Leggiamo insieme il Vangelo di Matteo da una prospettiva ebraica
Marco 1 può essere letto come un racconto profondamente radicato
nell’ebraismo del I secolo. L’evangelista non presenta Gesù come una figura
estranea alla Torah, ma come un maestro ebreo che entra nella storia d’Israele e
la interpreta in modo nuovo. L’apertura, “Inizio del vangelo di Gesù Cristo,
Figlio di Dio”, richiama simbolicamente il linguaggio della Genesi: come la
Torah comincia con “In principio”, così Marco presenta l’opera di Gesù come un
nuovo inizio.
La figura di Giovanni Battista è costruita secondo categorie ebraiche e
profetiche. Egli appare nel deserto, luogo fondamentale della memoria
d’Israele: il deserto è lo spazio dell’Esodo, della prova, dell’Alleanza e
della dipendenza da Dio. Giovanni richiama il popolo alla conversione, cioè
alla teshuvah, il ritorno a Dio. Il suo battesimo nel Giordano
non va interpretato come rito cristiano in quanto il cristianesimo non esisteva,
ma come immersione di purificazione e di rinnovamento morale (Mikve ),
collegata alle abluzioni ebraiche e alla simbologia delle acque. Il Giordano
ricorda inoltre l’ingresso d’Israele nella Terra promessa con Giosuè:
immergersi nel Giordano significa simbolicamente confermare l’Alleanza.
La descrizione di Giovanni, vestito di peli di cammello e con cintura di
pelle, richiama il profeta Elia. Marco vuole suggerire che Giovanni svolge la
funzione del messaggero promesso: colui che prepara la via del Signore. In
questa prospettiva, il deserto non è marginale, ma centrale: lì Dio ricomincia
a parlare al suo popolo. Non dimentichiamo che la terra Eretz Israel
era sotto il dominio dei Romani.
Il battesimo di Gesù nel Giordano è anch’esso ricco di richiami ebraici. I
cieli che si aprono ricordano l’attesa profetica dell’intervento diretto di
Dio. Lo Spirito che discende richiama lo Spirito di Dio sulle acque della
creazione e la promessa profetica di un cuore nuovo. La voce dal cielo presenta
Gesù con immagini bibliche: il Figlio regale del Salmo 2, il figlio amato come
Isacco, il Servo nel quale Dio si compiace secondo Isaia.
Subito dopo, Gesù è sospinto nel deserto per quaranta giorni. Il numero
quaranta richiama Mosè sul Sinai, Israele nel deserto ed Elia in cammino
verso l’Oreb. Gesù rivive la prova d’Israele, ma Marco lo presenta come colui
che attraversa il deserto nella fedeltà.
Quando Gesù annuncia che “il tempo è compiuto” e che “il Regno di Dio è
vicino”, usa un linguaggio comprensibile dentro la fede ebraica: Dio è Re,
Israele è chiamato a vivere sotto la sua signoria, e la conversione è il
ritorno concreto alla volontà divina.
Anche le scene successive restano interne al giudaismo: Gesù insegna di
sabato nella sinagoga, guarisce, libera dall’impurità e manda il lebbroso dal
sacerdote, ordinandogli di offrire ciò che Mosè ha prescritto. Questo è
decisivo: Gesù non appare come abolizione della Torah, ma come colui che
opera dentro il suo orizzonte, portando purificazione, autorità e
misericordia.
In chiave ebraica, Marco 1 è dunque il racconto di un nuovo Esodo:
deserto, acqua, Giordano, Spirito, prova, Regno, purificazione e ritorno a Dio
diventano i segni attraverso cui l’evangelista presenta Gesù come compimento
della speranza d’Israele.

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