giovedì 22 gennaio 2026

ONU E L'IMPOSSIBILITA' DI GARANTIRE LA PACE Parte I

 

 

All’indomani della Seconda guerra mondiale, la penisola coreana viene liberata dal dominio giapponese, ma la pace non porta all’unità. Il territorio resta diviso lungo una linea destinata a segnare la storia del Novecento: il 38º parallelo. A nord si consolida un regime comunista sotto l’influenza sovietica, mentre a sud nasce un governo filo-occidentale sostenuto dagli Stati Uniti. Quella che doveva essere una separazione temporanea si trasforma rapidamente in una delle prime e più nette frontiere ideologiche della Guerra Fredda.

Il 25 giugno 1950 la tensione esplode: la Corea del Nord lancia un’offensiva militare contro il Sud con l’obiettivo di unificare il Paese sotto il comunismo. Washington reagisce immediatamente, evitando però una dichiarazione formale di guerra. Gli Stati Uniti ottengono una risoluzione delle Nazioni Unite e assumono la guida di una coalizione militare internazionale. La guerra di Corea nasce così come un conflitto regionale, ma si trasforma rapidamente in uno scontro globale tra blocchi contrapposti.

Da un lato si schierano la Corea del Sud, gli Stati Uniti – forza militare dominante – e contingenti ONU provenienti da diversi Paesi, tra cui Regno Unito, Turchia, Canada e Australia. Dall’altro, la Corea del Nord può contare sull’intervento massiccio della Cina comunista e sul sostegno logistico e politico dell’Unione Sovietica. Nel 1953 le ostilità si fermano con la firma di un armistizio, ma non di un trattato di pace: la guerra termina senza una vera conclusione politica, lasciando la penisola coreana ancora divisa.

Uno schema simile si ripete pochi anni dopo nel Sud-Est asiatico. Con la fine del colonialismo francese in Indocina, anche il Vietnam viene spezzato in due: a nord un governo comunista guidato da Ho Chi Minh, a sud un regime filo-occidentale sostenuto dagli Stati Uniti. Il confine, fissato provvisoriamente lungo il 17º parallelo, diventa presto un’altra linea di frattura della Guerra Fredda.

Gli Stati Uniti temono l’“effetto domino”: la caduta del Vietnam sotto il comunismo potrebbe trascinare con sé l’intera regione. In un primo momento Washington limita il proprio coinvolgimento all’invio di consiglieri militari, armi e programmi di addestramento. Ma dopo l’Incidente del Golfo del Tonchino, nel 1964, il Congresso concede al Presidente poteri militari straordinari. Inizia così il coinvolgimento diretto degli USA, che durerà fino al 1973, ancora una volta senza una dichiarazione ufficiale di guerra.

Il conflitto oppone il Vietnam del Nord e la guerriglia comunista del Viet Cong, sostenuti da Unione Sovietica e Cina, al Vietnam del Sud, affiancato dagli Stati Uniti e da alcuni alleati minori come Australia e Corea del Sud. È una guerra atipica, combattuta soprattutto nella giungla, fatta di imboscate, tunnel sotterranei e trappole, con un uso massiccio di bombardamenti aerei e armi chimiche come il napalm e l’agente arancio. Il nemico è spesso invisibile e si confonde con la popolazione civile, rendendo il conflitto logorante e difficile da controllare.

Nel 1973 gli accordi di Parigi sanciscono il ritiro delle truppe statunitensi. Due anni dopo, nel 1975, la caduta di Saigon segna la vittoria definitiva del Vietnam del Nord e la riunificazione del Paese sotto un governo comunista. Gli Stati Uniti non vengono sconfitti sul campo in senso stretto, ma escono dal conflitto politicamente e strategicamente battuti, con profonde conseguenze sulla loro politica estera e sulla fiducia dell’opinione pubblica.

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L'ERA TRUMP

 


Donald Trump non ha “destabilizzato” l’ordine internazionale: lo ha semplicemente smascherato. La sua politica estera, brutale e dichiaratamente egoista, ha fatto emergere quanto il sistema multilaterale fosse già fragile, ipocrita e sostenuto più dalla retorica che da reali rapporti di forza. “America First” non è uno slogan: è la traduzione esplicita di ciò che le grandi potenze fanno da sempre, ma che Trump ha avuto il merito — o il cinismo — di dire ad alta voce.

Le uscite sulla Groenlandia, le sceneggiate sul presunto “salvataggio” del popolo iraniano con portaerei e bombardieri, la messinscena della pace a Gaza affidata a comitati in cui siedono soggetti legati ai finanziatori del terrorismo, non sono gaffe: sono operazioni di pressione e propaganda. Così come lo è l’idea di una pace in Ucraina costruita sacrificando l’aggredito sull’altare della stabilità apparente. La pace, in questa visione, non è giustizia né diritto internazionale: è convenienza. Punto.

L’Europa, dal canto suo, si è rivelata per quello che è: un gigante normativo con i piedi d’argilla. Incapace di parlare con una voce sola su guerra, difesa, energia e immigrazione, l’Unione procede in ordine sparso, paralizzata da veti incrociati e da una classe dirigente più attenta al consenso interno che alla sopravvivenza geopolitica. Le politiche migratorie sono l’emblema del fallimento: confini difesi a macchia di leopardo, ipocrisia umanitaria a uso interno e totale assenza di una strategia comune. Un caos che alimenta tensioni sociali e rafforza i movimenti populisti, mentre Bruxelles finge di non vedere.

Sul piano energetico, l’Europa ha sostituito una dipendenza con un’altra, passando dal gas russo al GNL americano. Nel 2026 questa scelta si rivela per ciò che è: una vulnerabilità strategica enorme, che consegna a Washington una leva economica e politica formidabile. Altro che autonomia strategica. Nel frattempo, le politiche green europee continuano a colpire l’industria interna, mentre Cina e paesi asiatici investono, producono e conquistano quote di mercato senza farsi paralizzare dal moralismo climatico occidentale.

L’ONU è forse il caso più imbarazzante. Un’istituzione che pretende di rappresentare la comunità internazionale ma che, nei fatti, si dimostra impotente, permeabile a influenze esterne e ormai priva di credibilità. Gaza ha segnato un punto di non ritorno: il coinvolgimento di personale ONU in attività terroristiche non è una “zona grigia”, è un fallimento sistemico. In Ucraina l’ONU è irrilevante, in Venezuela è complice per omissione, rifugiandosi dietro il linguaggio dei diritti mentre il regime si consolida indisturbato. Neutralità senza efficacia non è neutralità: è irrilevanza.

In questo scenario, Putin osserva e incassa. Non serve che la Russia vinca: basta che l’Occidente si divida. Ogni frattura transatlantica, ogni esitazione europea, ogni istituzione multilaterale screditata è un guadagno strategico per Mosca e, più silenziosamente, per Pechino.

Il 2026 non promette stabilità, ma chiarezza. Un mondo più cinico, più competitivo e meno ipocrita. Gli Stati Uniti continueranno a imporre la loro linea con la forza economica e militare. L’Europa, se non cambia radicalmente approccio, rischia di restare un mercato aperto e una potenza regolatoria senza peso politico reale. Senza una leadership forte, senza una revisione profonda delle sue politiche migratorie, energetiche e di difesa, l’Unione è destinata a subire le decisioni altrui.

Non è follia. È realpolitik allo stato puro. E chi continua a leggerla con le lenti del politicamente corretto non solo non capisce il mondo che cambia, ma contribuisce attivamente alla propria irrilevanza.

 

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martedì 20 gennaio 2026

Tuteliamo tutti i diritti, anche degli "Evasori" fiscali

 

 



Perché no?
Viviamo in un’epoca in cui sembra esistere sempre qualcuno pronto a scendere in piazza per tutelare qualsiasi causa. C’è chi difende i diritti di organizzazioni criminali come Hamas, bloccando università e città; chi, con un silenzio assordante, legittima di fatto una teocrazia come quella iraniana mentre massacra i propri giovani ribelli; chi manifesta solidarietà per miliziani cubani caduti durante operazioni militari; chi difende il diritto di sistemi culturali e religiosi che sottomettono le donne; chi rivendica il diritto a fumare droghe leggere, a occupare case altrui, a non lavorare, a vivere di assistenza.

Un catalogo infinito di “diritti”, spesso sganciati da qualsiasi responsabilità.

Allora la domanda è semplice e volutamente scomoda: perché non tutelare anche il diritto di chi evade il fisco?

Perché non riconoscere l’evasione fiscale come una forma di autodifesa e di ribellione legittima contro uno Stato invasivo e predatorio? Uno Stato che pretende di espropriarti gran parte del tuo guadagno ma, in cambio, non ti garantisce lavoro, non ti assicura il diritto alla casa, non ti offre una sanità pubblica realmente funzionante, costringendoti a sostenere spese private; uno Stato che non investe seriamente nella scuola, che scarica i costi dell’istruzione sulle famiglie, che rende l’energia sempre più onerosa.

Uno Stato che ti fa già pagare tutto due volte: con le tasse esplicite e con una miriade di balzelli occulti — bolli, diritti di segreteria, registrazioni, imposte minori — e che ti soffoca con una burocrazia costosissima, inefficiente, che non fornisce servizi ma disservizi, che non semplifica ma complica, che non aiuta ma ostacola.

Perché pagare le tasse, allora?
Se il patto sociale è rotto, se lo Stato non restituisce ciò che esige, se il cittadino è lasciato solo davanti a sanità, istruzione, lavoro, casa ed energia, con quale coerenza morale si può condannare chi sceglie di non pagare?

Forse è arrivato il momento di essere coerenti fino in fondo:
protestiamo anche per il diritto ad evadere, inteso non come furbizia o privilegio, ma come forma di autotutela e di risarcimento contro uno Stato che ha smesso da tempo di fare lo Stato.

Una provocazione? Certo.
Ma a volte le provocazioni servono a dire ad alta voce ciò che molti pensano, ma pochi hanno il coraggio di ammettere.


sabato 10 gennaio 2026

Il Fisco e l'evasione fiscale


Evasione fiscale: il grande alibi della politica italiana

In Italia si parla di lotta all’evasione fiscale da decenni. Le cifre sono sempre le stesse: quasi il 5% del PIL nazionale. Il ritornello pure: se riuscissimo a ridurla, potremmo abbassare le tasse e migliorare i servizi pubblici.
Ma la domanda che nessuno pone davvero è un’altra: siamo sicuri che l’evasione fiscale sia un problema che si vuole risolvere?

Perché, guardando ai fatti, viene da dubitarne.

Da anni le politiche adottate si muovono su micro-aggiustamenti: 0,1%, 0,3%, 1% di rimodulazione delle aliquote. Aumenti selettivi delle tasse “ai più ricchi”. Nuove norme, nuovi adempimenti, nuovi uffici.
Risultato? L’evasione resta lì. Strutturalmente stabile. Quasi intoccabile.

A questo punto il sospetto è legittimo: forse il problema non è l’evasione, ma l’uso politico che se ne fa.

Proviamo a fare un esperimento mentale.
Immaginiamo che un leader politico decida davvero di affrontare il nodo alla radice. Dal prossimo anno introduce una riforma radicale: tasse drasticamente ridotte, con aliquote chiare e basse, dallo 0% a un massimo del 20% per tutte le fasce di reddito. In parallelo, però, introduce una norma semplice e durissima: chi evade, se accertato, va in carcere. Pene proporzionate all’importo evaso, procedure rapide, niente ricorsi infiniti, niente benefici.

La domanda è semplice: quanti continuerebbero a evadere sapendo che la pena è certa?
Probabilmente pochi. Molto pochi. Il gettito aumenterebbe, il bilancio andrebbe in attivo.

Ed è qui che emergono i problemi. Non per lo Stato. Per la politica.

Primo nodo: la burocrazia.
Oggi decine di migliaia di funzionari, impiegati e dirigenti vivono di controlli, contenziosi, accertamenti, ricorsi, interpretazioni. Se il pagamento delle tasse diventasse regolare e semplice, quale carico di lavoro giustificherebbe quei costi?
Come spiegare stipendi, uffici, strutture, se il sistema funzionasse davvero?

Secondo nodo: il deficit pubblico.
L’evasione è una voce invisibile ma utilissima. Consente di iscrivere a bilancio, anche a livello europeo, un gettito potenziale non incassato. Un domani forse arriverà. Intanto giustifica scostamenti, deficit, flessibilità.
Senza evasione, questa leva sparirebbe. E con essa una comoda area grigia di manovra politica.

Terzo nodo, il più delicato: i costi della politica e dell’alta burocrazia.
Finché esiste il “cattivo evasore”, l’attenzione pubblica è deviata. La colpa è sempre altrove.
Ma se l’evasione scomparisse, il paradosso diventerebbe evidente: bisognerebbe tagliare davvero, in modo drastico, stipendi, indennità, apparati. Non ci sarebbe più l’alibi.

Ed è qui che la narrazione si rovescia.
Scomparso l’evasore “furbo”, emergerebbero figure ben più imbarazzanti: dirigenti e politici furbi, che prosperano su inefficienze strutturali, burocrazia ipertrofica e problemi mai risolti perché troppo utili per essere eliminati.

Forse, allora, il punto non è che l’evasione fiscale non si possa combattere.
Forse il punto è che non conviene farlo davvero.

E questa, più che un’ipotesi ideologica, è una pista investigativa che meriterebbe finalmente di essere seguita.

Parashà di Shemot: la questione demografica

 



La questione demografica: il fattore che fa paura e che viene censurato
La parashà di Shemot non lascia spazio a interpretazioni ingenue: Israele cresce. Cresce in numero, in forza, in presenza.
«Il paese fu ripieno di essi».
Il Faraone non discute di diritti, né di integrazione, né di buone intenzioni: legge la realtà. E comprende ciò che oggi si finge di non capire: la demografia è potere politico.
Non lo spaventa una rivolta armata, ma un popolo che si moltiplica.
Non teme un’ideologia, ma un dato numerico.
E capisce che reprimere non basta: più Israele viene oppresso, più cresce. È una legge storica.
Per questo interviene sulla nascita, colpendo i maschi. Una scelta feroce, ma razionale: una donna può generare pochi figli, ma un uomo può generarne molti, soprattutto se ha accesso a più donne. Il Faraone ha già compreso ciò che oggi è tabù dire.
Ed eccoci al presente.
Nel 2017 Recep Tayyip Erdoğan lo disse senza giri di parole ai musulmani in Europa: fate più figli, perché il futuro del continente passa da lì. Nessuna invasione militare, nessuna guerra convenzionale: una conquista demografica.
Parole archiviate come “provocazione”, ma che descrivono una strategia di lungo periodo.
Nel 2020, il vescovo Camillo Ballin — profondo conoscitore del mondo islamico — lo spiegò con lucidità disarmante: se l’Europa diventerà musulmana, non sarà per un piano di conquista, ma perché l’Europa non fa più figli e ha rinunciato alla propria identità. Una civiltà che smette di credere in sé stessa lascia campo libero a chi invece crede, cresce e si riproduce.
Qui il punto diventa esplosivo:
da decenni è in atto un processo di islamizzazione demografica dell’Occidente attraverso l’immigrazione musulmana, innestata su società a natalità zero.
Famiglie occidentali — cristiane, ebraiche, atee — fanno uno o due figli.
Famiglie musulmane, anche in Europa, ne fanno molti di più.
E dove esiste la possibilità della poligamia, il moltiplicatore demografico diventa strutturale.
Non è una teoria. È aritmetica sociale.
E qui entra in scena il vero paradosso storico: la sinistra occidentale.
Convinta che la religione sia destinata a dissolversi nel progresso, si presta — consapevolmente o meno — a diventare il Cavallo di Troia dell’islam in Europa. In nome dell’antirazzismo, dell’inclusione e dei “diritti”, legittima e protegge un processo che mina alla base proprio quei valori che dice di difendere.
Il problema non è solo l’errore di analisi.
Il problema è che il pensiero unico, alimentato dal politicamente corretto, si è trasformato in una censura sistemica.
Chiunque sollevi il tema demografico, religioso o culturale viene immediatamente delegittimato, silenziato, etichettato. Non si discute: si scomunica. Non si analizzano i dati: si moralizza.
Questa censura non è neutra.
Sta erodendo le basi stesse della civiltà occidentale: la libertà di pensiero, il dibattito razionale, la possibilità di nominare la realtà. Una civiltà che non può più dire ciò che vede è già in fase di declino.
Il risultato finale è grottesco e tragico insieme: movimenti femministi, LGBT e progressisti marciano fianco a fianco con visioni religiose che negano strutturalmente quei diritti, convinti che basti l’ideologia per piegare la realtà. Ma la realtà non obbedisce ai slogan.
E l’ultima responsabilità è interna, dolorosa ma inevitabile:
le famiglie cristiane ed ebraiche che hanno adottato la logica utilitaristica del “i figli costano” hanno interiorizzato una visione estranea alla Bibbia. Vero, i figli costano. Ma una civiltà che considera il futuro un peso economico ha già rinunciato a esistere.
La storia non punisce con la violenza immediata.
Punisce con la sostituzione lenta.
Il Faraone lo aveva capito.
Noi, oggi, sembriamo averlo dimenticato.

The Demographic Question: the Factor That Frightens and Is Being Silenced

The parashah of Shemot leaves no room for naïve interpretations: Israel grows. It grows in numbers, in strength, in presence.
“The land was filled with them.”
Pharaoh does not debate rights, integration, or good intentions: he reads reality. And he understands what many today pretend not to see: demography is political power.

What terrifies him is not an armed revolt, but a multiplying people.
He does not fear an ideology, but a numerical fact.
And he realizes that repression is not enough: the more Israel is oppressed, the more it grows. This is a law of history.

That is why he intervenes at the most sensitive point: birth itself, targeting male children. A cruel but rational choice: a woman can bear only a limited number of children, but a man can father many, especially if he has access to multiple women. Pharaoh had already grasped what today has become taboo to say.

And here we are, in the present.

In 2017, Recep Tayyip Erdoğan said it openly to Muslims living in Europe: have more children, because the future of the continent passes through that. No military invasion, no conventional war: a demographic conquest.
Words quickly dismissed as provocation, yet clearly outlining a long-term strategy.

In 2020, Bishop Camillo Ballin — a deep connoisseur of the Islamic world — explained it with disarming clarity: if Europe becomes Muslim in fifty years, it will not be because of a conquest plan, but because Europe no longer has children and has abandoned its own identity. A civilization that no longer believes in itself leaves the field open to those who still believe, grow, and reproduce.

At this point the issue becomes explosive:
for decades now, a process of demographic Islamization of the West has been underway through Muslim immigration, grafted onto societies with near-zero birth rates.
Western families — Christian, Jewish, secular — have one or two children.
Muslim families, even in Europe, have significantly more.
And where polygamy exists or is culturally accepted, the demographic multiplier becomes structural.

This is not a theory.
It is social arithmetic.

And here emerges the true historical paradox: the Western Left.
Convinced that religion is destined to dissolve under progress, it lends itself — consciously or not — to becoming Islam’s Trojan Horse in Europe. In the name of anti-racism, inclusion, and “rights,” it legitimizes and shields a process that undermines the very values it claims to defend.

The problem is not merely analytical error.
The problem is that single-thought ideology, fueled by political correctness, has turned into systemic censorship.
Anyone who raises demographic, religious, or cultural issues is immediately delegitimized, silenced, labeled. There is no debate — only excommunication. No data analysis — only moral posturing.

This censorship is not neutral.
It is eroding the very foundations of Western civilization: freedom of thought, rational debate, the ability to name reality. A civilization that can no longer say what it sees is already in decline.

The final result is grotesque and tragic at the same time: feminist, LGBT, and progressive movements marching side by side with worldviews that structurally deny those very rights, convinced that ideology alone can bend reality. But reality does not obey slogans.

And the final responsibility is internal, painful but unavoidable:
the critique of Christian and Jewish families that have absorbed the dominant utilitarian logic of “children cost too much.” True, they do. But a civilization that treats the future as an economic burden has already renounced its own existence.

History does not punish with sudden violence.
It punishes through slow replacement.

Pharaoh understood this.
Today, we seem to have forgotten it.

sabato 3 gennaio 2026

Gli ebrei che ritornano in Galilea, Samaria e Giudea, non sono COLONI

 


La terza grande narrazione falsa, destinata al consumo degli “utili idioti”, è quella della presunta “colonizzazione” della Galilea, della Giudea e della Samaria. Un’etichetta ideologica ripetuta ossessivamente, ma priva di qualsiasi fondamento storico o giuridico.

Partiamo dalla definizione seria di colono: è colui che si trasferisce e si insedia stabilmente in un territorio che non appartiene allo Stato di cui è cittadino, all’interno di un progetto di espansione, controllo o popolamento promosso o sostenuto da una potenza politica esterna. Senza un progetto coloniale statale, la colonizzazione semplicemente non esiste.

Alla luce di questa definizione, parlare di “ebrei colonizzatori” è un’assurdità. Perché manca l’elemento essenziale: non esiste alcuna potenza straniera che promuova un progetto coloniale ebraico. Gli ebrei che si trasferiscono in Galilea, Giudea e Samaria non agiscono per conto di uno Stato imperiale, né come avanguardia di un disegno coloniale esterno. Sono cittadini di Stati diversi che, a un certo punto della loro vita, scelgono di tornare in una terra che sentono culturalmente, storicamente e religiosamente propria.

Manca anche il secondo requisito fondamentale della colonizzazione: l’insediamento su un territorio appartenente a uno Stato sovrano conquistato con la forza. Non risulta che sia mai esistito uno Stato palestinese conquistato da uno Stato ebraico. Quelle terre erano già abitate da ebrei da secoli e non erano la sede di una sovranità statale preesistente.

Ma c’è un dato ancora più concreto che smonta definitivamente la narrazione coloniale: gli ebrei che si trasferiscono in Galilea, Giudea e Samaria non impongono una cultura estranea, non sostituiscono una civiltà locale con una propria. Ne fanno parte. Non impongono una lingua straniera: parlano l’ebraico, una lingua storicamente presente e parlata dalla popolazione ebraica residente in quei territori da generazioni.

Secondo la retorica della sinistra ideologica, questi individui sarebbero “coloni”. In realtà si tratta di persone che ritornano alla loro terra d’origine, spinte da un legame identitario profondo. È l’equivalente di un italo-americano di terza generazione che, conservando lingua, cultura e tradizioni italiane, decide di trasferirsi in Italia: nessuno lo definirebbe un colono.

L’aspetto che sfugge — o che si preferisce ignorare — agli antisemiti contemporanei è che il ritorno degli ebrei in Galilea, Giudea e Samaria è anche il risultato diretto delle persecuzioni subite in Occidente, spesso alimentate proprio da quegli stessi ambienti che oggi gridano alla “colonizzazione”. Prima li hanno espulsi, discriminati e perseguitati; poi li accusano di colonizzare quando cercano semplicemente una casa.

Non è colonizzazione.
È ritorno.

La favola dei territori occupati

 

Gran parte della narrazione pro-Palestina che circola in Occidente si fonda su una miscela di ignoranza storica, pregiudizio ideologico e, non di rado, antisemitismo mascherato da indignazione morale. È una narrazione che attecchisce facilmente in un contesto culturale superficiale, dove slogan e semplificazioni sostituiscono lo studio dei fatti, anche tra persone formalmente istruite.

Uno dei pilastri di questa narrazione è l’idea dei cosiddetti “territori occupati”. In realtà, tali territori non possono essere definiti in modo semplicistico come occupati, ma vanno compresi alla luce della loro storia giuridica e militare. La Cisgiordania, ad esempio, viene conquistata da Israele nel 1967, ma la Giordania, da cui Israele la sottrae, non disponeva di un titolo sovrano pienamente riconosciuto.

Dopo la guerra arabo-israeliana del 1948, infatti, la Cisgiordania viene occupata militarmente dalla Giordania e successivamente annessa nel 1950. Questa annessione è riconosciuta solo da pochissimi Stati, in particolare Regno Unito e Pakistan, mentre la gran parte della comunità internazionale non la considera legittima. Nel giugno 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni — scatenata da Egitto, Siria e Giordania contro Israele — la Giordania attacca Israele. Israele risponde militarmente e conquista la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. Da quel momento la Giordania perde il controllo del territorio e Israele assume il controllo militare.

Si tratta di una dinamica del tutto analoga a quanto accaduto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, quando l’Italia, sconfitta, perse territori come la Venezia Giulia, l’Istria e la Dalmazia, passati alla Jugoslavia. Nessuno parla in quel caso di “occupazione imperialista italiana subita”, ma di conseguenze di una guerra persa. Per questo motivo, la rappresentazione di Israele come potenza imperialista che invade e occupa territori altrui è storicamente infondata: Israele non ha mai condotto guerre di espansione coloniale, ma ha acquisito territori in seguito a conflitti difensivi.

Un discorso analogo vale per Gaza. Tra il 1948 e il 1949 scoppia la prima guerra arabo-israeliana, che non è un’aggressione israeliana, ma un attacco coordinato degli Stati arabi contro il neonato Stato di Israele. In quel contesto l’Egitto invade il sud della Palestina mandataria e occupa una stretta fascia costiera: la Striscia di Gaza, che diventa rifugio per decine di migliaia di profughi arabi.

L’Egitto, però, non annette Gaza, non concede la cittadinanza egiziana ai suoi abitanti e non crea alcuno Stato palestinese. Gaza resta sotto amministrazione militare egiziana. Dal 1949 al 1967 il territorio rimane sotto controllo egiziano per quasi vent’anni, senza essere formalmente parte dell’Egitto: i residenti non sono cittadini egiziani e non dispongono di alcuna sovranità politica. In questo periodo l’Egitto utilizza Gaza come strumento politico contro Israele, tollera e sostiene le incursioni dei fedayn e non investe nello sviluppo del territorio. Eppure, in quegli anni, nessuno parla di “occupazione egiziana” e nessuno rivendica la creazione di uno Stato palestinese a Gaza.

Nel 1967 scoppia un nuovo conflitto di aggressione araba, la Guerra dei Sei Giorni. Egitto, Siria e Giordania entrano nuovamente in guerra contro Israele, che sconfigge gli eserciti arabi e conquista Gaza dall’Egitto. Anche in questo caso, non esisteva alcuno Stato palestinese da “occupare”. Dal 1967 al 2005 Gaza rimane sotto controllo israeliano: per quasi quarant’anni Israele esercita un’amministrazione militare, controlla confini, sicurezza, mare e spazio aereo, concedendo al contempo una limitata autonomia civile. In questo periodo nascono e si sviluppano movimenti islamisti, tra cui Hamas nel 1987, e Gaza diventa uno dei principali focolai della Prima Intifada.

Nel 2005 Israele decide di ritirarsi unilateralmente dalla Striscia di Gaza, evacuando l’esercito, smantellando le colonie e ponendo fine a ogni presenza civile israeliana sul territorio. Una scelta che, col senno di poi, si rivelerà un grave errore strategico. Oggi, secondo ONU e Unione Europea, Gaza viene ancora definita “territorio occupato” perché Israele controlla confini, mare e spazio aereo. Israele, invece, sostiene che Gaza non sia occupata, poiché manca il requisito essenziale dell’occupazione: il controllo territoriale diretto.

In definitiva, la questione di Gaza non nasce dalla perdita di una sovranità palestinese preesistente, ma da una lunga storia di controllo esterno esercitato su un territorio che non è mai stato uno Stato. Ed è questo dato, sistematicamente ignorato dalla propaganda, che rende l’intera narrazione pro-Palestina profondamente fuorviante.

ONU E L'IMPOSSIBILITA' DI GARANTIRE LA PACE Parte I

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