sabato 11 luglio 2026

Gesù è ebreo ovvero Yeshua. Parte XIII

 


Marco 13: Gesù, profeta giudeo, tra giudizio sul Tempio e speranza della redenzione

Marco 13 non dovrebbe essere letto anzitutto come un trattato cristiano sulla fine del mondo. Il discorso nasce interamente dentro la storia, la spiritualità e il linguaggio religioso d’Israele. Gesù parla da giudeo ad altri giudei, davanti al Tempio di Gerusalemme, richiamando la Torah, i Profeti, Daniele e le attese messianiche diffuse nel giudaismo del Secondo Tempio.

Le immagini delle guerre, delle doglie del parto, della profanazione del santuario, del Figlio dell’uomo sulle nubi e della raccolta degli eletti non sono elementi estranei introdotti in seguito dal cristianesimo. Appartengono al patrimonio biblico ebraico. Anche l’esortazione conclusiva alla vigilanza trova significativi paralleli nella tradizione rabbinica, soprattutto negli insegnamenti sulla teshuvah, sulla responsabilità personale e sull’impossibilità di calcolare con certezza i tempi della redenzione.

Occorre tuttavia una precisazione metodologica. Gran parte della letteratura talmudica è stata redatta dopo l’epoca di Gesù. I paralleli rabbinici non dimostrano quindi una dipendenza diretta, né consentono di affermare che Gesù abbia ascoltato personalmente gli insegnamenti dei rabbini successivamente citati. Essi mostrano però che Gesù e i maestri d’Israele attingono a un comune universo biblico e sviluppano, in numerosi casi, ragionamenti spirituali analoghi.

Il Tempio può essere distrutto, ma l’Alleanza di Dio non viene meno

Il discorso prende avvio dall’ammirazione dei discepoli per le grandi pietre e le costruzioni del Tempio. Il santuario erodiano non era soltanto un edificio religioso: rappresentava il cuore del culto d’Israele, il luogo della Presenza divina, il centro simbolico dell’identità nazionale e la memoria visibile dell’Alleanza.

Di fronte a tale grandezza Gesù pronuncia parole sconvolgenti:

«Non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata».

Questa dichiarazione non deve essere interpretata come disprezzo per il Tempio o come rifiuto dell’ebraismo. Gesù si colloca piuttosto nella linea dei profeti d’Israele, i quali avevano già denunciato la falsa sicurezza di chi considerava il santuario una garanzia automatica di protezione divina.

Michea aveva annunciato che Sion sarebbe stata arata come un campo e Gerusalemme ridotta a un cumulo di rovine. Geremia aveva pronunciato il proprio discorso contro il Tempio ricordando che l’edificio sacro non poteva proteggere una comunità che violava la giustizia, opprimeva il debole e tradiva l’Alleanza. La critica profetica non era rivolta contro la santità del santuario, ma contro la convinzione che la magnificenza del culto potesse sostituire la fedeltà morale.

Gesù compie il medesimo gesto profetico. Non parla contro Israele dall’esterno, ma richiama Israele alla responsabilità. Il Tempio è santo, ma non è un amuleto. La sua grandezza architettonica non può impedire il giudizio se il popolo e i suoi responsabili smarriscono la giustizia, la misericordia e la fedeltà.

Un’interessante tradizione talmudica racconta che, dopo la distruzione del santuario, Rabbi Akiva vide una volpe uscire dal luogo del Santo dei Santi. Mentre gli altri rabbini piangevano, Akiva sorrise: se si era adempiuta la profezia della devastazione, anche quella della futura restaurazione si sarebbe adempiuta. Il suo sorriso non negava la tragedia, ma la inseriva nell’orizzonte più ampio della speranza.

Lo stesso movimento attraversa Marco 13: le pietre possono cadere, ma la promessa di Dio non cade. Il giudizio non significa abbandono definitivo. La distruzione non elimina la possibilità della restaurazione.

Una controversia interna al giudaismo, non una condanna dell’ebraismo

Il contesto del discorso è inequivocabilmente giudaico. Gesù siede sul monte degli Ulivi, di fronte al Tempio, e parla con Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea, tutti ebrei. Le Scritture utilizzate per interpretare gli avvenimenti sono quelle d’Israele.

Perciò Marco 13 non può essere letto come la contrapposizione fra una nuova religione cristiana e un giudaismo ormai rifiutato da Dio. Il conflitto rappresentato nel testo è ancora interno alla società giudaica del I secolo. Esso riguarda differenti interpretazioni della fedeltà a Dio, del ruolo del Tempio, dell’attesa messianica e della risposta alla dominazione straniera.

Gesù non proclama la sostituzione d’Israele. Pronuncia piuttosto un giudizio profetico su una determinata fase della sua storia, nello stesso modo in cui Isaia, Michea, Geremia ed Ezechiele avevano denunciato le infedeltà del popolo senza per questo negarne l’elezione.

Guerre e sconvolgimenti: non confondere la crisi con la fine

Gesù mette in guardia i discepoli:

«Quando udrete parlare di guerre e di rumori di guerre, non vi turbate; bisogna che queste cose avvengano, ma non sarà ancora la fine».

Queste parole correggono ogni entusiasmo apocalittico. Gesù non insegna che ogni guerra, terremoto o carestia dimostri l’imminenza matematica della fine. Al contrario, invita a non lasciarsi sedurre da interpretazioni semplicistiche.

Il discepolo non deve trasformare ogni crisi politica in un calendario divino. Le guerre possono sconvolgere le nazioni, ma non autorizzano a fissare date. I terremoti possono suscitare paura, ma non permettono di conoscere il giorno stabilito da Dio.

La tradizione rabbinica svilupperà un’analoga diffidenza verso i calcoli escatologici. In Sanhedrin 97b viene ricordato il fallimento dei tentativi di determinare i tempi della redenzione. L’attenzione viene riportata sulla conversione, sulla fedeltà e sulle opere buone.

Gesù sposta nello stesso modo la domanda dal “quando avverrà?” al “come dovete vivere?”. Il centro del suo insegnamento non è il possesso di un calendario segreto, ma la perseveranza.

Le doglie del parto e i chevlei Mashiach

Gesù definisce guerre, carestie e agitazioni:

«L’inizio delle doglie di parto».

La metafora è profondamente radicata nella Bibbia ebraica. Isaia descrive Israele come una donna che geme nelle doglie davanti a Dio. Michea presenta la figlia di Sion come una partoriente che attraversa l’esilio prima di essere liberata. Geremia parla dell’angoscia di Giacobbe usando immagini simili.

La successiva tradizione rabbinica definirà queste sofferenze chevlei Mashiach, le “doglie del Messia”: un periodo di crisi che precede la redenzione. In Sanhedrin 98b alcuni maestri esprimono persino il timore di dover attraversare quei giorni. Rabba desidera la venuta del Messia, ma teme le sofferenze che potrebbero precederla; Rav Yosef dichiara invece di essere disposto ad affrontarle pur di partecipare alla redenzione.

Gesù utilizza il medesimo simbolismo. Il dolore della storia non è minimizzato, ma non viene neppure considerato l’ultima parola. Le doglie non sono la nascita, ma la precedono.

Questa distinzione è decisiva: la crisi non coincide automaticamente con il compimento. La sofferenza non va glorificata, ma attraversata nella fiducia che Dio rimanga il Signore della storia.

La disgregazione delle famiglie come segno della crisi sociale

Gesù annuncia che il fratello consegnerà il fratello, il padre il figlio e i figli insorgeranno contro i genitori.

Il linguaggio richiama Michea 7,6, dove la crisi morale del popolo è descritta attraverso la dissoluzione dei rapporti familiari. Figlio, figlia e nuora si oppongono rispettivamente al padre, alla madre e alla suocera; i nemici dell’uomo diventano quelli della sua stessa casa.

La tradizione rabbinica riprenderà questo testo in Sotah 49b per descrivere il disordine che accompagna i “passi del Messia”: arroganza crescente, perdita del rispetto fra le generazioni e indebolimento dei legami comunitari.

Gesù non propone quindi la distruzione della famiglia come ideale religioso. Descrive il risultato estremo della paura, della persecuzione e della radicalizzazione politica. Quando la società è dominata dal sospetto, perfino i legami più naturali vengono sacrificati.

La crisi escatologica è anche crisi etica: l’uomo perde la capacità di riconoscere nell’altro un fratello.

Sinagoghe, tribunali e autorità politiche

Gesù avverte i discepoli che saranno consegnati ai tribunali, battuti nelle sinagoghe e condotti davanti a governatori e re.

Il riferimento alle sinagoghe mostra che il movimento dei discepoli è ancora collocato all’interno della realtà giudaica. Non siamo davanti a due religioni già definitivamente separate. Le controversie avvengono nelle istituzioni della comunità ebraica, mentre l’intervento di governatori e re introduce anche il potere politico romano o locale.

Il testo non autorizza pertanto una polemica antiebraica. Descrive conflitti intragiudaici, simili a quelli che frequentemente accompagnavano i movimenti profetici, le discussioni sulla Torah e le differenti attese messianiche.

La Torah conosceva forme di disciplina giudiziaria, ma ne limitava severamente l’applicazione per impedire l’umiliazione incontrollata del colpevole. Anche quando veniva punito, egli rimaneva un “fratello”. Questo principio mostra che l’ordinamento biblico non mirava a disumanizzare, ma a contenere la pena entro limiti precisi.

La ruach ha-qodesh: Dio pone le parole nella bocca del testimone

Gesù dice:

«Non preoccupatevi in anticipo di ciò che dovrete dire […] non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo».

L’espressione “Spirito Santo” rinvia alla ruach ha-qodesh, lo Spirito di santità, cioè la presenza e l’ispirazione di Dio.

Il modello è quello dei profeti d’Israele. Quando Mosè teme di non essere capace di parlare, Dio gli promette di essere con la sua bocca. A Geremia Dio dice di aver posto le proprie parole sulle sue labbra. Isaia collega lo Spirito divino alle parole affidate al servo.

Gesù inserisce dunque i discepoli nella vocazione profetica. Essi non devono affidarsi soltanto alla propria abilità retorica, ma alla fedeltà di Dio. Non si tratta di incoraggiare l’improvvisazione irresponsabile, bensì di affermare che, nel momento della testimonianza, il giusto non è abbandonato.

La ruach ha-qodesh non sostituisce la coscienza dell’uomo; la sostiene quando egli è chiamato a rendere testimonianza davanti al potere.

La buona notizia alle nazioni e la vocazione universale d’Israele

Gesù afferma che la buona notizia deve essere proclamata fra tutte le genti.

Anche questo insegnamento non richiede l’abbandono d’Israele. La vocazione universale è già presente nella Torah e nei Profeti. Abramo è chiamato affinché, attraverso di lui, siano benedette tutte le famiglie della terra. Isaia presenta Israele o il servo come luce delle nazioni. Il Tempio è destinato a diventare casa di preghiera per tutti i popoli. Zaccaria immagina le nazioni che salgono a Gerusalemme per cercare il Signore.

L’universalismo biblico non consiste nell’eliminazione dell’identità d’Israele. È piuttosto l’estensione alle nazioni della conoscenza del Dio d’Israele.

Il movimento è da Israele verso le genti, non dalle genti contro Israele.

In questa prospettiva, la missione dei discepoli rappresenta la prosecuzione della vocazione profetica d’Israele. La buona notizia non cancella la storia ebraica di Gesù; nasce da essa.

L’“abominazione della desolazione” e la memoria della profanazione del Tempio

Gesù richiama l’«abominazione della desolazione» annunciata da Daniele.

Per un ascoltatore ebreo del I secolo questa espressione evocava immediatamente la profanazione del Tempio sotto Antioco IV Epifane. Il culto era stato interrotto, il santuario contaminato e la Torah perseguitata. La successiva purificazione del Tempio, celebrata durante Chanukkah, aveva trasformato quella tragedia in memoria di resistenza e restaurazione.

Richiamando Daniele, Gesù inserisce la futura crisi della Giudea in una memoria già conosciuta. Ciò che avvenne al tempo dei Maccabei può ripresentarsi sotto nuove forme: occupazione, profanazione, violenza e minaccia contro il popolo.

Gesù non identifica necessariamente in modo univoco il nuovo sacrilegio. Il suo scopo è ammonire: quando la profanazione sarà visibile, non sarà il momento di lasciarsi paralizzare o sedurre dai falsi liberatori.

Fuggire ai monti: il rifiuto del fanatismo messianico

L’ordine di Gesù è sorprendente:

«Coloro che saranno nella Giudea fuggano ai monti».

Egli non ordina di difendere il santuario fino alla morte e non presenta la guerra come strumento necessario della redenzione. Raccomanda piuttosto di salvare la vita.

Questo insegnamento appare particolarmente significativo nel contesto della Giudea del I secolo, attraversata da tensioni rivoluzionarie, profeti popolari, movimenti insurrezionali e aspiranti liberatori messianici.

Gesù prende le distanze dall’idea che la redenzione possa essere forzata mediante l’entusiasmo militare. La fedeltà a Dio non deve essere confusa con il fanatismo politico. La fuga non è sempre codardia: può essere discernimento, tutela della vita e rifiuto di una guerra presentata abusivamente come volontà divina.

Il suo pensiero conserva così un principio profondamente biblico: la vita appartiene a Dio e non deve essere sacrificata alla presunzione religiosa.

Falsi messia, falsi profeti e discernimento secondo la Torah

Gesù avverte che sorgeranno falsi messia e falsi profeti, capaci di compiere segni e prodigi.

Il criterio di discernimento proviene direttamente dalla Torah. Deuteronomio 13 insegna che un prodigio, anche quando appare convincente, non dimostra da solo l’autenticità del profeta. Se conduce lontano dal Dio d’Israele e dalla sua volontà, non deve essere seguito. Deuteronomio 18 offre ulteriori criteri per verificare la parola profetica.

Il principio è netto:

Il prodigio non sostituisce la fedeltà.

Gesù non invita a seguire chi produce l’effetto più spettacolare. Invita a discernere. Il vero profeta non viene riconosciuto soltanto dalla potenza manifestata, ma dalla fedeltà a Dio e dalla qualità morale del suo insegnamento.

Maimonide svilupperà lo stesso principio: la fede in un profeta non si fonda semplicemente sul miracolo, poiché il segno può ingannare. L’autenticità deve essere valutata alla luce della Torah e della coerenza della missione.

Gesù insegna quindi una cautela profondamente ebraica verso il sensazionalismo religioso.

Sole, luna e stelle: il linguaggio simbolico dei Profeti

Il discorso prosegue con immagini cosmiche:

«Il sole si oscurerà, la luna non darà il suo splendore e le stelle cadranno».

Queste espressioni appartengono al linguaggio profetico. Isaia le usa per descrivere il giudizio contro Babilonia ed Edom. Gioele le collega al giorno del Signore. Ezechiele ricorre a immagini analoghe per rappresentare la caduta delle potenze.

Il linguaggio cosmico non deve necessariamente essere interpretato come una descrizione astronomica letterale. Nella profezia biblica, sole, luna e stelle possono simboleggiare regni, autorità, ordini politici e strutture religiose.

Quando gli astri si oscurano, un mondo storico sta crollando. Cadono le potenze che apparivano stabili e immutabili.

Marco 13 può quindi riferirsi contemporaneamente alla crisi di Gerusalemme, alla caduta di un ordine politico e a un orizzonte escatologico più ampio. Il linguaggio profetico unisce spesso il giudizio storico e il compimento futuro.

Il Figlio dell’uomo e Daniele 7

Il centro simbolico del discorso è la visione del Figlio dell’uomo:

«Vedranno il Figlio dell’uomo venire nelle nuvole con grande potenza e gloria».

La fonte è Daniele 7, dove “uno simile a un figlio d’uomo” viene condotto davanti all’Antico dei Giorni e riceve dominio, gloria e regno.

L’espressione aramaica bar enash indica una figura umana contrapposta alle bestie che rappresentano gli imperi violenti. I regni oppressivi sono bestiali; il dominio voluto da Dio assume invece un volto umano.

La tradizione rabbinica ha interpretato messianicamente questo passo. In Sanhedrin 98a Rabbi Yehoshua ben Levi mette in relazione Daniele 7, dove il personaggio viene con le nubi, e Zaccaria 9, dove il re messianico arriva umile sopra un asino. Se Israele è degno, la redenzione può manifestarsi con gloria; se non lo è, può presentarsi in forma umile.

Gesù utilizza dunque un’immagine appartenente al dibattito messianico ebraico. Il Figlio dell’uomo non è la trasposizione di una divinità pagana, ma una figura ricavata dalla visione di Daniele.

Inoltre, nel testo originario di Daniele, il Figlio dell’uomo viene verso Dio, non necessariamente verso la terra. Per questo l’immagine può indicare anche l’esaltazione e la rivendicazione celeste del giusto perseguitato, al quale Dio conferisce autorità.

Marco sembra mantenere entrambe le dimensioni:

  • l’intronizzazione del Figlio dell’uomo davanti a Dio;

  • la manifestazione della sua autorità nella storia.

La raccolta degli eletti e il ritorno dei dispersi

Gli angeli raccolgono gli eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.

Il linguaggio richiama Deuteronomio 30, dove Dio promette di raccogliere Israele anche se i suoi esiliati si trovassero alle estremità del cielo. Richiama inoltre Isaia 11, che annuncia il raduno dei dispersi d’Israele dai quattro angoli della terra.

L’immagine appartiene alla speranza del kibbutz galuyot, la raccolta degli esiliati. Originariamente non descrive la sostituzione d’Israele con una nuova comunità, ma la sua restaurazione dopo la dispersione.

Marco applica questa speranza anche alla comunità dei discepoli, ormai destinata a raggiungere le nazioni. Tuttavia, il linguaggio rimane quello della restaurazione d’Israele. L’apertura universale non elimina la matrice ebraica della promessa.

Il fico e la sapienza del discernimento

Gesù invita a imparare dal fico. Quando i rami diventano teneri e compaiono le foglie, si comprende che l’estate è vicina.

Si tratta di un insegnamento sapienziale. Il fico non comunica il giorno esatto dell’estate; ne indica l’avvicinarsi. Allo stesso modo, l’uomo può leggere i processi storici senza possedere il calendario di Dio.

La vigilanza non è cecità. Il discepolo deve osservare, interpretare e discernere. Ma non deve trasformare i segni in una formula matematica.

Deve distinguere:

  • il segno dal compimento;

  • il travaglio dalla nascita;

  • la crisi storica dalla fine definitiva;

  • il vero profeta dal seduttore;

  • la speranza messianica dalla propaganda politica.

«Questa generazione non passerà»

Quando Gesù afferma che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute, sembra riferirsi almeno in parte agli avvenimenti che avrebbero colpito Gerusalemme e il Tempio nel I secolo.

Nel discorso possono essere riconosciuti due orizzonti sovrapposti.

Il primo è vicino: la guerra, la crisi della Giudea, la profanazione, la fuga e la distruzione del Tempio.

Il secondo è più ampio: la manifestazione del Figlio dell’uomo, la vittoria definitiva di Dio e la raccolta degli eletti.

Il linguaggio profetico unisce spesso avvenimenti storici e compimento escatologico. Un giudizio vicino diventa immagine di un giudizio più vasto; una liberazione concreta anticipa la redenzione finale.

Per questo Marco 13 non dovrebbe essere ridotto né esclusivamente alla distruzione del 70 e.v. né soltanto a una lontana fine del mondo.

«Le mie parole non passeranno»

Gesù dichiara:

«Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno».

Il linguaggio richiama Isaia 40:

«L’erba si secca, il fiore appassisce, ma la parola del nostro Dio rimane per sempre».

La forza dell’affermazione consiste nel contrasto tra ciò che appare stabile e ciò che veramente rimane. Le pietre del Tempio sembrano indistruttibili, ma cadranno. Gli imperi sembrano eterni, ma scompariranno. Perfino il cielo e la terra appartengono all’ordine creato.

La parola autentica di Dio, invece, rimane.

Marco attribuisce alle parole di Gesù una straordinaria autorità profetica. Non è l’edificio religioso a garantire la verità della parola; è la parola fedele a Dio che giudica gli edifici, le istituzioni e i regni.

«Solo il Padre»: i tempi nascosti appartengono a Dio

Gesù afferma che nessuno conosce il giorno e l’ora: né gli angeli, né il Figlio, ma soltanto il Padre.

Questa dichiarazione, letta nel suo contesto giudaico, ribadisce il primato assoluto di Dio. I tempi della redenzione non appartengono all’uomo, agli angeli o ai calcolatori apocalittici.

Il principio richiama Deuteronomio 29:

«Le cose nascoste appartengono al Signore nostro Dio; quelle rivelate appartengono a noi e ai nostri figli, perché mettiamo in pratica le parole della Torah».

La distinzione è chiara. Ciò che è nascosto appartiene a Dio; ciò che è rivelato impegna l’uomo all’obbedienza.

Gesù non risponde alla domanda sul tempo con una data. La trasforma in un comando morale:

«Vegliate».

La vigilanza come teshuvah

Un parallelo particolarmente vicino si trova nell’insegnamento di Rabbi Eliezer:

«Convertiti un giorno prima della tua morte».

I discepoli gli domandarono come fosse possibile conoscere il giorno della propria morte. La risposta fu che, proprio perché non lo si conosce, occorre convertirsi oggi. In questo modo, l’intera vita diventa una vita di teshuvah.

La logica è la stessa di Marco 13:

  • non conoscete il giorno;

  • non rimandate la conversione;

  • non vivete nell’indifferenza;

  • compite oggi il vostro dovere.

Vegliare non significa vivere nel terrore. Significa non lasciare che la coscienza si addormenti.

La vigilanza ebraica è memoria della presenza di Dio, fedeltà ai comandamenti, attenzione al prossimo e disponibilità al rendiconto.

Il padrone, i servi e la responsabilità affidata a ciascuno

Gesù conclude con un mashal, una parabola: un uomo parte, affida la casa ai servi, assegna a ciascuno il proprio compito e ordina al portinaio di vegliare.

La struttura è tipicamente rabbinica. Dio è il padrone; il mondo o la comunità sono la casa; gli uomini sono i servi; il compito affidato rappresenta la responsabilità personale.

Rabbi Tarfon insegnava:

«Il giorno è breve, il lavoro è molto, gli operai sono pigri, la ricompensa è grande e il padrone incalza».

E aggiungeva che non spetta all’uomo completare tutta l’opera, ma non gli è consentito sottrarsi ad essa.

Gesù e Rabbi Tarfon condividono la stessa logica morale: il tempo è limitato, il compito è reale e il padrone tornerà. L’incertezza sul momento del rendiconto non riduce la responsabilità; la rende più urgente.

La fede autentica non consiste nell’attesa passiva della fine, ma nel lavoro affidato a ciascuno.

Conclusione: Marco 13 come discorso giudaico di responsabilità e speranza

Marco 13 presenta Gesù come un profeta e maestro giudeo che interpreta la crisi del proprio tempo attraverso le Scritture d’Israele.

Il suo pensiero non nasce dal rifiuto dell’ebraismo, ma dal suo interno. Gesù condivide con i profeti la convinzione che il Tempio, pur santo, non possa sostituire la giustizia. Condivide con la tradizione apocalittica l’attesa di una redenzione preceduta dal travaglio. Condivide con la Torah la diffidenza verso i prodigi privi di fedeltà. Condivide con i maestri d’Israele la condanna dei calcoli sulla fine e l’appello alla conversione quotidiana.

La distruzione del Tempio non significa la fine d’Israele. La missione alle nazioni non implica la cancellazione del popolo ebraico. La raccolta degli eletti richiama anzitutto la promessa del ritorno dei dispersi. Il Figlio dell’uomo appartiene alla visione di Daniele e rappresenta la vittoria dell’umano sui regni bestiali della violenza.

Il messaggio finale non è un invito alla paura, ma alla responsabilità.

Gesù non dice ai discepoli di fuggire dal mondo, di calcolare ossessivamente la fine o di abbandonarsi all’entusiasmo messianico. Dice loro di non lasciarsi ingannare, di perseverare, di testimoniare, di compiere il proprio lavoro e di vivere nella teshuvah.

Il vero centro di Marco 13 non è quindi la catastrofe, ma la fedeltà.

Le pietre possono cadere. I regni possono crollare. Le potenze possono essere scosse. Ma l’uomo giusto deve rimanere sveglio davanti a Dio, compiere il compito ricevuto e confidare che, oltre il giudizio, la redenzione appartiene ancora al Dio d’Israele.

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