostre democrazie.

La classe politica deve sentire la voce dei cittadini, anche quando sono pochi.
Perché spesso è dai pochi che nasce l’esempio, e dall’esempio un effetto domino capace di risvegliare le coscienze.

Gli strumenti legali esistono:
scuole paritarie, istruzione parentale, associazioni civiche.

Le competenze non mancano:
professionisti, educatori, credenti consapevoli.

Ora servono solo volontà e coraggio.

Il Forum per l’Antisemitismo e le iniziative sorelle devono unire informazione e azione, costruendo percorsi di resistenza culturale e pacifica, dentro e fuori le istituzioni.

Non stiamo zitti.
Non restiamo fermi.

Difendere la nostra identità significa difendere la libertà di tutti.

giovedì 25 dicembre 2025

Islamizzazione in assenza di identità

 

L’Occidente continua a fingere di non capire.

Si ostina a parlare di integrazione mentre sotto i suoi occhi avanza un processo che integrazione non è, né vuole esserlo. La verità, scomoda e sistematicamente rimossa, è che l’integrazione con l’Islam politico e identitario è strutturalmente impossibile, perché presuppone ciò che l’Occidente ha smesso di possedere: un’identità forte da difendere.

Il problema non è l’Islam in sé, ma l’Occidente svuotato, disarmato culturalmente, spiritualmente e simbolicamente. Un Occidente incapace di riconoscere che una cultura dotata di una visione totalizzante del mondo non si integra in una civiltà che ha rinunciato a definire se stessa.

Il vero handicap dell’Europa non è la mancanza di strumenti, ma il paradigma ideologico che la paralizza:
da un lato un cristianesimo addomesticato, ridotto a sentimentalismo morale;
dall’altro un pensiero socialista che sacralizza le minoranze fino a negare ogni diritto alla maggioranza storica.

Questo non è il pensiero di Gesù Yeshùa, ma la sua caricatura.
Gesù non predicava il buonismo, ma la pace nella verità. Non insegnava a essere uomini “inermi”, ma uomini capaci di difendere se stessi, la propria casa, il proprio popolo.
Soprattutto, Gesù non ha mai predicato la dissoluzione dell’identità.

«Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti» (Mt 5,17)

Gesù difende l’identità ebraica: osserva le feste, frequenta la sinagoga, discute la Halakhah come un rabbino. Non universalizza cancellando, ma universalizza partendo da un’identità salda. Il messaggio è chiarissimo: tutti gli uomini sono fratelli, ma un popolo senza identità perde anche la sua relazione con Dio.

Se i cristiani volessero davvero seguire Gesù ebreo, dovrebbero fare ciò che non fanno più: definire la propria identità e difenderla, in modo pacifico, ma senza arretrare davanti a chi intende cancellarla.

L’Islam, al contrario, questo lo ha capito benissimo. Sa che per sottomettere una società occorre prima dissolverne l’identità. Ed è qui che entra in gioco un concetto centrale e ignorato: la Hijra.

Hijra (هجرة) significa migrazione. Non è un accidente storico, ma un atto fondativo dell’Islam: Maometto emigra da Mecca a Medina nel 622, evento che inaugura il calendario islamico.
L’emigrazione, dunque, non è marginale ma strutturale nella visione islamica.

Il Corano è esplicito:

«Non era forse la terra di Allah vasta, così da potervi emigrare?» (Cor. 4,97)

A questo si aggiunge la divisione giuridica del mondo in:

  • Dar al-Islam (territorio governato dalla legge islamica)

  • Dar al-Harb (territorio non islamico)

Ne consegue una verità che l’Occidente si rifiuta di vedere: nell’Islam non si emigra per integrarsi, ma per preservare e rafforzare l’identità religiosa, in vista di una trasformazione del contesto. Il processo è noto:

  1. insediamento senza integrazione reale;

  2. crescita numerica tramite dinamiche demografiche;

  3. trasformazione in blocco elettorale;

  4. pressione politica;

  5. concessioni culturali e simboliche in cambio di consenso.

Ed è qui che il buonismo cristiano, figlio di un cristianesimo svuotato di identità, cede. In nome di un multiculturalismo falsato, non inteso come affiancamento delle tradizioni, ma come ritirata delle nostreCosì si arriva all’assurdo:

  • presepi senza volto o travestiti,

  • simboli cristiani rimossi dalle scuole,

  • festività svuotate per “non offendere”.

Non importa se Gesù sia nato il 25 dicembre: ciò che arretra è il simbolo, e quando arretra il simbolo arretra l’identità.

Integrazione significherebbe aggiungere, non cancellare. Mettere un simbolo accanto a un altro, non eliminare il proprio per compiacere l’ospite. Questo non è rispetto.

È debolezza.
È sottomissione.

Ed è esattamente ciò che la parola Islam significa sul piano politico-culturale: sottomissione.

La preghiera islamica nelle piazze europee ne è il segnale più evidente: non un semplice atto religioso, ma un gesto pubblico, organizzato, visibile, che comunica presenza identitaria nello spazio comune. È religione, sì, ma è anche politica implicita. Incitamento all'odio contro chi non è islamico, ebrei e cristiani.

In conclusione, il combinato disposto tra:

  • buonismo cristiano senza identità,

  • ideologia socialista della tutela indiscriminata,

  • rifiuto di affermare la propria tradizione,

produce una società permeabile, incapace di resistere a culture fortemente identitarie.

Una società senza identità non integra: viene trasformata.

martedì 23 dicembre 2025

Il Natale e i bambini

 


 “Natale, bambini e altre ipocrisie stagionali”

È tempo di Natale. Le lucine si accendono, le mani si giungono, le coscienze si lavano. Ed è giusto, dicono, parlare di bambini. Ma non proprio di tutti, intendiamoci. Solo di quelli che “galvanizzano l’emotività collettiva”.

Nel mondo, tra il 2024 e il 2025, di bambini ne sono morti a migliaia. Eppure, l’interesse varia a seconda della geopolitica del cuore.
A Gaza, l’ONU conta oltre 13.000 piccoli corpi — e quella parola, bambino, viene ripetuta fino a diventare scudo e bandiera insieme.
In Israele, invece, i bambini ci sono, ma disturbano la narrazione: troppo complicati da compatire.
In Siria, i piccoli muoiono ancora — tra mine, persecuzioni e silenzio stampa — ma ormai il conflitto non fa più audience.
Il Sudan? Milioni di giovani fantasmi dimenticati dalla fretta del mondo.
E poi l’Ucraina, dove la guerra si trascina e i bambini diventano contorno, statistica, “danni collaterali” di un dramma che non fa più tendenza.

Intanto, qualcuno osa ricordare che a Gaza molti adolescenti impugnano un fucile prima di una penna. Ma guai a dirlo: è Natale, non rovinare la poesia.
Eppure, lo dice anche l’ONU — bambino è chiunque abbia meno di diciotto anni — peccato che il confine tra infanzia e milizia, a volte, sia sottile come una bandiera.

Così, mentre le timeline si riempiono di immagini dolci e parole indignate, gli altri bambini — quelli invisibili, sbagliati, non “strategici” — restano fuori dall’inquadratura.
A loro non tocca il post commosso, né l’hashtag della settimana.

Forse il vero miracolo di Natale, oggi, sarebbe ricordare tutti i bambini, anche quelli che non hanno un ufficio stampa del dolore.

sabato 20 dicembre 2025

Chi sono i palestinesi? Parte II



Per chi ignora la storia del medio-oriente o per chi è ideologicamente formattato per odiare gli ebrei.

Periodo- pre cristiano e cristiano 

Come abbiamo visto precedentemente, i cananei arrivarono in questa terra circa 6000 anni fa creando insediamenti come Gerico. Invece circa 3800 anni fa giunsero gli ebrei (tribù di israeliti) quando in Canaan dominavano gli ittiti. L'identificazione di questa terra che va dalla Fenicia all'Egitto come "Palestina" si ha nel V sec a.C.  Nell'antica Grecia Erodoto nella sua opera "storie" chiamava la parte meridionale della Siria Palestina ed affermava che i suoi abitanti erano "circoncisi" quindi ebrei. Aristotele nella sua opera "meteorologia" uso il termine Palestina per indicare una regione del mar morto. Cosi altri autori greci come Polemone e Agatarchide di Cnido, oltre scrittori romani come Ovidio, Tibullo, Pomponio, Plnio, Dione, Plutarco, come i scrittori romani di origine ebraica come Filone di Alessandia e Flavio Giueseppe. Nel 135 d.C. le autorità romane decisero di chiamare questa provincia della Syria Palestina in sostituzione di provincia di Giudea. Infatti precedentemente i romani chiamavano provincia di Giudea la aprte meridionale, e e Galilea la parte a nord. Sostanzialmente la parte costiera era abitata da filistei e fenici che certamente non erano arabi. Anche i Vangeli parlano di Galilea e Samaria. Si rinvia a quanto indicato nella parte I https://petronioerminio.blogspot.com/2024/11/chi-sono-i-palestinesi-parte-i.html

Periodo Islamico

Dopo la nascita di Cristo e lo sviluppo del cristianesimo in tutto il medio oriente nel 5 secolo d.C. la Palestina, ovvero Canaan, divenne parte dell'impero Bizantino. Quando Maometto (610 d.C.) si senti profeta per una presunta rivelazione dell'angelo Gabriele sul monte Hira nasce l'Islam che significa sottomissione. Il monte Hira è in Arabia Saudita dove si trova la Mecca. Nella città della Mecca Maometto comincio a divulgare la nuova religione e la fede nel D-O unico Allah. Maometto entra in contrasto con altri clan della Mecca (624 d.C.) che erano politeisti, e dopo una tregua si rinforzo, e attaccò nuovamente i clan Meccani sottomettendoli. In questo periodo dopo il primo scontro con i Meccani Maometto si rifugiò a Medina abitata da due tribù ebraiche, Banu Qurayza e Banu Nadir, che furono massacrata dai musulmani guidati da Maometto, derubata e furono uccisi circa 700 maschi con l'estinzione della tribù. Questo fu il primo Progrom. Le popolazioni arabe beduine erano considerati pacifiche ed erano prevalentemente cristiane, prima della conquista islamica e prima che Maometto riunìsse gli arabi fondando una Teocrazia. 

Dopo la morte di Maometto, fu scelto come successore e primo Califfo Abu Bakr e da allora si succedettero diversi califfi. Nel 661 si ebbe la frattura fra il cugino di Maometto (divennero i sciiti) e il Califfo discendente della dinastia degli Omayyade (divennero i sunniti). I sunniti prevalsero e si espansero fin tutto il Nord Africa e la Spagna. Sconfitto dagli eserciti arabi musulmani l'impero persiano e quello bizantino i musulmani la conquista si estese a tutte le  terre di Siria, Palestina, Egitto e la Tripolitania fino alle coste sud del mediterraneo. In questo periodo le popolazioni cristiani e gli ebrei (religioni del libro) godevano di una parziale libertà religiosa purché riconoscessero la superiorità dell'islam ed il pagamento di un tributo, salvo che si convertissero all'islam per ottenere pieni diritti civili. Le conquiste  islamiche si estesero fino all'India ed all'Africa fino al 1700 d.C. con l'impero ottomano. In questo periodo il popolo palestinese come entità politica non esisteva perché erano semplicemente arabi musulmani che risiedevano nell'ex impero bizantino, alcuni erano ebrei, altri cristiani. 

Il Periodo del mandato britannico

La Palestina quindi era una regione più ampia conquistata dai turchi ottomani e rimase sotto la loro influenza per più di 400 anni perdendone il controllo alla fine della prima guerra mondiale passando l'allora Palestina sotto il controllo del Regno Unito dopo che l'impero ottomano fu spartita tra la Francia e l'Inghilterra. 

La spartizione fu decisa nel 1916 con l'accordo Sykes-Picot, accordo che parla di stati Arabi e non di un'entità palestinese. Con questo accordo si stabiliva che in Palestina doveva essere istituita un'amministrazione internazionale con le forme decise tra le potenze vincitrici e il sceicco della Mecca. E' importante sottolineare che non esistevano interlocutori Palestinesi ma solo Arabi. Qui si crea il primo problema. Con la Dichiarazione Balfour del 02/11/1917, successivo all'accordo del 1916,  le autorità britanniche considerando che da secoli gli ebrei abitavano in Palestina, ritennero di riconoscere agli ebrei residenti ed agli ebrei dispersi nelle altre nazioni una loro "nazione". Ciò fu vissuto dagli arabi come un tradimento dopo che nel 1915 fu loro promesso, in cambio della lotta contro l'impero ottomano, il sostegno alla formazione di uno stato islamico (no palestinese). Nel 1922 la Società delle Nazioni istituiti il mandato britannico della Palestina, riconoscendo l'impegno espresso nella dichiarazione Balfour, istituendo un'agenzia per gestire l'immigrazione ebraica collaborando con le autorità britanniche perché ottenessero la cittadinanza palestinese.

Il Governo Britannico fece l'errore di non valutare con attenzione il "sentimento" arabo animato dal desiderio di costituire uno stato Islamico e del sentimento di "tradimento" vissuto dagli arabi per la mancata attuazione dell'l'accordo Sykes-Picot, in un territorio islamizzato dopo anni di dominazione ottomana, che contrastava con il sentimento ebraico che fonda la sua religione sulla terra promessa ad Abramo: Canaan. Errore che fanno ancora oggi i governi occidentali che mantengono un approccio laico in un contesto culturale animato da forti tensioni religiose. Il "Sionismo" movimento di culturale nato per la promozione della nazione ebraica, diventa, suo malgrado, l'ostacolo per gli arabi per la creazione di uno stato islamico, ed il nemico giurato dei musulmani che rivendicano la stessa terra. Nel mandato per la Palestina si dichiarava nella premessa: «Considerato che in tal modo è stato riconosciuto il legame storico del popolo ebraico con la Palestina e le ragioni per ricostituire la propria patria nazionale in quel paese». 

Negli anni 20 ci furono rivolte della popolazione araba contro i coloni ebraici e il Regno Britannico aveva condannato gli attacchi arabi contro le loro proprietà, giustificando le rappresaglie da parte dei coloni ebrei contro gli insediamenti arabi come una "legittima difesa" dagli attacchi subiti, ma aveva anche individuato nel timore della creazione di uno stato ebraico il motivo scatenante della rivolta. Negli anni 30 il Comitato Supremo Arabo chiedeva la fine del mandato e dell'immigrazione ebraica, fino ad arrivare alla guerra civile tra arabi e ebrei. Il governo britannico cercò di non agevolare più il movimento sionista ed i flussi migratori pesando alla creazione di unico stato misto arabo-ebraico, ma  le autorità arabe lo rifiutarono, ritenendolo comunque insufficiente e chiedendo il blocco completo dell'immigrazione ebraica.




Gli ebrei che ritornano in Galilea, Samaria e Giudea, non sono COLONI

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